Piazza del Duomo nei secoli

Premessa

Tutti conosciamo la Piazza del Duomo, ma quella che ammiriamo oggi, non ha niente a che vedere con l’analoga piazza del passato. Già 160 anni fa, alla proclamazione dell’unità d’Italia, era molto diversa da oggi, non solo per gli edifici che le facevano da cornice, bensì proprio per la conformazione e la dimensione della piazza stessa. Guardando la foto qui sotto, scattata proprio nel 1860, non sembra proprio di essere a Milano, eppure la piazza, è proprio Piazza del Duomo, vista dalla scalinata del sagrato!

Piazza Duomo nel 1860

Tornando poi ancora più indietro nei secoli, non si stenta a credere fosse ancora differente, direi assolutamente irriconoscibile.

Ripercorriamo, pertanto la storia di questa piazza, attraverso i monumenti che l’hanno resa celebre, ma anche attraverso spunti di vita quotidiana, tragedie vissute o fatti storici documentati, che hanno portato questa piazza a cambiare via via volto in funzione dei tempi, sino ad assumere l’aspetto che conosciamo oggi.

IV – VIII secolo

Mediolanum è capitale dell’Impero romano d’Occidente: siamo nel 313, l’anno passato alla storia, per il famoso “Editto di Costantino e Licinio“, accordo sottoscritto nel febbraio di quell’anno, dai due Augusti dell’Impero romano, Costantino per l’Occidente e Licinio per l’Oriente, in vista di una politica religiosa comune alle due parti dell’impero. Praticamente è un editto che concede a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani, la libertà di venerare le proprie divinità, ponendo definitivamente termine alle persecuzioni.

Proprio quell’anno, molto probabilmente in virtù di tale Editto, iniziò la costruzione del primo battistero della città, quello di Santo Stefano alle Fonti (313). L’anno successivo, continuando in ordine cronologico, vicino al battistero, venne fondata la prima Basilica paleocristiana della città, la “vetus“, cioè “antica” (314). Successivamente, non lontano da lì, venne costruita una seconda basilica paleocristiana, la “major” o “nova”, cioè “maggiore”o “nuova”, (iniziata nel 350), ed infine un secondo battistero, quello di San Giovanni alle Fonti (iniziato nel 378).

La basilica major sorse nello stesso luogo dove, in epoca romana, c’era stato un tempio pagano dedicato a Minerva, a sua volta costruito sulle vestigia di un precedente tempio celtico dedicato alla dea Belisama. All’epoca, la “major”, a cinque navate, era uno dei maggiori templi cristiani dell’Impero con i suoi 45,30 mt di larghezza per 67,60 di lunghezza.

La presenza di due basiliche molto ravvicinate era un fatto abbastanza comune nel Nord Italia durante l’età costantiniana e si poteva trovare, in particolare, in città che erano sedi vescovili come Pavia, Cremona,  Bergamo,  Brescia, Como e Vercelli.

ALCUNE NOTE SULL’IMPORTANZA DI QUESTI BATTISTERI.

Esisteva un raffinato sistema per far scendere l’acqua, da colonne forate, su i battezzandi. Era infatti un esigenza fondamentale nella liturgia antica, l’utilizzo dell’ acqua zampillante, per lavare il peccato originale attraverso il battesimo che, in origine, si celebrava la vigilia di Pasqua per gli adulti, tramite immersione.

Ambrogio di Treviri venne battezzato nel battistero di Santo Stefano alle Fonti, nel 374 poco prima di assumere, il 7 dicembre di quell’anno, la carica di Vescovo di Milano. Aveva 34 anni!

È nel battistero di San Giovanni alle Fonti che, nella Pasqua  del 387, che il “tedesco” Aurelio Ambrogio,  meglio conosciuto come sant’Ambrogio, battezzò il “nordafricano” Agostino d’Ippona, recentemente convertitosi al cristianesimo insieme con il figlio Adeodato e con alcuni amici. Il battistero fu voluto proprio da sant’Ambrogio, che lo fece edificare nei primi anni del suo episcopato.

Con l’approssimarsi della caduta dell’Impero romano nel 476, cominciò un lungo periodo di oscurantismo, segnato pesantemente dal susseguirsi delle invasioni barbariche.

