Le porte romane e medioevali di Milano

Premessa

L’idea di trattare questo argomento è nata da una lapide notata casualmente passeggiando pochi giorni fa per le vie del centro. La curiosità che mi ha spinto ad indagare, deriva dal fatto che si tratta di una lapide “diversa”, incastonata sulla facciata di un palazzo non di pregio particolare. Non so quante volte ci sarò passato davanti, senza mai notarla! E dire che si trova in una zona trafficata, in pieno centro, al civico 21 di Corso Venezia, poco dopo via della Spiga, quasi all’incrocio con via Senato. La diversità sta nel fatto che si tratta di un bassorilievo in pietra su una lapide funeraria pagana, che a detta degli esperti, è antica, di probabile origine romana, risalente al periodo imperiale, se non addirittura a quello repubblicano precedente. A parte una scritta in caratteri romani più o meno illeggibile, il bassorilievo raffigura una lupa accoccolata per terra, in posizione molto realistica, mentre sta allattando un suo cucciolo.

La lapide di fianco al portone del palazzo di Corso Venezia 21 a Milano

Cosa ci sta a fare allora lì quella lupa? Non vi è, a dire il vero, alcun motivo particolare per cui la lapide sia stata posta in su quella facciata, fra la vetrina di un negozio e l’ingresso all’androne che permette di accedere al palazzo, se non quella di “ricordare” che lì nei pressi, fino a due secoli fa, quasi all’incrocio fra Corso Venezia e Via Senato, esisteva una delle tante antiche porte medioevali della città, la porta Renza. Quando nel 1818, decisero di demolirla, per spostarla più avanti (all’altezza dei Bastioni (spagnoli), alla fine dell’attuale Corso Venezia), questa lapide funeraria, che precedentemente ornava la parte esterna di quel manufatto, fu provvidenzialmente salvata dalla distruzione. L’allora proprietario dell’edificio di Corso Venezia 21, che sorgeva proprio a fianco di quel varco, pensò bene di ricuperarla, facendo incastonare questo prezioso reperto sulla facciata del suo palazzo, a ricordo dell’antica porta Renza medioevale, che chiudeva la strada proprio lì a fianco. A dire il vero, la nuova porta non fu poi mai realizzata ai Bastioni, se non posticcia in cartongesso e legno, in occasione di ingressi trionfali di reali o di altri eventi particolari. In compenso, per permettere di riscuotere le gabelle per chi portava merci in città, vennero prontamente realizzati, sotto il governo austriaco nel 1828, i due caselli daziari che vediamo ancora oggi in Piazza Oberdan.

Lapide funeraria pagana in Corso Venezia 21 – Milano

Due considerazioni a questo proposito: la prima, “emotiva”, legata al nome della porta: incredulità, stupore, dubbio che quel nome Renza fosse un errore, poiché avevo sempre sentito dire che quella porta si chiamasse Orientale! la seconda, “razionale”, legata alla lapide: se è vero che quel manufatto è antico come dicono, cioè temporalmente collocabile ai tempi della Mediolanum imperiale, significa che quel reperto, recuperato dalla demolizione della porta Renza, in effetti doveva già provenire da qualche altra parte, poiché quella porta,. essendo ‘solo’ medioevale (cioè risalendo al XII secolo) era decisamente più recente della lapide stessa (I – IV secolo)! Con molta probabilità, pare provenisse dalle rovine della precedente porta Argentea.

Da quanto detto, sembra doveroso, per chi come me, non è milanese, fare un riepilogo, chiarendo una volta per tutte, quante e quali erano queste porte e dove si trovavano le vecchie mura della città, sia quelle dell’età romana, che quelle dell’epoca medioevale. Tralascio volutamente di prendere in considerazione in questa sede, le più recenti porte delle mura spagnole. Questa curiosità nasce dal fatto che, particolarmente per quanto riguarda le porte più antiche, cioè quelle di epoca romana, ci pensò Federico Barbarossa a cancellare, nel 1162, ogni traccia visibile in città, delle vestigia di quel glorioso passato.

Gli studi e le ricerche delle tracce del passato

Probabilmente intimorito dal potere che la città aveva acquisito durante il XII secolo, il Barbarossa aveva intenzione di cancellare del tutto Milano dalle carte geografiche. Fece però, per nostra fortuna, un piccolo errore di valutazione sulle capacità dei posteri: nel radere al suolo la città, tralasciò di eliminare pure le fondamenta dei monumenti abbattuti. Errore questo che permise agli studiosi ed archeologi odierni, di disporre di materiale prezioso per la ricostruzione storica di come doveva essere la città romana di allora.

A dire il vero, non fu mai fatto un lavoro sistematico, serio di ricerca, uno studio mirato con degli scavi stratigrafici dedicati e sufficientemente estesi che permettessero di dare una risposta precisa ai tanti quesiti rimasti tuttora irrisolti.

Ndr. – Lo scavo stratigrafico moderno ha come obiettivo non solo l’estrazione dei monumenti e degli oggetti dalla terra che li nasconde, ma pure la comprensione storica delle tracce umane celate nella stratificazione, che si manifestano con maggiore o minore evidenza e che l’archeologo deve saper individuare e tradurre.

