Giuseppe Verdi

Siamo in pieno trentennio Risorgimentale, così pieno di avvenimenti, eppure così stranamente sterile nel campo della letteratura e delle arti. La politica con l’idea dell’unità nazionale, aveva assorbito tutte le energie degli intellettuali italiani. Ce n’erano diversi in vari campi, ma nessuno di loro, proprio perché assorbito dalla politica, ebbe la capacità di primeggiare nel proprio settore. Ci fu uno solo, che, in quel particolare momento storico, brillò nel campo della musica: Giuseppe Verdi. Uno che, di politica non voleva proprio saperne, ma che seppe cogliere e tradurre in musica l’anelito di libertà di un popolo da troppi anni esiliato ed oppresso, richiamando gli ideali romantici, nazionalisti e patriottici di una rinascita italiana. Erano i suoi inni che,  scaldando gli animi del pubblico, trasformavano gli spettacoli della Scala di Milano e della Fenice di Venezia, in autentiche manifestazioni di patriottismo. E la sua musica prese talmente piede, che i volontari, andando al fronte, cantavano le sue arie più famose, quasi quella musica riuscisse ad infondere loro, quella carica di coraggio, necessaria per affrontare il nemico.

I suoi primi anni

 Joseph Fortunin François. era nato in frazione Le Roncole di Busseto, nell’attuale provincia di Parma. Il nome era stato redatto in francese, perché nel 1808 Busseto e il suo territorio, in precedenza appartenenti al Ducato di Parma, erano stati annessi all’Impero francese, creato da Napoleone. Sua madre gli aveva sempre detto che era nato il 9 ottobre 1814. Cresciuto per anni con questa convinzione, scoprì, richiedendo all’anagrafe un atto di nascita, di essere più vecchio di un anno, essendo nato ufficialmente il 10 ottobre 1813. Già da questo dettaglio si comprende il pressapochismo di una famiglia, incapace persino, di tenere a mente i dati anagrafici dei propri due figli. Joseph ebbe una sorella più giovane, Giuseppa, morta a 17 anni, nel 1833 e inferma fin dalla giovanissima età a causa di una meningite. Suo padre, Carlo Verdi (1784-1867), era un oste e rivenditore di sale e generi alimentari, attività queste che  alternava col lavoro nei campi, mentre la madre Luigia Uttini (1787-1851) era una filatrice.

Per farlo studiare a Busseto, il padre lo mise a pensione presso un ciabattino, pagandogli una retta di 30 centesimi al giorno. Fin da bambino, Verdi prese lezioni di musica dall’organista del paese, esercitandosi su una spinetta scordata, regalatagli dal padre, e precedentemente appartenuta a don Paolo Costa il prete del paese. Aveva 10 anni, quando morì il suo maestro d’organo. Per continuare a mantenersi senza gravare sulla famiglia, Verdi prese il suo posto, e lo mantenne fino al compimento dei 18 anni.

Gli studi musicali proseguirono in questo modo sconclusionato e poco ortodosso fino a quando Antonio Barezzi, amico di famiglia Verdi, non venne a sentirlo. Barezzi era, appassionato di musica: manteneva a proprie spese la banda del paese e possedeva pure un pianoforte che mise a disposizione del ragazzo, prendendoselo in casa. Non si scandalizzò per l’idillio nato fra Verdi e la figlia Margherita, anzi lo favorì. Lei era di un solo anno più giovane, e stava prendendo da lui. lezioni di piano. Desiderando che il futuro genero diventasse qualcuno, non esitò a mandare Verdi al Conservatorio di Milano integrando di tasca propria, il sussidio che Verdi percepiva dal Monte di Pietà di Busseto.

Bocciato al Conservatorio

“Non mi vollero da giovane, non mi avranno da vecchio”, così, giustamente piccato, usava raccontare lo stesso Verdi parlando del Conservatorio di Milano che lo bocciò all’esame di ammissione, per “mancanza di attitudine.