Entrambe le basiliche furono accomunate dalla stesso triste destino! Furono distrutte da Attila, re degli Unni, nel 452. Riparate entrambe alla bene meglio da Eusebio nel 454, furono ben restaurate dal vescovo Lorenzo I di Milano, nel 490-512. Nuovamente distrutte da Vitige re degli Ostrogoti nel 539, rimasero ruderi abbandonati fino a quando Carlo Magno non cacciò i Longobardi nel 774.

Anche se non sembra ci siano riferimenti espliciti che lo comprovino, si presume che pure i due battisteri abbiano subito la medesima sorte delle basiliche.

Milano paleocristiana

IX-X secolo

Fu Carlo Magno re dei Franchi, a restituire a Milano il suo ruolo di metropoli della provincia  ecclesiastica nord-occidentale, togliendo la funzione alla capitale longobarda Pavia. La metropoli della provincia  ecclesiastica nord-orientale, era Aquileia.
La liturgia della monarchia in chiesa (cioè la consacrazione dei re, i matrimoni, funerali e le sepolture) era totalmente inesistente presso i Longobardi. Le varie cerimonie si facevano nei circhi, in presenza dell’esercito. Fu Carlo Magno con i Franchi, ad inaugurare per primo, una nuova stagione, ispirandosi alle cerimonie molto più solenni in chiesa, così come si usavano effettuare in epoca costantiniana e bizantina.

La ricostruzione delle basiliche

La “vetus” intitolata a Santa Maria Maggiore  

Spettò all’arcivescovo franco Angilberto I (822 – 824) la fondazione della nuova basilica di Santa Maria Maggiore (al posto della vetus). Era stato inviato a Milano da Ludovico il Pio (succeduto al padre Carlo Magno nell’814). Fu lui l’imperatore che, nell’816, promosse la riforma canonicale, imponendo la vita in comune del clero. Morto Angilberto I, fu  il suo successore, Angilberto II (824 – 859), a consacrare nell’836, la nuova basilica. Misurava 65 x 30 mt. e aveva tre navate, coperte a capriate, con un deambulatorio che girava intorno all’altare; era dotata di un atrio, forse un quadriportico, e di un altro atrio posto a lato da cui si accedeva alle scuole del clero. In occasione dell’inaugurazione, l’imperatore donò alla chiesa una croce gemmata, e l’arcivescovo, un altare d’oro, simile a quello realizzato da Volvinio in Sant’Ambrogio.

Presso lo spigolo nord della basilica, (vicino all’attuale ingresso della Galleria), fu costruito un altissimo campanile ottagonale, del diametro di 18 mt e di altezza pari a 250 braccia (= 135mt ??)
Santa Maria Maggiore divenne la cattedrale vera e propria, come un tempo lo era stata la basilica vetus. Vi si svolgevano molteplici funzioni religiose come l’istruzione dei catecumeni, la somministrazione dei sacramenti e l’adempimento di alcune attività tipicamente vescovili (ad esempio la nomina del Vescovo della città, da parte del Capitolo).

La “major” intitolata a Gesù Salvatore 

Sempre l’arcivescovo Angilberto II, nell’836, fece ricostruire pure la basilica major, intitolandola a Gesù Salvatore.

Fino alla costruzione del Duomo attuale, la cattedrale di Santa Maria Maggiore, ebbe la funzione di cattedrale invernale dell’arcidiocesi di Milano, mentre la vicina e più grande basilica di Gesù Salvatore, quella di cattedrale estiva.

Tutta quella spianata era il “complesso episcopale”, cioè il centro religioso della città, così come il palazzo imperiale romano di Milano, lo era da un punto di vista civile. Era un’area consacrata, di esclusiva pertinenza della Chiesa. Tutt’intorno infatti, a parte l’altra basilica col suo battistero di San Giovanni alle Fonti, l’Arcivescovado, gli edifici amministrativi e residenziali per il Clero, c’erano un ospizio per gli anziani, monasteri e persino uno xenodochio (brefotrofio) fondato nel 787 da Dateo, arciprete della Cattedrale, per l’assistenza ai bimbi abbandonati.

XI secolo

1075 – il grande incendio di Milano

Il 30 marzo 1075, una tempesta di vento che portava con sé tizzoni ardenti e scintille, fece scoppiare un grossissimo incendio che, devastando varie zone di Milano, distrusse entrambe le basiliche. Probabilmente si trattò di incendio doloso, del quale vennero accusati i patarini.