Scoperte del tutto casuali

La maggioranza delle “scoperte” fatte a Milano negli ultimi ottant’anni, è frutto di scavi effettuati, di norma, per altri scopi. Ad esempio la costruzione di un rifugio antiaereo in piazza Duomo nel 1943, durante l’ultimo conflitto, ha permesso l’individuazione casuale delle fondamenta della basilica Major (di Santa Tecla); oggi, gli scavi compiuti per la realizzazione, in centro, delle gallerie della metropolitana della linea 3 (gialla) e della linea 4 (blu), hanno permesso di portare alla luce tratti di mura antiche, depositi di anfore, fognature realizzate in epoca romana ecc.

Vediamo quindi come Mediolanum (la Milano di allora) doveva presentarsi poco più di 2000 anni fa.

Le porte della Mediolanum repubblicana (romana)

La storia ci dice che, con la vittoria di Clastidium (Casteggio) sugli Insubri nel 222 a.C., Mediolanum venne conquistata dai Romani, sotto la guida dei consoli Cornelio Scipione e Claudio Marcello. Da quel momento cominciò la lenta fase di romanizzazione della Mediolanum celtica (o gallica, come la chiamavano i Romani). Le mura difensive di quell’agglomerato, non vennero costruite subito ma si dovettero attendere almeno altri 170 anni prima di cominciare a vedere realizzata una efficace struttura di difesa della città. A tutt’oggi, gli storici non danno per certo il 49 a.C., come data d’inizio della costruzione delle prime mura romane. Vi è chi dice che fu ordinata quell’anno stesso da Cesare, dopo che la città era stata elevata al rango di municipium, e chi viceversa è più propenso a pensare che l’artefice non sia stato Cesare, bensì Ottaviano, dopo di lui.

Ndr. – Con la lex Julia, venne concessa la cittadinanza romana a tutta la Gallia Cisalpina (a sud delle Alpi). Mediolanum pertanto, per la sua importanza, fu assunta come municipium civium romanorum godendo da quel momento, di un certo livello di autonomia amministrativa.

Il perimetro delle mura repubblicane

Evidenziato in colore rosso mattone, si può notare sull’attuale piantina del centro di Milano, il perimetro della prima cerchia di mura repubblicane della città. Anche se disegnata abbastanza chiaramente sulla mappa, non si ha l’esatta percezione della reale dimensione dell’area racchiusa dalle mura. Per chi conosce le principali vie del centro di Milano, proverò a fornire qualche informazione aggiuntiva per consentire la localizzazione sia del tracciato delle mura che del punto esatto dove si trovavano le porte di cui oggi, come detto, non esiste più alcuna traccia, essendo state tutte distrutte nel 1162, quando l’imperatore Federico Barbarossa decise di fare terra bruciata di tutta la Mediolanum di allora.

L’estensione dell’area protetta dalle mura era di circa 60 ettari ed il perimetro totale della cinta si aggirava sui 3 km. Per dare un’idea più precisa della zona interessata, il loro percorso seguiva abbastanza fedelmente tratti delle seguenti vie (attuali): San Giovanni sul Muro, Cusani, dell’Orso, Filodrammatici, Agnello, Pattari, delle Ore, Pecorari, Paolo da Cannobio, Disciplini, San Vito, largo Carrobbio, Medici, Nirone e corso Magenta. I sette varchi (evidenziati nel disegno da numeri in colore rosso mattone), consentivano di prendere le varie strade consolari in uscita dalla città.

