Il Duomo di Milano (le sue origini)

Premessa

Anno 1402

Come la Certosa è il frutto di un voto fatto da Caterina mia moglie, così il Duomo, è colpa di un sogno. e che sogno terribile, un vero incubo! Ho sognato il diavolo, Lucifero in persona!”, così raccontava, pochi mesi prima di morire, Gian Galeazzo Visconti, parlando del “suoi” due gioielli: la Certosa di Pavia e il Duomo di Milano.

Questa era la leggenda popolare circolata per secoli, a giustificazione dello scalpore creato per la dedizione e i molti soldi che il Visconti profuse, nella costruzione della nuova Cattedrale. Che guadagno  poteva trarne? E soprattutto, perché un duca laico, volle costruire il Duomo di Milano?

Narra la leggenda infatti, che poco prima dell’inizio della costruzione del Duomo, in una fredda notte d’inverno, Gian Galeazzo Visconti, fece un sogno dal quale si svegliò di soprassalto, sentendo nell’aria un intenso odore di zolfo. Davanti a lui era comparso Lucifero in persona, che lo minacciava di portarsi la sua anima all’inferno, se non avesse ascoltato le sue richieste. Per scongiurare l’eterna dannazione della sua anima, avrebbe dovuto costruire un tempio in suo onore, pieno di immagini di mostri spaventosi e di creature orribili, pena le fiamme dell’inferno. Gian Galeazzo, ovviamente sconvolto, si gettò a capofitto nell’immane opera, che però non fece a tempo a vedere completata, a causa della morte (di peste), che lo colse nel 1402, all’età di nemmeno cinquantuno anni, nel suo castello di Pavia.

Favola a parte, immagini inneggianti a Satana ci sono davvero! Infatti fra le 3400 statue del Duomo, le 135 guglie, i 200 bassorilievi, il diavolo risulta immortalato in ben 96 doccioni, dalla forma demoniaca, per volere di Gian Galeazzo Visconti. Sono i misteriosi gargoyle, dall’aspetto poco rassicurante, tipici dell’architettura gotica. A completare l’elenco numerico, mancano le 55 vetrate con ben 3600 personaggi diversi!

Se il Duomo è il monumento che oggi desta la meraviglia e l’ammirazione di tutti, indubbiamente il merito è di due personaggi che, con motivazioni diverse, e in epoche differenti, hanno dato il ’via’, chi alla costruzione, e chi al completamento dell’opera. Entrambi, hanno pesantemente contribuito a fare la storia di questa città: il primo è senz’altro Gian Galeazzo Visconti nel 1385, il secondo, Napoleone Bonaparte, nel 1807.

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Cosa dire del Duomo di Milano, che già non si sappia? Fiumi di parole sono state spese su questa Cattedrale, e non starò certo io a ripetere, per l’ennesima volta, cose già dette da altri. C’è un aspetto, tuttavia, sul quale vorrei soffermarmi, perché offre, a mio modo di vedere, una visione ‘nuova’, che contribuisce a rendere la visita alla Cattedrale, ancora più interessante, di quanto già non lo sia.

Com’era il centro di Milano nel 1300

Fra il IV al XIV secolo, tutta l’area, che oggi comprende il Duomo e la sua piazza, era il cosiddetto “complesso episcopale”, composto da vari edifici di culto, oltre al Palazzo Arcivescovile, alcuni palazzi della curia, con funzione sia residenziale che amministrativa, oltre ad un ospizio per anziani. Quale necessità c’era di costruire una nuova Cattedrale, quando ce n’era un’altra, proprio nello stesso posto? Direi, proprio nessuna, visto che lì, in quella stessa area, le chiese erano addirittura due, anche se più piccoline rispetto all’attuale, ma comunque ‘imponenti’ e per nulla fatiscenti (almeno apparentemente). La prima, era la basilica vetus (Santa Maria Maggiore) e la seconda, la basilica Major (Santa Tecla), due antiche basiliche paleocristiane, risalenti ai tempi di Sant’Ambrogio, incredibilmente a pochi metri l’una dall’altra. e comunque ristrutturate e ammodernate a partire dal IX secolo.

