Via Montenapoleone

La Milano di ieri ‘el Quartier de Riverissi’

‘el Quartier de Riverissi’ è il soprannome dialettale attribuito, in passato, alla via Montenapoleone e alle vie limitrofe del quartiere, in riferimento all’usanza dei milanesi di togliersi il cappello esageratamente in segno di deferenza, quando, passeggiando per strada, incrociavano le ‘signore-bene’ che abitavano in quella zona.

Poiché le signore che abitavano lì, non potevano che essere mogli o amanti di nobili o persone dell’alta società che comunque ‘contavano’ nelle istituzioni cittadine, l’atto di togliersi il cappello, al loro passaggio, era un modo per indicare agli altri che lui, pur essendo nessuno, ‘contava’ perché ‘conoscendo persone di alto livello’ ed essendo quindi anche da loro ‘conosciuto’, avrebbe potuto godere, all’occorrenza, di particolari privilegi. Psicologia spicciola del formalismo di quei tempi!

Il fondatore di un’azienda di borse e valigie, che ha oggi il suo negozio in Montenapoleone, raccontava che, da ragazzo, cominciò ad imparare il mestiere, come garzone in una pelletteria in periferia. Quando il padrone gli chiedeva di fare delle consegne in zona Montenapoleone, lui, prima di recarsi sul posto, si ripuliva per bene e si cambiava d’abito, per ‘rispetto al luogo’!
Erano decisamente altri tempi, e nemmeno troppo lontani, se pensiamo … solo sessant’anni fa … altre abitudini, altra educazione! Il vestiario maschile ad esempio, non prevedeva il ‘casual’ come oggi, ma rigorosamente giacca e cravatta anche per fare lavori umili. Quando si era in giro, tutti (ragazzi compresi) portavano il cappello. Del resto, lo testimoniano le numerose foto d’epoca …!

Perché oggi questa via si chiama Montenapoleone?

Che vuol dire?
Se la si cerca sulle antiche mappe di Milano, fino al 1800, non si trova traccia di questo nome. Infatti si chiamava inizialmente Contrada di Sant’Andrea.

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Il termine “contrada” aveva origine militare, forse risalente all’epoca romana: ad ogni contrada, era infatti legata una torre di guardia secondaria, presidiata dai “milites” (unità di cavalleria). Lì, in effetti, c’erano le mura della città romana e, a ridosso delle mura, a mò di fossato di protezione esterno, scorreva il Seveso … a dire il vero, il Seveso c’è ancora oggi e scorre lungo tutta la via, in direzione di San Babila, opportunamente tombinato, sotto il manto stradale sul lato dispari della via.

Il Settecento

La via era ben lungi dall’essere considerata una delle zone più lussuose e uno dei maggiori centri degli acquisti del prêt-à-porter della città.

Dalla contrada di Sant’Andrea si dipanava una zona di conventi e chiostri con i relativi orti: quelli delle Francescane Zoccolanti, delle Orsoline, delle Agostiniane, delle Benedettine, che si estendevano fino alla cerchia del Naviglio interno. I monasteri comprendevano, grosso modo, gli attuali isolati che contraddistinguono il “quadrilatero della moda”.

Erano i Borghi di Sant’Andrea, del Gesù, del Santo Spirito e di quello che, più tardi, fu chiamato Borgospesso perché nell’Ottocento, vi furono costruiti molti edifici, vicini l’uno all’altro, quindi ‘ammassati’ e da qui “spesso”. Non a caso, la prima zona ‘urbanizzata’ fu quella di Borgospesso, data la sua vicinanza alla Corsia del Giardino (l’attuale via Manzoni) che, oltre porta Nuova (medioevale), passato il ponte sul Naviglio, conduceva direttamente, verso nord-est, fuori città.

Con l’arrivo degli austriaci, la nuova amministrazione decise di aprire in questa via, la sede del Monte di pietà (1753-1796).

Il monte di pietà essendo un’istituzione finanziaria senza scopo di lucro, erogava prestiti di limitata entità a persone in difficoltà, fornendo loro la necessaria liquidità, in cambio di pegni lasciati dai clienti, a garanzia del prestito.
Istituto, questo, che segnò una grande svolta nella politica interna della Lombardia teresiana, divenendo uno degli strumenti fondamentali su cui poté contare l’amministrazione austriaca, per l’attuazione del suo vasto disegno riformatore. Di conseguenza, il nome della via cambiò in contrada del Monte di Santa Teresa .

Ottocento

Con l’arrivo poi, della dominazione francese e la nascita dell’omonima istituzione finanziaria, la via mutò ancora una volta nome in contrada del Monte Napoleone.
Con la grande secolarizzazione di beni ecclesiastici, voluta dalle leggi napoleoniche, i monasteri della zona vennero soppressi, le monache sloggiate, i conventi demoliti, ed i chiostri e gli orti, convertiti in giardini. L’amministrazione cittadina vendette i terreni confiscati, ai nobili e agli aristocratici che fecero costruire lì, le loro lussuose dimore.

Alla caduta di Napoleone e del Regno d’Italia nel 1814, gli austriaci, che ripresero il controllo della città, pensarono bene di cancellare subito il nome di Napoleone, e così il nome della via venne accorciato in contrada del Monte.

Con l’unità d’Italia nel 1861, nell’intento da parte dei milanesi, di cancellare il ricordo della presenza degli dominatori austriaci, da poco cacciati, il nome diventò via Montenapoleone.

Alcuni illustri personaggi milanesi abitarono in questa via: lo scrittore Carlo Porta, abitò a Palazzo Taverna (civico n. 2), e morì in quella casa, mentre Tommaso Grossi (pure lui poeta e scrittore), grande amico di Porta, visse e morì nella casa esattamente di fronte, al civico n. 1.

Sempre in questa via, sembra che, nel 1840, Giuseppe Verdi abbia composto, la sua terza opera lirica: Il Nabucco con la famosissima aria del ‘Va Pensiero’.


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