Corso Monforte

Premessa storica

Una delle undici località piemontesi di produzione d’eccellenza del Barolo, è Monforte d’Alba (m. 528 s.l.m.), un comune delle Langhe di circa 2000 abitanti, in provincia di Cuneo. Risulta essere oggi patrimonio dell’Umanità Unesco, per il pregio e l’importanza del suo paesaggio vitivinicolo. Il nome di questo paese, oggi uno dei borghi più belli d’Italia, deriva dalle mura del suo castello che ne cingevano la sommità (Mons Fortis) e l’abitato medievale. Come mai ne parlo? Cosa c’entra tutto questo con Milano e Corso Monforte?

Monforte d’Alba

Facciamo un salto indietro di un millennio rispetto ad oggi: si tratta di un terribile episodio documentato dagli storici di allora, che attualmente, almeno qui (a Milano), pare quasi del tutto dimenticato.

Correva l’anno 1028: un giorno, il paese (Monforte d’Alba) fu improvvisamente assediato, e il suo castello espugnato. Dati i tempi, questa non era certo una novità: le incursioni di predoni e bande armate erano all’ordine del giorno, soprattutto da quelle parti, dove era facile nascondersi nella fitta boscaglia. Allora era normale che qualunque minima controversia, si risolvesse con l’uso delle armi …
Ma chi erano gli assalitori? Le milizie del vescovo d’Asti (che aveva la giurisdizione di tutta quell’area)!
Qual’era il motivo di questo attacco improvviso? La religione! La popolazione di quella località era stata giudicata “eretica” perché, non riconoscendosi più nella religione Cattolica corrotta nella quale fino ad allora aveva creduto,, aveva osato optare per un altro “credo”!
Chi non venne ucciso subito, fu catturato: a centinaia, vecchi inermi, donne e bambini vennero tutti “deportati” a Milano e relegati in uno dei sobborghi a est, fuori dalle mura della città. E qui venne data loro la possibilità di scelta, o abiurare il proprio credo o finire sul rogo. Ben pochi abiurarono, la stragrande maggioranza si immolò sul rogo.

Corso Monforte a Milano, cioè la strada che oggi unisce piazza san Babila a Piazza Tricolore, è stata chiamata con questo nome, proprio in ricordo di quei tragici avvenimenti avvenuti mille anni fa, esattamente in quel luogo!
Fu proprio lì infatti, in quelli che allora erano solamente dei cascinali, a qualche centinaio di metri da Porta Argentea, che vennero relegati tutti quei poveretti. E quella che oggi, alla fine di Corso Monforte, è Piazza Tricolore, pare sia stato il luogo dell’immenso rogo, ove, chi aveva deciso di non abiurare, trovò la morte atroce fra le fiamme.

Questa, in sintesi, è l’incredibile, assurda storia dello sterminio di tanti innocenti!

Ma cerchiamo, per quanto possibile, di ricostruire meglio questa storia per comprendere il perché di tutto ciò, tentando di dare una risposta ad alcune domande più che lecite: Chi erano questi “eretici” di Monforte? E per quale ragione sono stati perseguitati e sterminati in maniera così feroce?

La perplessità su questa vicenda nasce prendendo in considerazione il periodo storico in cui sono accaduti questi fatti. Che la Chiesa abbia perseguito le eresie, non è certo una novità per nessuno: del resto l’Inquisizione è nata proprio per debellare questo fenomeno. Quello che non “torna” in questa storia, è il periodo in cui sono accaduti i fatti! A pensarci bene, la persecuzione (in maniera sistematica) delle cosiddette “eresie” da parte della Chiesa, non era assolutamente usuale, agli inizi dell’XI secolo: anzi, quasi sicuramente, l’episodio degli “eretici” di Monforte rappresenta, storicamente, la prima persecuzione in assoluto contro le eresie in occidente, secondo i canoni che verranno codificati appena alcuni secoli più tardi. Questa fu dunque, forse, la prima delle grosse, incomprensibili nefandezze, di cui si macchiò la Chiesa cattolica, uno dei misteri della storia, ancora oggi rimasti irrisolti: siamo ben duecento anni, prima dell’inizio delle vere persecuzioni e delle repressioni sistematiche contro le eresie.

