Carlo Porta

‘Spetteguless’ … ai primi dell’Ottocento

Carlo Porta è considerato il maggior esponente della poesia dialettale milanese dell’Ottocento, un ‘grande’ del suo tempo! Le sue rime meritano di essere annoverate tra gli esiti più significativi della poesia romantica italiana.

Passando da via Larga, all’altezza del ‘Verziere‘, non è difficile notare la statua in bronzo, a lui dedicata. Fu realizzata nel 1966, dallo scultore modenese Ivo Soli (autore pure di un angelo marmoreo nel Duomo di Milano).  

Monumento a Carlo Porta

I suoi primi anni

Ultimo dei tre maschi, di otto fratelli, nacque a Milano il 15 giugno del 1775, da Giuseppe e Violante Gottieri. Discendeva da una famiglia benestante: Il padre era funzionario dell’Impero d’Austria, giunto al grado di cassiere generale del Monte di Santa Teresa;  la madre era una casalinga, donna molto religiosa, con un parentado, in cui abbondavano i membri del clero.

Aveva solo dieci anni quando, rimasto orfano di madre nel dicembre 1785, il padre lo mandò a studiare a Monza, nel Regio Imperial collegio de’ convittori, condotto da ex-gesuiti. Successivamente, continuò gli studi nel loro collegio di Muggiò.
Ebbe un’infanzia abbastanza infelice: era praticamente solo, poiché tutte le sue cinque sorelle erano morte in tenera età, e i suoi due fratelli erano molto più grandi di lui (il maggiore, addirittura dieci anni più di lui).

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Studiò in Seminario

Il padre Giuseppe gli fece continuare gli studi in Seminario, cosa che gli diede effettivamente una formazione culturale valida.  Si intuisce, tuttavia, che Carlo lo fece unicamente per ossequio al padre. Probabilmente a causa della rigidità di certe posizioni della Chiesa, diventò anticlericale al punto che, questa sua avversione risulterà evidente in molti dei suoi scritti. Cominciò in quegli anni a scrivere, in dialetto, le sue prime poesie.
La sua prima opera nota, fu l’almanacco El lavapiatt del meneghin che l’è mort’, risalente al 1792. 

Abbandonò gli studi per lavorare

Il padre Giuseppe, convinto sostenitore del regime asburgico, perse il lavoro quando, nel 1796, i francesi, alla guida di Napoleone, arrivarono a Milano. Cosicché Carlo, che ancora non aveva finito i corsi del Seminario, dovette troncare gli studi per mettersi a lavorare, intraprendendo la carriera amministrativa. Il padre lo mandò dapprima a Venezia, a lavorare per alcuni anni. Più tardi, tornato a Milano, in attesa di un nuovo impiego, si dedicò all’attività teatrale e poetica. Dal 1799, cominciò a fare l’attore dilettante al Teatro Patriotico (ex chiesa dei Santi Cosma e Damiano, che diventerà, poi, il Filodrammatico), di orientamento progressista.

La sua, fu una vita abbastanza scialba, trascorsa dietro lo sportello di un impiego modesto alle Finanze, a quotidiano contatto con le  massaie ed i piccoli artigiani: tutta gente comune, angustiata da mille problemi, che stentava ad arrivare a sera, afflitta, com’era, dalle proprie miserie.

Immedesimandosi nella quotidianità dei problemi degli altri, lui prese ispirazione per le sue opere, cominciando a maturare la sua avversione verso le classi più abbienti, i politici ed il clero, arroccati tutti, nei loro privilegi.

Carlo Porta poeta dialettale
Carlo Porta poeta dialettale

Trovò impiego sotto la dominazione francese

Nel 1804, in periodo di dominazione francese, trovò impiego all’Ufficio del Debito Pubblico – dall’anno successivo, noto come Monte Napoleone – per il quale, lavorò per tutto il resto della sua breve vita.

Era già diventato popolare per le sue rime, quando si mise a lavorare ad una traduzione, in milanese, della Divina Commedia. Celeberrima è la sua versione dell’enigmatico verso “Papé Satan, papé Satan aleppe”, messo in un verso di una filastrocca per bambini: “Ara, bell’ara, discesa cornara”.

Il suo matrimonio

Nel 1806, sposò Vincenza Prevosto, figlia di un gioielliere di via Orefici, già vedova di Raffaele Arauco, Ministro delle Finanze della Repubblica Cisalpina. Con lei, andò a vivere nel centro di Milano: dapprima in  contrada degli Omenoni e successivamente, nel 1811, in contrada del Monte n.2, a Palazzo Taverna. Da Vincenza, ebbe due figlie (Anna e Maria) e due figli (Gian-Battista che morì in fasce, e Giuseppe).

I suoi scritti

Indirizzò la sua satira, essenzialmente, contro la società contemporanea, soprattutto contro la nobiltà boriosa, ipocrita, ferocemente attaccata ai privilegi acquisiti e incurante dei mutamenti epocali in atto.
Dette anche voce alla gente comune, cui dette modo di esprimere il proprio pensiero, facendosi portavoce dei loro risentimenti, con dei monologhi spesso insolenti, nei confronti dell’aristocrazia e del clero.