Le sette porte

  • 1 – Porta ORIENTALIS
    > posizione:
    Era situata alla fine dell’attuale via Santa Margherita, all’angolo di Piazza della Scala.
    > strade:
    Partiva da qui la via Spluga, il cui percorso si sviluppava tra Mediolanum e il passo dello Spluga.
    Proseguiva da qui la via Gallica verso oriente (da cui il nome della porta): attraverso Bergomum (Bergamo) e Brixia (Brescia), conduceva a Verona.
    > note:
    La via Gallica univa Augusta Taurinorum (Torino) con Verona .
  • 2 – Porta TONSA (o TOSA)
    > posizione:
    Ubicata nell’attuale via Rastrelli, poco prima dell’incrocio con via Larga.
    > strade:
    Arrivava qui la via Regina, strada questa che permetteva il collegamento del porto fluviale di Cremona con Comum (Como) passando per Mediolanum.
    > note:
    La Porta sorgeva nei pressi del porto fluviale di Mediolanum, da cui il nome della porta (tonsa in latino, significa “remo”).
    Poco fuori da questa Porta, era presente l‘Arx Romana, uno dei quattro castelli difensivi della città.
  • 3 – Porta ROMANA
    > posizione:
    Si trovava in piazza Missori, quasi all’inizio di Corso di Porta Romana in prossimità della chiesa di San Giovanni in Conca.
    > strade:
    Partiva da qui la via Emilia, strada che, passando da Laus Pompeia (Lodi Vecchio),  Placentia (Piacenza), Bononia (Bologna), Ariminum (Rimini). Prendendo poi la via Flaminia, permetteva di raggiungere Roma (da cui il nome della porta)
  • 4 – Porta TICINENSIS
    > posizione:
    Ubicata al Carrobbio, di fianco alla cosiddetta “Torraccia”, o “Torre dei Malsani”.
    > strade
    Partiva da qui, l’arteria stradale che collegava Mediolanum a Ticinum (Pavia).
    > note:
    Poco fuori da questa Porta, era presente il Castrum Vetus uno dei quattro castelli difensivi della città.
    Ticinum, conquistata dai Longobardi nel 572 d.C., ne divenne la loro capitale col nome di Papia (da cui Pavia).
  • 5 – Porta VERCELLINA
    > posizione:
    Ubicata dove oggi c’è la chiesa di Santa Maria alla Porta, nell’omonima via.
    > strade:
    Partiva da qui la via delle Gallie, che conduceva verso Augusta Prætoria (Aosta) passando da Novaria (Novara) e che portava poi in Gallia Transalpina (Francia).
    Arrivava qui la via Gallica, arteria stradale che, provenendo da  Augusta Taurinorum (Torino), passava da Vercellae (Vercelli), da cui il nome della porta.
    > note:
    La via Gallica che univa Augusta Taurinorum (Torino) con Verona, proseguiva poi uscendo da Porta ORIENTALIS o successivamente da Porta ARGENTEA.
  • 6 – Porta JOVIA (o GIOVIA)
    > posizione:
    Era situata in via San Giovanni sul Muro, fra l’attuale Teatro Dal Verme e la demolita chiesa di San Giovanni sul Muro, nome che richiama il tratto delle mura augustee che collegavano Porta VERCELLINA a Porta GIOVIA.
    > strade:
    Partiva da qui la via Mediolanum-Verbanus detta anche Via Severiana Augusta, strada romana consolare che congiungeva Mediolanum con il Lago Maggiore e da qui al passo del Sempione.
    Partiva da qui la via Mediolanum-Bilitio, che metteva in comunicazione Mediolanum con Bilitio (Bellinzona) passando da Varisium (Varese) e Luganum (Lugano)
    > note:
    Poco fuori da questa Porta, era presente il Castrum Portae Jovis, uno dei quattro castelli difensivi di Mediolanum. Questo diventerà il futuro Castello Sforzesco.
  • 7 – Porta COMACINA (o CUMANA o CUMENSIS o del CORDUSIO)
    > posizione:
    Si trovava all’incrocio tra via Broletto e via Dell’Orso
    > strade:
    Riprendeva da qui la via Regina, in direzione di Comum (Como) da cui il nome della porta. Questa era una strada consolare che passando per Mediolanum collegava Cremona (Cremona) con la città lariana.
    Partiva da qui la via Mediolanum-Bellasium, che metteva in comunicazione la città con Bellasium (Bellagio).
    > note:
    La chiamavano pure Porta del CORDUSIO, con un richiamo al vicino e omonimo quartiere, dove c’era il palazzo del duca longobardo), che sorgeva nell’odierna piazza Cordusio, da cui l’origine di questo toponimo: da “De curte ducis” (o “Curia ducis“, cioè la “corte dei duchi lombardi”, a “Cortedoxi“, quindi “Corduce” e infine “Corduso” o “Cordusio“.

Pillole di storia

Dopo un lungo periodo di stasi, verso la fine del terzo secolo, un nuovo imperatore, Diocleziano, comparve sulla scena politica dell’Impero Romano. Salito al potere nel 284 d.C., si trovò a dover governare un impero molto vasto: dalla Spagna alla Palestina, dalla parte meridionale della Britannia, a tutte le coste mediterranee dell’Africa. L’impero stava in quel momento attraversando un grave periodo di crisi, essendo sottoposto sia a fortissime pressioni sia esterne, con le minacce d’invasione delle popolazioni barbariche, sia interne, con una profonda crisi economica che stava dilaniando la società romana. Data l’impossibilità di poter contrastare prontamente i nemici che minacciavano i confini dell’impero, a causa delle grandi distanze da coprire, Diocleziano ideò un nuovo rivoluzionario sistema di governo, noto come “tetrarchia“.

La “tetrarchia” di Diocleziano

Egli instaurò cioè un “governo a quattro”. Per realizzare la cosa, divise il vastissimo impero in due parti, ognuna delle quali in due distinte prefetture. Assegnò a Massimiano, abile militare, il governo della parte occidentale dell’Impero, tenendo per sé la parte orientale. Ci furono così due imperatori, chiamati entrambi Augusti, di cui uno, il più anziano (cioè Diocleziano), di maggiore autorità rispetto all’altro. Ognuno di loro si scelse un proprio collaboratore, cui venne assegnato il titolo di Cesare, una sorta di vice-imperatoreMassimiano scelse Flavio Costanzo detto Cloro, per l’Occidente, mentre Diocleziano optò per Valerio Galerio, per l’Oriente. A questi ultimi venne affidata la gestione di una delle due prefetture della propria parte, l’altra la deteneva l’imperatore. I due Cesari, al pari dei due Augusti, avevano la “tribunicia potestas” (cioè il diritto di veto su qualsiasi decreto del Senato, l’immunità personale e la possibilità di comminare condanne capitali) e “l’ imperium” (cioè il potere assoluto). Potevano inoltre batter moneta e comandare eserciti propri, in nome degli imperatori di cui erano luogotenenti. Avevano diritto alla successione. Il potere legislativo invece era prerogativa solo degli Augusti, compito questo che sarebbe spettato anche ai Cesari quando fossero diventati loro stessi Augusti di diritto, all’abdicazione o morte dei loro predecessori. Le capitali erano quindi quattro in tutto: Mediolanum e Treviri per l’Occidente, Nicomedia e Sirmio per l’Oriente.