Cosa s’intende per eresia

L’eresia è una dottrina considerata come deviante dall’ortodossia religiosa, alla cui tradizione si collega, come, storicamente, quella cattolica. Il termine viene utilizzato anche fuori dall’ambito religioso, in senso figurato, per indicare un’opinione o una dottrina filosofica, politica, scientifica o persino artistica in disaccordo con quelle generalmente accettate come autorevoli. [rif. – Wikipedia]

Pillole di storia sulle eresie

Originariamente, a dire il vero, il termine eresia non aveva alcuna accezione negativa. Di derivazione greca hairesis, significava semplicemente «presa, scelta, elezione, inclinazione, proposta». Dunque “eretico”, era colui che sceglieva, che era in grado di valutare fra differenti opzioni, senza alcun significato denigratorio. Diversamente dallo scisma, l’eresia non implica la volontà di separarsi dall’autentica Chiesa, che ritiene anzi di rappresentare. Nella tradizione cristiana, fu anzi importante ed utile la funzione degli eretici nella formazione e nella chiarificazione delle dottrine e dei dogmi. 

Con le Lettere del Nuovo Testamento tale neutralità del termine, venne meno: haìresis iniziò ad assumere dei connotati dispregiativi e ad indicare la “separazione”, la “divisione” e la rispettiva condanna.

Il termine quindi, da un significato neutro quale aveva avuto sino ad allora, assunse in un secondo momento un valore negativo passando ad indicare una dottrina o un’affermazione contraria ai dogmi e ai princìpi di una determinata religione, spesso oggetto di “condanna” o scomunica da parte dei rappresentanti della stessa. Nel caso della Chiesa cattolica, ad esempio, sono previsti appositi sinodi per stabilire quali siano le deviazioni dall’ortodossia e la Congregazione per la Dottrina della Fede (erede della Congregazione della Sacra Romana e universale Inquisizione) per individuare coloro che vengono considerati “colpevoli di eresia” (ovvero gli eretici).

Fra le principali forme di eresia che presero piede, qui da noi, ci fu quella dei Patari e quella dei Catari.

I Patari

I Patari (o la Pataria) furono un fenomeno popolare puramente locale (limitato solo a Milano) particolarmente sviluppatosi verso la fine dell’XI secolo, i cui aderenti (parte dello stesso clero e il popolo milanese) si proponevano di combattere principalmente due fenomeni particolarmente odiosi, presenti nella Chiesa ambrosiana di allora: la simonia (cioè la vendita delle carriere ecclesiastiche e/o il commercio di beni sacri spirituali) e il concubinato (cioè il matrimonio dei preti o la convivenza degli stessi con una o più donne). Ci furono scontri, anche violenti, fra i Patari e l’allora Vescovo di Milano, e il Papa, a quei tempi in lotta con l’imperatore, sostenne, in un primo momento, questi “eretici”. Cominciò la loro persecuzione, quando papato ed impero fecero pace, Comunque fu un fenomeno che si estinse nell’arco di due secoli.

Per approfondimenti sui Patari clicca sul seguente link Pattari, la via degli “straccioni”

I Catari

I Catari furono invece un fenomeno esteso a tutta Europa, molto diverso e più complesso.
Così chiamati dal greco καϑαρός “puro”, erano dei “Bon Hommes” (o uomini buoni), così definiti in Francia per la loro filosofia di vita basata sulla tolleranza e la fratellanza. Con il loro modo di vivere fondato sull’esercizio della povertà, dell’umiltà e della carità, avevano una tale presa sulle popolazioni, che presto si diffusero in gran parte dell’Europa. Erano eretici dualisti medievali (albigesi, manichei, pauliciani, ariani, bulgari, bogomili ecc.), diffusi soprattutto nella Francia settentrionale e meridionale nel XIII secolo. In polemica con la Chiesa, predicavano un rinnovamento morale fondato sull’antitesi tra bene e male, fra spirito e materia, ed erano organizzati in una vera e propria gerarchia ecclesiastica. Furono perseguitati perché si dimostrarono una concorrenza troppo temibile per la Chiesa, poiché erano molto più vicini alla povera gente di quanto non lo fossero gli alti prelati con i loro sfarzi e le loro sottili discussioni teologiche. Storicamente presero piede in Italia pure essi verso la fine dell’XI secolo, per continuare poi fino oltre al XVI secolo (vedi San Carlo Borromeo) sino alla loro completa eliminazione.