Ndr. – Patarini erano esponenti del clero particolarmente vicini alla sensibilità della Chiesa romana nell’XI secolo, che seppero coinvolgere diversi settori della popolazione nella lotta contro la simonia, il matrimonio dei preti e, in generale, contro le presunte ricchezze e corruzioni morali delle alte cariche ecclesiastiche, in particolare degli arcivescovi di Milano.

Nell’incendio della Cattedrale di Santa Maria Maggiore, andò perso l’altare d’oro donato da Angilberto II, la Biblioteca capitolare e tutti i documenti custoditi in sacrestia. Ci vollero anni per ricostruire le due chiese.

In particolare, nel riconsacrare la basilica di Gesù Salvatore, questa venne reintitolata alla prima martire cristiana Santa Tecla di Iconio, una reliquia della quale (la testa), probabilmente andata poi dispersa, era stata donata a Milano nel IX secolo durante il regno di Ludovico il Pio.

XII-XIV secolo

1162 – Le distruzioni del Barbarossa

Il Giulini narra che nel 1162, il Barbarossa, oltre a far radere al suolo il vecchio Broletto, e mettere a ferro e fuoco la città, fece abbattere dagli alleati Pavesi pure l’altissimo campanile presente nel “complesso episcopale”, probabilmente pensando si trattasse di una torre civica. Le sue incursioni in città non ebbero, a dire il vero, effetti disastrosi sul patrimonio ecclesiastico come invece era accaduto nei secoli precedenti con Attila o con Vitige. I luoghi di culto, vennero sicuramente saccheggiati e subirono danni, ma non totalmente rasi al suolo, come viceversa accadde per il resto della città. Esempi tangibili sono la basilica trium magorum (Sant’Eustorgio), la martyrum (Sant’Ambrogio), la apostolorum (San Nazaro in Brolo), la virginum (San Simpliciano) , la evangeliorum (San Giovanni in Conca) ecc. tutte di costruzione ben antecedente all’ anno Mille. Se non tutte queste basiliche sono arrivate sino a noi, la distruzione di alcune di esse è sicuramente più imputabile ai lanzichenecchi nostrani (milanesi), che non a quelli d’oltralpe!

La ricostruzione del tessuto urbano

Milano rialzò la testa, cominciando a ricostruire ex-novo il tessuto urbano, ripopolandosi e tentando di ridiventare il centro propulsore della società civile. Ricostruite le mura per cautelarsi dalle incursioni esterne, fin dall’inizio, si formarono associazioni spontanee di cittadini che apprestavano turni di guardia per la difesa della città. La riedificazione creava naturalmente attività nuove: operai generici, falegnami, carrettieri, fabbri … man mano, che la città cresceva, nascevano nuove esigenze e nuove attività, dall’armaiolo al maniscalco, dal fustagnaro al sellaio ecc. Si doveva ricostruire la ricchezza e il patrimonio. Non essendoci più nulla, non rimaneva che fare appello alla terra, aumentando le colture e la produzione, per provvedere alle necessità della popolazione … quindi, fu l’inizio dello sviluppo dei commerci. La città cominciava ad attirare sempre di più la gente che veniva dal contado, per le opportunità di lavoro offerte. Eravamo agli albori dell’età comunale

La vita in centro città – il fiorire delle attività commerciali

Milano, tutta raccolta entro le sue mura, era piccola allora, ma non per questo, meno viva. La vita quotidiana si svolgeva praticamente in centro, cuore pulsante della città. Gli stessi nomi delle strade, molti dei quali sono rimasti invariati sino ad oggi, stanno ad indicare proprio il tipo di attività prevalente che vi si svolgeva …. Armorari, Spadari, Fustagnari, Orefici, Borsinari, Speronari, Pellizzari, Profumieri, Cappellari, Berrettai ecc.

Tutte le altre attività commerciali erano attestate principalmente negli spazi fra le due basiliche, nelle strette contrade limitrofe e anche contro la facciata delle chiese stesse. E non si trattava di banchi mobili tenuti dai venditori ambulanti richiamati dalla affluenza dei fedeli alle porte delle chiese, quanto piuttosto di vere e proprie botteghe. Il “paradiso” (così era chiamato l’atrio quadriportico, quando presente, addossato alla facciata delle chiese), fino alla data della demolizione della basilica di Santa Tecla, fu utilizzato come coperto, destinato ad ospitare i commerci più disparati. Erano tutti spazi che unitamente al resto, i Capitoli delle basiliche affittavano per fare cassa, garantendosi così degli introiti sicuri!