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In verità, la Commissione d’esame riconobbe in lui un certo talento per la composizione musicale, tuttavia il giudizio fu negativo per una serie di motivazioni:
aveva superato l’età massima alla quale solitamente si entra in Conservatorio
era uno straniero (allora l’Italia non era ancora unita, ma divisa in diversi Stati e Ducati)
la posizione delle mani sulla tastiera del pianoforte non era corretta (l’impostazione era quella appresa dall’organista del suo paese, non da un insegnante)
i posti disponibili per gli allievi, erano ormai esauriti.

Così fu costretto a prendere lezioni private, pagate dal Barezzi, fino a quando, a Busseto, morì l’organista della Cattedrale e lui concorse per il posto. Andò male pure questa volta a causa di un intrigo fra preti, che preferirono un altro al posto suo. In paese scoppiò addirittura una mezza rivolta, a sfondo politico. Le due fazioni, una a favore di Verdi, l’altra a favore del neo assunto organista, se le dettero di santa ragione, persino in chiesa, e a sedare gli animi dovette intervenire addirittura la duchessa Maria Luigia Bonaparte (moglie di Napoleone nel 1810), cui Verdi si era appellato, riconoscendo che aveva ragione.

Maria Luigia Bonaparte

Non se ne fece nulla comunque, perché Verdi tornato a Milano, andò in visita al Teatro dei Filodrammatici, dove stavano facendo le prove per un Oratorio di Haydn. Il maestro concertatore che avrebbe dovuto accompagnare l’orchestra al piano, quel giorno non venne e chiesero a Verdi di sostituirlo. Egli non si perse d’animo e pur non avendolo mai fatto prima, si mise al piano e mentre con una mano strimpellava sulla tastiera, con l’altra, dirigeva l’orchestra. Il successo fu tale che gli stessi mecenati presenti alla prova, gli affidarono l’esecuzione davanti all’arciduca Ranieri Giuseppe e all’Arciduchessa Maria Elisabetta di Savoia-Carignano. Fu un autentico trionfo.

Fino ad allora nessuno aveva fatto caso al talento innato di quel giovane, alto, magro, vestito dimessamente in abiti da contadino, un tipo piuttosto schivo, di carattere un pò scontroso, un soggetto che non aveva fatto nulla per farsi notare in qualche modo. Il Direttore dei Filodrammatici gli commissionò un’opera, cosa questa che gli fece dimenticare Busseto, viste le opportunità che offriva Milano. A Busseto, la presero molto male e in assenza di Verdi, la sollevazione popolare se la prese col Barezzi. Venuto a conoscenza della cosa, Verdi decise di rientrare a Busseto per tirar fuori dai guai il suo benefattore.

Il matrimonio e i figli

Il 4 maggio del 1836, Verdi ventitreenne, sposò nella chiesa della Santissima Trinità di Busseto,  Margherita, ventiduenne figlia del Barezzi, andando ad abitare in una bella casa che il suocero aveva acquistato e predisposto per loro.

Mentre Margherta metteva al mondo Virginia una bella bimba, e successivamente un maschietto, Icilio Romano, Verdi lavorava al suo primo melodramma Oberto, il Conte di San Bonifacio. Ci lavorò per due anni. Alla fine preso il suo spartito, andò a Milano, per le prove del melodramma, trasferendosi poi lì, con Margherita, in una modesta abitazione in via Cesare Correnti 15, a Porta Ticinese.

Ironia della sorte, durante le prove si ammalò il protagonista, il tenore Napoleone Moriani e l’opera non sarebbe più stata rappresentata se non si fosse impuntata il soprano Maria Clelia Giuseppa Strepponi per farla eseguire ugualmente mettendola a cartellone nella successiva stagione della Scala. Fu un periodo molto travagliato per Verdi, anche perchè nell’attesa della stagione successiva, doveva pur vivere. Il suocero gli mandò dei soldi, la moglie, a sua insaputa impegnò le poche gioie che aveva, al Monte di Pietà. Non fu un’opera esaltante ma ebbe comunque un discreto successo. Ricordi gli comprò lo spartito per 2000 lire. L’impresario Bartolomeo Merelli gli commissionò altre tre opere da fare entro otto mesi per dodicimila lire.