L’inizio delle persecuzioni

Papa Innocenzo III (1161 – 1216) noto per la severa riforma dei costumi e della morale cristiana, sarebbe stato nel XII secolo, il primo strenuo avversario delle idee ritenute eretiche, che si stavano diffondendo a macchia d’olio, in Europa. L’eresia dei Catari era sorta per infiltrazione in Occidente dei bogomili (dall’antico bulgaro bogumil, “caro a Dio”), una setta presente in Tracia e in Bulgaria fin dal X secolo. Trovò un terreno favorevole in Europa tra XI e XIII secolo per il fermento sociale e religioso che accompagnò l’ascesa delle nuove classi urbane: attecchì dapprima a Colonia e in Renania dei cui gruppi ereticali ne parlava allarmato Evervino di Steinfeld in una lettera indirizzata a San Bernardo da Chiaravalle (1143) nella quale riferiva che, organizzati in uditori o eletti, costoro accettavano come preghiera, unicamente il padre nostro, rifiutandosi di frequentare le chiese e ricevere i sacramenti eccetto una particolare forma di comunione; poi nella Francia settentrionale (Borgogna e Champagne) e nelle Fiandre; nella Francia meridionale (Provenza), dove prese vita il movimento detto degli albigesi (dalla città di Albi); quindi in Dalmazia e in Italia settentrionale, dove si chiamarono patarini perché ritenuti continuatori della pataria milanese. Catari (o albigesi) nel sud della Francia avevano fatto presa su gran parte della popolazione, dagli aristocratici ai ceti più umili. L’assassinio del legato pontificio spazientì il papa, che decise di avviare contro gli eretici una vera e propria crociata (fino ad allora usata solo per combattere i musulmani ed i pagani), sotto la guida di Simone IV di Montfort. I feudatari del nord della Francia furono ben lieti di rispondere all’appello, che li autorizzava a depredare e conquistare le ricche contrade del sud del paese, le più prospere. Fu questo il preludio della legittimazione dell’Inquisizione nel 1233: l’eresia doveva essere debellata sia per il bene spirituale dell’individuo ma soprattutto per la conservazione della Chiesa. Nel 1199 la lettera decretale Vergentis aveva equiparato l’eresia al reato di lesa maestà.

Chi erano questi “eretici” di Monforte?

Nella letteratura, quando si parla di loro, vengono spesso definiti con il termine di “proto-catari” (cioè anticipatori di diversi decenni del fenomeno del catarismo). Preferisco definire questa setta col generico termine di “eretici” prima di tutto perché come si è visto, il fenomeno del catarismo ha cominciato a prendere piede qui da noi solo alla fine dell’XI secolo, non prima; in secondo luogo, perché nessuno dei due storici che documentarono questi fatti, accenna a definire questa setta con un’etichetta precisa: sono Rodolfo il Glabro (980/985 circa – 1046), monaco benedettino cluniacense, autore di Historiarum libri quinque, in cui narra i fatti della Chiesa nel periodo compreso fra il 900 ed il 1044, e Landolfo Seniore (o Il Vecchio) (1050 circa – 1110), presbitero milanese, autore dell‘Historia (o Chronica) nella quale, attraverso la presentazione delle vicende della Chiesa milanese dall’età di Sant’Ambrogio fino al sec. XI, prende posizione contro la riforma ecclesiastica di carattere proto gregoriano, cui si ispirava, a Milano, il movimento della pataria.

La Chiesa allora, era all’apice della sua grandezza, del lusso, dello sfarzo e il potere temporale aveva ormai assunto una dimensione assolutamente spropositata, mentre, dall’altro canto, con le decime che la stessa Chiesa imponeva, il popolo pativa la miseria e la fame. L’eresia dei monfortesi quindi era un atto di ribellione contro tutte queste ingiustizie. La gente non si riconosceva più in una Chiesa che non rispettava dettami della religione che i suoi ministri non osservavano ma continuavano a predicare agli altri. La loro “eresia” suonava quasi come un grido d’allarme per il clero, un richiamo ai valori che la Chiesa aveva smarrito.
I monfortesi erano tutta gente che credeva in Dio e nel demonio, ritenendo che l’uomo potesse salvarsi combattendo tutto ciò che poteva condurre al male.  Praticavano la castità, discorso questo non limitato solo ai consacrati, ma generalizzato a tutti i laici, anche se sposati. Non mangiavano carne, pregavano, digiunavano e mettevano i propri beni in comunità. Avevano deciso di rifiutare i sacramenti, eccezion fatta per il consolamentum, una sorta di battesimo impartito agli adulti. Abiurarono il cristianesimo, per abbracciare questo “credo” diverso, ritenuto più puro, più casto. Sembra praticassero pure una forma di eutanasia.