Con questa organizzazione, Diocleziano sperava di porre fine alle guerre civili e contrastare efficacemente le invasioni barbariche. Fu comunque lui a rimanere sempre la prima autorità dell’Impero Romano: con lui, sia il senato che l’esercito persero ogni influenza e l’imperatore pretese per sé il titolo di dominus (“signore”). Voleva anche che il potere imperiale fosse considerato di origine divina. Entrambi gli Augusti, quindi, assunsero il titolo di “nati dagli dei“: tanto è vero che Diocleziano si fece chiamare Jovus, cioè inviato di Giove, e diede a Massimiano il nome di Erculeo, cioè discendente di Ercole.

Per inciso, Cloro, era il genero di Massimiano, avendone sposato la figliastra Teodora. Il figlio che Cloro ebbe con Elena (non si sa se fosse sua seconda moglie o una concubina) fu Costantino il Grande (quello dell’Editto del 313).
[Ndr. – Vediamo oggi la sua statua sul sagrato della basilica di San Lorenzo.]

L’EDITTO
Emanato a Milano nel 313 d.C. da Costantino e Licinio, riconosceva alle comunità cristiane piena libertà di culto e parità di diritti nei confronti di tutte le altre comunità dell’Impero; abrogava le restrizioni in vigore, relative alla libertà di propaganda e proselitismo fra i pagani, e ordinava la restituzione ai cristiani di tutti i beni confiscati. I cristiani potevano acquistare proprietà, frequentare e aprire la pubblico i luoghi di culto, avere propri cimiteri.

Per verificare che questo nuovo tipo di governo funzionasse realmente, dopo venti anni di regno, nel 305, Diocleziano decise di ritirarsi, facendo fare altrettanto a Massimiano e facendo diventare Augusti i loro rispettivi Cesari, Galerio e Cloro. Questi ultimi scelsero a loro volta immediatamente due nuovi Cesari, secondo lo schema tetrarchico.
Costantino e Massenzio, figli rispettivamente, di Cloro e Galerio, avrebbero dovuto subentrare come Cesari dei due nuovi Augusti, ma questi ultimi, optando per Flavio Severo e Massimino, provocarono la reazione dei due legittimi pretendenti che, solo con le armi riusciranno alla fine a far valere i loro diritti di successione e a prendere il potere.

 Marco Aurelio Valerio Massimiano Erculeo

L’estensione delle mura romane

Proprio da quando Diocleziano salì al potere ed instaurò la tetrarchia, Mediolanum godette il suo periodo di massimo splendore. Massimiano Augusto prescelse la città come capitale dell’Impero Romano d’Occidente, facendole assumere il pomposo nome di “Aurelia Augusta Mediolanum“. In seguito alla conseguente notevole crescita urbanistica, l’imperatore Massimiano, fra il 293 e il 305 d.C., decise di abbellire la città con nuovi sontuosi palazzi, monumenti e terme (le Terme Erculee), oltre ad estendere la cinta muraria della Mediolanum di allora, verso nord-est (linea azzurra nella piantina).

Massimiano, inglobò nella cinta un vasto territorio a nord-est comprendendo le Terme e includendo l’area del Verziere (corso Europa e piazza Fontana). Nella parte occidentale della città, le mura vennero ampliate, per racchiudere anche la zona del circo romano di Milano.

Il circo romano di Mediolanum (470 metri in lunghezza e 85 in larghezza) fu il più grande circo costruito durante l’epoca della Tetrarchia di Diocleziano. Essendo, per i costi di mantenimento della struttura, simbolo di grande potere economico, solo poche città romane potevano vantare di possedere un circo. Nel Nord Italia, oltre a Mediolanum, solo Aquileia ne possedeva uno. Veniva usato per gare sportive a cavallo, guidate sia da bighe che da quadrighe: solo eccezionalmente per combattimenti tra gladiatori. Il circo romano di Milano venne edificato per volere dell’imperatore Massimiano  sul letto del torrente Nirone. Il circo occupava un’area grossomodo compresa tra le moderne corso Magenta, via del Torchio, via Brisa, via Cappuccio, via Circo e via Morigi. Quasi tutto è andato distrutto nel 1162. Di quel circo, rimane ancora oggi solo una delle due torri laterali dei carceres, (i cancelli di partenza delle bighe) giunta sino a noi praticamente integra, essendo poi diventata il campanile della chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore (la Cappella Sistina di Milano)

Il perimetro delle nuove mura

 Visivamente, sempre facendo riferimento alla precedente pianta del centro città, la parte delle mura cesaree che l’imperatore Massimiano dismise, era quella che si trovava più o meno all’altezza delle attuali vie Filodrammatici, Agnello e Pattari, delle Ore. Ampliando la cinta muraria verso nord-est, la nuove mura si trovarono posizionate alcune centinaia di metri più a destra, più o meno all’altezza di via Bigli, piazza San Babila, via Durini, Verziere, delle Ore.

