Il Bottonuto, quartiere di Milano

Il Bottonuto è un antico quartiere di Milano che apparteneva al Sestiere di Porta Romana, la cui urbanistica risaliva addirittura al I secolo d.C. Se ne trova spesso menzione in vecchi documenti o in antiche stampe. Conoscendo un pochino la città ed i segreti che ama nascondere, non è possibile che sia sparito nel nulla, un intero quartiere per giunta così antico, senza lasciare qualche traccia del suo passato. Sono ormai passati più di ottantacinque anni da quando le ruspe lo hanno cancellato. E’ quindi, quasi impossibile riuscire a trovare testimonianze dirette di chi vi ha abitato, ma solo qualche ormai sbiadita fotografia delle sue contrade o qualche vecchia cartolina, ingiallita dal tempo. Viene spontaneo pensare alle distruzioni devastanti della guerra, ma anche se effettivamente gli eventi bellici non sono esenti da colpe, non è andata esattamente così, e lo vedremo!

Slargo del Bottonuto
Slargo del Bottonuto (1920)

Dov’era questo quartiere?

Il quartiere sorgeva in pieno centro, a due passi dal Duomo. Avendo presente l’attuale disposizione dell’area fra Palazzo Reale e via Torino, il Bottonuto, era un quadrilatero compreso nel perimetro disegnato dalle attuali vie Cappellari, Rastrelli, Larga, Velasca, Corso di Porta Romana, Piazza Missori, Via Unione e via Falcone.

Mappa di Milano del 1750 – Il quartiere del Bottonuto (nel cerchio)

Era un quartiere popolare, come del resto il Pasquirolo, il Verziere, il Brera o il Garibaldi. Si snodava in origine attraverso quattro vie principali: la contrada dei Moroni, quella dei Pesci, quella di san Giovanni in Conca ( prima ancora detto dei marchesi di Caravaggio) e infine quella dei Tre Re (Magi), vera arteria commerciale del Bottonuto.

Dalle notizie raccolte qua e là, il quartiere era molto vivace, abitato da gente di varia estrazione sociale, pieno di negozietti e di botteghe di ogni genere, alberghi, locande, osterie, chiese, un luogo ove, come dappertutto, si alternavano alle case popolari, altre di maggior pregio. Vi erano palazzi di famiglie nobili, come quello degli Odescalchi, o dei Cicogna, dei Bentivoglio o degli Arcimboldi, senza poi contare la basilica di San Giovanni in Conca, o la chiesa di San Giovanni in Laterano, oppure ancora la pusterla del Bottonuto con le mura romane.

Mappa del Bottonuto
Mappa del Bottonuto (1814)

In tutto questo, c’era ovviamente anche il rovescio della medaglia: a quanto riportano le cronache, quel quartiere era poco raccomandabile, perché abitato pure da balordi dalla mano lesta che sbarcavano il lunario in modo non sempre lecito. Era anche malfamato, per la presenza di lucciole per strada e di numerosi bordelli. Non che la zona di Corsia dei Servi (Corso Vittorio Emanuele), al di là di piazza Duomo, fosse molto diversa, da questo punto di vista … Ma dove era possibile trovare a Milano, un quartiere senza macchia?

Come mai è sparito?

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I danni irreversibili che, come vedremo, i bombardamenti non sarebbero riusciti a fare nel 1943, li hanno fatti gli stessi milanesi, di loro volontà, mascherando, in nome del rinnovamento, della viabilità e della moralità, una speculazione edilizia, con forti interessi in gioco. Ma vediamo di comprendere meglio quest’ultimo aspetto.

La Prima Guerra Mondiale era finita da pochi anni. In centro la speculazione, da tempo, aveva posato gli occhi su quell’area degradata. Da un po’, si stava parlando pure del progetto di un nuovo palazzo della Borsa (il futuro Palazzo Mezzanotte da costruire in Piazza Affari). Si stava pensando di creare una nuova City terziaria, non lontano da quel palazzo, un po’ sul modello di quello di Porta Nuova, cosa che avrebbe totalmente cambiato il look della zona. Le nuove costruzioni avrebbero privilegiato nuove funzioni centrali, la grande direzionalità, gli uffici, i servizi, i grandi alberghi, le sale cinematografiche, i teatri e le residenze di lusso, riqualificando tutta l’area a sud di Piazza Duomo fra via Torino e il Palazzo Reale.