Chi era questo Bartolomeo Merelli

Quest’impresario, nativo di Bergamo, un mezzo lestofante, aveva inizialmente debuttato come librettista di Donizetti per poi darsi alle bische ed escogitare espedienti per pagare i debiti di gioco. Si mise persino a rubare posate d’argento in casa dei conti Moroni presso cui suo padre lavorava come amministratore dei loro beni. Mandato dal padre a Milano per non essere denunciato dai Conti, trovò impiego inizialmente come scopino in una agenzia teatrale, per poi diventarne addirittura il direttore in base a chissà quali intrallazzi. Da lì divenne poi ispettore generale degli Imperiali e Regi Teatri con stipendio da favola e con poteri assoluti in fatto di lirica Non aveva evidentemente grosse conoscenze di lirica se commissionò a Verdi un’opera buffa incompatibile col suo modo di essere.

Il dramma famigliare

Verdi stava lavorando sull’opera quando, nel giro di due anni, fu colpito da un dramma famigliare. Morirono i due figli e qualche mese dopo, anche la moglie, a causa di un’encefalite, a soli 26 anni. L’opera fu un fiasco totale dovuto sicuramente ai drammi personali vissuti in quei mesi .

Quello fu indubbiamente il periodo più nero della sua vita. Terribilmente amareggiato, se ne tornò a Busseto rifugiandosi in casa del suocero e giurando a se stesso che non avrebbe mai più composto nulla. Passava il suo tempo facendo passeggiate in campagna e leggendo qualche romanzo. Se ne tornò a Milano per liberare definitivamente la casa, ritirando le poche cose rimaste. Prese una stanzetta in affitto, dando lezioni di pianoforte. Di carattere molto chiuso, non amava, né voleva amicizie.

Un giorno, per strada, incontrò casualmente il Merelli, il quale, ricordandogli il contratto non rispettato, quasi di forza, gli mise in tasca un libretto.

Appena rincasato, furibondo per l’inatteso incontro, gettò il libretto violentemente sul tavolo, deciso a non utilizzarlo. In seguito al lancio, il testo si aprì su una pagina a caso. Posando l’occhio su quella pagina, Verdi si bloccò di colpo sul verso “Va’, pensiero , sull’ali dorate!”. Quel libretto di Temistocle Solera, si intitolava Nabucodonosor.

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Percepì, quasi inavvertitamente, che quel verso poteva essere cantato in un coro, che l’ambientamento poteva essere un grande affresco, con movimenti scenici di massa. Erano gli Ebrei che, dal lontano esilio, piangevano la patria perduta. Qualche biografo ipotizza che Verdi solfeggiando quel verso, sentisse che sarebbe stato l’inno del Risorgimento. Probabilmente Verdi non pensava minimamente al Risorgimento! Letto il libretto, si gettò a capofitto al lavoro, con la convinzione di colui che ci crede. La paura gli riaffiorò al momento delle prove, consapevole che se anche questa volta avesse fatto cilecca, l’impresario non avrebbe più voluto saperne di lui. Il soprano Giuseppina Strepponi che partecipò alle prove, ne fu entusiasta e gli dette quella carica di fiducia di cui aveva bisogno per poter affrontare l’esigente pubblico della Scala. Era, in effetti, un grosso rischio perché non si sapeva come avrebbe reagito il pubblico abituato a tutt’altro genere di lirica, duetti, sospiri, merletti secondo lo stile settecentesco. Il suo Nabucco era ben diverso, tutto muscoli, violento, declamatorio, senza sfumature di alcun tipo. Alla prima della Scala, il 9 Marzo 1842, era presente pure Gaetano Donizetti. Fu un autentico trionfo, sia per la novità, che per l’orecchiabilità delle sue arie diventate poi famose. Non a tutti piacque … forse per invidia per le tante ovazioni, Gioachino Rossini ad esempio, sprezzante, lo definì “un musicista con l’elmo in testa”.

La verità è che gli italiani fecero subito loro, quel “va’. pensiero … ” adattandolo alla loro condizione di esiliati in patria. Quando il Nabucco fu rappresentato alla Fenice di Venezia (26 Dicembre 1842), tutto il pubblico, in piedi, intonò quell’aria, insieme al coro, agitando contro i palchi gremiti di ufficiali austriaci, una miriade di bandierine tricolori.