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Con grande maestria, riuscì ad esprimere il suo pensiero, molto spesso irriverente, contro chi non gli andava a genio, scrivendo dei versi in dialetto, già difficili da capire per un non-milanese, figurarsi poi per uno straniero! Sicuramente fu il dialetto che lo salvò da arresto sicuro per aver criticato pesantemente in pubblico qualche alto funzionario francese delle istituzioni. Molte delle satire anticlericali più feroci, trovarono il plauso di una buona fetta di ecclesiastici, a loro volta, critici contro i costumi di una parte della chiesa dell’epoca.  Si era diffusa in Lombardia una corrente Giansenista che, quegli anni, influenzò pesantemente persino Alessandro Manzoni.

La teoria Giansenista era basata sull’idea che l’essere umano nasca ormai essenzialmente corrotto, e quindi, inevitabilmente, destinato a fare il male: senza la grazia divina, l’uomo. non può far altro che peccare e disobbedire alla volontà di Dio.

Fra le sue opere di maggior rilievo, vanno segnalate le seguenti: Ona vision (1812), Fra Diodatt (1813-1814), Olter Desgrazzi de Giovannin Bongee (1813-1814), La Ninetta del Verzee (1814), Fra Zenever (1814-1815), El lament del Marchionn di gamb avert (1816) e La Preghiera (1820).

Le sue amicizie

Fu amico dei più illustri intellettuali di quegli anni: MarieHenri Beyle (Stendhal), Ugo Foscolo, Alessandro Manzoni, Tommaso Grossi, Giovanni Berchet. In particolare, l’amicizia con Tommaso Grossi, gli costò una denuncia, per aver scritto (o aver collaborato a scrivere con lui), la Prineide, nel 1814, (satira feroce, relativa al linciaggio del politico Giuseppe Prina –Ministro delle finanze del Regno d’Italia nel periodo di dominazione francese – che venne assassinato, proprio quell’anno).

Tommaso Grossi
il suo amico Tommaso Grossi

Nel 1815, scrisse di persona, una sorta di testamento letterario indirizzato al figlio Giuseppe (che all’epoca aveva solo 8 anni), raccogliendo per lui, in un quaderno, tutte le sue poesie, comprese alcune, inedite.

Una morte prematura

Un brutto attacco di gotta, di cui soffriva da tempo,  lo stroncò prematuramente il 5 gennaio 1821 a soli quarantacinque anni e nel pieno della sua fama. Fu sepolto nel cimitero di San Gregorio, dietro il Lazzaretto, fuori Porta Orientale.

Il figlio non saprà mai del suo testamento letterario

Purtroppo Giuseppe, suo figlio, non vide mai il quaderno che Carlo gli aveva destinato , in quanto censurato’, dal confessore di famiglia, il giansenista Luigi Tosi. Questi,  incaricato da Tommaso Grossi,  amico di Carlo,  di stabilire se, a suo giudizio, fosse opportuno o meno, consegnare al giovane (allora quattordicenne) il quaderno del papà, non solo non rese edotto il ragazzo dell’esistenza di tale scritto, ma addirittura, a causa del contenuto, da lui giudicato controverso, stracciò quasi la metà delle poesie che vi erano contenute. Davvero un peccato, perché è tutta letteratura andata perduta!

Luigi Tosi
vescovo giansenista Luigi Tosi

Andarono perse anche le sue ceneri

Nel 1883, al momento della dismissione del Foppone di San Gregorio (soppresso, in seguito all’apertura del Cimitero Monumentale), anche i suoi resti andarono purtroppo perduti (fatto abbastanza comune in quegli anni).

Era pratica molto diffusa allora, in tutti i ciiteri cittadini, il seppellire i cadaveri in terra, ponendovi sopra una semplice croce in legno, senza alcun nome o riferimento. Al contrario di quanto avviene oggi, nei cimiteri di allora, si trovava una successione di croci senza però alcun riferimento preciso, nome o altri simboli che consentissero di identificare la salmai. Solo i parenti stretti del defunto, se ancora viventi, potevano conoscere esattamente la posizione ove il loro congiunto era stato inumato.
Per i soli personaggi illustri come autorità, scrittori, poeti o altri, il Comune usava apporre una targa ‘in memoria’, non, come si potrebbe pensare,  posta sulla tomba ai piedi della croce, bensì affissa sul muro di cinta del cimitero, ‘nelle vicinanze’ della tomba.

Per cui, se al momento della riesumazione, non riuscivano a trovare fra i documenti, riferimento certo relativo alla posizione esatta della tomba, oppure non riuscivano a reperire più alcun discendente prossimo del defunto che potesse indicarne il punto esatto, non era più possibile identificarne i resti, con sicurezza. E questo avvenne nel caso di diversi nomi illustri, non solo in quel cimitero ma anche in tutti gli altri della città. Bonificando tutta la zona, e avendo perso ogni traccia di dove fosse esattamente, i poveri resti di Carlo Porta, furono messi in una fossa comune.

Lapide di Carlo Porta nella Cripta della chiesa di San Gregorio
Lapide di Carlo Porta nella Cripta della chiesa di San Gregorio

L’unica traccia che rimane oggi di lui, a parte il monumento in via Larga, è la targa a ricordo che il Comune aveva posto all’interno del muro di cinta del cimitero di San Gregorio al Lazzaretto, e che ora, staccata da quel muro, è visibile attualmente nella Cripta della nuova chiesa di San Gregorio a Porta Venezia.

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