Leone Leoni, che caratteraccio!

Premessa

Sono in tutto otto, i colossali telamoni in pietra, opera dello scultore Antonio Abondio (1538 – 1591) che sembrano più sostenere che adornare, la facciata di Palazzo Leoni-Calchi, in pieno centro città. Sto facendo riferimento all’edificio che si trova subito dietro a Piazza della Scala, in quella stradina piccola e stretta che unisce Largo Raffaele Mattioli (alla fine di via Case Rotte), con Piazza Belgioioso (dov’è la casa del Manzoni). Nel Cinquecento, quella stradina si chiamava Contrada dei Moroni, poi, proprio grazie alla presenza dei telamoni sulla facciata di questo palazzo, diventò Contrada (ed infine via) degli Omenoni, da “Omenon” (Omoni, Grandi uomini), come simpaticamente li hanno battezzati i milanesi! Di conseguenza, anche l’edificio è ora più noto come Casa degli Omenoni, che non come Leoni-Calchi (il nome dei primi suoi primi proprietari)! Quei telamoni ricordano molto le grandi statue della Roma classica: intenderebbero rappresentare i barbari sconfitti.

Ndr. – Si chiamano telamoni, le figure virili impiegate nelle architetture a sostegno di trabeazioni o cornici e, nella scultura decorativa, a sostegno di vasi o altro.
Secondo Vitruvio, l’origine dei telamoni, come pure quella delle cariatidi (le figure femminili impiegate allo stesso scopo), risalirebbe ad una guerra. Gli Spartani, dopo aver vinto i Persiani di Serse I
nella battaglia di Platea, nell’agosto 479 a.C.  in Beozia, costruirono, a ricordo della vittoria, un portico, detto appunto portico persiano (porticus persica), la cui copertura era sostenuta da statue rappresentanti i prigionieri nelle loro vesti barbariche. In realtà il sostegno a forma umana compare fin dai tempi più antichi, in molte architetture.

Via degli Omenoni

Questa curiosa facciata venne ideata, attorno al 1560-62, dallo scultore, cesellatore ed orafo Leone Leoni (1509 – 1590), che, al servizio del Re di Spagna, Carlo V d’Asburgo (1500 – 1558), si era da qualche anno trasferito definitivamente a Milano, città, all’epoca, sotto il dominio spagnolo.

Ndr. – Come collocazione temporale, erano quelli gli anni in cui, Gonzalo II Fernández de Córdoba, nominato da Carlo V d’Asburgo, governatore di Milano (1561-1564), stava finendo di far costruire la possente cinta di mura spagnole, volute dal precedente governatore Ferrante I Gonzaga, a protezione della città.

Fu lui stesso a progettare la facciata e a fare ristrutturare la sua residenza privata, che doveva servirgli pure da laboratorio. Il palazzo quindi, prima del 1560, esisteva già, non certo così elaborato, da almeno una decina d’anni e forse più. Quello che vediamo oggi, è un edificio con una facciata in stile tardo rinascimentale, con una spiccata impronta di gusto barocco che, difficilmente passa inosservata! E’ composta da due ordini e da un attico di epoca più recente. All’ordine inferiore di grande effetto plastico, si contrappone il piano nobile con colonne ioniche incassate, nicchie e finestre a timpano curvilineo. Dell’interno dell’edificio originario voluto da Leoni, oggi non resta molto, dopo i pesanti restauri avvenuti tra Ottocento e Novecento. La facciata è l’unico elemento ad essere rimasto quasi intatto, nonostante l’aggiunta incongrua dell’attico e dei balconi in ferro battuto [Ndr. – originariamente, pare, come si vede dal disegno qui sotto, ci fosse un solo balcone (quello sopra il portone) con balaustra in pietra, ora ce ne sono tre, tutti con balaustra in ferro battuto].

Il Vasari, ospitato dal Leoni in questa casa (a lavori ultimati) nel 1566, di ritorno da un viaggio in Francia, rimase impressionato alla vista di quelle monumentali sculture aggettanti del piano terreno: nelle sue Vite, le descrisse come “maschie figure muscolose e possenti, ammantate con pelli di fiera, eccetto le due centrali che, nude (dalla cintola in su), affiancano il portone”. I telamoni disegnati probabilmente dallo stesso Leone, ma poi scolpiti su pietra da Antonio Abbondio, ricordano i Prigioni di Michelangelo.