Non esistendo all’epoca, le botteghe di periferia e quindi la distribuzione capillare della merce, pure i mercati alimentari gravitavano tutti nella zona del “complesso episcopale”, cuore della città. A parte i fornai, c’era inizialmente un unico mercato ortofrutticolo (il Viridarium o Verzarium), un po’ sul tipo dei mercati ambulanti rionali attuali, quello del pesce, della carne, delle pollerie. Da un certo momento in poi, dai documenti trovati, apparvero riferimenti a nomi di piazze riferentesi a due distinti mercati del pesce, cosa questa interpretata dagli studiosi di storia medioevale, come uno dei numerosi esempi della lotta senza quartiere, per la supremazia fra Chiesa e Comune.

Ndr. – Nel XIII secolo, la fastidiosa ingerenza della Chiesa negli affari interni del Comune, aveva indotto quest’ultimo al trasferimento de facto delle attività del Broletto Vecchio, (simbolo del potere comunale, troppo vicino all’Arcivescovado), al nuovo Palazzo della Ragione nella piazza del Broletto Nuovo, area questa di proprietà comunale. Questo comportò, come conseguenza, pure una redistribuzione delle attività commerciali che si svolgevano prima esclusivamente fra le basiliche. Quindi, guerra di affitti del suolo pubblico (fra Chiesa e Comune), accaparramento delle bancarelle, delle botteghe e delle relative attività commerciali.
La giurisdizione ecclesiastica era limitata al complesso episcopale. I negozi delle drapperie (vedi disegno) rappresentavano il confine fra gestione ecclesiastica e gestione comunale. In effetti, come si vede, la ‘Pescheria Minuta’ (gamberi e pesci piccoli) di spettanza ecclesiastica, era attestata in prossimità del paradiso della basilica, l’altra, la ‘Pescheria Grossa’ di spettanza comunale , dietro le drapperie, vicino al Broletto nuovo.

Basilica di Santa Tecla e piazza dell’Arengo

Il campanile voluto da Azzone

Azzone Visconti, Signore di Milano nel decennio compreso fra il 1329 e il 1339, per poter ampliare la sua “modesta” dimora, aveva sfrattato i mercanti dalle aree che erano state per secoli sede dei mercati del tessile e degli alimentari (zona del Broletto vecchio). Completata la ristrutturazione, si prodigò per abbellire pure la piazza antistante il suo sontuoso palazzo e trovare per gli ex-sfrattati, spazio per le loro attività mercantili, affiancando le loro bancarelle, alla già nutrita serie di botteghe che circondavano la basiliche. Lo spazio compreso tra le due chiese e delimitata a nord dal Coperto delle Bollette (edificio di proprietà pubblica affittato a vari generi di negozi) e a sud dal suo palazzo, prese il nome di piazza dell’Arengo.

Al pari di quanto era già stato fatto per la piazza del Broletto nuovo, pure questa piazza era “chiusa” con delle porte. Pare fossero tre gli accessi a quest’area: il primo passaggio, tra la basilica di Santa Tecla e il Coperto delle Bollette (accesso da nord), il secondo, alla fine della contrada dei Pellizzari (accesso da ovest) e il terzo, nel punto in cui confluivano in piazza, le contrade dei Berrettai e dei Cappellari.

Azzone Visconti fece inoltre ricostruire fra le due Basiliche, un alto campanile, pare, pure questo, a struttura ottagonale, al posto di quello distrutto 180 anni prima, dai Pavesi. Avrebbe dovuto essere il campanile per entrambe le chiese e nel contempo torre civica, in sostituzione di quella di Napo Torriani (esistente ancora oggi), nell’attuale via Mercanti.

Cominciò a costruirla con grandi mezzi e pose all’intorno i vessilli delle sei porte, su scudi marmorei. E così anche i vessilli della Chiesa, dell’Impero e dei Visconti. E, poiché le pareti di questa torre e della chiesa maggiore erano unite da taverne, fece distruggere tutto; e così ordinò che vi si facesse una grande piazza piana, molto utile alle attività mercantili. E, come si riferisce, si deve collocare sul lato della torre, che guarda in direzione di Santa Tecla, un monumento equestre dorato, che rappresenta la persona di Azzone Visconti. Si ignora quanto dovrà essere la futura altezza di questa torre; ma quando avrà raggiunto l’altezza di 250 o 245 braccia, vi sarà posto sulla sommità un bastone pastorale.”