“Ciò per amor”

Dopo l’annessione di 11 comuni limitrofi, avvenuta nel 1923, la popolazione milanese era aumentata vertiginosamente, evidenziando l’urgente necessità di stesura di un nuovo Piano Regolatore della città. Pertanto, fra il 1926 e il 1927, il Comune indisse un concorso d’idee fra gli architetti per migliorare la viabilità del centro cittadino. Il progetto prescelto, sarebbe poi stato incorporato nel Piano regolatore del 1934, il cosiddetto Piano Albertini. [n.p.l’ing. Cesare Albertini era il capo della divisione urbanistica del Comune di Milano]. Una volta approvato, il piano sarebbe diventato immediatamente esecutivo.

Fra le varie idee presentate a quel concorso, una in particolare, destò maggiore interesse, creando nella commissione giudicante, motivi di contrasto e scontri verbali. Era il progetto “Ciò per amor”, presentato dalla coppia degli architetti Piero Portaluppi e Marco Semenza

Ciò per amor” era l’anagramma di Piero e Marco, i nomi dei due architetti.

Oltre a prevedere la creazione di un’ampia piazza tra l’Arcivescovado e il palazzo del vecchio Tribunale (chiamato anche Palazzo del Capitano di Giustizia), il progetto suggeriva, quale soluzione al problema del traffico gravitante in piazza del Duomo, la creazione di un’arteria per aggirare il centro, per realizzare la quale, sarebbe stato necessario sventrare il vecchio tessuto urbano di diversi quartieri. In tal modo, ad esempio, limitandosi ad esaminare solo il Pasquirolo, il Verziere e il Bottonuto, fra loro vicini, sarebbe stato possibile, eliminando le strette e fatiscenti viuzze della zona, creare una nuova grande strada di scorrimento, ampi spazi, piazze e nuovi edifici monumentali.
Era stata prevista la costruzione della cosiddetta ‘racchetta’,, una grande arteria di attraversamento della città, ideata come asse portante di raccolta e smistamento dei traffici radiali diretti nel centro storico. Questa soluzionesarebbe stata il toccasana per decongestionare il traffico in piazza Duomo. Avrebbe dovuto unire la nuova piazza San Babila con Cadorna, passando da piazza Missori per proseguire fino a corso Magenta, e Vincenzo Monti, tagliando il tessuto storico di antichi quartieri del centro cittadino. Da Cadorna poi, con un lungo rettifilo, si sarebbe arrivati alla nuova Stazione Centrale, non ancora inaugurata.

Non è difficile immaginare quanto debba essere stato acceso il conflitto tra i differenti ‘attori’ coinvolti nell’approvazione del progetto urbanistico che avrebbe sacrificato, in nome della ‘modernità’, presenze monumentali e aree con rinvenimenti archeologici, da qualcuno, evidentemente, ritenute ‘inutili’. Da una parte, le istituzioni statali per la tutela del patrimonio monumentale e archeologico, dall’altra, la classe professionale di architetti, ingegneri, urbanisti, spalleggiati da imprese di costruzione e gruppi immobiliari, naturalmente animati da forti interessi speculativi. Tra i due litiganti, l’amministrazione comunale (divisione urbanistica), a fare da arbitro!

Naturalmente, tornando al Bottonuto, la fama di quartiere degradato, non fece che rafforzare, nell’opinione di chi caldeggiava il progetto, la convinzione che l’idea di ‘ripulire’ la zona, sarebbe stata una cosa auspicabile. E il progetto viario della racchetta sarebbe stato una validissima giustificazione, per lo sventramento di quel quartiere.

Progetto approvato

Così, alla fine, quel progetto tanto discusso, sollecitato dalla pressante speculazione edilizia, fu presceto fra gli altri presentati. Quell’approvazione sconsiderata, fu come un ‘colpo di spugna’ su duemila anni di storia. Il Comune, avallando quel progetto, non potè esimersi poi dall’approvare la realizzazione del nuovo piano regolatore, che aveva sposato quello studio.

Il piano diede il via libera ad uno dei peggiori ‘delitti urbanistici’ compiuti in città nel secolo scorso, cioè alla demolizione non solo della parte strettamente interessata alla realizzazione della racchetta ma, già che si era, allo sventramento dell’intero quartiere, ricco di memorie storiche, adducendo a pretesto, la pulizia e la moralizzazione dell’intera zona.

