Caso Leoni-Vecellio: aggressione premeditata?

Premessa

Di Leone Leoni, ho già parlato diffusamente in un precedente articolo. Riprendo uno dei tanti episodi che riguardano la vita dello scultore, non certo per riproporre la mera cronaca di un fatto già noto, quanto per tentare di analizzare il “caso” un pò più a fondo, cogliendone gli spunti più interessanti, dai documenti disponibili. Questo, unicamente per tentare di capire (io stesso) come e perché un soggetto come lui, nonostante il suo carattere “difficile”, fosse riuscito sempre a cavarsela, diciamo “onorevolmente”, da tante situazioni serie, in cui, regolarmente, le sue intemperanze lo trascinavano. Essendomi imbattuto in vari articoli e documenti sul soggetto, leggendo qua e là, mi è parso di cogliere fra le righe (di quanto andrò ora a riportare), un interessante spaccato degli intrallazzi vari e dei costumi del tempo, nel comprensibile tentativo di riuscire a godere di qualche privilegio, ingraziandosi i favori del potente di turno.

Leone Leoni (1509 – 1590) – autoritratto su medaglia

Per chi non lo avesse già fatto, suggerisco, prima di proseguire oltre, di leggersi, su questo stesso sito, l’articolo dal titolo: Leone Leoni, che caratteraccio!

L’aggressione a Milano (14 giugno 1559)

Come già noto, quel 14 giugno 1559, Orazio Vecellio, figlio del sommo Tiziano, venne pugnalato a Milano dallo scultore Leone Leoni. Gravemente ferito, aiutato dal suo servitore e da altre persone accorse in suo aiuto, riuscì a stento a salvarsi dalla furia dell’assalitore.

La notizia del fattaccio in città, avvenuto in pieno centro, non poteva certo passare inosservata. L’aggressore, Leone Leoni era un personaggio molto noto, essendo uno scultore cesareo (imperiale) alla Corte spagnola di Carlo V d’Asburgo. La vittima, Orazio Vecellio, una ventina d’anni più giovane del Leoni, era il figlio del grande pittore veneto Tiziano, pure quest’ultimo conosciutissimo a Corte, in quanto pittore preferito di Carlo V.

Ma cosa era realmente successo? Perché questa aggressione brutale? Si trattava di un momento di follia, di un raptus inconsulto, oppure di qualcosa di premeditato? Concessa pure quest’ultima ipotesi, quale poteva essere il motivo da giustificare un atto simile così inspiegabile? Una ragione plausibile doveva pur esserci: ad esempio un furto o un delitto d’onore …. La polizia chiamata subito sul posto, aveva già provveduto a catturare il Leoni per assicurarlo alla giustizia, prima che facesse in tempo a scappare approfittando delle tenebre.
Pare, dai verbali degli inquirenti, che fossero ben sette le coltellate inferte alla povera vittima, un paio delle quali direttamente al volto, con la palese intenzione di sfigurarlo.

Il caso, eclatante data la notorietà dei soggetti coinvolti, fu esaminato a lungo dagli studiosi, sotto diversi punti di vista, nel tentativo di scoprire il motivo scatenante di simile reazione da parte dello scultore, già noto per le sue intemperanze. La perplessità nasce pure dal fatto che gli stessi documenti non sono assolutamente chiari, dando luogo a dubbi interpretativi, a mezze verità, a un tentativo di depistaggio delle indagini, alla sensazione di voler insabbiare il tutto, come se nulla fosse veramente accaduto.

Nell’articolo precedente, avevo già anticipato, accennando a questo episodio, che le testimonianze disponibili forniscono diverse verità, sulle quali, in quell’occasione non avevo voluto soffermarmi, per non andare fuori tema. Lo vediamo meglio ora.

Venezia (ottobre 1559)

Supplica al Consiglio dei Dieci per la concessione del porto d’armi

In un documento dell’ottobre del 1559, Orazio Vecellio, rivolgeva supplica agli “illustrissimi et eccellentissimi Capi dell’eccelso Consiglio de Dieci” affinché gli fosse concessa “licentia di poter portare le armi con un [suo] servitor per questa città et per ogni altro luocho dello Stato […], per difesa della vita”. Tutto questo accadeva a poco più di tre mesi di distanza da quel famigerato 14 giugno in cui il poveretto aveva subito l’aggressione da parte del Leoni a Milano.