Facciata Cattedrale di Santa Maria Maggiore - Milano
Facciata Cattedrale di Santa Maria Maggiore – Milano

Il fatto di avere due chiese vicinissime, a dire il vero, non era infrequente a quell’epoca! C’erano persino due battisteri, il primo, piccolino, antichissimo, dedicato a Santo Stefano alle Fonti, vicino alla basilica vetus, il secondo, più imponente, dedicato a San Giovanni alle Fonti, posto in mezzo fra le due chiese. I documenti riportano che le due chiese erano a ‘mezzo servizio’. Quella di Santa Maria Maggiore (314 d.C.), più piccolina, era usata solo d’inverno, mentre la più grande, Santa Tecla, solo d’estate.

Il complesso episcopale dell’antica Mediolanum

Era la cerimonia della “transmigratio”, che siglava il cambio di basilica fra estate e inverno. Si effettuava in due periodi dell’anno: nella terza domenica di ottobre e alla vigilia di Pasqua, con un richiamo alla Pasqua ebraica, che ricordava la liberazione del popolo ebraico dall’Egitto e il suo esodo verso la Terra Promessa,

resti dell’abside della Basilica di Santa Tecla – (presa da web)

All’origine, quando era stata costruita la basilica di Santa Tecla (350 d.C.), avevano costruito pure un campanile, che serviva ad entrambi le chiese, ma venne raso al suolo dal Barbarossa nel 1162.
Centosettant’anni dopo, sotto la breve signoria di Azzone Visconti (1327 – 1339), questi, nel riassetto generale dell’area, fece ricostruire il campanile fra le due chiese. Aveva intenzione di utilizzarlo pure come torre civica, al posto di quella, fatta costruire da Napo Torriani, di fronte al Palazzo della Ragione. Non era evidentemente destino, la nuova torre-campanile non sopravvisse più di vent’anni. Un difetto di costruzione, nel 1353, fece collassare la struttura, provocando una strage e danneggiando pesantemente,nel crollo, pure la facciata della vicina cattedrale di Santa Maria Maggiore. La facciata della chiesa venne ripristinata, ma la struttura evidentemente accusò il colpo.

Il Battistero di San Stefano alle Fonti era il più antico edificio cristiano della città lombarda , antecedente alla costruzione della basilica vetus. La sua costruzione, che iniziò nel 313, l’anno del famoso editto di Costantino che concesse a tutti i cittadini, cristiani compresi, la libertà di culto delle proprie divinità.
In questo piccolo Battistero, fu battezzato, nel 374, sant’Ambrogio . L’edificio fu il primo ad essere demolito nel 1386, per far posto all’erigendo Duomo. Essendo dietro la zona absidale della chiesa di santa Maria Maggiore, la sua ubicazione sembra fosse esattamente in corrispondenza della sacrestia settentrionale dell’attuale Cattedrale.

Più grande e importante, era il  Battistero di San Giovanni alle Fonti, collocato tra la basilica vetus e la basilica major, in corrispondenza dell’attuale sagrato del Duomo. Fu realizzato dal 378 al 397 per volere di sant’Ambrogio,in epoca romana tardo imperiale, nel periodo in cui la città romana di Mediolanum, fu capitale dell’Impero romano d’Occidente (ruolo che ricoprì dal 286 al 402).
Durante la veglia pasquale del 387, sant’Ambrogio battezzò qui Agostino d’Ippona, recentemente convertitosi al cristianesimo, insieme con il figlio Adeodato e con alcuni amici
. Venne demolito nel 1395, per consentire il completamento delle fondamenta, della parte anteriore del Duomo.