Ndr. – I Prigioni sono un gruppo di sei statue eseguite da Michelangelo, per la tomba di Giulio II.

Subito sotto il cornicione superiore (la grondaia), in corrispondenza del portone, l’originale e sinistro rilievo de la “Calunnia sbranata dai Leoni“: rappresenta un satiro, azzannato dalle fiere, che si riversa all’indietro, ferito, nel mezzo del cornicione. A buon intenditor, poche parole … suona tanto come ammonimento più che esplicito, di cosa potrebbe aspettarsi chi entrasse in questo palazzo se non gradito, riferimento evidente al temperamento piuttosto irascibile ed aggressivo, del padrone di casa, un Leone Leoni appunto!

La Calunnia sbranata dai leoni

Ma chi era questo Leone Leoni?

Vi è chi dice sia nato a Menaggio, in Lombardia, e chi ad Arezzo, in Toscana nel 1509, da una famiglia, certamente non ricca. Suo padre faceva infatti lo scalpellino (forse era un “picapreda” comacino trasferitosi ad Arezzo con la famiglia, dopo la nascita del piccolo). Certo è che Leone Leoni visse sicuramente la sua infanzia ad Arezzo. Ce lo conferma anche lo storico Giorgio Vasari (1511 -1574), che, essendo pure lui di Arezzo, ed anche suo coetaneo, era suo amico e, parlando di lui nella seconda edizione delle sue Vite, lo nomina come “Lione Aretino”.

I suoi anni giovanili

Sposatosi nel 1529 con Diamante Martini, divenne padre di Pompeo, l’anno successivo. Completò la sua formazione come scultore, cesellatore e medaglista, probabilmente in Emilia, dalle parti di Ferrara.

A Ferrara il suo primo impiego (1536)

Nel 1536, qualcuno alla Corte Estense ebbe modo di notarlo per il suo talento. Fu così che ottenne il suo primo lavoro, un incarico ambito di notevole responsabilità e di fiducia, come incisore di conii presso la Zecca della città.
A causa di un “passo falso”, non durò molto in quell’incarico, nonostante il suo talento. Colto in flagrante da un sorvegliante, fu da lui accusato di essere un falsario per essere stato probabilmente visto coniare monete false. Riuscì a scappare avventurosamente dalla Zecca (e anche da Ferrara), evitando la cattura, non prima di aver tentato, con alcuni micidiali fendenti, di ridurre definitivamente al silenzio, lo “spione impiccione” che lo aveva smascherato.

La fuga a Venezia (1530)

Sapendo di essere ricercato per tentato omicidio, per evitare l’arresto, in attesa che si calmassero le acque, non gli rimase che riparare oltre confine (a Venezia) chiedendo ospitalità al conterraneo Pietro Aretino, già da tempo residente nella città della laguna e, all’epoca, già scrittore affermato.

Conosciuto principalmente per alcuni suoi scritti dal contenuto considerato licenzioso, Pietro Aretino (Arezzo, 1492 – Venezia,1556)  fu pure un noto poeta,  e drammaturgo. Sono suoi i conosciutissimi Sonetti lussuriosi, come pure gli apprezzati Ragionamenti. Il suo, fu un genere letterario definito “dialogo puttanesco”. I film fatti su di lui sono di genere demenziale, tipico del filone “decamerotico”. Spassosa l’epigrafe ironica che Paolo Giovio (vescovo cattolico e storico) scrisse su di lui:
«Qui giace l’Aretin, poeta Tosco,
che d’ognun disse mal, fuorché di Cristo,
scusandosi col dir: “Non lo conosco
“!»

Fu proprio grazie all’Aretino che Leone Leoni ebbe modo di conoscere e frequentare i suoi amici più stretti come Tiziano Vecellio (1488 – 1576), Iacopo Sansovino (1486 – 1570) ed anche il tipografo forlivese Francesco Marcolini (editore delle opere dell’Aretino).