Il Nabucco segnò l’inizio della sua carriera artistica. Di colpo, gli si spalancarono davanti non solo opportunità teatrali, ma pure i salotti bene dell’aristocrazia milanese. Fu in quest’occasione che conobbe e iniziò a frequentare il salotto di Clara Maffei o quello della Morosini, o della Soranzo. Nonostante il suo carattere schivo, si presentava agli appuntamenti mondani, secondo il suo stile di sempre, senza particolari complessi, sempre molto asciutto e schietto.

Nel frattempo, si era messo al lavoro per “I Lombardi alla prima Crociata“, pure quest’opera sullo stile del Nabucco, con cori patriottici, molto orecchiabili. Non mancò il successo, pure in questo caso. Seguirono “dieci anni di galera” come definì lui stesso quel periodo, in cui si chiuse in casa, dedicando corpo e anima a comporre ben quindici opere, tutte importanti. Non lo fece tanto per soldi, o per il successo, ma per il bisogno di esprimere se stesso. Ed ecco l’Ernani, i due Foscari, Giovanna d’Arco, Alzira, Attila, Macbeth, I Masnadieri, il Corsaro, La battaglia di Legnano. Luisa Muller, Stiffelio. Era Verdi che ormai dominava la scena anche perché Rossini era, da tempo, ammalato e Donizetti era già morto nel 1848.

Il successo lo aveva reso ricco, e famoso ma lui continuava a vivere modestamente come aveva sempre fatto, in un alloggio senza comfort di alcun tipo, assolutamente disadorno. Andò a vivere con Verdi, il suo compaesano Muzio, pure lui allevato dal Barezzi con l’idea di farlo diventare musicista. Non avendo però talento, Muzio non riuscì a sfondare e si mise a fargli da attendente, con una dedizione incredibile. Da cuoco a lavandaio, da segretario ad infermiere. Verdi andava frequentemente soggetto a mal di gola ed essendo irascibile e nervoso, pure a crampi allo stomaco.

Memorabili i suoi scontri col Merelli

Davvero memorabili furono gli scontri che Verdi ebbe con l’impresario Merelli, taccagno lestofante, disonesto di prim’ordine. La sua sete di guadagno era tale che non esitava a imbastire un’ opera nuova, mettendo insieme singoli brani di Verdi con quelli di altri autori, unicamente per fare cassa. La sua spregiudicatezza era tale da infischiarsene del buon nome dello sfortunato musicista di turno. Con tutti i soldi che percepiva dalle repliche delle opere verdiane, il Merelli, per pura taccagneria, non faceva allestire delle scene credibili che accompagnassero la musica. Nell’Attila, ad esempio, la scena di un mare in burrasca, che nell’incalzare della musica dava l’impressione dell’incombere di un fortunale, era presentata con un mare placido senza una sola onda increspata, sotto un improbabile cielo assolutamente limpido e terso .
Verdi si rifiutò di dargli il Macbeth, che preferì rappresentare a Firenze piuttosto che a Milano. Su suggerimento del poeta e scrittore Giuseppe Giusti, che conobbe a Firenze. decise di abbandonare i soggetti stranieri, commissionando a Salvatore Cammarano, la scrittura del libretto de La battaglia di Legnano.

La sua notorietà aveva ormai varcato i confini nazionali. A Londra lo vollero per i Masnadieri, a Parigi per Jerusalem, una sorta di riadattamento dei Lombardi alla prima Crociata. Si lasciò convincere a comporre il Corsaro a fronte di un cospicuo compenso. Fu un disastro, un autentico fiasco, il secondo della sua vita, a causa di una recente crisi reumatica che lo aveva tutalmente svuotato. Al solito venne in suo aiuto Guseppina Strepponi.

Chi era Giuseppina Strepponi?

Nata a Lodi l’8 Settembre 1815, era figlia di un compositore d’opera.Era il soprano, due anni più giovane di Verdi, che col Nabucco, aveva dato l’avvio alla gloria del musicista. Aveva interpretato in quell’occasione il ruolo di Abigaille. All’età di soli trent’anni, aveva iniziato ad avere abbassamenti di voce che l’avevano costretta ad abbandonare le scene.