L’inizio della ‘fine’

I lavori partirono nel 1934, appena approvato il Piano Arbertini. Cominciarono così le demolizioni, incuranti di preservare almeno le chiese più antiche o le tracce delle mura romane ancora esistenti in zona. L’intervento si fermò allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, che naturalmente, con i numerosi e disastrosi bombardamenti sulla città, creò ulteriori distruzioni.

Nel dopoguerra, i lavori ripresero con l’abbattimento delle case bombardate, ma per fortuna non proseguirono oltre piazza Missori. Probabilmente ci fu un ripensamento perchè, resisi conto del danno irreversibile fatto fino a quel punto, si ipotizzò di bypassare con un tunnel sotterraneo, gli isolati di Sant’Alessandro, la via Torino, la zona archeologica attorno a via Cappuccio fino al congiungimento con via Carducci, ma, per fortuna, i lavori non furono mai avviati. La proposta disattesa del tunnel, ebbe almeno il merito di arrestare le demolizioni, fino al definitivo abbandono del progetto nel 1958. Ma le ruspe intanto avevano già cancellato per sempre un angolo di Milano che, se solo fosse stato restaurato invece che demolito, avrebbe potuto diventare una seconda Brera, fatta di locande, ristorantini, negozietti particolari, e anche cartomanti, giocolieri, musici, tutte note di colore, che non guastano. Invece, al suo posto, Milano ha preferito costruire nuovi palazzoni moderni, freddi, al punto da sembrare vuoti e nemmeno particolarmente eleganti o degni di nota. Strade tristi, semi deserte, senza negozi, quasi da periferia, a pochi metri da una vivacissima Piazza Duomo, e una piazza Diaz che, ancora oggi, nonostante la presenza della terrazza Martini, pare fatichi molto ad entrare nel cuore dei milanesi. A conti fatti, un vero scempio nel tessuto urbano!

Cosa aveva di particolare questo quartiere?

Il Bottonuto nei primi secoli d.C.

Le mura romane

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Le mura romane della città correvano parallele all’attuale via Larga, arretrate di circa una quindicina di metri verso il centro.

Essendo tutto il milanese, notoriamente, un’area ricca di risorgive, per bonificare tutta la zona, i romani, durante il periodo della loro dominazione fino al 402 d.C. , crearono diverse canalizzazioni nelle campagne circostanti, in modo da drenare il terreno, modificando spesso, lo stesso corso dei fiumi.

Pianta della Mediolanum del I secolo d.C.
Pianta della Mediolanum del I secolo d.C.

Il porto fluviale

Si era nel I sec. d.C. Come si vede dal disegno, qualche metro fuori dalle mura, c’era il porto fluviale. Era stato ricavato sfruttando un laghetto creato da un’ampia ansa naturale del Seveso che, scendendo da Cavallasca, percorreva sinuoso la pianura ad Est e Sud della Mediolanum di allora.

Questo laghetto divenne il primo porto fluviale della città. Essendo in comunicazione, tramite la Vettabbia, con il Lambro, affluente del Po, era la via migliore per arrivare al mare Adriatico. Per dare un’idea della sua dimensione, si estendeva lungo tutta via Larga, fino alla Torre Velasca, via Pantano, Largo Richini e via sant’Antonio: insomma una sorta di piccola darsena, che arrivava quasi a ‘sfiorare’ la chiesa di San Nazaro.

Via Baracchini-via Larga banchina del porto su palafitte
Via Baracchini-via Larga banchina del porto su palafitte

Gli scavi

La prova dell’effettiva esistenza di questo porto, si ebbe in seguito agli scavi effettuati inizialmente negli anni 1935 – 1936 (per l’apertura di piazza Diaz), e successivamente nel dopoguerra (1951 e 1954). Allora si trovò traccia di una banchina di porto alla fine di via Baracchini tra il Bottonuto e via S. Clemente, con un andamento parallelo alle mura romane, dalle quali distava ben quattordici metri. La banchina, larga circa due metri e mezzo, era pavimentata con lastre di serizzo posate su palificazioni di rovere, alte anch’esse due metri e mezzo. In via Larga e in via San Clemente, si alzavano due torri, adibite alla sorveglianza delle barche o, forse, a magazzini [rif. “Storia di Milano”].