Durante il suo soggiorno a Venezia, ebbe modo, fra le nuove esperienze, d’imparare pure l’arte dell’intagliatore di gemme. Assorbì l’influsso dell’arte di Donatello e di Jacopo Sansovino, anche se la sua opera evidenzia comunque forti legami con il manierismo toscano, la corrente artistica dei tempi di Leonardo da VinciMichelangelo e  Raffaello

A causa del suo pessimo carattere e della sua impulsiva aggressività, si complicò molto la vita. Per le sue intemperanze, finì in galera diverse volte rischiando in situazioni diverse, ora il rogo, ora la pena di morte. Una fedina penale tutt’altro che immacolata, una lista di reati piuttosto consistente ….. la galera era diventata la sua seconda casa, sembrava quasi ci avesse preso gusto, … appena usciva da lì, ricominciava ad attaccar briga … per tornar dentro di nuovo! Non aveva remore, né scrupoli di alcun tipo, a fare qualcosa di illecito! Non era il solo ad essere così, era un discorso abbastanza comune a quei tempi, …. bastava una parola di troppo, per brandire il coltello (sempre a portata di mano) e farsi giustizia da sé!

La competizione col Cellini (1537)

A Padova ad esempio, nel 1537, si trovò in competizione con l’orafo e scultore fiorentino, Benvenuto Cellini [Ndr. – altra testa calda], per il conio di una medaglia (andata perduta) di Pietro Bembo (1470 – 1547, cardinale cattolico appartenente a nobile famiglia veneziana). Pur di riuscire a battere il fiorentino, con l’allettante prospettiva di acquisizione di nuove commesse per chi avesse vinto la competizione, non esitò ad avvelenare l’illustre rivale in arte, miscelandogli nella minestra, della polvere di diamante, allo scopo di toglierlo di mezzo per qualche giorno e riuscire così ad aggiudicarsi la notorietà sia sulla piazza veneta che su quella romana. Ovviamente con la denuncia a suo carico fatta dalla vittima, rischiò un “soggiorno forzato ai Piombi di Venezia”.

Ndr. – Benvenuto Cellini era tutt’altro che “uno stinco di santo” dati anche gli amici che frequentava. Anzi non è escluso che, focoso pure lui e dal pugnale facile, abbia anche, in qualche modo, provocato il rivale. Nella cerchia delle sue amicizie, c’era un altro elemento poco raccomandabile, tal Pietro Torrigiani, la cui opera più nota è il famoso pugno che tirò al “divinissimo”  Michelangelo Buonarroti, deformandogli per sempre il setto nasale! Menar le mani, meglio se con l’aiuto di qualche corpo contundente, era un modo per scaricare l’adrenalina in corpo, …. vedi anche più tardi (verso fine secolo) il caso di Mariangelo Merisi detto il Caravaggio!

A Roma come incisore della Zecca Pontificia (1538)

Per fortuna del Leoni, allora, l’assunzione presso le Zecche, non prevedeva la richiesta una fedina penale “pulita”, ma bastava unicamente saper fare il proprio lavoro. Così, a Roma, nel novembre 1538, favorito dall’incarcerazione (per furto) di Benvenuto Cellini, allora incisore ufficiale della Zecca Pontificia, Leoni non ebbe difficoltà a subentrare nell’incarico, al rivale. L’anno seguente, realizzò dei piombi per le bolle pontificie di papa Paolo III ed alcuni conii di straordinaria bellezza, tra cui i ducati e i doppi ducati d’oro, che vanno annoverati dagli esperti di numismatica, tra i capolavori della monetazione cinquecentesca. Amico di Michelangelo Buonarroti, che in quel periodo era impegnato a Roma nella decorazione della Cappella Sistina, ne assorbì lo stile artistico, come testimoniato da questa moneta d’oro davvero notevole.

PAOLO III (Alessandro Farnese), 1534-1549. Doppio fiorino di camera

Vittima del suo temperamento

Chiaramente Il Leoni, allora ancora trentenne, non poteva sperare di “avere sempre la fortuna dalla sua”. Per i suoi atteggiamenti poco sortodossi, restò a sua volta vittima di un agguato, con il magro risultato che venne brutalmente sfregiato.