Era riuscita ad uscire con enorme dignità, da una lunga relazione sentimentale col tenore Napoleone Moriani, già sposato per conto suo, da cui aveva avuto due figli.

il tenore Napoleone Moriani

Ricadde nuovamente, questa volta con l’impresario Bartolomeo Merelli, la cui relazione produsse una terza gravidanza interrotta da un aborto che la debilitò totalmente, tanto da costringerla a ritirarsi a Parigi dove, per accudire alla famiglia, fu costretta a dare lezioni di canto. La relazione che poi nacque fra lei e Verdi, non fu passione o amore ma una profonda amicizia che col tempo si tramutò in affetto.

Lei era più colta di lui, sapeva scrivere meglio di lui e gli teneva la corrispondenza. Lui si vergognò per molti anni di andare in giro con lei e di accennare alla loro relazione. Temeva le maldicenze, nascondeva il suo rapporto con lei e si vergognava anche di parlare dei figli di lei perchè bastardi.

Nel 1848, Verdi si trasferì a Parigi iniziando una convivenza alla luce del sole con la Strepponi. La vena creativa era sempre vigile e feconda, tanto che dal 1851 al 1853 compose la celeberrima “Trilogia popolare”, notissima per i tre fondamentali titoli ivi contenuti, ossia “Rigoletto“, “Trovatore” e “Traviata”. Per la Traviata, in particolare, Verdi sapeva di rischiare grosso poichè non si era mai vista una protagonista cortigiana. Alla prima il pubblico reagì male e fischio’. Le successive repliche invece, furono meno negative: un misto di fischi sommersi dagli applausi per poi finire con ovazioni. Il successo di queste opere fu clamoroso.

Il successivo trasferimento di Verdi e la Strepponi a Busseto, destò scandalo e persino il Barezzi (il padre di Margherita, sua prima moglie), trattò Giuseppina come fosse un’appestata. Decisero quindi di trasferirsi in campagna a Villanova sull’Arda troncando pure il rapporto col Barezzi. In una lettera al suocero, del 21 gennaio 1852, Verdi scrisse:

“In casa mia vive una signora libera, indipendente, amante come me della vita solitaria, con una fortuna che la mette al coperto di ogni bisogno. Né io né lei dobbiamo a chicchessia conto delle nostre azioni… A lei, in casa mia, si deve pari anzi maggior rispetto che non si deve a me… Ella ne ha tutto il diritto, e pel contegno e pel suo spirito, e pei riguardi speciali cui non manca mai verso gli altri”.

Riallacciarono poco dopo, grazie all’intervento di Giuseppina che, col suo modo di fare, riappacificò i due, al punto che il Barezzi, cambiò totalmente opinione su di lei, riconoscendola come una “quasi figlia”. Trascorsero comunque dodici anni prima che Verdi decidesse di sposarla. La relazione tra Verdi e la Strepponi si ufficializzò il 29 agosto 1859, quando si sposarono nella chiesa di Collognes-sous-Saléve, in Savoia, con il campanaro e il cocchiere come unici testimoni del matrimonio.

Sposata finalmente Giuseppina e conquistata la giusta fama, si trasferì con la Strepponi nel podere di Sant’Agata, frazione di Villanova sull’Arda (in provincia di Piacenza), dove visse gran parte del tempo. Ma qualcosa stava cambiando nei gusti dell’élite. La musica lirica si riteneva ormai sorpassata e stava prendendo piede la musica sinfonica tedesca. Verdi, che era la personificazione della musica lirica, si sentì offeso e manifestò chiaramente l’intenzione di mollare tutto. Poi l’orgoglio mai domo, ebbe il sopravvento e volle dimostrare ai suoi detrattori che non era finito e aveva ancora da dire la sua.. Rielaborò il Macbeth facendo sfoggio di mezzi tecnici inediti. obbligando i suoi detrattori a ricredersi su di lui, e sulle sue capacità di rinnovamento. Pure il Don Carlos nel 67 a Parigi, stupì il pubblico per la bellissima orchestrazione.