Galvano Fiamma

Azzone morì prima che fosse terminato. Dopo solo una decina d’anni dalla sua inaugurazione, probabilmente a causa di un errore di progettazione, la torre rovinò al suolo (nel 1353) e crollando, oltre a fare una strage di canonici nella vicinissima scuola, danneggiò pesantemente pure la facciata della cattedrale di Santa Maria Maggiore.

1386 – L’inizio della costruzione del Duomo

Fu probabilmente anche questo evento, unitamente a motivazioni personali e politiche, che, nel 1385, Gian Galeazzo Visconti, succeduto allo zio Bernabò, alla guida della Signoria di Milano, dette il suo formale assenso alla costruzione del nuovo Duomo, tanto desiderato dal popolo, e che lui volle, fosse ‘grandissimo‘. La ‘grandezza’ della nuova cattedrale sarebbe stata per lui motivo non solo di orgoglio, ma pure un segnale di potenza dei Visconti nello scenario europeo. I lavori preliminari furono avviati fin da subito: nel 1386 venne posta la prima pietra e nell’ottobre dell’anno successivo, venne istituita la Veneranda Fabbrica del Duomo, con lo scopo di portare avanti i lavori di progettazione e costruzione della nuova Cattedrale, inglobando totalmente nel nuovo edificio la vecchia basilica di Santa Maria Maggiore, e mantenendo invariato l’orientamento liturgico della chiesa originaria [abside ad oriente, facciata ad occidente].

CURIOSITA’
Il sole, adorato nelle religioni pagane, diventa la continuità “ancestrale” nel passaggio tra paganesimo e cristianesimo. L’orientamento delle chiese è determinato da una direzione sacra che è l’oriente. Il tutto è legato al sole, che nasce ad oriente (La luce di Cristo) e tramonta a occidente (Le tenebre ed il Male). I nostri progenitori vedevano nel sorgere del sole, un simbolo della Risurrezione e della seconda venuta. E questo simbolo è stato quindi trasposto anche nella preghiera. Vi sono elementi che ampiamente dimostrano che dal secondo secolo in poi, in gran parte del mondo cristiano, la preghiera era rivolta verso oriente. Orientare le chiese significava costruirle in modo da avere l’abside rivolto ad oriente (est), in modo che il sacerdote ed i fedeli pregassero nella stessa direzione. Il sacerdote era rivolto di spalle ai fedeli e questo restò in auge fino agli anni 60 prima della riforma del Concilio Vaticano II.

Per poter fare le fondamenta della nuova chiesa, il battistero di Santo Stefano alle Fonti, trovandosi in corrispondenza della sacrestia  settentrionale del moderno Duomo, fu il primo monumento ad essere sacrificato, nonostante l’alto valore simbolico che fino ad allora aveva rappresentato. Venne pure demolita in concomitanza, la parte orientale della vicina basilica di Santa Maria Maggiore

Il battistero di San Giovanni alle Fonti fu dismesso nel 1388, ed utilizzato come magazzino del cantiere del Duomo. Verrà demolito in seguito (1461) in relazione al procedere del cantiere per il Duomo. I suoi resti – sotto l’attuale piazza del Duomo – sono visitabili dal pubblico, con accesso al sito archeologico, dall’interno della cattedrale stessa.

XV -XX secolo

Il Duomo, la costruzione più importante della città, comportando la demolizione dell’intero complesso episcopale, divenne, nel corso dei secoli, l’elemento principe della ristrutturazione urbanistica dell’intero centro.

Uno dei problemi che contribuì ad allungare a dismisura i tempi di realizzazione del Duomo, fu senz’altro, la presenza della basilica major così vicina alla vetus, Questo creò un grosso intralcio alla costruzione della nuova Cattedrale, essendo impossibile abbattere quella basilica senza la preventiva autorizzazione papale. L’autorizzazione (bolla papale) arrivò appena nel luglio 1458, 72 anni dopo l’inizio della costruzione del Duomo, sotto il papato di Pio II, a seguito di una supplica del duca di Milano Francesco Sforza, allo scopo di poter realizzare una piazza davanti alla nuova Cattedrale.