Autoritratto di Leone Leoni
Autoritratto di Leone Leoni

Per una rissa, rischiò grosso (1540)

La competitività della corte romana non risparmiò nemmeno il Leoni che, nel 1540, venne arrestato perché durante una rissa, tentò di assassinare l’antiquario modenese Pellegrino di Leuti, gioielliere e tesoriere papale. Riconosciuto colpevole, venne condannato all’amputazione della mano destra. Unicamente grazie alle sue conoscenze altolocate e potenti e alla sua ormai nota bravura come incisore ed orafo, l’amputazione della mano gli venne risparmiata e la pena, alla fine, commutata in soli 10 anni di lavori forzati (ai remi delle galee pontificie). Alla fine, come accade anche oggi qui in Italia, se la cavò dopo solo un anno sulle galee. Fu rilasciato grazie all’aiuto di conoscenti di grande influenza politica, uno dei quali era il comandante di marina Andrea Doria.

Fuga a Genova (1541)

In segno di gratitudine per la libertà riconquistata, Leoni andò a lavorare per conto del Doria a Genova, facendo per lui, parecchie medaglie e sculture. Nemmeno questo scampato pericolo gli bastò per calmare i bollenti spiriti.

A Milano come incisore alla Zecca Imperiale (1542)

Nel 1542, il marchese del Vasto, Alfonso d’Avalos d’Aquino, allora governatore di Milano, gli fece ottenere la carica di incisore della zecca imperiale.  Milano, dal 1535 (dopo la morte di Francesco II Sforza) era passata sotto il dominio spagnolo. Molto apprezzato dal re Carlo V di Spagna, divenne ben presto, lo scultore preferito e più richiesto alla corte spagnola. Per il Sovrano eseguì numerosi ritratti in bronzo, busti e medaglie, seguendolo persino nei suoi viaggi sia nelle Fiandre, che in Baviera. Per fare una medaglia richiesta dal re, tornò anche nella città lagunare.  

A Venezia, gli costò cara quella medaglia ad Isabella (1545)

Era il 1544, quando Leone Leoni, accompagnato dal sua allievo ventenne, tale Martino Pasqualigo, si recò a Venezia per realizzare una medaglia di Isabella (moglie di Carlo V), commissionatagli dall’imperatore. Non essendo all’epoca ancora stata inventata la macchina fotografica, non restava riprendere l’immagine del viso della regina, da un ritratto che le aveva fatto, qualche anno prima, l’amico Tiziano.
L’anno successivo, finito il lavoro, al momento di lasciare Venezia, Martino si rifiutò di seguire il Leoni, suscitando la sua ’ira incontrollata. Avendo il maestro deciso di ucciderlo, e non volendo sporcarsi le mani per così futile motivo, assoldò un sicario. Quest’ultimo maldestramente mancò il bersaglio ferendo il giovane solo al volto e sfigurandolo. L’attentatore, arrestato, riuscì fortunosamente a fuggire dopo poco, mentre il mandante, identificato nella persona del Leoni, incredibilmente assolto per essere riuscito a dimostrare di aver solo voluto, con quel gesto, intimorire il giovane, si guadagnò il privilegio di essere “bandito da tutti i territori della Serenissima”.

Ndr. – Grazie allo sfregio che lo rese “così malconcio nel viso”, Martino Pasqualigo divenne noto come Martino ‘dal Sfriso‘, uno dei più notevoli scultori in cera di fine Cinquecento!

Maestro generale delle stampe alle Zecche di Parma e Piacenza (1546)

Nel 1546, Leone Leoni venne nominato “Maestro generale delle stampe delle zecche di Piacenza e Parma”, dal duca Pier Luigi Farnese (figlio naturale di papa Paolo III  Alessandro Farnese e della sua stabile convivente Silvia Ruffini). Pure questo incarico durò a stento un anno, ma questa volta Leoni non fu costretto a lasciare il posto per colpa sua, ma in seguito alla congiura (con conseguente assassinio) perpetrati nei confronti del Duca nel 1547, da parte del conte Giovanni Anguissola e di due suoi sgherri. L’operazione era stata avallata dal governatore dello Stato di Milano, Ferrante Gonzaga, per conto di Carlo V, convinto che i ducati dei Farnesi rappresentassero una minaccia per i domini spagnoli nel Nord Italia.