Perché sono stati perseguitati in maniera così feroce?

La ricostruzione dei fatti

Ma cosa era accaduto effettivamente quell’anno? Milano era, in quel periodo, sotto l’episcopato di Ariberto da Intimiano, eletto arcivescovo della città fin dal marzo 1018 col placet dell’imperatore Enrico II di Sassonia. Essendo anche vicario imperiale, cioè rappresentante dell’imperatore, aveva la completa giurisdizione su un vasto territorio comprendente anche larga parte del Piemonte.

Quel 1028, l’arcivescovo di Milano si era recato a Torino, nell’ambito di un’indagine conoscitiva sulle diocesi del Nord Italia. Durante quella visita, era venuto a conoscenza della presenza di una “sacca” di una consistente setta di “eretici”, di stanza a Monforte, sulle Langhe. Lo storico Landolfo Seniore riferisce che Aribertosentì parlare di una non ancora udita eresia, che, da non molto, si era concentrata nel castello sopra il luogo detto Monforte”.

Fenomeno questo delle eresie, che, sotto il generico nome di “manicheismo”, stava cominciando a prendere piede in Occidente, quale reazione al lassismo dei costumi e alla corruzione dilagante nella Chiesa cattolica di allora. Il tutto era essenzialmente originato dall’opulenza e dalla vita dissoluta di parte del clero, totalmente in contrasto con l’austerità e la povertà predicate da Cristo.

Il manicheismo era una religione a tutti gli effetti, fondata dal profeta iraniano Mani, all’interno dell’Impero sasanide (II impero persiano). Predicava un’elaborata cosmologia dualistica che descriveva la lotta perenne tra il bene e il male rappresentati, il primo, dalla luce e dal mondo spirituale e, il secondo, dalle tenebre e dal mondo materiale; attraverso un continuo processo all’interno della storia umana, la luce veniva gradualmente rimossa dal mondo materiale e restituita al mondo spirituale, da cui proveniva e influiva in ogni aspetto dell’esistenza e della condotta umana.
Si diffuse rapidamente nelle regioni di lingua aramaica e, fra il terzo e il settimo secolo, fu addirittura una delle religioni più diffuse al mondo, arrivando fino all’estremo oriente della Cina e nella parte occidentale dell’Impero Romano.
Essa si diffuse molto rapidamente nell’Impero sasanide e, grazie allo spirito missionario dei suoi seguaci, si diffuse sia a Occidente nell’Impero Romano (a cominciare dalla Siria e l’Egitto per diffondersi a Roma, nel Nord Africa e poi in tutto l’Impero), sia a Oriente nelle regioni dell’Asia centrale, popolate da tribù turche, fino all’India, alla Cina e alla Siberia. [rif. libero – Wikipedia]

Tornando agli eretici di Monforte, auspicando una soluzione diplomatica del problema, Ariberto da Intimiano aveva convocato a Torino i capi di quella setta, per un colloquio conoscitivo. Pare che fu delegato a parlare per tutti, un certo Girardo (probabilmente il loro capo spirituale). L’interrogatorio fra il vescovo-conte che deteneva il potere politico amministrativo e Gerardo, che si dimostrava inamovibile nelle sue asserzioni e preparato su ogni questione dottrinaria, non fece che convalidare la convinzione dell’arcivescovo che la setta rappresentata da Gerardo, fosse effettivamente “eretica”.

Ndr. – Il prosieguo della storia relativa all’assalto in armi contro la popolazione differisce nelle versioni dei due storici, molto più dettagliato e preciso appare il primo, decisamente più sbrigativo e senza giustificazioni il secondo, (Landolfo il Vecchio). Personalmente, non ritenendo Ariberto da Intimiano, per sua natura, un sanguinario, (quale lo dipingerebbe Landolfo), preferisco optare per la versione di Rodolfo il Glabro che pare decisamente più logica.