In origine, il battistero di San Giovanni alle Fonti veniva utilizzato per battezzare gli uomini, mentre quello di Santo Stefano alle Fonti, per battezzare le donne. Man mano che, con il passare del tempo, diventò comune il battesimo durante l’infanzia, questa distinzione si stemperò, sino ad annullarsi.

traccia sul pavimento del sagrato della esatta posizione del battistero di san Giovanni alle Fonti
traccia sul pavimento del sagrato della esatta posizione del battistero di san Giovanni alle Fonti

Il numero otto dei lati dell’ottagono della pianta del battistero venne spiegato da sant’Ambrogio stesso, nel suo significato simbolico: “Il settimo giorno della creazione indica il mistero della legge, l’ottavo quello della risurrezione di Gesù e quindi dell’eternità”. Il numero otto, nella teologia cristiana, ricorda anche le otto beatitudini evangeliche.

Gli antefatti storici

Il colpo di stato

All’indomani di quel sabato 6 maggio 1385, data del famoso ‘abbraccio’ fra lo zio Bernabò e il nipote Gian Galeazzo, alla Pùsterla di sant’Ambrogio, si era finalmente consumata in famiglia Visconti, la vendetta del nipote contro lo zio tiranno, che, da oltre trent’anni, stava spadroneggiando su Milano. Conoscendo il difficile carattere di Bernabò, if fratello maggiore Galeazzo, papà di Gian Galeazzo, pur essendo pure lui co-signore di Milano, aveva preferito andare a vivere a Pavia, per evitare liti continue con il Diavolo (appellativo che i milanesi avevano dato a Bernabò). Gian Galeazzo, alla morte del padre nel 1378, continuando ad abitare a Pavia, aveva ereditato da lui sia la Signoria di Pavia che la Co-Signoria di Milano.

Leggi l’articolo su Bernabò Visconti

Tensione in città, dopo il colpo di stato

Con la cattura e l’imprigionamento dello zio, Gian Galeazzo aveva compiuto quel giorno, un autentico colpo di mano ed era così diventato l’unico Signore di Milano. Questo comportò ovviamente, il ribaltamento della classe dirigente fino a quel momento al potere, con conseguente nomina di un nuovo podestà (massima carica istituzionale in città), e la collocazione dei fedelissimi di Gian Galeazzo, nei posti chiave nella Signoria. Situazione questa, che creò tensioni, proteste e diffuso malumore tra la popolazione che, non conoscendo il nuovo Signore pavese, e ignorando le sue reali intenzioni, temeva nuovi giri di vite. Visti i cambi al vertice con personalità non milanesi, altro motivo di malumore, era il timore di un declassamento della città,con spostamento a Pavia del polo economico e politico della Lombardia.
Gian Galeazzo non sentiva Milano come la sua città e, nonostante ne fosse il Signore, decise, prudenzialmente, di mantenere la sua residenza a Pavia, venendo a Milano, solo sporadicamente.

In questo clima di diffidenza e di tensioni sociali, si colloca l’origine dell’attuale Duomo di Milano.

Le origini del Duomo

Lucifero a parte, l’idea di fondare una nuova cattedrale, nacque come frutto di un gioco essenzialmente politico.
Ci volle qualche settimana. dopo il colpo di stato, per capire quale fosse la strategia messa in atto dal nuovo Signore per calmare le intemperanze del popolo. Lasciare saccheggiare le proprietà di Bernabò e della sua famiglia, era sicuramente un modo per tranquillizzare i poveri, come altrettanto valido, era, sia quello di garantire i diritti acquisiti ai ricchi, che quello di assicurare il lavoro ai mercanti, artigiani e commercianti.

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Milano si era trovata disarmata nel tentativo di contrastare questa inatteso colpo di stato, tuttavia, aveva pur sempre nell’arcivescovo, una guida che ancora “contava” ed era capace di gestire il potere spirituale di una diocesi grande, quanto la Lombardia. Si era quindi ancora maggiormente stretta intorno a lui, quasi confidando in maggior protezione.

Cattedrale “del popolo” o cattedrale del “signore”?

Nel mondo medioevale. l’edificio della cattedrale era un simbolo che esprimeva la natura dell’uomo, come rapporto con l’infinito: in essa, ognuno trovava una dimora per il proprio desiderio, e un ricovero per il proprio peccato. E il popolo vi trovava lì, l’immagine ideale della propria unità.