Questo evento riavvicinò definitivamente il Leoni a Ferrante Gonzaga, che gli commissionò una statua equestre bronzea dell’imperatore Carlo V.

Per modellare dal vero il volto del sovrano, Leoni, nel 1548, fu addirittuta inviato (insieme al figlio Pompeo in qualità di aiutante) alla corte imperiale di Bruxelles, al seguito del principe Filippo II d’Asburgo, che, durante il viaggio, si lasciò anche ritrarre dall’artista, in una medaglia fusa.
[Ndr. – A proposito della statua equestre milanese, i lavori vennero poi accantonati per altro tipo di richieste. A conferma che ci lavorò sopra, in una lettera del 1550, Luca Contile celebrò gli sforzi compiuti dal Leoni a non “lasciarsi superare da “l’Antonin il Pio”, cioè dal Marco Aurelio  a cavallo delle collezioni capitoline romane. Questo, ad indicare il carattere intransigente dell’artista, che non intendeva essere secondo a nessuno.]

Il privilegio imperiale (1549)

Nel novembre 1549, un privilegio imperiale (firmato da Carlo V) riconobbe al Leoni il titolo di “eques auratus“, la condizione di “familiaris” ed una provvisione di 150 ducati annui come “sculptor caesareus” (scultore dell’imperatore); gli venne inoltre riconfermata la propria posizione presso la Zecca milanese e il Senato gli concesse pure un’abitazione a Milano (1550) in cui poter vivere e lavorare. Qualche anno più tardi la sua Arezzo gli avrebbe pure concesso pure la cittadinanza onoraria (1555).

Quanto alla casa, gli venne assegnata proprio quella di Contrada de’ Moroni. [Ndr- – come si vede quindi, la casa già esisteva nel 1550]. Con i fondi di cui disponeva, aveva la possibilità, volendo, di rinnovarla e decorarla a suo piacimento. Passarono ancora diversi anni prima che riuscisse ad elaborare un progetto definitivo di ristrutturazione della stessa. Il risultato sarebbe stato poi la Casa degli Omenoni, una sontuosa residenza che Leoni progettò quale tributo all’imperatore romano Marco Aurelio.  

NOTA STORICA
Nel 1556, Carlo V (Re di Spagna e imperatore del Sacro Romano Impero) abdicò in favore del figlio Filippo II)

Leoni fece numerosi ritratti ai reali di Spagna, ripresi dal vero dopo soggiorni alle corti di Augusta (1551) e di Bruxelles (1549, 1556). Eseguì su richiesta di Carlo V , un ritratto in bronzo (Carlo V domina il Furore, fuso nel 1551), oltre a statue di Filippo II di Spagna (1549-51) di Maria d’Ungheria (1553) di Isabella (1555), tutte opere conservate al Prado di Madrid.

Busto di Carlo VMadridPrado. (realizzato dal Leone Leoni nel 1554-1556)

Il caso Vecellio (1559)