Tre considerazioni in proposito:

  • Il figlio di Tiziano, era riuscito a ritornare a Venezia grazie all’aiuto di Domenico Bollani, vescovo di Brescia ed amico di famiglia, il quale, su richiesta di Tiziano, gli aveva procurato una “fidata scorta d’huomini” (scorta armata naturalmente) incaricata di prelevare il giovane a Milano e di scortarlo per tutto il viaggio, sino a Venezia, per proteggerlo da eventuali agguati.
  • La Serenissima già allora vietava al privato cittadino di portare armi con sé a meno che non disponesse di qualche autorizzazione specifica, fornita dall’autorità competente (cioè una sorta di “porto d’armi”)
  • Leone Leoni era un soggetto già noto agli inquirenti veneziani, figurando nella lista nera dei “banditi da tutti i territori sotto la giurisdizione della Serenissima”, per aver già tentato, qualche anno prima, nel 1545, di far assassinare in laguna, tale Martin Pasqualigo (uno dei suoi allievi) per futili motivi. Quella volta era venuto a Venezia per conto del re di Spagna (per il quale stava lavorando), per coniare su una medaglia, il profilo della regina Isabella, moglie di Carlo V d’Asburgo, traendone spunto da un ritratto, che il sommo Tiziano aveva fatto su di lei. Ora, c’era naturalmente sempre il rischio che potesse tornare, sotto mentite spoglie, per portare a termine il suo disegno criminoso nei confronti del Vecellio.

Effettivamente Orazio riuscì ad ottenere l’autorizzazione richiesta, a quanto sembra, con una risicatissima votazione favorevole, essendo evidentemente il Consiglio dei Dieci, molto restio a concedere il porto d’armi a privati cittadini. Nel caso suo però, si erano resi conto che la richiesta e le motivazioni addotte dal Vecellio non erano pretestuose, bensì fondate realmente su fatti assolutamente incontestabili. Solo perché il Consiglio conosceva già il pericoloso soggetto contro il quale Orazio aveva invocato il diritto alla legittima difesa (avendo già trattato anni prima il caso Pasqualigo), l’autorizzazione era stata concessa e giustificata “per defencion della persona sua, possa portar l’arme con un servitor apresso di sé in questa città nostra, come in qualunque altra città et luogo nostro”. C’era solo un vincolo al quale il Vecellio avrebbe dovuto attenersi per avere la concessione: l’obbligo di segnalare preventivamente, di volta in volta, all’autorità competente, ogni suo spostamento ed il nome del “servitore” che lo avrebbe accompagnato.

Ma facciamo un passo indietro, tornando a Milano

Milano (maggio 1559)

Cosa ci faceva Orazio a Milano? Era venuto per conto del padre che era stato convocato negli uffici del governatore per la riscossione di importi arretrati a lui spettanti, per dei lavori effettuati tempo addietro. Non potendosi muovere da Venezia, Tiziano aveva delegato il figlio a fare le sue veci.

La denuncia di Orazio per l’aggressione subita (15 giugno 1559)

La dichiarazione a verbale fatta al Capitano di Giustizia, giunto al capezzale del ferito il mattino di giovedì 15, venne rilasciata a “mezze parole” dallo stesso Orazio, ancora in preda ai dolori per i fendenti incassati poche ore prima. L’aggressione era avvenuta la sera precedente, poco prima delle 24 (subito dopo il tramonto del Sole).

Ndr. – A quei tempi, a Milano si usava l’ora italica.

Nel suo racconto al magistrato, Orazio aveva riferito di essere da poco a Milano e di aver preso inizialmente alloggio proprio lì, all’hotel Falcone (lo stesso hotel in cui si trovava ora). Pochi giorni dopo il suo arrivo, aveva avuto occasione d’incontrare il Leoni, persona conosciuta anni prima a Venezia, come “vecchio amico et come padre”. Questi, memore dell’antica amicizia con Tiziano, padre di Orazio, insistette per ospitarlo nella sua dimora in contrada de’ Moroni, per tutto il tempo necessario al disbrigo delle pratiche che aveva in corso.