Avendo avuto sentore che i milanesi erano favorevoli al’idea di una nuova cattedrale, Gian Galeazzo colse subito la palla al balzo, per rabbonire il popolo e stemperare il clima di tensione creatosi in città. Pensò di favorire la cosa, vedendo in questa iniziativa, la realizzazione di un sogno che stava caldeggiando fin da quando, nel 1378, era morto suo padre, Galeazzo: quella, di far costruire un grande mausoleo di famiglia, per dare degna sepoltura al genitore. Non voleva farlo sapere, perché temeva che la sua idea venisse respinta, poiché suo padre, vivendo defilato a Pavia, aveva fatto ben poco per Milano ed i milanesi. Questa nuova Cattedrale sarebbe stata, indubbiamente, la soluzione ideale! Avrebbe anche risolto il problema del lavoro e dell’occupazione della gente, per anni. L’unico vero problema, sarebbe stato il finanziamento dell’opera. Lui sicuramente avrebbe contribuito, ma ci sarebbe voluto ben altro, per fare una cattedrale come la voleva lui. Non volendo però che il suo segreto disegno fosse scoperto, evitò di dimostrare interesse immediato per la cosa, suggerendo invece all’arcivescovo Antonio da Saluzzo, di caldeggiare lui l’iniziativa, presso i fedeli della Diocesi, come fosse una idea propria. Gian Galeazzo avrebbe tacitamente dato il suo assenso, contando di entrare in gioco, in un secondo momento, e contribuendo pure finanziariamente.

Intanto, fedele a quell’incubo che lo tormentava da tempo, si era fissato con l’idea di voler edificare una cattedrale di immense proporzioni, che avrebbe superato in lunghezza e in altezza ogni altra chiesa esistente al mondo. Il 23 maggio 1385, (due settimane dopo l’arresto del Diavolo), dette il via ai lavori preparatori del cantiere del futuro Duomo, nell’area del complesso episcopale. Qualche giorno dopo, partirono i lavori di demolizione dell’antico Arcivescovado, del palazzo degli Ordinari e del battistero di S. Stefano alle Fonti, strutture queste che si trovavano alle spalle della cattedrale di S. Maria Maggiore.

Passerà quasi un anno, prima che si abbia notizia, che venga accolto dall’Arcivescovo, l’invito del Signore di Milano. Infatti Il primo tra i documenti, reperibile presso la Fabbrica del Duomo, è proprio una bolla emessa dall’Arcivescovo Antonio di Saluzzo, del 12 maggio 1386, in cui, deplorando il cattivo stato della cattedrale di Santa Maria, esortava la i fedeli a sovvenzionare, con elemosine e contributi vari, la costruzione di una nuova cattedrale, al posto della attuale. Faceva pressione sul loro buon cuore, concedendo 40 giorni d’indulgenza plenaria a tutti coloro che avrebbero favorito la costruzione dell’opera, prestando gratuitamente il proprio lavoro, o sovvenzionando la sua costruzione, con lasciti testamentari, cessione di terreni, beni immobili, o con altri mezzi. Puntava sul loro orgoglio, sulla loro fede, sottolineando che la cattedrale sarebbe stata a capo di tutte le chiese, sia della città, che del’intera arcidiocesi. Nessun cenno, nella bolla, al Signore di Milano.

La cattedrale simbolo di potenza della famiglia

Direi anche, senza paura di smentite, che l’idea di quest’opera colossale, sia stato frutto della ‘mania di grandezza’ di Gian Galeazzo Visconti. Per lui era essenziale ‘fare colpo’ sui regnanti stranieri, ed in particolare sui francesi. In ballo c’erano anche interessi personali rilevanti, che gli avrebbero, tra l’altro, garantito protezione e non belligeranza, ai confini occidentali della Signoria. Aveva promesso in matrimonio a Luigi I di Valois-Orléans, fratello di Carlo VI, re di Francia, la figlia Valentina, cugina di primo grado del futuro marito, avuta dalla prima moglie Isabella di Valois.  Quindi, con la realizzazione di questa cattedrale, voleva emulare le cattedrali transalpine che stavano sorgendo qua e là, in quegli anni. Lo scopo era duplice: quello di testimoniare al mondo, da una parte, l’ascesa della signoria Viscontea, dall’altra, il crescente potere economico della città di Milano, nel contesto europeo.