Lei si adattò a tutto subendo anche cocenti umiliazioni quando Verdi, ormai quasi sessantenne, nel 1877, s’innamorò del soprano Teresa Stolz (conosciuta nei salotti di Clara Maffei) interprete dell’Aida e quel che è peggio, ne fece ostentazione.

Teresa Stolz

La Strepponi, sentendosi profondamente ferita, rifiutò di assistere alle prove della Forza del destino: per tutta risposta Verdi le portò la rivale in casa. Giuseppina la accolse con grande cordialità dichiarando infami le dicerie sul rapporto fra la rivale e suo marito. La relazione con la Stolz andò avanti per un po’, ma lui comunque continuava ad essere sempre più introverso e scontroso.

Nel 1879 Verdi fu invitato a dirigere la sua Messa da Requiem per una raccolta fondi per le vittime di un’inondazione. Il successo fu tale che il pubblico uscito da Teatro, alla fine dello spettacolo, si radunò in massa sotto le finestre del Grand Hotel et de Milan in via Manzoni ove alloggiava Verdi, osannando il Maestro . Quando questi apparve alla finestra della sua suite per ringraziare per tanta testimonianza di affetto, il Maestro Franco Faccio, con un’orchestra adunata sotto le sue finestre, intonò la sinfonia del Nabucco. e il preludio del terzo atto della Traviata. Verdi ne rimase visibilmente commosso. Ad organizzare il tutto era stato Arrigo Boito, il futuro librettista delle sue due ultime bellissime opere, l’Otello (1887) e il Falstaff (1893).

Composto dopo 16 anni di silenzio , (l’opera precedente, Aida, era andata in scena nel 1871), l’ Otello conteneva numerosi elementi di novità rispetto alle opere precedenti del Maestro. Verdi cominciò a lavorarci, smise e riprese più volte. La partitura fu il suo tormento per cinque lunghi anni, dal 1881 al 1886. Si era affezionato a quel personaggio, che chiamava ‘cioccolatte’, come a un figlio difficile e ribelle.  La prima alla Scala, del 5 febbraio 1887 fu molto apprezzata per la sua capacità nel rendere i passaggi musicali e di scena senza interruzioni. Questa nuova opera divenne fin da subito un successo planetario.

All’intenzione di Verdi di concludere con l’Otello la propria carriera, Boito gli presentò il libretto del Falstaff., opera buffa, che lui non volle nemmeno leggere, perché gli evocava il ricordo più drammatico della sua vita: il fiasco di Un giorno di regno che aveva rischiato di precludergli la carriera di compositore e fatto dire a Rossini che Verdi era un musicista da lavori pesanti”. Boito tanto fece, lavorando sul suo orgoglio e aizzandolo alla rivalsa che, alla fine, lo convinse a leggere il libretto. A Verdi piacque il personaggio panciuto e le sue comari e, per la prima volta, compose un’opera con musica bisbigliata e meno drammatica. E dopo due anni di lavoro, il trionfo si ripeté. Con quest’opera si concluse la sua carriera.

A Verdi venne richiesto da parte del Conservatorio di Milano, di intitolare la Scuola di Musica a suo nome. Ovviamente, dato il suo carattere, rifiutò non avendo ancora digerito la bocciatura dì sessanta anni prima!

Nel 1897 ebbe un lungo svenimento che fece temere il peggio. Morì invece Giuseppina. stroncata da una polmonite. Fu un colpo tremendo per Verdi che oltre all’affetto più caro, aveva visto spegnersi, nel corso degli anni, tutti i suoi più cari amici , fra cui Muzio , Clara Maffei, la Somaglia