La vecchia Porta ORIENTALIS e il tratto di mura sulle quali si apriva, persero la loro funzione trovandosi relegate all’interno del nuovo perimetro della città. La porta non venne però demolita, rimase in piedi, al pari del vecchio tratto di mura, che fu trasformato da muro di difesa a muro interno di separazione del centro abitato.

Alla fine, l’estensione dell’area racchiusa fra le mura, superava i 100 ettari ed il perimetro totale delle stesse si aggirava sui 4,5 km, seguendo abbastanza fedelmente le seguenti attuali vie: San Giovanni sul Muro, Cusani, dell’Orso, Monte di Pietà, Bigli, piazza San Babila, Durini, Verziere, delle Ore, Pecorari, Paolo da Cannobio, Disciplini, San Vito, largo Carrobbio, Medici, Nirone e la parte iniziale di corso Magenta.

L’antica Mediolanum era difesa, oltre che da mura e torri, anche da quattro fortificazioni, il Castrum Vetus, il Castrum Portae Novae, l’Arx Romana e il Castrum Portae Jovis poste all’esterno delle porte

Le tre nuove porte

La nuova cinta muraria (quella indicata in azzurro) seguiva, all’altezza delle vie Bigli, Piazza San Babila, Durini esattamente il corso del fiume Seveso che, all’epoca, scorreva in superficie, lì in zona. Fra le attuali via Manzoni e via Bigli (esattamente all’altezza del Grand Hotel et de Milan). venne aperto un nuovo varco chiamato Porta NOVA o AUREA. A due passi da lì, la chiesa di San Donnino alla Mazza, le cui tracce sono visibili ancora oggi. Gli altri due varchi lungo le nuove mura, creati più a sud, vennero denominati rispettivamente Porta ARGENTEA e Porta HERCULEA, portando complessivamente a nove, il numero di porte effettive per uscire dalla città.

  • 8 – Porta NOVA (o AUREA)
    > posizione:
    Era situata all’incrocio fra l’attuale via Manzoni, e via Bigli
    > strade:
    Partiva da qui la via Spluga, il cui percorso si sviluppava tra Mediolanum e il passo dello Spluga.
    > note:
    Poco fuori da questa Porta, era presente il Castrum Portae Novae, uno dei quattro castelli difensivi della città.
  • 9 – Porta ARGENTEA
    > posizione:
    Era ubicata in prossimità di piazza San Babila, alla fine dell’attuale corso Vittorio Emanuele II.
    > strade:
    Proseguiva da qui la via Gallica che, attraverso Bergomum (Bergamo) e Brixia (Brescia), portava a Verona.
  • 10 – Porta HERCULEA
    > posizione:
    Era situata alla fine dell’attuale Largo Augusto, vicino al Verziere.
    > strade:
    Partiva da qui la via Mediolanum-Brixia, che collegava Mediolanum direttamente con Brixia (Brescia) passando anche da Cassianum (Cassano d’Adda). 

Se l’ultima delle tre porte, l‘HERCULEA, era stata così denominata come chiaro omaggio all’imperatore Massimiano, visto che lì nei pressi (nell’attuale Corsia dei Servi) lui aveva fatto pure costruire le grandi Terme Erculee, ora quasi totalmente scomparse, destano sicuramente maggiore curiosità il motivo dei nomi attribuiti alle altre due porte: l’Aurea e l’Argentea che apparentemente non hanno una giustificazione plausibile.

Porta AUREA

Perché poi Porta NOVA si chiamava anche AUREA?
Il nome della porta derivava dal fatto che da questo varco cittadino iniziava una strada consolare romana, la via Spluga, che metteva in comunicazione Mediolanum con Lindau  (Lago di Costanza) in Baviera, località questa raggiungibile attraversando le Alpi proprio al passo dello Spluga. Allora, il nome latino di questo passo (2114m. Alpi Lepontine) era Cunus Aureus  (“punto d’oro”). La motivazione di simile denominazione dipendeva dal fatto che all’epoca, lungo l’arco alpino compreso tra il versante ligure e il fiume Ticino, si estraeva l’oro in miniere spesso costituite da grotte e caverne naturali esistenti nei massicci montuosi di tutta quell’area. Il fiume Ticino, che scende poco più a ovest del passo dello Spluga, rappresenta lo “spartiacque” tra le Alpi occidentali e quelle centrali. Mentre infatti sulle prime, i giacimenti d’oro rendevano profittevole l’impianto di miniere, altrettanto non può dirsi per le seconde per le quali i ritrovamenti essendo molto scarsi, non rendevano conveniente la predisposizione di strutture per l’estrazione del metallo.