Lapide in marmo che certifica la ‘data di nascita’ del Duomo di Milano.

Perché poi si sia deciso di costruirla lì in quel punto, già intasato di chiese, e non altrove, in un’area libera, si giustifica unicamente con l’idea che quel sito santo dovesse rappresentare il cuore della città. Anticamente proprio lì, era stato costruito un tempio dedicato a Minerva. Sulle sue fondamenta, poi, era sorta la basilica paleocristiana di Santa Maria Maggiore, e ora, questa nuova Cattedrale gigantesca, che, sarebbe stata la più grande del mondo. Naturalmente bisognava sacrificare qualcosa ….

Diverse ipotesi sulla data della fondazione

Leggendo varie pubblicazioni in proposito, risulta essere ancora oggi incerto, l’anno della fondazione del Duomo: c’è chi asserisce sia stato il 1385. chi il 1386, chi il 1387. Escluso l’ultimo anno del quale parlerò fra poco, come mai simili discordanze? Questo dubbio insorge per il fatto che i primi documenti disponibili risalgono non prima del 1386. La Veneranda Fabbrica nacque, parallelamente all’apertura del cantiere, quindi l’anno prima. Tra i suoi compiti, oltre all’assunzione delle maestranze, c’era sicuramente quello dell’approvvigionamento dei materiali e della rigorosa tenuta dei libri contabili, con la registrazione puntuale degli introiti, delle paghe e delle altre spese sostenute. Il cantiere venne impiantato il 23 maggio 1385, per iniziare le demolizioni necessarie per far posto alla nuova cattedrale e cominciare a preparare le poderose fondamenta. Non trovando nessun riferimento scritto, si ritiene sia andata distrutta, in un incendio del 1906, la documentazione contabile del primo anno di attività (1385). L’immediata risposta dei fedeli alla bolla dell’arcivescovo, fu corale al punto che, con i soldi donati, si garantì il prosieguo dei lavori per più di un anno.

Il fatto che una lapide in marmo, riporti il 1386 come data di fondazione è plausibile nel senso che potrebbe rappresentare la data effettiva di inizio costruzione o la data della posa della prima pietra della Cattedrale. Non risulta comunque menzione scritta fino al 1387, della presenza o di ingerenze di Gian Galeazzo nelle opere in corso.

Dopo aver fatto avvelenare il Diavolo, nel novembre del 1385, qualcuno dei figli tentò di ribellarsi all’usurpatore e lui impiegò diversi mesi a spegnere vari focolai di rivolta. Nel 1386 era in guerra contro i Della Scala di Verona, ancora fedeli al deposto Signore poiché imparentati con lui. La vedova di Bernabò, Beatrice Regina, era figlia di Mastino II Della Scala, signore di Verona.

Chi progettò la Cattedrale?

Non è dato di sapere chi fu il progettista della Cattedrale e fra poco ne capiremo la ragione.

A differenza di quanto avviene oggi nella progettazione delle grandi opere, nel Medioevo, era abbastanza comune iniziare una costruzione, senza un’idea precisa di quello che sarebbe stato il suo aspetto finale, una volta completati i lavori. Non esisteva a quei tempi il concetto della pianificazione del lavoro. Da parte degli architetti, non era prevista una definizione del progetto stesso, nei suoi minimi dettagli, in modo poi da affidare il tutto alle maestranze per l’esecuzione dell’opera. Facevano un progetto di massima, ma poi spettava ai costruttori e alla loro esperienza pratica, interpretare il progetto stesso e realizzare la costruzione.

Nel 1385, si era fatto sicuramente un disegno di massima di quanto si ‘aveva in animo’ di costruire e qualche storico accenna pure al fatto che sia stato realizzato un modellino in legno della ipotetica futura chiesa, ma nessuno degli ‘ingegneri’ di allora, poteva dire di avere un’idea precisa, ad esempio, di quale altezza avrebbe raggiunto quel grandissimo edificio, né tanto meno, di quali sarebbero potuti essere i tempi ed i costi per la realizzazione dell’opera, nel suo complesso.