Cariche istituzionali

Verdi non si occupò mai di politica, non gli interessava proprio. A Londra aveva conosciuto Mazzini d’ispirazione repubblicana. Si era poi convertito alla causa piemontese, d’ispirazione monarchica, probabilmente perchè il pubblico acclamava in V.E.R.D.I. la sigla di Vittorio Emanuele Re d’Italia, coincidenza che favorì i suoi numerosi successi. Questo grido venne lanciato per la prima volta, dai romani, in occasione della prima di Un ballo in maschera che venne rappresentato nel 1859 proprio quando la coalizione franco-piemontese stava cacciando gli austriaci dalla Lombardia. Verdi, che si trovava a Busseto a seguire gli avvenimenti, fu inviato a Torino, insieme ai delegati del Ducato di Parma, a portare i risultati del plebiscito in favore dell’annessione al Piemonte. Egli ebbe modo di conoscere Cavour, che lo volle con sè, come deputato. Lui cercò di sottrarsi all’incarico, senza riuscirci. In tutta la legislatura. quando presente, non prese mai una volta la parola e si limitò a copiare pedestremente le mosse di Cavour in parlamento: si alzava quando lui si alzava, si sedeva quando lui si sedeva! Allo scadere della legislatura. rifiutò di ricandidarsi alla successiva.

Nel 1874, fu pure nominato senatore. In questi anni compose “La forza del destino“, “Aida” e la “Messa da requiem“, scritta e pensata come celebrazione per la morte di  Alessandro Manzoni.

Fu insignito della Commenda della Corona d’Italia, che restituì, offesissimo, al Ministro Broglio perché quest’ultimo aveva deplorato, in sua presenza, la decadenza del melodramma italiano, dopo Rossini.

Iniziative filantropiche

Nel 1895 scrisse una musica a beneficio delle vittime del terremoto avvenuto fra Reggio Calabria e Messina nel dicembre del 1894. Acquistò nello stesso anno dei terreni in periferia a Milano per farvi edificare una Casa di Riposo per musicisti e cantanti in pensione ove 65 anni e di un ospedale a Villanova sull’Arda, vicino a Busseto.

La morte e i due funerali

La notte del 27 gennaio 1901, il Maestro Giuseppe Verdi spirò dopo 6 giorni di agonia in conseguenza di un ictus, nella suite n. 105 del Grand Hotel et de Milan, assistito dalla figlia adottiva Filomena insieme alla cantante Teresa Stolz. Sin dal 1872, Verdi aveva scelto quest’albergo come sua residenza milanese, per la sua posizione strategica in via Manzoni, nei pressi del Teatro alla Scala.

Leggi l’articolo sul Grand Hotel et de Milan

Il primo annuncio della morte di Verdi fu dato il 28 gennaio dal librettista Giuseppe Giacosa dalle pagine del quotidiano piacentino “Libertà”, notizia che venne subito ripresa da tutti i quotidiani e settimanali , che riportavano le attestazioni di cordoglio dall’Italia e da tutto il resto del mondo..

Nelle intenzioni testamentarie di Verdi: riportate nelle “Lettere 1843-1900”, a cura di Baldassarre Onorelli, si legge:

“Ordino che i miei funerali siano modestissimi e si facciano allo spuntar del giorno o all’Ave Maria, di sera, senza canti e suoni. Basteranno due preti, due candele e una croce. Si dispenseranno ai poveri di Sant’Agata lire mille il giorno dopo la mia morte. Non voglio alcuna partecipazione alla mia morte con le solite forme.”

L’affetto spontaneo degli italiani per Verdi, fu tale, che vennero totalmente disattese le ultime volontà del Maestro. Nessuno accettò di assecondare i suoi desideri, rinunciando ad accompagnarlo all’ultima dimora, o a salutarlo lungo il percorso, per tributargli il dovuto omaggio. Il “funerale modestissimo” si trasformò nell’adesione corale di centinaia di migliaia di persone che sin dalle prime luci dell’alba, si radunarono lungo le strade dove sarebbe transitato il feretro preceduto da sette preti (e non due), fra via Manzoni e il Cimitero Monumentale, creando due immense ali di folla.

Il passaggio del feretro verso il Cimitero Monumentale

Nel trigesimo della sua morte, essendo stati ultimati i lavori della Casa di Riposo per Musicisti e Cantanti, da lui voluta come iniziativa filantropica, per esaudire le sue volontà, la salma venne traslata dal Cimitero Monumentale alla Casa di Riposo , quella che lui amava definire “l’opera mia più bella” . Fu quindi organizzato un secondo funerale con la grandiosa partecipazione di oltre 300.000 persone. guidato in testa da un coro di 820 voci intonante il “Va pensiero”, dirette dal Maestro Arturo Toscanini

Il corteo fu così imponente da impiegare 11 ore per raggiungere il palazzo in Piazza Buonarroti.