Nella primavera del 1559, proprio fra queste mura, ospitò per qualche tempo Orazio Vecellio (1528 – 1576), il figlio del pittore e amico Tiziano. Il giovane era venuto a Milano (da Venezia), su incarico del padre, per sbrigare alcune faccende presso le istituzioni locali. Era andato inizialmente ad alloggiare all’Albergo Falcone, poi, data la vecchia amicizia che Leoni aveva con suo padre, era stato quest’ultimo ad invitare il giovane a risiedere in casa sua, per tutto il tempo necessario a risolvere i suoi problemi. Tutto sembrava andare per il meglio fino a quando una sera, il giovane ospite (allora trentunenne), mentre stava uscendo dal palazzo, subì l’aggressione brutale, a colpi di pugnale, da parte del padrone di casa, senza un reale perché. Un improvviso raptus del Leoni? Era il 14 giugno 1559.
Gravemente ferito, Orazio riuscì a stento a salvarsi dalla furia omicida dell’assalitore, scappando dalla casa del pazzo e trovando rifugio in quella di un medico lì vicino. Gesto delittuoso questo, che gettò nuova ombra sul già tanto discusso ed “irrequieto” scultore. Nemmeno il tribunale, al momento del processo, riuscì a dipanare la matassa. Lettere, testimonianze e verbali di polizia non riuscirono a far luce sul vero movente di quest’aggressione, consegnando una verità dalle molte facce, ogni volta diversa. Non rimane nemmeno esclusa una questione di donne. Leoni, fu talmente bravo a confondere le acque che, dopo qualche notte passata in galera, riuscì ancora ad uscirne “pulito” (grazie naturalmente ai suoi santi protettori che, desiderando i suoi servigi, si prodigarono a tirarlo fuori dagli impicci. Quanto ad Orazio, sopravvissuto all’agguato, ovviamente si guardò bene dal tornare in quella casa e riuscì a trovarsi una dimora “più tranquilla” in contrada Sant’Andrea, casa che manterrà anche dopo il suo trasferimento definitivo a Milano e dove, diversi anni dopo, nel famigerato 1576, morirà di peste.

Per approfondimenti su questo argomento, leggi su questo sito, l’articolo:
Caso Leoni-Vecellio: aggressione premeditata?

Uscito dal carcere per questo ultimo episodio, il Leone vi rientrò nuovamente poco dopo dalla inquisizione in cui venne accusato come soggetto “irreligioso e profanatore”. Naturalmente, grazie all’intervento personale del re Filippo II, verrà scarcerato per l’ennesima volta.

La casa ristrutturata (1565)

A quanto risulterebbe dagli atti, il completamento della ristrutturazione della casa avvenne entro il 1565. Oltre all’abitazione privata ed un grande laboratorio, essendo pure un collezionista, dedicò un’ala del suo palazzo a galleria d’arte.

Così scriveva Vasari nelle sue Vite: “Lione, per mostrare la grandezza del suo animo, il bello ingegno che ha avuto dalla natura, e il favore della fortuna, ha con molta spesa condotto di bellissima architettura un casotto nella contrada de’ Moroni, pieno in modo di capricciose invenzioni, che non n’è forse un altro simile in tutto Milano.” 

Di questo intemperante artista, in veste di scultore, a Milano rimane, per libertà esecutiva, la facciata della sua abitazione (la Casa degli Omenoni suo capolavoro) decorata con i colossi aggettanti e i bassorilievi con storie di argomento autobiografico.

Se gli esterni sono rimasti più o meno immutati, dopo le numerose ristrutturazioni ed i profondi rifacimenti dei secoli scorsi, oggi non resta più nulla dell’antica disposizione degli interni, salvo unicamente il cortile col suo portico.

Scuola di scultura

Leone Leoni fondò pure una scuola di scultura per giovani talenti, scuola che poi continuò sotto la guida del figlio Pompeo, cresciuto all’ombra del padre:  Jacopo Nizzola, detto Jacopo da Trezzo, fu, ad esempio, uno dei suoi allievi.

Ndr. – Jacopo Nizzola è più noto all’estero che da noi. Figura con lo pseudonimo Jacometrezo o con il nome Jacome da Trezo: entrambi i nomi venivano utilizzati per firmare le sue opere.
Noti sono i suoi lavori presso la corte di Filippo II, re di Spagna, e Maria I d’Inghilterra. E’ opera sua, ad esempio, il tabernacolo dell’Escorial – San Lorenzo de El Escorial (Spagna), lavoro per cui impiegò ben sette anni (1587)

Calle de Jacometrezo, è oggi la centralissima via di Madrid, a lui dedicata.