Ndr. – E’ l’attuale Casa degli Omenoni, solo che allora quel palazzo non era stato ancora ristrutturato e gli Omenoni in facciata non esistevano ancora.

Così, Orazio aveva lasciato l’albergo Falcone circa un mese prima, quando si era trasferito in casa di Leone Leoni. Nel corso di quel mese, aveva avuto modo di contattare Sua Eccellenza perché “mandasse avanti” la pratica di suo padre (motivo per il quale era a Milano), e per fargli vedere dei ritratti che aveva con sé. Sapendo che era valido pittore, Sua Eccellenza lo aveva convinto a “lavorare su dei ritratti”. Mancando tuttavia in casa del Leoni la “discretione” e la tranquillità necessarie per fare quel tipo di attività, aveva deciso di cercarsi un posto più consono lì, in zona. Cercando qua e là, aveva trovato un alloggio in Contrada Sant’Andrea, un luogo sicuramente più tranquillo e adatto allo scopo. Ed era proprio la sera prima, al momento del trasloco dalla casa del Leoni, che era avvenuta la brutale aggressione da parte del padrone di casa.

Alcune considerazioni su questa dichiarazione verbale:

  • Il fatto di parlare di Sua Eccellenza senza specificare nome e cognome, fa presumere da parte di Orazio di voler mantenere un senso di riservatezza, dettato probabilmente dal fatto che Sua Eccellenza non avrebbe gradito venissero messi in piazza i suoi affari col Vecellio. Si presume trattarsi in realtà di Gonzalo II Fernández de Córdoba, duca di Sessa, in quel periodo, governatore di Milano, l’unico soggetto al quale, al momento, avrebbe potuto riferirsi tale titolo.
  • Nella denuncia, Orazio parla di ritratti in maniera generica. In realtà, erano tele del padre, pare addirittura 14 pezzi, probabilmente di dimensione medio-piccola, che Tiziano aveva consegnato al figlio, al momento della sua partenza per Milano, perchè le vendesse al miglior offerente. E in effetti Orazio, mentre risiedeva in casa del Leoni, si era dato da fare per piazzarle: aveva già contattato “Sua Eccellenza” e gli aveva mostrato quelle tele, … pare anche che ad Eccellenza fossero piaciute … che sarebbe stato disposto a prenderle tutte … addirittura avrebbero pattuito l’importo per l’acquisto delle stesse. L’importo era non eccessivo (ecco perchè probabilmente le tele erano piccole) … “Sua Eccellenza” le avrebbe prese a condizione che Orazio avesse provveduto a farle incorniciare con una cornice adeguata e su alcune di queste, avesse operato qualche modifica (Orazio era pittore cresciuto alla scuola del padre, e pur non essendo alla sua altezza, era comunque bravo).
Gonzalo II Fernández de Córdoba, Duca di Sessa, duca di Milano

Mentre “hieri sera circa l’Ave Maria” (cioè poco prima del nuovo giorno) , così continuava la sua deposizione il dolente Orazio, sia lui che Leone osservavano in silenzio, seduti in salotto, il via vai dei servitori (che stavano traslocando il suo bagaglio ed i ritratti, un tordo in gabbia, impaurito dal trambusto, cominciò a sbattere le ali contro le sbarre. E mentre per calmarlo, lui (Orazio) si era premurato ad alzarsi e a coprire la gabbia col suo mantello, fu allora che, arrivato da dietro le spalle, senza dire una sola parola, Leoni lo aggredì al viso, brandendo il pugnale. ll suo figliastro Alessandro, entrato in salotto in quel momento, vista la scena, venne a dare man forte al padre incitandolo al grido di “dàgli, ammazza, ammazza”! Anche il figlio era armato di pugnale. Lui (Orazio) invece, disarmato, tutto sanguinante, provò a fuggire, scendendo di corsa le scale, nel tentativo di raggiungere la strada ma inseguito, fu da loro raggiunto e colpito nuovamente, con altri cinque fendenti. Alcuni gentiluomini che passavano per quella contrada, attirati dal trambusto e accorsi alle sue urla d’aiuto, cercarono di trarlo in salvo. Orazio riuscì a malapena, sorretto da qualcuno di loro, a rifugiarsi nella casa di tal Cademosto, un medico che abitava lì vicino. Fu lui a prodigarsi a prestargli i primi soccorsi.