Repentino passaggio dal ‘cotto’, al marmo e cambio di stile

La cosa singolare, e sotto certi aspetti, inverosimile per le problematiche conseguenti, fu che, partiti dall’idea di una costruzione modesta realizzata con materiali poveri, il cotto, si passò poi, di punto in bianco, al marmo. Tracce di struttura in mattoni, secondo lo stile tipicamente lombardo, si trovano nella sacrestia settentrionale, ove sono visibili delle bifore di cotto. 

L’idea nuova, che viene arditamente lanciata ed “imposta”, è infatti l’abbandono dello stile “romanico”. avviato nei primi mesi, per abbracciare le forme “gotiche” tipiche d’oltralpe, mai prima d’ora, accettate in Italia. Questo avveniva ad un anno di distanza dall’inizio della costruzione. La cosa è desumibile dai libri contabili della Fabbrica del Duomo. Sicuramente il mutamento stilistico, tardivamente imposto alla Fabbrica, fu richiesto da Gian Galeazzo, venuto, evidentemente, in visita al cantiere in una delle sue puntate a Milano, e rimasto profondamente deluso da come stavano procedendo i lavori. Era l’unico che potesse avere l’autorità necessaria per imporre un cambio di rotta così radicale a ‘lavori in corso’, già da un anno. Avendo presenti le cattedrali nelle capitali straniere, ovviamente Gian Galeazzo mal sopportava l’idea di una cattedrale in mattoni, non certo all’altezza delle altre.

Questo improvviso cambio di rotta non era una cosa da poco conto, perché c’era un problema fisico di statica. Sarebbero state, le fondamenta già fatte, in grado di sopportare simili carichi? Notoriamente il peso specifico del marmo, è ben superiore a quello del mattone! Per venire incontro alle obiezioni sull’enorme aumento dei costi dovuti all’acquisto del marmo piuttosto che dei mattoni, Gian Galeazzo cedette in uso alla Fabbrica del Duomo, le Cave di Candoglia di proprietà dei Visconti, in val d’Ossola, sul Lago Maggiore, un regalo non di poco conto. E come se non bastasse, anche l’esenzione dei costi di trasporto e pedaggio per tutto il materiale da costruzione diretto al cantiere.

L’idea di passare dal cotto al marmo non fu comunque indolore. Significò stravolgere tutto il progetto, la cui realizzazione era già in corso da tempo. Le implicazioni furono diverse e non banali (anche in termini di costi)… Riprogettare completamente un’opera di queste dimensioni, in uno stile sconosciuto in Italia, significava cercare all’estero progettisti che avessero maturato esperienze simili, i quali avrebbero dovuto ‘fare scuola’ ai nostri migliori architetti coadiuvandoli nella realizzazione dell’opera. Bisognava rimettere mano alle fondamenta già fatte, a riprogettare tutto, dallo spessore dei muri portanti a tutto il resto, abbattendo quanto già costruito fuori terra. (E’ questo il motivo dell’asserzione di alcuni, che la fondazione del Duomo, sia avvenuta effettivamente nel 1387).

Man mano che i lavori procedevano, nacque l’esigenza, di eseguire opere accessorie in città per velocizzare l’approvigionamento del materiale necessario. A spese della Fabbrica, venne costruito un canale di collegamento fra il Laghetto di Sant’Eustorgio (punto terminale del Naviglio Grande), con la Fossa Interna, a suo tempo creata a scopo di difesa. Sulla Fossa Interna venne pure costruito il laghetto di Santo Stefano come porticciolo d’attracco dei barconi per lo scarico dei marmi a pochi passi dal Duomo.

Mediolanum paleocristiana

Una chiesa dentro l’altra

La difficoltà di procedere con la costruzione, oltre agli aspetti già visti, era anche dovuta alla presenza della vecchia Cattedrale della quale si ha notizia di parziale demolizione solo a partire dal 1390, non prima. La motivazione era legata al fatto che il nuovo Duomo abbracciava totalmente la vecchia chiesa che evidentemente continuò ad operare fino a quando non cominciarono a demolirla. Infatti la parte più antica del Duomo è proprio la parte absidale che fu costruita per prima per non interferire con l’attività della basilica vetus.