Il Rebecchino

Il Rebecchino era un “rione” costituito da una serie di case affiancate in modo da comporre un unico grande isolato a pianta irregolare, che si affacciava sulla piazza dell’Arengo (poi piazza del Duomo). Alcune fonti paiono concordi nell’asserire che fosse presente già ai primi del 400: sito di fronte alla Cattedrale ancora in costruzione, era compreso fra Contrada dei Berrettai e quella dei Pellizzari che fiancheggiava il lato destro della basilica di Santa Tecla. I commercianti delle bancarelle addossate al muro della chiesa, lungo quella contrada, vendevano pellami e pellicce di pecora.

Era un isolato piuttosto malfamato sia per la vicinanza al quartiere del Bottonuto (assai poco raccomandabile), che per la presenza di una locanda assiduamente frequentata da malavitosi della zona, molto interessati a tendere agguati ai numerosi pellegrini in visita al Duomo ancora in costruzione.

CURIOSITA’
La provenienza del nome “Rebecchino” appare controversa. C’è chi asserisce deriverebbe da Robecco, luogo di origine del proprietario della locanda che era lì fin dall’inizio, il quale, agli avventori, usava offrire il buon vino della sua zona; oppure, altra ipotesi fantasiosa, la presenza di una osteria (aperta però solo agli inizi del XVI secolo), avente un’insegna raffigurante una donna intenta a suonare la ribeca (antico strumento musicale)

Gli studi per la realizzazione di una piazza

Il dibattito su come si dovesse realizzare la piazza antistante la Cattedrale, s’intrecciò con quello relativo alla realizzazione del tiburio del Duomo, cuore simbolico di Milano, che naturalmente avrebbe dovuto essere visibile dall’intera città, e a maggior ragione dalla piazza stessa. All’epoca, c’erano a Milano degli architetti illustri come Guiniforte Solari, Leonardo da Vinci, Bramante. Il tema della piazza rinascimentale, dovette certo ispirare le demolizioni per creare lo spazio antistante la nuova Cattedrale.

Lo schema mostra la posizione della basilica di Santa Tecla e del Rebecchino nella attuale piazza del Duomo, disegnata a tratto continuo. Il quadrato che si vede al centro, è la posizione attuale del monumento a Vittorio Emanuele II

1461 – Demolizione della basilica di Santa Tecla

Nella primavera del 1461, iniziò la demolizione della basilica di Santa Tecla, dopo aver trasferito in Duomo, tra le varie reliquie, anche quella preziosissima del Sacro Chiodo, fino ad allora conservata nella basilica antica. La demolizione degli interni non fu totale ma procedette per gradi, essendo Guiniforte Solari, ingegnere della Fabbrica del Duomo, venuto a conoscenza dell’idea di sfruttare il muro perimetrale sinistro esistente e le colonne di un’intera navata in previsione del loro riutilizzo per la creazione di un edificio con dei portici.

La Contrada dei Pellizzari sparì attorno al 1463, quando si completò la demolizione del muro perimetrale destro della basilica, lasciato in piedi sino all’ultimo per consentire l’esercizio dell’attività commerciale lungo quella via (e quindi pure la riscossione dei canoni da parte del Capitolo della basilica).

La creazione del Coperto dei Figini

Nel 1468, Pietro Figino commissionò formalmente a Guiniforte Solari, la costruzione di un edificio rinascimentale a pianta rettangolare stretta e lunga,  costituito da una decina di locali ad uso commerciale, fronteggiati da un portico. Per la realizzazione dell’opera, il Solari si ispirò al vicino Coperto delle Bollette. Ricevuta l’approvazione da parte del duca, i lavori effettivi iniziarono nel 1472 lungo il muro perimetrale sinistro della basilica rimasto in piedi. L’edificio prevedeva al pianterreno una serie di locali ed un porticato. Sopra il porticato vennero innalzati tre piani con eleganti finestre decorate in cotto, ad uso abitazione per i proprietari dei negozi sottostanti. Dagli anni Settanta del XV secolo, alla metà del cinquecento il Coperto gradualmente si estese in lunghezza e ampliò la sua funzione di emporio commerciale, raggiungendo le dimensioni che avrebbe poi mantenuto nei secoli successivi. Questo edificio prese il nome di Coperto dei Figini. (ndr. – Il termine ‘Coperto’ equivale a ‘Portico’ cioè ‘passaggio coperto’)