Sembra comunque che questo porto non durò molto. perché pochi decenni dopo la costruzione delle mura augustee, la città subì una “storica” alluvione… non riportata dagli storici, tale da convincere gli amministratori locali addirittura a far prosciugare il lago

Opere idrauliche

Sembra quindi che, per ragioni di sicurezza, si dovette procedere al prosciugamento del laghetto, creando nell’area, maestose opere idrauliche di convogliamento delle acque e di canalizzazione. Prevedendo nuove costruzioni in zona, il drenaggio di tutta l’area occupata dal lago, venne realizzato con il sistema delle anfore capovolte e fu destinata ad area verde, costituendo quello che in futuro sarebbe stato il “Brolo”, che include le attuali vie Sant’Antonio, Chiaravalle e Pantano.

Questa delle anfore, è una delle più interessanti forme di riutilizzo funzionale, messe in atto in epoca romana, anche come sistema di smaltimento di rifiuti ingombranti. Non si tratta di discarica, ma di una particolare tecnica di utilizzo!
Svuotate del loro contenuto, le anfore venivano riutilizzate intere, coricate o capovolte – raramente ritte – per colmare depressioni, naturali o artificiali (cave di argilla in disuso); per bonificare o costipare terreni acquitrinosi; per rinforzare argini di contenimento. Appaiono generalmente capovolte quando impiegate in colmate; coricate, con il puntale inserito nel collo della precedente, nelle “bonifiche”.

colmata  Riempimento di una depressione o di una zona di terreno a bassa quota, ottenuto convogliando, per mezzo di canali, detti colmatori, sul terreno da bonificare, acque torbide che lasciano sedimentare i materiali solidi contenuti in sospensione; bonifica per colmata, bonifica eseguita con tale sistema. Il terreno stesso viene in tal modo rialzato:

Pare che il nome Bottonuto, dato al quartiere, derivasse da butin-ucum, cioè dal nome dell’opera idraulica di convogliamento delle acque. Si chiamava infatti butin-ucum‘, una fossa di scolo delle acque di scarico e dei rifiuti, opera talmente importante da essere ricordata per secoli, come ‘aumatium‘, cioè tradotto dal latino, ‘latrina pubblica‘.

Ai primi del ‘300, Galvano Fiamma, strorico dell’epoca, riporta in proposito: “aumatium fuit hedifitium rotundum in centro civitatis fundatum, occultis et transversis cameris distinctum, purgationi ventris deputatum, quod est in magnis civitatibus perutile nimis, aliter omnis locus stabulator.”

Secoli dopo, la città si ingrandì: vennero edificate una cerchia di nuove mura di difesa, così come nuovi canali, che cancellarono la memoria del porto a due passi dal Duomo. Così, nel Medioevo tutta la zona delle banchine del porto, divenne la contrada del Brolio (che significa “pascolo”) e di San Giovanni in Agugirolo o Guggirolo. La via prese l’attuale nome di “Larga” dall’arrivo degli spagnoli, che la chiamarono così perché “lunga” (curiosamente, “larga” in spagnolo significa “lunga”).

Restò il ricordo di tale laghetto nel nome di alcune vie della zona come la via Laghetto, la via Pantano o quello della via Poslaghetto, scomparsa negli anni cinquanta del secolo scorso, per fare posto alla Torre Velasca. Si può notare ancora oggi, percorrendo le vie Flavio Baracchini, Rastrelli, via Palazzo Reale e via San Clemente, in direzione di via Larga, che sono tutte leggermente in discesa, il che starebbe ad indicare l’avvallamento effettivamente esistente.

Il quartiere al tempo dei Visconti

La pusterla

Al Bottonuto, c’erano due vicoli, quello delle Quaglie e quello del Cantoncello, che, al pari di via Bigli, in altra zona della città, fiancheggiavano un tratto delle mura augustee. I due vicoli erano posti l’uno di fronte all’altro rispetto alla strada principale (via del Bottonuto), che incrociavano proprio a ridosso della Pusterla del Bottonuto. Era questa, una porta secondaria di uscita dalla città, che pemetteva di accedere alla contrada del Brolio (attuale via Larga)