Galleria d’arte

Sia lui che il figlio Pompeo, entrambi mercanti d’arte e celebri collezionisti, realizzarono in quella casa una eclettica e celebre collezione di quadri ed opere dei maggiori artisti dell’epoca, così come di oggettistica antica. Avevano raccolto diverse opere di Correggio, Tiziano, Michelangelo, Tintoretto,  Parmigianino, calchi in gesso di statue classiche, così come una collezione di disegni di Leonardo da Vinci, compreso il famoso Codice Atlantico (dal 1637 conservato alla Pinacoteca Ambrosiana).

Leone Leoni tra il 1568 e il 1569 eseguì per il duca Guglielmo Gonzaga due reliquari d’argento raffiguranti San Silvestro e Sant’Adriano, nella chiesa palatina di Santa Barbara nel Palazzo Ducale di Mantova. Conservati fino alla fine del XVIII secolo, sono andati oggi dispersi.

Dopo la peste del 1575 – 1576

Leoni, sopravvissuto alla peste, iniziò a lavorare ad un gruppo di preziose sculture per l’imperatore Filippo II. Aiutato dal figlio Pompeo, lavorò dal 1580 alla fusione delle statue e degli elementi architettonici in bronzo per il retablo di S. Lorenzo El Real (El Escorial) che gli aveva commissionato il re, concentrandosi soprattutto sulle figure dei Ss. Luca, MarcoGregorioAgostino (tutte modellate a Milano entro il 1581) e forse pure su quella di S. Ambrogio. L’opera complessiva, costruita in diversi pezzi da montare, una volta terminata, venne imballata in 50 casse che partirono da Milano per Genova per essere poi imbarcate alla volta di Barcellona.

Ndr. – retablo Tipo di ancona frequente in Spagna a partire dal periodo gotico, a molti scomparti disposti in più ordini, con incorniciatura architettonica elaborata e ricca di figure intagliate. A volte tutti i riquadri sono scolpiti; in tal caso il retablo, oltre che di legno, può essere anche di marmo, stucco ecc. (generalmente policromo)

Ancona (deriva da icona) Immagine sacra dipinta su tavola o scolpita in bassorilievo, destinata a essere sovrapposta all’altare, specialmente nell’arte gotica e rinascimentale, spesso racchiusa entro una caratteristica inquadratura architettonica (nel qual caso è detta anche pala d’altare)

Il monastero dell’Escorial, anche detto di San Lorenzo del Escorial, in italiano Escuriale o Escoriale , si trova in Spagna, nella comunità autonoma di Madrid, nel comune di San Lorenzo de El Escorial. Fu fatto costruire da Filippo II come residenza e pantheon dei re di Spagna, fu costruito tra il 1563 e il 1584 per essere monastero e chiesa, oltre che dimora regale . Nel 1984 è stato dichiarato Patrimonio dell’Umanità dell’UNESCO. [rif. Wikipedia]

monastero dell’Escorial San Lorenzo de El Escorial (Spagna)

Subito sopra l’altare, fra le colonne, in quattro nicchie, le statue dei Dottori della Chiesa. Al piano superiore, i quattro Evangelisti. Caratteristica interessante di questo retablo è lo studio della prospettiva. Le sculture della pala d’altare sono tanto più grandi quanto più alto è il luogo ove sono sistemate, misurano infatti da circa 1,95 m. nei primi due livelli, a 2,50 m. nell’ultimo. Si tratta di una correzione ottica efficace quando la pala d’altare è contemplata da terra, ma risulta un po’ pesante, se vista da posizione elevata come dal coro sistemato in alto, in fondo alla basilica.

Tra le opere monumentali di Leone Leoni, è da annoverare il monumento funebre a Gian Giacomo Medici nel Duomo di Milano, lavoro questo commissionatogli da Papa Pio IV  in onore del fratello Gian Giacomo Medici, condottiero e marchese di Marignano, soprannominato “il Medeghino“, e realizzato su progetto di Michelangelo Buonarroti.