Fin qui, il dettagliato racconto dei fatti, così come raccontati dalla vittima. La sua deposizione, a quanto pare, fu confermata anche dal suo servitore, testimone alla scena del crimine.

Tuttavia, oltre alla descrizione dei fatti e alle analoghe deposizioni dei vari testimoni presenti, il Capitano di Giustizia voleva sentire direttamente da lui (Orazio) quale fosse la sua personale opinione sul motivo dell’aggressione. Ed ecco qui spuntare una possibile mezza verità …. dice Orazio: “Io non posso pensare in altro, se non procede da qualche invidia vedendo lui ch’io ero amato da Sua Eccellenza”, frase questa, forse troppo ingenua e banale, “sparata” giusto per dare una risposta, quasi a voler mascherare quale fosse il suo reale pensiero.

Altre considerazioni:

  • Obiettivamente sembrerebbe trattarsi di un raptus improvviso. A detta della stessa vittima e confermato dai testimoni, non pare ci fosse fra lui e il padrone di casa alcuna lite o animata discussone in corso, o comunque alcun motivo di astio apparente da giustificare simile perdita di controllo. Unica nota veramente stonata sembrerebbe essere quella frase dissennata di Alessandro, il figliastro del Leoni con quel suo “ammazza ammazza”, cosa questa che indurrebbe a pensare che, fra padre e figlio, si sia sparlato di Orazio, per qualche ragione.
  • Tralasciando la possibile, ma chiaramente troppo banale verità suggerita al magistrato dallo stesso Orazio, val forse la pena considerare un altro aspetto, forse non pensato o, più probabilmente, volutamente sottaciuto. Leoni, parlando con Orazio delle tele (di Tiziano) che il giovane aveva portato con sé da Venezia, era venuto a conoscenza dell’interesse dimostrato dal governatore per tutti quei dipinti e pure della promessa di Orazio di darglieli tutti. Da qui, molto probabilmente la forte contrarietà del Leoni nei confronti del suo ospite. Essendo stato il primo a vederli, quando Orazio si era trasferito in casa sua, doveva averci fatto un pensierino, contando di farsene regalare qualcuno dal giovane, per la sua collezione d’arte privata. La notizia che viceversa il governatore li avrebbe acquistati tutti, sicuramente doveva averlo contrariato non poco poiché si vedeva così sfuggire da sotto il naso, quei pezzi d’autore su cui già contava, Tiziano era diventato una celebrità anche a Corte e quindi quelle tele erano un valore!. E’ più che probabile quindi che il vedersi sparire da casa sua, in quel via vai di servitori, proprio i pezzi su cui contava, potrebbe aver scatenato in lui quel guizzo di follia omicida.
  • Ma perché tacere al magistrato il vero discorso di quelli che lui chiama ritratti (che poi ritratti non erano)? Ad essere onesti, ne aveva accennato in maniera generica lasciando che il Capitano di Giustizia intendesse ciò che voleva. Orazio aveva elegantemente glissato su quel discorso! Non gli conveniva assolutamente parlare di quell’argomento con l’inquirente, non tanto per questioni di eventuali dazi forse non pagati all’arrivo in città ma per un motivo molto più banale. L’andare a spifferare nell’inchiesta dell’aggressione, l’esistenza di un traffico (sicuramente illegale) di quadri fra Venezia e Milano in cui figurava coinvolto niente meno che il governatore, avrebbe sicuramente creato scandalo in città, senza contare che la cosa avrebbe indispettito, non poco, Sua Eccellenza nei suoi confronti, per la scarsa avvedutezza dimostrata. E poiché proprio da lui, dipendeva il buon esito della pratica per la riscossione degli arretrati delle spettanze paterne, non era ovviamente opportuno tirar fuori quell’argomento, per lo meno fino a quando non avesse incassato gli importi dovuti. Ecco perché, accennando al discorso delle tele nella sua deposizione, Orazio parla di “lavorare su dei ritratti”, frase generica che lascia intendere, cosucce fatte da lui a Milano, tanto per passare il tempo, imbrattando qualche tela per fare ritratti con un po’ di colori ….
  • Senza rendersene conto, Orazio, così dicendo, se da un lato, per facilitare l’espletamento della pratica di suo padre, copriva le spalle al governatore evitandogli lo scandalo, dall’altro, stava inconsapevolmente dando una grossa mano al suo aggressore. Infatti il sottacere all’inquirente il valore di quei dipinti, presentando gli stessi come dei semplici “ritratti” di scarso pregio perché fatti da lui a tempo perso, precludeva la possibilità al magistrato di considerare come probabile movente dell’aggressione, la sparizione dei “ritratti”, cui viceversa il Leone effettivamente mirava.