Il Coperto dei Figini ricostruito sulle medesima pianta della vecchia basilica paleocristiana di Santa Tecla
coperto figini, duomo
Da questa immagine, si possono vedere i successivi ampliamenti del Coperto dei Figini

PIETRO FIGINO
Discendeva da una nobile famiglia originaria di Figino (anticamente Fegium), che, trasferitasi a Milano fin dal Trecento, si dedicò all’esercizio del capitaneato in Porta Nuova (figura politica di Capitano del Popolo che affiancava il Podestà).
La volontà di erigere l’edificio in piazza dell’Arengo nacque in occasione delle nozze tra Galeazzo Maria Sforza Bona di Savoia.
Figino abitava vicino a Santa Tecla, dove possedeva alcune case. Commissionando il Coperto, intendeva ampliare le sue proprietà, potenziando l’attività con l’affitto dei locali commerciali in una zona così prestigiosa.

A differenza di quanto avveniva per certe contrade o altri Coperti, che assumevano addirittura il nome dell’attività prevalente, vedi il Coperto dei Borsinari, in questo caso non c’era un genere merceologico predominante. Il Coperto dei Figini consisteva in un lungo portico, elegante, che si sviluppava davanti ad una teoria di botteghe fisse, in muratura. Fra le varie tipologie di negozi, pare ci fosse una cantina per la degustazione dei vini, un negozio di abbigliamento (pantaloni giubbe ecc.), uno di guanti, cinture e stringhe, una rivendita di sete, stoffe e bottoni, una sartoria di abiti di lusso. Sembra vi fosse pure una barbieria, una bottega di prodotti per la casa, una di prodotti per la persona, una modisteria, passamanerie, un caffé-bar, delle telerie e tovaglie, persino una ‘bottega’ da dentista, oltre ad una rivendita di dipinti antichi, stampe, ed oggetti d’arte. Insomma, una sorta di mini-Rinascente dei secoli passati. Era il punto di ritrovo chic dei milanesi di allora!

figini duomo inganni
figini duomo migliara coperto

L’assetto definitivo della piazza del Duomo

1773 – Palazzo Reale

Ferdinando d’Asburgo-Lorena, uno dei figli di Maria Teresa, il 15 ottobre 1771, sposò nel Duomo di Milano Maria Beatrice d’Este, divenendo in seguito il nuovo governatore della Lombardia austriaca, col dovere di prendere residenza stabile al Palazzo del Governatore, complesso che aveva bisogno di pesante opera di rinnovamento. Mentre la coppia imperiale si trasferiva temporaneamente a Palazzo Clerici, Giuseppe Piermarini, affiancato da Leopold Pollack iniziarono, nel 1773, i lavori di ristrutturazione del complesso. ridisegnando l’ex palazzo di Azzone (già peraltro rimaneggiato dai precedenti governatori sia spagnoli che austriaci), nel moderno Palazzo Reale. Per quanto riguarda Piazza del Duomo, il primo atto del nuovo architetto, fu quello di eliminare immediatamente, il lato del cortile d’onore verso il Duomo, creando con gli altri tre lati, la cosiddetta Piazzetta Reale, che, all’epoca, era addirittura più grande della stessa piazza del Duomo.

Quando, nel 1858. venne aperta piazza della Scala, demolendo i caseggiati che si trovavano fra il teatro e Palazzo Marino,  si pensò di collegarla  degnamente a piazza del Duomo, mediante una strada che sarebbe nata abbattendo l’isolato che separava i due monumenti, oggi simbolo della città. La volontà di dare un assetto monumentale a tutto il centro, con particolare riferimento alla piazza del Duomo, e al collegamento con piazza della Scala, spinse il Comune a richiedere già a partire dal 1859, la presentazione di progetti a tutti i migliori architetti dell’epoca.

Milano fra il 1858 e il 1859

1863 – Progetto Mengoni

I progetti presentati al primo bando di concorso del 1860 furono tantissimi ma ne furono selezionati solo 176. L’anno successivo a un secondo bando ne furono prescelti 18; nel 1863, al terzo bando, furono selezionati 8. Tra questi fu decretato vincitore  Giuseppe Mengoni, a condizione che fosse disponibile alla revisione di alcune parti del suo progetto.