Porta ARGENTEA

Ai tempi dell’imperatore Massimiano, oltre a porta ROMANA, questa era con tutta probabilità, la porta più importante della citta, in quanto permetteva all’imperatore di raggiungere rapidamente Aquileia, base militare romana fondamentale sia per le campagne militari contro gli Istri e i Carni sia per l’espansione di Roma verso tutta l’area del Danubio. In queste città, egli fece erigere costruzioni di enormi proporzioni tanto da farle apparire come una sorta di “seconda capitale” (tra cui il circo). Divenne infatti la capitale della X Regione augustea, (Venetia et Histria). Centro politico-amministrativo importante, divenne anche un prospero emporio, avvantaggiata dal lungo sistema portuale e da una raggiera di importanti vie di comunicazione che partivano da lì sia verso il Nord Europa, oltre le Alpi e fino al Baltico (“via dell’ambra”) sia ad Ovest verso le Gallie, che ad Est verso l’Oriente. Fin dalla tarda età repubblicana e durante quasi tutta l’epoca imperiale, Aquileia costituì uno dei grandi centri nevralgici dell’Impero Romano. Alla morte dell’imperatore Teodosio I (395), era la nona città dell’Impero e la quarta d’Italia, dopo Roma, Mediolanum e Capua, celebre per le sue mura e per il suo porto.

Per raggiungere Aquileia, da Mediolanum, bastava uscire da Porta ARGENTEA, prendere la via Gallica, e arrivare a Verona. Da lì poi s’incrociava la via Postumia, che partendo da Genua (Genova) passava da Placentia (Piacenza), proseguiva per Cremona e Verona, arrivando ad Aquileia dopo aver superato Vicezia (Vicenza), Patavium (Padova) e Opitergium (Oderzo).

Ndr. –  All’epoca, Venetia (Venezia), come città, non esisteva ancora, il primo insediamento a Venezia sulla Riva Alta (Rialto) risalirebbe al 25 marzo del 421 d.C.  Studi recenti hanno però dimostrato che San Giacomo di Rialto è assai più tarda, risalendo alla metà del XII secolo.. Gli abitanti della terraferma cercarono rifugio nelle lagune a seguito delle varie ondate di invasioni barbariche che si succedettero dal V secolo, in particolare quella degli Unni (452) e dei Longobardi (568)

Ma perché la chiamavano Porta ARGENTEA?
La strada passava per Argentiacum, l’odierna Crescenzago, quartiere di Milano nella periferia nord-orientale, distante poche miglia dalla porta, e toccava pure Argentia Nova (Gorgonzola) che si trovava anch’essa ad est della città. Non era questo, comunque, il motivo per cui quella porta si chiamasse così. Proseguendo verso Oriente, quella strada (via Gallica + via Postumia) portava ai Balcani, verso la Grecia, le sue isole e l’Asia Minore dove già i Greci prima ancora dei Romani, avevano scoperto l’esistenza di giacimenti d’argento. Molto probabilmente il metallo, giungeva poi, via mare, ad Aquileia. Da qui quindi, la dizione di Porta ARGENTEA data alla porta cittadina più orientale della Mediolanum di allora! A dire il vero, il minerale non era solo argento, ma piuttosto “elettro”, una lega naturale d’oro misto ad argento. Lega questa che, ai tempi degli antichi Romani, si estraeva in miniere situate in varie parti del vastissimo impero romano di allora.

Impero Romano al tempi di Traiano (117 d.C.)AD = Anno Domini

Ndr. – L’elettro, è una lega d’oro e d’argento in rapporto 4/5 e 1/5 reperibile come minerale allo stato naturale, ma anche riproducibile artificialmente. La percentuale l’argento dev’essere almeno del 20%. I due metalli di questa lega erano, ai tempi, difficilmente separabili. E’ chiamato “ambra gialla” per il suo colore più pallido dell’oro puro e più giallo dell’argento. Questo minerale, già noto al tempo dei Greci era reperibile in natura, in giacimenti idrotermali. Questa lega molto usata nell’antichità, essendo un materiale abbastanza duttile, si prestava alla creazione di ornamenti vari, monili, ed oggettistica di lusso. Inoltre, vista la sua ampia disponibilità, fu uno dei primi materiali utilizzati per il conio di monete  Famoso l’oro di Cizico e l’oro di Focea, perché queste due città, entrambe greche a quei tempi, coniavano in elettro, ricche serie di monete usate negli scambi internazionali in tutto il Mediterraneo orientale.

L’utilizzo dell’elettro fu abbandonato completamente agli inizi del XVI secolo quando in Europa iniziarono ad affluìre dall’America, massicce quantità di oro, prima introvabile allo stato puro. La causa dell’abbandono fu la continua svalutazione delle corrispondenti monete d’oro, il cui valore veniva ridotto abbassandone il titolo mediante l’alligazione (cioè l’aggiunta di elementi di rafforzamento del metallo) con l’argento.

L’espansione della città oltre le mura

Con la crescita del centro urbano, la cinta muraria della Mediolanum repubblicana (a sud e ad ovest) e dell’estensione massimiana (a nord e ad est), realizzata interamente in muratura, rivelò ben presto i suoi limiti, al punto che, diversi importanti monumenti cominciarono a sorgere man mano, all’esterno delle mura. Si trattava soprattutto di chiese e conventi, sorti a pochi anni dalla promulgazione dell’editto sulla tolleranza religiosa. Ad esempio sorsero fuori le mura, la basilica di Sant’Ambrogio (379 – 386 d.C.) sulla via per le Gallie, quella di San Nazaro in Brolo (382 -386 d.C.) sulla via per Roma, quella di San Dionigi (381 – ?? ) sulla strada per l’Oriente, quella di San Lorenzo Maggiore (390 – 410 d.C.) sulla via per Ticinum (per citarne solo alcune) e intorno a queste nuove reatà, si svilupparono vari insediamenti, attività commerci e diversi altri servizi.