Una particolarità sull’altare Maggiore del Duomo

Una cosa sicuramente poco nota, è che l’altare Maggiore del nuovo Duomo è esattamente lo stesso altare Maggiore della vecchia Cattedrale, risalente (dopo il rifacimento), allo VIII o IX secolo, ed è anche collocato esattamente nello stesso punto dove lo era più di mille anni fa!
Forse perché contornato da tanta bellezza e suggestione, l’altare Maggiore sfugge all’osservazione del visitatore, eppure è una delle opere più notevoli della Cattedrale, addirittura di origine romana. Fu consacrato nel nuovo Duomo, nel 1418. Due elementi in pietra di Candoglia alla base dell’altare, appartengono ad un sarcofago antico, utilizzato in epoca cristiana ma probabilmente di origine pagana.

Elemento in pietra di Candoglia, proveniente da sarcofago (di probabile origine pagana)

Mancanza di un’unica figura di riferimento

Indipendentemente da quanto, poi ,sarebbe stato il tempo effettivo di completamento della Cattedrale, un altro aspetto incredibile è l’inesistenza di una figura di riferimento unica, cioè di colui che chiameremmo oggi, il capo-progetto e direttore dei lavori, la persona responsabile ‘in primis’ dell’avanzamento dell’opera. Mentre per le maestranze, la durata limitata d’impiego era legata al tipo di lavoro svolto, (ad esempio, gli operai generici, una volta completate le fondazioni, non erano più necessari, quindi venivano licenziati ed assunti invece solo operai specializzati), altrettanto non può dirsi per gli ingegneri. Limitando l’esame al solo primo decennio (1386 – 1396), l’alternanza dei nomi nella funzione di direttore responsabile dell’intero progetto, è davvero impressionante. Ognuno di questi non riusciva a fare più di sei, o otto mesi di attività, raramente si superava l’anno … che già era licenziato e sostituito.

I deputati dell’epoca, (cioè il gruppo di controllo dello stato di avanzamento del cantiere), avevano il potere di assumere o licenziare gli architetti: sceglievano senza badare a spese, sul mercato nazionale e internazionale gli architetti più noti, italiani, francesi, tedeschi, tutta gente con notevole bagaglio di esperienza alle spalle. Si riunivano due volte al mese nella sala del Broletto nuovo, insieme agli ingegneri e architetti interessati per concordare, unitamente al direttore dei lavori, soluzioni e modifiche al progetto. Erano loro che avevano potere decisionale nella scelta delle soluzioni prospettate. Purtroppo, sembra, tirasse aria di mafia già allora! Come mai licenziamenti così frequenti? Non certo per incompetenza o assenteismo (tanti curavano in parallelo, altri progetti in località diverse), ma per opinioni ‘non gradite’. Più di uno di loro fu licenziato in tronco, a qualche mese dall’assunzione, solo perché aveva ‘osato’ esprimere pareri difformi dall’atteso, su problematiche tecniche proposte dagli ingegneri ‘amici del collegio dei deputati’, via via che il progetto avanzava ….

Una delle varie discussioni in cui deputati si trovarono a dover decidere fu ad esempio, quella relativa all’altezza della copertura della navata centrale del Duomo. Ovviamente, era sempre l’esempio delle cattedrali d’oltralpe a suggerire il pro o il contro, delle soluzioni proposte.