Progetto Mengoni

Esso prevedeva una piazza del Duomo rettangolare, con palazzi porticati ai tre lati della piazza, e la Galleria (o strada coperta), che tutti oggi conosciamo. Il palazzo porticato frontale, in fondo alla piazza (di fronte alla facciata del Duomo), doveva prevedere, al centro, una loggia Reale, ma il progetto non venne mai realizzato. L’approvazione di questo progetto globale comportò naturalmente l’abbattimento sia del Coperto dei Figini, che dell’isolato del Rebecchino.

Il Rebecchino a sinistra e il Coperto dei Figini a destra

1864 – Smantellamento Coperto dei Figini

Così, dopo quasi quattrocento anni di onorato servizio, il primo ad essere demolito fu il Coperto dei Figini (nel 1864), l’anno prima che Vittorio Emanuele II posasse la prima pietra della Galleria (7 marzo 1865). Un colpo di spugna ad una piccola testimonianza dello spirito commerciale cittadino, luogo d’incontro per i milanesi e sede di molti negozi e bar storici come ad esempio il Caffè Campari. Gaspare Campari fu il primo negoziante del Coperto del Figino, che trasferì la sua attività in Galleria, appena quest’ultima fu aperta al pubblico (senza l’Arco di Trionfo), il 25 settembre 1867.

Ndr. – La Galleria Vittorio Emanuele II, completata con l’Arco di Trionfo. venne inaugurata il 24 Febbraio 1878. Vittorio Emanuele , cui era dedicato “il Salotto di Milano”, non riuscì a vedere la Galleria ultimata! Era morto il 9 gennaio, pochi giorni prima dell’inaugurazione!

Nel decennio successivo, continuarono i lavori per la costruzione dei palazzi porticati (i Portici Settentrionali). Al momento d’iniziare la costruzione dei Portici Meridionali, si dovette procedere necessariamente alla seconda demolizione, quella dell’isolato del Rebecchino

1875 – Smantellamento Rebecchino

Per lo smantellamento di questo isolato, sempre rimandato a seguito di annose ed aspre polemiche, si approfittò dell’annuncio, in data 29 settembre 1875, della visita a Milano dell’imperatore di Germania Guglielmo I, il giorno 18 ottobre. Mai una demolizione di quella portata, fu così veloce. I lavori iniziarono il 1 ottobre e si conclusero il giorno 12, lavorando anche di notte per lo sgombero delle macerie. Per l’occasione il Mengoni realizzò una grandiosa illuminazione sperimentale della piazza del Duomo, ormai terminata.

Il Rebecchino, poco prima della demolizione

1896 – Monumento a Vittorio Emanuele II

Conclusi i lavori della piazza, nel 1896, venne posizionato in asse con il portale mediano del Duomo. il monumento equestre in bronzo a Vittorio Emanuele II, opera di Ercole Rosa. La statua, raffigurante il re alla battaglia di San Martino, è disposta su un basamento con dei rilievi che rappresentano l’ingresso in Milano delle truppe franco-piemontesi, nel 1859.

 1936 – Smantellamento della “Manica Lunga” e costruzione dell’Arengario

Dopo la sistemazione in piazza, nel 1927, dei bellissimi lampioni in ferro battuto opera del famosissimo “Lisander el ferée”,  Alessandro Mazzucotelli, l’ultimo intervento importante, avvenne tra il 1936 e il 1937, quando si accorciò di 60 metri la cosiddetta “Manica Lunga”, ovvero un’ala del palazzo Reale sporgente verso la piazza, per creare lo spazio alla costruzione dell’Arengario nel luogo in cui Mengoni aveva pianificato di creare un secondo arco trionfale, in posizione simmetrica rispetto a quello posto all’ingresso della Galleria.

L’Arengario, nell’idea dei progettisti, voleva rappresentare una monumentale porta urbana, che avrebbe segnato il passaggio dalla parte antica a quella nuova della città, che, col rifacimento della adiacente piazza Diaz, si stava ricreando come nuovo centro direzionale. La costruzione dei due palazzi gemelli, iniziò nel 1939 e si protrasse per diversi anni a seguito degli eventi bellici che maturarono in quel periodo, obbligando ad una sospensione dell’attività. I palazzi furono ideati su progetto degli architetti  Portaluppi, Muzio, Magistretti  e Griffini e decorati in facciata con bassorilievi di Arturo Martini. I lavori si conclusero verso la metà degli anni Cinquanta. Ora l’Arengario ospita il museo del 900.

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