Pure a pochi metri da porta ARGENTEA, sorse ad esempio, molto più tardi, la basilica di san Babila, la cui costruzione, a detta degli storici dell’arte e dell’architettura lombarda, risalirebbe agli ultimi decenni del secolo XI, basilica questa, che si trovava davvero a ridosso delle mura della città di allora. Secondo la tradizione, questo edificio fu infatti eretto sui resti di una precedente monastero del clero missionario orientale, il Concilium Sanctorum (Concilio dei Santi), struttura questa, risalente nel secolo VII, sorta a sua volta, sulle rovine di un preesistente tempio pagano dedicato forse al dio Sole, che probabilmente era stato costruito nel IV secolo, più o meno ai tempi della basilica paleocristiana di San Dionigi (basilica prophetarum). Quest’ultima, per tradizione, insieme alla basilica martyrum (Sant’Ambrogio), apostolorum (San Nazaro in Brolo) e virginum (San Simpliciano), è annoverata tra le quattro basiliche ambrosiane volute ed erette da sant’Ambrogio (339-397), quanto fu nominato vescovo di Milano. Oggi non esiste più, ma si trovava all’altezza di via Palestro, più o meno davanti alla Villa Reale. Fu demolita nel Settecento per far spazio ai Giardini Pubblici di Porta Venezia e poi al Museo Civico di Storia naturale. Intorno a queste aree, si svilupparono col tempo, monasteri e attività varie.

Le prime mura medioevali (“i terraggi”)

Era il 1156 quando i milanesi, che erano già in guerra contro Federico Barbarossapr, decisero di dare il via alla costruzione di una nuova cinta difensiva di mura medioevali. ovviamente più estesa della precedente, in modo da poter inglobare anche le chiese ed i conventi che, sorti nel corso dei secoli, non avevano trovato adeguata protezione all’interno delle mura romane. La nuova cerchia di mura medievali fu realizzata fra il 1156 e il 1158 sul progetto del maestro genovese Guglielmo da Guintellino. Consisteva in un cerchio irregolare che si snodava attraverso l’attuale cerchia interna dei Navigli. Non disponendo di cave di pietra sufficientemente vicine alla città, si pensò di costruire le mura utilizzando la terra di riporto degli scavi effettuati perla creazione del fossato. Con questa terra vennero costruiti dei possenti bastioni (detti “terraggi” perché fatti di terra), utilizzando palizzate di rinforzo e delle torri di legno. Il fossato venne riempito con l‘acqua proveniente dal Seveso e dal Nirone, mentre lo scarico della stessa era garantito dalla Vettabbia. Anche se studiato bene, alla prima resa dei conti (cioè dopo nemmeno sei anni, il sistema di protezione ideato, si rivelò fallimentare, visto che il Barbarossa riuscì ugualmente a mettere a ferro e fuoco la città.

Le seconde mura medioevali

Nel 1171, come conseguenza della distruzione compiute da Federico Barbarossa e i suoi alleati (Lodi, Como, Pavia, Cremona), si iniziarono i lavori per la ricostruzione di un più efficace sistema difensivo, questa volta in muratura, dotato di un fossato allagato anche dalle acque dell’Olona, che fino ad allora era indirettamente tributario del fossato delle mura romane e che, in questa occasione, subì la seconda deviazione della sua storia.

Le vecchie porte romane vennero ricostruite in età comunale (ad eccezione della porta HERCULEA probabilmente eliminata) spostandole tutte all’altezza della Cerchia dei Navigli: sei di queste diventarono principali, ROMANA, TICINESE, VERCELLINA, COMACINA, NUOVA, ORIENTALE. Tutte le altre vennero considerate secondarie assumendo il nome di Pusterle.

In età comunale, la città venne divisa in sestieri, a forma di spicchio, il cui vertice era il Palazzo della Ragione (piazza Mercanti) che per secoli svolse il ruolo di broletto della città. I sestieri poi si sviluppavano a raggiera verso la periferia raggiungendo la Cerchia dei Navigli (o le antiche mura medievali) che allora rappresentavano i confini di Milano. Ad ognuno di questi spettava il controllo di una delle sei principali porte d’uscita dalla città. Erano i nobili (capitanei) del sestiere a controllare il transito nella porta di pertinenza. Ogni sestiere assunse il nome della porta corrispondente.