Le Cattedrali d’Oltralpe: la corsa all’altezza

Da alcuni secoli, in Europa, il modello delle chiese seguiva lo stile gotico che, senza entrare in dettagli, consisteva in una tecnica costruttiva con l’uso di archi a sesto acuto e volte, sorrette da costoloni, che avevano consentito la realizzazione di edifici la cui copertura era retta unicamente dai pilastri supportati da contrafforti ed archi rampanti, eliminando la necessità di muri portanti. Ciò significava che, i muri laterali, non essendo portanti, potevano essere alleggeriti mediante l’apertura di enormi vetrate e rosoni che avevano il pregio di portare tanta luce all’interno. Lo sviluppo in altezza dell’edificio, lo rendeva più imponente, quindi, con la costruzione del Duomo, fra Francia ed Italia era nata una sorta di competizione su chi era in grado di fare l’edificio più alto … Ed ecco la cattedrale di Laon – 24mt, Notre Dame a Parigi – 32,5mt, quella di Chartres – 37mt, quella di Amiens – 42mt, quella di Beauvais – record 48,5mt! Peccato che quest’ultima copertura troppo ardita, sotto la spinta del vento forte, crollò per cui dovettero ricostruirla più solida. A tutt’oggi, quest’ultima, è la chiesa gotica più alta al mondo.

Quale soluzione per Milano?

E Milano? Il problema cominciò ad essere affrontato in pratica non prima del 1391, non perché, a quella data, fossero già in fase di copertura dell’edificio. Tutt’altro! Serviva conoscere l’altezza esatta della copertura unicamente per poter dimensionare di conseguenza, il diametro dei pilastri alla base! Nel novembre di quell’anno, il tedesco Heinrich di Gmund, venne reclutato come progettista capo … il padre Peter aveva lavorato alla cattedrale di Praga, lui a quella di Ulma (Germania)… Parlando di altezza della copertura della navata centrale, vi erano due correnti di pensiero: quella del quadrato e quella del triangolo equilatero. Nel caso del quadrato, base e altezza sono uguali, nel caso del triangolo equilatero, base e altezza sono in rapporto di 1 a 0,88. Che vuol dire? Presa come base la larghezza totale della facciata interna del Duomo (cioè 57,6 mt) nel primo caso l’altezza avrebbe superato di quasi dieci metri il record della cattedrale di Beauvais, nell’altro, si sarebbe aggirata sui 50 mt (ritenuti comunque pericolosi data l’esperienza francese). Si sarebbe potuto ‘rientrare nei ranghi’ riducendo in alternativa l’ampiezza della base ad una cinquantina di metri (cioè restringendo la cattedrale). Alla fine decisero di abbassare l’altezza a 45 mt con un rapporto del triangolo base altezza di 1 a 0,78. Heinrich, insistendo sul voler mantenere l’altezza ai 50 mt, per dare maggior slancio verticale al tutto, pur garantendo che la cosa non avrebbe provocato problemi di sorta, venne licenziato in tronco, perché il suo giudizio era difforme da quello che i deputati avrebbero voluto sentire! Durò giusto 6 mesi!

Il Duomo di Milano

Comunque, da questo esempio, si intuisce come, fino alla metà del 1392, (quando si prese finalmente questa decisione), a ben 6 anni dall’inizio della costruzione, nessuno ancora sapesse quale altezza avrebbe avuto la navata principale della Cattedrale. Assurdo ma vero!

Conclusione

Tralasciare di raccontare che non esiste un progetto completo a monte, fa presumere a chiunque, che il progetto ovviamente ci sia e che, pertanto, non sia necessario evidenziarlo. Il venire a sapere viceversa, che, in realtà, il progetto si costruisce man mano che l’opera avanza, è un aspetto nuovo ed inatteso, che desta indubbia curiosità. E’ chiaro che è un modo errato di procedere, molto più lungo e costoso, essendo necessario, spesso, dover rifare cose già fatte. Lo stupefacente, è come, nonostante gli sbagli, e le tante ‘mani’, anche straniere, che hanno ‘ritoccato’ il disegno generale, sia venuta fuori una meraviglia simile! Ecco perché dico che, alla luce di queste notizie, note a pochi, l’interesse generico verso il monumento, si tramuta necessariamente in qualcosa di più, in un osservare le cose da un ‘punto di vista meno convenzionale’!

Altro piccolo grande record: Il Duomo di Milano è l’unica Cattedrale al mondo, che permetta di fare un’ inedita passeggiata in mezzo alla sua selva di guglie, statue, pinnacoli e merletti, sotto l’occhio vigile e benedicente della Madonnina!


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