Transito del feretro in piazza Cairoli
Cripta Verdi-Strepponi presso la Casa di Riposo
Cripta Verdi-Strepponi presso la Casa di Riposo

Tutte le sue opere

  • Oberto, Conte di San Bonifacio (1839) – Dramma in due atti di Temistocle Solera
  • Un giorno di regno (1840) – Melodramma giocoso in due atti di Felice Romani
  • Nabucco (1842) – Dramma lirico in quattro parti di Temistocle Solera
  • I Lombardi alla prima crociata (1843) – Dramma lirico in quattro atti di Temistocle Solera
  • Ernani (1844) – Dramma lirico in quattro parti di Francesco Maria Piave
  • I due Foscari (1844) – Tragedia lirica in tre atti di Francesco Maria Piave
  • Giovanna d’Arco (1845) – Dramma lirico in un prologo e tre atti di Temistocle Solera
  • Alzira (1845) – Tragedia lirica in un prologo e due atti di Salvadore Cammarano
  • Attila (1846) – Dramma lirico in un prologo e tre atti di Temistocle Solera
  • Macbeth (1847) – Melodramma in quattro atti di Francesco Maria Piave, con interventi di Andrea Maffei
  • I masnadieri (1847) – Melodramma tragico in quattro parti di Andrea Maffei
  • Jérusalem (1847) – Grand opéra in quattro atti di Alphonse Royer e Gustave Vaëz, rifacimento de “I Lombardi alla prima crociata”
  • Il corsaro (1848) – Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
  • La battaglia di Legnano (1849) – Tragedia lirica in quattro atti di Salvadore Cammarano
  • Luisa Miller (1849) – Melodramma tragico in tre atti di Salvadore Cammarano
  • Stiffelio (1850) – Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
  • Rigoletto (1851) – Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
  • Il trovatore (1853) – Dramma in quattro parti di Salvadore Cammarano, con aggiunte di Leone Emanuele Bardare
  • La traviata (1853) – Melodramma in tre atti di Francesco Maria Piave
  • Les vêpres siciliennes (1855) – Grand opéra in cinque atti di Eugène Scribe e Charles Duveyrier
  • Simon Boccanegra (1857) – Melodramma in un prologo e tre atti di Francesco Maria Piave, con interventi di Giuseppe Montanelli
  • Aroldo (1857) – Melodramma in quattro atti di Francesco Maria Piave, rifacimento di Stiffelio
  • Un ballo in maschera (1859) – Melodramma in tre atti di Antonio Somma
  • La forza del destino (1862) – Opera in quattro atti di Francesco Maria Piave
  • Don Carlos (1867) – Grand opéra in cinque atti di Joseph Méry e Camille du Locle
  • Aida (1871) – Opera in quattro atti di Antonio Ghislanzoni
  • Messa da Requiem (1874) in onore di Alessandro Manzoni
  • Otello (1887) – Dramma lirico in quattro atti di Arrigo Boito
  • Falstaff (1893) – Commedia lirica in tre atti di Arrigo Boito

Onorificenze

Onorificenze italiane

  • Cavaliere dell’Ordine Civile di Savoia— 1869
  • Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro (1887)
  • Cavaliere di Gran Croce decorato di Gran Cordone dell’Ordine della Corona d’Italia (1887)

Onorificenze straniere

  • Cavaliere della Legion d’Onore—  )1852)
  • Cavaliere dell’Ordine di San Stanislao – San Pietroburgo, (1862)
  • Cavaliere di III classe dell’Ordine di Medjidié (1869)
  • Commendatore dell’Ordine Imperiale di Francesco Giuseppe (1869)
  • Cavaliere dell’Ordine Pour le Mérite (classe di pace) (1887)
  • Cavaliere di Gran Croce della Legion d’onore— 1894

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