La lettera di Tiziano al re Filippo II (12 luglio 1559)

Altro documento di notevole importanza, reperibile presso l’Archivo General de Simancas (Valladolid – Spagna) è costituito da una lettera, datata 12 luglio 1559, che Tiziano fece scrivere al proprio segretario (tale Giovanni Mario Verdizzotti) addirittura direttamente al re Filippo II, invocando giustizia, nei riguardi del Leoni.

Ndr. Il famoso pittore Tiziano Vecellio lavorò per anni per Carlo V e la sua Corte. Fece ad esempio fra il 1550-51 un dipinto ad olio su tela raffigurante l’allora principe Filippo II in armatura. Filippo II diventò re dal 1554 (all’abdicazione di Carlo V) fino alla sua morte nel 1598. Poiché Tiziano era solito riprendere dal vivo i soggetti, ebbe modo di conoscere personalmente Filippo II proprio in quel periodo nella citta imperiale di Augusta (Augsburg – Germania), dove soggiornò conoscendo diversi personaggi della sua corte.

Ritratto di Filippo II in armatura (opera di Tiziano Vecellio)

Data la conoscenza personale col re Filippo II, Tiziano si era permesso di rivolgersi direttamente a lui, per invocare la più severa punizione nei confronti del “più scelerato huomo del mondo”, responsabile di delitti “enormi”, persino “falsario di monete”, condannato addirittura al rogo dal duca di Ferrara, “inimico di Dio” che, solo grazie al diavolo, era riuscito a fuggire e a salvarsi.

Con tutta probabilità, alla data di stesura di questa lettera per il re Filippo II (12 luglio 1559), Orazio doveva essere appena rientrato a Venezia, grazie all’aiuto dell’amico vescovo di Brescia che gli aveva fatto avere la scorta armata per il viaggio di rientro da Milano. Tiziano quindi sarebbe venuto direttamente a conoscenza dal figlio su come si erano realmente svolti i fatti e avrebbe avuto modo di accertare personalmente, quali le conseguenze fisiche sul giovane, dell’aggressione subita.

E’ interessante, a questo proposito, notare come, dal punto di vista di Tiziano, nella lettera al re, cambi lo scenario e pure come mutino la visione e la valutazione delle cose, nonché le accuse nei confronti del Leoni.

Come già detto, Tiziano era stato chiamato a Milano dal Governatore dello Stato, per la riscossione di un congruo importo di arretrati di spettanze a lui dovute per precedenti attività. Non avendo più voglia di muoversi, un po’ per pigrizia, un po’ perché, già anziano e mezzo infermo, ma soprattutto perché per rispettare i tempi di consegna, aveva da finire di completare delle pitture richieste proprio dal sovrano, preferì inviare a Milano il figlio al suo posto, delegandolo per la riscossione degli importi. Giunto Orazio nella capitale lombarda e dopo “l’haver ispedita alcuna faccendetta”, riferisce Tiziano, nella lettera a Filippo II, il giovane s’apprestava a ritirare il denaro: ed ecco che il Leoni lo invita a casa sua, “sapendo […] della essatione di tali provvisioni” fu “mosso da diabolico istinto”, di assassinarlo “per torgli il danaro”.