Pusterla del Bottonuto
Pusterla del Bottonuto

L’obelisco di San Glicerio

Si era nel periodo delle pestilenze fra il Cinquecento e il Seicento: nello slargo del Bottonuto, subito dopo la pusterla omonima, venne eretta nel 1606, una delle tante caratteristiche croci-altari che è ancora oggi possibile vedere in alcune piazze di Milano. Questa, venne chiamata la crocetta del Bottonuto o di San Glicerio, perchè dedicata al vescovo che resse la città tra il 436 e il 438 d.C., e solennemente benedetta nel 1607, dal cardinale Federico Borromeo. Alla sommità dell’obelisco di granito rosso di Baveno, che poggiava su quattro palle di ottone, quella croce avrebbe ricordato la Passione di Cristo. Ad essa si rivolgevano gli occhi di quanti, consigliati dalla prudenza a non uscire per strada, potevano pregare, stando alle finestre delle proprie abitazioni. Mutati i tempi e finite le emergenze, nel XVIII secolo, presso quella crocetta, si teneva il mercato del vino.
L’obelisco di San Glicerio, fu l’ unica vestigia del quartiere distrutto, che si salvò dalle ruspe. Poiché allo slargo del Bottonuto, dov’era stato inizialmente collocato, dava intralcio al passaggio dei carri, l’obelisco, privato della croce, venne trasferito nel 1872, su richiesta del Piermarini, come monumento ornamentale, ai “Boschetti”, vicino ai Giardini Pubblici di Porta Venezia. E’ il viale, di cui rimane il toponimo, nella corta ed elegante strada che collega l’attuale Corso Venezia a Via Marina, passando dietro al Palazzo del Senato. Sostituito il basamento dell’obelisco con uno maggiormente imponente, e sistemato in cima allo stesso, un sole raggiante al posto della croce precedentemente tolta, funge ora da aiuola spartitraffico, all’incrocio fra le tre vie.

La Ca’ di Can

Proprio in questo quartiere c’era la famosa Ca’ di Can (casa dei cani), la casa-fortino, sede politica e residenza del tiranno Bernabò Visconti (Signore di Milano dal 1354 al 1385), e della sua numerosissima famiglia.

Ca’ di Can era il nome attribuito al palazzo, dal popolino milanese, per la smodata passione cinofila di Bernabò che vi alloggiava i suoi numerosi mastini e segugi per la caccia. Si diceva ne avesse addirittura 5000! Liberi di scorrazzare per la città, molti di questi cani del Visconti erano forzosamente distribuiti presso i sudditi milanesi. Precise leggi comminavano pene molto severe a chiunque osasse maltrattare,in qualsiasi maniera, i cani del tiranno.

Bernabò aveva sposato la nobildonna veronese Beatrice Regina Della Scala, alla quale dobbiamo il nome del nostro maggior teatro.
Infatti la Signora fece costruire la chiesa di Santa Maria alla Scala, che fu demolita nel Settecento, per realizzare il tempio della lirica.

Il palazzo, sempre appartenuto ai Visconti, fu distrutto completamente da un incendio nel XIX secolo. Ricostruito poi dalla famiglia Carli, commercianti di seta, venne espropriato dal Comune di Milano nel 1946, per far posto all’attuale Hotel dei Cavalieri, all’angolo fra piazza Missori e l’inizio di Porta Romana.

La Basilica di San Giovanni in Conca

Sulla piazza cui si affacciava l’ingresso principale della Ca’ di Can, (e successivamente quello del nuovo palazzo della famiglia Carli), c’era la facciata dell’antica basilica di San Giovanni in Conca, dell’XIII secolo. Questa basilica, a tre navate, sorse sulle rovine di un’antica basilica paleocristiana del V secolo, distrutta dal Barbarossa nel 1162. Si salvò incredibilmente la cripta originale, che naturalmente, incorporata nella nuova chiesa, fece del complesso, una illustre testimonianza di storia e di arte milanese dal V sec. al XVII sec.. Piacque talmente ai Visconti che, Bernabò, volle addirittura farne la cappella gentilizia privata della famiglia.

Nel 1531, Francesco II Sforza (figlio di Ludovico il Moro), donò la chiesa ai Carmelitani, che di fianco ad essa, costruirono il loro monastero e provvidero ad abbellire la facciata della chiesa in stile barocco. Con l’arrivo dei francesi, ad inizio ‘800, venne sconsacrata ed adibita a magazzino.