  • Porta ROMANA medioevale sorse quasi all’incrocio fra l’attuale corso di Porta Romana e via Francesco Sforza. Ancora oggi, segnato sul selciato con diverso tipo di acciottolato, è visibile la posizione esatta dov’era la porta.
  • Porta TICINESE fu ricostruita all’incrocio fra corso di Porta Ticinese e via Molino delle Armi.
  • Porta VERCELLINA venne rifatta all’incrocio fra Corso Magenta e via Carducci.
  • Porta COMACINA venne ricostruita sull’asse di via Ponte Vetero-via Mercato all’incrocio con via Pontaccio.
  • Porta NOVA (o NUOVA) venne ricostruita alla fine dell’attuale via Manzoni, allo sbocco in piazza Cavour
  • Porta ORIENTALE, venne costruita, all’incrocio fra via Senato con Corso Venezia, in sostituzione della Porta ARGENTEA.

Durante il periodo napoleonico Porta ORIENTALE divenne Porta RICONOSCENZA. Per i milanesi era “Porta RENZA“, forse per contrazione del nome “ORIENTIA” o della parola “RICONOSCENZA“. Era una porta a due fornici, che venne eliminata nel 1818. Come si vede dalla stampa, non era assolutamente monumentale ma un caseggiato a più piani, come gli altri della medesima strada. L’unica differenza le due ampie arcate (fornici) dotate di robuste porte in legno. Sopra le arcate, le abitazioni delle guardie e dei soldati a presidio della stessa. Passato quel varco, si attraversava un ponte sulla fossa del Naviglio, prima di riprendere la via Gallica in direzione di Bergomum, Brixia e Verona. All’esterno di essa, verso la campagna, incastonata sul muro che divideva le due arcate, quasi a voler dare un segno di continuità col passato. la lapide funeraria pagana con la lupa, reperto recuperato incredibilmente ancora intero, fra le macerie, sembra, proprio della vecchia Porta ARGENTEA (distrutta nel 1162) sulla quale era stata precedentemente collocata.

Porta Orientale

NOTA DI GOSSIP
Stando a quanto riportano le cronache seicentesche, secondo il medico Alessandro Tadini, il primo untore della peste del 1630 a Milano, fu tale Pietro Antonio Lovato, soldato italiano al servizio della Spagna, che, entrato in città da questa porta con un carico di abiti infetti, comprati o rubati ai Lanzichenecchi, aveva preso alloggio presso alcuni parenti vicino a Porta ORIENTALE. Subito dopo essersi ammalato, venne ricoverato e dopo la morte, gli si scopri un bubbone sotto l’ascella: da questi, si sarebbe diffusa la terribile epidemia del 1630 nella città ambrosiana.

Porta JOVIA o GIOVIA venne ricostruita ma risultando inglobata nel Castello Visconteo, perse la sua funzione originale, pur mantenendo invariato il suo nome (Porta e non Pusterla) (vicino alla attuale Torre di Bona Sforza).

Di tutte queste porte le uniche esistenti oggi sono solo tre: Porta TICINESE, Porta GIOVIA e Porta NUOVA. Tutte le altre sono state demolite fra il XVIII e il XIX secolo.

LE  PUSTERLE

Col passare dei secoli, l’espandersi della città e il popolarsi del contado, si dimostrarono insufficienti le sei porte cittadine. Per venire incontro alla necessità di mobilità della popolazione, furono aperti, nelle mura medioevali, una decina di varchi minori chiamati Pusterle. A puro titolo di completezza, le elenco qui si seguito.

  • Pusterla di MONFORTE era sull’asse dell’odierno corso Monforte.
  • Pusterla TOSA si trovava all’incrocio di via Visconti di Modrone con via Cesare Battisti. Demolita nel 1790, .
  • Pusterla LODOVICA (già Pusterla di SANT’EUFEMIA) Era sulla strada per San Celso, oggi corso Italia. Demolita nel 1827.
  • Pusterla del BOTTONUTO era situata in via Francesco Sforza lungo la Cerchia dei Navigli, nei pressi dei Giardini della Guastalla, tra il vicolo delle Quaglie e il Cantoncello
  • Pusterla della CHIUSA o di SAN LORENZO Era dietro la chiesa di san Lorenzo, nella zona della chiusa della Vettabia, che qui raccoglieva le acque del Vepra, del Nirone e del Seveso.
  • Pusterla dei FABBRI, si trovava alla fine di via Cesare Correnti all’altezza dell’aiuola spartitraffico di piazza Resistenza Partigiana
  • Pusterla di SANT’AMBROGIO quasi all’incrocio fra via San Vittore e via Carducci
  • Pusterla delle AZZE, a lato della Porta GIOVIA, e come quest’ultima, finì con  lo scomparire con la realizzazione del Castello visconteo, che di fatto le inglobò entrambe.
  • Pusterla BEATRICE Sull’asse viario di via Brera-via Solferino all’incrocio con via Pontaccio. Demolita nel 1860.
  • Pusterla di SAN MARCO all’incrocio di via Borgonuovo, con via Fatebenefratelli.
  • Pusterla del BORGO NUOVO Era in fondo a via sant’Andrea, all’incrocio con via Senato.

Probabilmente, per il rilevante fatto storico accaduto in prossimità della Pusterla di SANT’AMBROGIO, questa risulta l’unica, rimasta oggi ancora in piedi. Tutte le altre sono state demolite fra il XVIII e il XIX secolo.

Per approfondimento sul fatto storico, leggi l’articolo su Bernabò e Gian Galeazzo Visconti

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