Ulterori considerazioni:

  • Significativa la presentazione al re dello scultore Leone Leoni, che, peraltro, Filippo II conosceva benissimo. Tiziano lo dipinge come il (“più scelerato huomo del mondo”), che aveva attentato alla vita di suo figlio, per “per torgli il danaro”. Gli dà anche quindi del ladro, non potendo parlare pure dei quadri, essendo quest’ultimo, un argomento ovviamente tabù! La sua lettera è una sorta di requisitoria ove, a giustificazione della propria indignazione per il comportamento dell’ex-amico, fa un puntiglioso elenco delle numerose altre mascalzonate da lui operate fin dalla gioventù, cose di non poco conto, tali da giustificare il rogo o la forca a cui, in un modo o nell’altro, lo sciamannato “inimico di Dio” era sempre riuscito a sfuggire.
  • Sapendo di essere il pittore di Corte prediletto della Casa Reale, pure Tiziano, dimostra una certa reticenza nel parlare del traffico di suoi quadri con il Duca di Sessa (il governatore di Milano nominato dallo stesso Filippo). In realtà quei quadri avevano una doppia finalità, da un lato servivano a facilitare il contatto col governatore, dall’altro servivano per “ungere” le ruote bloccate della burocrazia riguardo all’esito della pratica di riscossione degli arretrati. Quella frase “l’haver ispedita alcuna faccendetta”, messa lì ad arte, frase che “dice e non dice”, è un modo elegante per sorvolare su questo discorso “delicato”. La cosa, se detta troppo esplicitamente, avrebbe potuto essere “digerita male” dal Re, al quale sarebbe spettato di diritto la visione di quei quadri prima che a chiunque altro, e solo qualora non gli fossero interessati, Tiziano sarebbe stato libero di smerciarli altrove al miglior offerente. Questo palese tentativo di commercio sotto banco, avrebbe potuto contrariare molto il re, al punto da non prendere in minima considerazione il resto della sua supplica (lettera).

Ndr. – Il discorso dei quadri, apparentemente marginale, è in realtà rilevante in questo contesto perchè fa scoprire degli altarini che, se non ci fosse stato l’accoltellamento di Orazio da parte del Leoni, non sarebbero saltati fuori.
Tiziano e, come lui, tutti gli altri pittori, per farsi un nome e poter vantare clienti importanti e soddisfare committenti di alto lignaggio, spessissimo replicavano varie volte, con qualche minima variante, delle tele particolarmente riuscite, già dipinte precedentemente per il re. E’ abbastanza evidente, (anche se non comprovato nel caso specifico) che la reticenza nel parlare di queste cose, sicuramente tendesse a celare l’esistenza anche da parte sua, di un commercio di quadri duplicati, i cui originali erano probabilmente già in possesso della Casa Reale.

Tiziano Vecellio (!488? – 1576)

Quell’urlato silenzio …

… di Leone Leoni

In tutto questo contesto, Leone Leoni (la controparte in causa) tace, o per lo meno non figurano elementi che evidenzino una diversa interpretazione dei fatti accaduti, a giustificazione del suo comportamento. A parte un primo tentativo di depistaggio (subito rientrato) in cui il Leoni non riuscì a trovare miglior giustificazione che non fosse legata ad un problema di donne (inventò una presunta relazione di Orazio – nel mese di sua permanenza in casa Leoni – con una ragazza che lavorava in casa , alla quale lui – Leoni -diceva di essere legato sentimentalmente). Poi, resosi conto che la storia non avrebbe potuto reggere, preferì chiudersi in un mutismo assordante.

Il silenzio è d’oro in certi casi …. così decise di non parlare del tutto, essendo probabilmente più che conscio, questa volta, di averla fatta davvero grossa. Ogni parola avrebbe potuto ritorcersi contro di lui peggiorando ulteriormente la situazione! Era quindi meglio tacere! Questo, ufficialmente; ma chiaramente sotto sotto, nell’ombra, stava brigando alla ricerca di chi potesse dargli una mano a cavarlo da questo ennesimo impiccio. Per lui non era impossibile trovare qualcuno, con tutte le conoscenze che aveva. Era scultore imperiale alla Corte Spagnola, quindi nel suo giro di conoscenze altolocate sicuramente c’era chi, , per ingraziarselo in cambio di favori, era disposto a proteggerlo. Ma come?

Come farla “franca” e uscirne “puliti”

Chiaramente non si poteva tentare di difendere l’indifendibile, poiché sarebbe stata una manovra troppo sporca! La tecnica normalmente usata era quella di “estorcere il perdono” pubblico alle vittime. In caso positivo (cioè se la vittima accettava il compromesso), il discorso si sarebbe risolto per il meglio: Leoni avrebbe evitato le conseguenze penali e per lui sarebbe stato come se non fosse successo nulla. Diversamente, se la vittima tergiversava non intendendo concedere il suo “cristiano” perdono in pubblico, aveva chiaramente le ore contate. Di questo lavoro sporco, si sarebbero interessati gli emissari del protettore. In tal modo il Leoni ne sarebbe uscito comunque pulito, per l’automatica decadenza del dolo alla morte della vittima, se non causata direttamente da lui.