San Giovanni in Conca prima dell'arretramento della facciata
San Giovanni in Conca prima dell’arretramento della facciata . La presenza della statua di Giuseppe Missori indica che la foto è posteriore al 1916

La chiesa fece parlare nuovamente di sé nel 1877, quando il Comune, in una ennesima modifica del Piano Regolatore, decise di aprire la nuova via Carlo Alberto (divenuta poi via Mazzini), il cui tracciato, passando sull’area occupata dall’edificio di culto, praticamente lo avrebbe tagliato in due.
Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, fu fatto il grande scempio! La chiesa venne “accorciata” al punto da avere la facciata, praticamente “attaccata” all’abside, cioè la parte stondata solitamente posta al termine del lato minore dell’edificio e ricoperta da una semicupola. Non solo, non bastava quanto già fatto … avevano alineato la facciata secondo l’asse della via per cui, alla fine la pianta della chiesa non era nemmeno regolare!

La ex-chiesa di San Giovanni in Conca dopo l'arretramento della facciata
La ex-chiesa di San Giovanni in Conca dopo l’arretramento della facciata

La ex-chiesa, fu venduta come immobile alla “Chiesa Valdese”. I Valdesi confessione protestante risalente al XII secolo, dopo aver individuato la nuova sede per la loro chiesa in via Francesco Sforza, recuperarono l’intera facciata della chiesa di San Giovanni in Conca, ricollocandola a eucoprire la facciata del loro nuovo edificio di culto . Grazie a questa delicata operazione, la facciata è tuttora visibile.

La creazione di via Albricci è del primo dopoguerra. Ma prima che le ruspe completassero totalmente l’opera di demolizione dell’edificio, nel 1949, i lavori vennero bloccati, salvando in extremis i pochi resti dell’abside e la bellissima cripta sotterranea, attualmente visitabile gratuitamente quasi tutti i giorni grazie alla disponibilità di alcuni volontari del Touring Club.

Parte dell'abside della chiesa di San Giovanni in Conca (XIII sec.)
Parte dell’abside della chiesa di San Giovanni in Conca (XIII sec.)
La cripta paleocristiana di San Giovanni in Conca (V sec.)
La cripta paleocristiana di San Giovanni in Conca (V sec.)

La cripta appartenente ancora alla prima basilica paleocristiana edificata circa 1700 anni fa è oggi l’unico esempio di cripta romanica originale esistente a Milano. I resti dell’abside, invece, sono del XI secolo perché appartengono ad una delle varie “ricostruzioni” effettuate.

La Chiesa di San Giovanni in Laterano

Fra gli altri luoghi di culto, vi era  un’antica chiesa, si presume dell’XI secolo, avendone trovato menzione in un documento del 1052. Sembra che in origine il suo nome fosse San Giovanni Itolano, o Isolano, forse perché costruita in un punto dove scorrevano alcune rogge o addirittura il Seveso. Successivanente, l’appellativo  San Giovanni in Laterano, deriverebbe dalle indulgenze che Papa Leone X (1513 – 1521) concesse alla chiesa, al pari di quelle concesse a Roma, alla Basilica di San Giovanni in Laterano.  La chiesa, ad un’unica navata, ospitava due cappelle per ciascun lato. Nel 1634 subì un radicale intervento di trasformazione che la volle ricostruita in forme barocche, su disegni di Bernardo Bussero. Sulla facciata si trovava sopra il portale, un bel bassorilievo che raffigurava “la decollazione del Santo”, opera di Carlo Bono, scultore milanese. Al fianco si trovava un altro altare formato da una colonna devozionale, dedicata a san Castriziano (in cima si trovava un crocefisso benedetto da San Carlo Borromeo stesso). La chiesa, trovandosi in corrispondenza dell’attuale palazzo dell’ INA in piazza Diaz, fu demolita nel 1936, come parte dei lavori di riqualificazione della piazza.

Avendo trovato, durante gli scavi per le fondamenta del palazzo INA, un pozzo a – 5,10 m dal piano stradale, nel quale fra vari reperti (come frammenti di lastrine di marmo, lucerne, una piccola statua marmorea di Mercurio, monete delle fine del IV secolo), si trovò pure una grande quantità di materiale termale. Si presume quindi che, prima ancora della chiesa, nei primi secoli, vi fosse in quel posto, un edificio termale.

San Giovanni in Laterano
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