Il monumento di Leone Leoni al condottiero Gian Giacomo Medici, detto “il Medeghino”, si trova nella navata destra del Duomo. L’ opera offre un’originale interpretazione dell’insegnamento di Michelangelo. Al centro dell’edicola in marmo, vi è la statua di bronzo, con la gamba claudicante coperta dal mantello. Nella campitura sopra la trabeazione doveva essere collocato il sarcofago, mai realizzato (in rispetto alle norme sulle sepolture nelle chiese dettate dal Concilio di Trento). [rif. – www.Arte.it]

 Fra le altre opere di rilievo, a Sabbioneta, vi è il monumento a Vespasiano Gonzaga, abbigliato con un’armatura classicheggiante, mentre a Guastalla, quello di Ferrante I Gonzaga che domina l’Invidia.

E per finire, anche le bombe al prete …

Il suo carattere non migliorò certo con l’età: anzi, divenne ancora più irascibile! Questa volta, infastidito dai continui rintocchi delle campane della vicinissima chiesa di San Giovanno Decollato (che stavano proprio davanti le finestre della sua camera da letto), cui facevano eco quelli altrettanto “robusti” delle campane della chiesa di san Fedele al di là della strada, preparate due rudimentali bombe, ebbe la felice idea di lanciarle dentro la casa del parroco, provocando un incendio e il ferimento del parroco. Il giorno dopo, forse pentito della sua intemperanza, andò a trovare il povero prevosto malconcio raccomandandosi alle sue preghiere, pensò di lavarsi la coscenza facendogli una cospicua donazione di 10 scudi. Probabilmente le preghiere del parroco ebbero effetto, perché Leoni morì di “diarrea pexima” diversi anni dopo, nel 1590, all’età di ottant’anni.

Alla sua morte, Leone Leoni lasciò al figlio una cospicua eredità. Pompeo si trasferì in Spagna, portando con sé le opere di suo padre (sia le finite, che le incompiute) e la vasta collezione d’arte. Lì Pompeo portò avanti l’eredità del padre, influenzando notevolmente lo sviluppo della tradizione scultorea spagnola, e diventando lo scultore di corte di Filippo II. Si assunse la responsabilità di portare a termine tutti i progetti che suo padre aveva lasciato incompiuti.

Successivi proprietari della Casa degli Omenoni

Diversi proprietari si succedettero alla morte di Pompeo, il figlio di Leone Leoni, nel 1608: dapprima i Calchi, poi i Belgioioso. A seguire, i Pozzi ed i Besana. Nell’Ottocento poi vi abitò pure Felice Romani, noto critico musicale e librettista di musicisti come Rossini, Donizetti, Mercadante Pacini e Bellini.

Un curioso episodio che lo riguarda, riportato dallo storico Antonio Cassi Ramelli, fa riferimento a un povero somaro che, acquistato dal Romani, venne tenuto nascosto in casa, per diversi mesi. Poiché la povera bestia, stufa di stare relegata in una stanza senza mai muoversi, ragliava spesso, pressato dalle lamentele dei vicini, fu costretto a liberarsene. Essendo pero l’animale nel frattempo, ingrassato a dismisura per la forzata sedentarietà, non riusciva più a passare dalla stetta scala a chiocciola dalla quale inizialmente lo aveva fatto salire. A Romani, per liberarlo, non restò che far demolire il vano della finestra dove era rimasto relegato, facendolo poi scendere da un castelletto fatto montare appositamente.

Alla fine del secolo XIX, la Casa degli Omenoni divenne sede della celebre Casa musicale Ricordi. Poi, col nuovo piano regolatore d’inizio Novecento, l’antico palazzo cinquecentesco, rischiò la stessa fine della vicina chiesa di San Giovanni Decollato alle Case Rotte. Per fortuna, dal 1924, il Clubino, “esclusivo” club milanese per gentiluomini, lo scelse come propria sede sociale ed è ancora oggi attivo e funzionante. E’ un antico ritrovo dell’aristocrazia e dell’alta borghesia milanese e non solo, i cui soci (oltre 500) sono unicamente uomini, mentre le donne sono ammesse, ma solo in qualità di ospiti. Luogo di incontro per scopi ricreativi e di svago, nel tempo diventò molto di più, ed oggi è uno dei luoghi più chic ed esclusivi della Milano bene. Da oltre trent’anni presso detto circolo, ha pure sede l’Unione dei Circoli Italiani UCI, del quale fanno parte 18 dei più importanti circoli Italiani.

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