,Del resto, a parte le volte che aveva optato per la fuga, già in altri casi, precedentemente, aveva usato questa tecnica e solo così ne era uscito sempre onorevolmente “pulito”. Il suo angelo protettore, in questo caso, sarebbe il terzo duca d’Alba, Alfonso Álvarez de Toledo, soggetto quest’ultimo, che era già stato governatore di Milano e col quale era stato sempre in ottimi rapporti.

Alfonso Álvarez de Toledo, duca d’Alba

… di Filippo II

Altrettanto silenzio assordante quello di Filippo II nei confronti della missiva di Tiziano, invocante severa punizione contro Leoni. L’accorata lettera del pittore affinchè fosse fatta giustizia rimase totalmente ignorata. Che Filippo abbia potuto intuire qualcosa di sporco in quella lettera, non si saprà mai, certo è che pure lo stesso Tiziano, recepito il messaggio nascosto in quel silenzio, si affrettò a tornare alla carica, qualche mese dopo quella prima lettera, scrivendone una seconda il 22 Settembre 1559, di tutt’altro tono: calcando la mano sulla sua assoluta lealtà alla Corona di Spagna, la sua profonda devozione all’imperatore e relegando come ultimo messaggio (quasi trascurabile), quello che, sotto sotto, era lo scopo principale della sua missiva, …. la sua vibrante protesta per l’aggressione subita dal figlio, fino ad allora rimasta impunita …. a buon intenditor poche parole. Risultò ancora senza riscontro pure la seconda missiva, nonostante la sviolinata di fedeltà al re ed alla Corte. Ne seguirà una terza, a distanza di tempo (il 24 marzo 1560) in cui anche l’ultimo suo flebile appello perché sia fatta giustizia, resterà lettera morta.

Conclusione

E’ proprio da esempi come questo, che emerge evidente uno spaccato dei costumi del tempo. L’impressione che se ne trae, appare davvero desolante! Si percepisce chiaramente una società machiavellica marcia fin dalle fondamenta, basata sulla legge del più forte, sul sopruso, sugli intrallazzi, gli espedienti, le protezioni, i salamelecchi, le parole dette e non dette, la paura di esporsi più del dovuto, le illazioni ed infine, persino le minacce alle vittime per estorcere il loro perdono.

E infatti, anche Orazio aveva ricevuto nel mese di ottobre 1559, una chiara minaccia se non avesse concesso il perdono al suo aggressore. Si arrovellava il cervello se stare o non stare a questo gioco sporco! Perché concedere pubblicamente il perdono ad uno che voleva assassinarlo? Solo per dargli ancora possibilità di uscirne “pulito”, evitandogli una ennesima volta conseguenze giudiziarie, in modo da dargli la possibilità di colpire ancora a suo piacimento?
Era in seguito a questa minaccia che si era deciso a quella supplica al Consiglio dei Dieci, cui ho accennato all’inizio! Era un modo per prendere qualche altro giorno di tempo, prima di decidere per il sì o per il no, se concedere o meno questo benedetto perdono. Doveva pensarci bene perché, da quella risposta, ne sarebbe dipesa la sua vita! Intanto, per ora, avuta l’approvazione da parte del Consiglio, era finalmente libero di uscire da casa con un’arma per potersi difendere, da eventuale regolamento di conti!

Alla fine, la legge del più forte vince sempre: Orazio, riluttante come tutti quelli nelle sue condizioni, preferirà aver salva la vita optando per il perdono al delinquente: un ricordo comunque amaro, che si porterà dietro fino alla morte, indelebile come le cicatrici sul suo corpo.
E per ironia della sorte, morirà di peste nel 1576, a soli 48 anni! Il suo aggressore, già vent’anni più vecchio di lui, non solo sopravviverà alla peste, ma morirà appena nel 1590, ad 81 anni, non senza aver fatto parlare ancora di sé per l’ultima sua felice idea, quella delle bombe al prete, per zittire le campane della sua chiesa!

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