Leggendo la descrizione di Landolfo si è sempre creduto che fosse stato l’arcivescovo di Milano Ariberto da Intimiano (sovraintendente delle aree dell’Astigiano e dell’Albese), ad inviare espressamente una spedizione punitiva contro gli eretici a Monforte. E ancora oggi c’è qualcuno che opta per questa tesi. Pare però che ora l’orientamento sia cambiato (sulla base dell’esposizione dell’episodio fatta dall’altro storico) e quindi, riporto questa versione più verosimile.

Nel suo libro IV delle Historie, Rodolfo il Glabro riferisce che Alrico (vescovo di Asti) e suo fratello Olderico Manfredi II (marchese di Torino e di una parte del Piemonte), furono i principali autori di una feroce repressione di un movimento ereticale sviluppatosi nella zona di Alba (cioè Monforte). Olderico II, grande amico dei frati benedettini aveva acquisito diversi meriti nei loro confronti, sia per aver fatto restaurare diverse chiese e monasteri nella zona di Susa, l’aver fortificato i borghi di Exilles e Bardonecchia, sia per aver fatto costruire pure il Duomo di Pinerolo. Poteva quindi contare nel loro aiuto in qualità di guide in un territorio così vasto ed impervio, in caso di necessità.

Ariberto da Intimiano in un affresco presente all’interno del complesso monumentale di Galliano a Cantù

Estintasi nel 1024, con la morte di Enrico II – l’ultimo degli Ottoni- la dinastia di Sassonia, il potere passò a Corrado II detto il Salico (o il Vecchio) della casa di Franconia. Mentre a nord delle Alpi l’elezione di Corrado non incontrò ostacoli significativi, in Italia, all’indomani della morte di Enrico II, si verificarono diversi disordini, e il tentativo da parte di alcuni nobili italiani di separare il regno d’Italia, dall’Impero. Tra il 1026 e 1027, Corrado II decise di scendere nel Bel Paese, e andare a Roma, per essere incoronato imperatore  del Sacro Romano Impero, dal papa Giovanni XIX.

Corrado II di Franconia, detto il Salico

Durante quel viaggio, si fermò a Milano per farsi, già che c’era, incoronare anche re d’Italia, dall’arcivescovo Ariberto da Intimiano. Poi, prima di proseguire direttamente per Roma, il re fece una sosta a Pavia (che con la distruzione del palazzo imperiale, aveva tentato di ribellarsi all’imperatore), quindi volle fare tappa anche ad Asti (ove precedentemente (ancora sotto Enrico II), c’erano stati dei problemi con la nomina del vescovo Alrico. Da lì, senza dover tornare indietro per riprendere la strada per Roma, optò, scortato dalle milizie del vescovo di Asti e dai soldati di Olderico Marchesi, di passare per Alba da dove si dipartiva un’antica strada medioevale, la misteriosa via Magistra Langarum, diretta a sud. Questo percorso di Langa, (di cui oggi non vi è quasi più traccia), scendendo verso la Liguria, toccava villaggi come Cortemilia, Scaletta, san Giulia, Carretto: raggiunto poi il borgo di Millesimo, si congiungeva alla via Aurelia. Era un antico tracciato (non di origine romana, ma probabilmente longobarda) che, seguendo un sentiero tortuoso, attraversava il boscoso territorio collinare passando da una cresta all’altra in direzione sud, percorso questo, ritenuto molto più sicuro dagli agguati (di predoni di vario genere, o di pirati saraceni), che non un analogo più comodo percorso a fondo valle. Dopo secoli di abbandono di questo sentiero, l’aiuto dei frati benedettini (profondi conoscitori di tutta la zona, avendo lì anche dei monasteri) si sarebbe rivelato indispensabile per il transito delle milizie di Olderico Marchesi che precedevano l’armata dell’imperatore, consentendo così a Corrado il Salico, l’attraversamento di quella zona in assoluta sicurezza. L’unico intoppo, era il castello di Monforte, sistemato in un punto strategico di quel percorso, controllato da un gruppo eretico nemico che essendo anticlericale, non riconosceva neppure l’autorità imperiale!
Quale occasione più propizia per il vescovo di Asti e per suo fratello marchese, se non l’eliminazione di quella sacca di resistenza eretica per ingraziarsi, in un sol colpo le simpatie del Papa, dell’Imperatore e pure quelle del vescovo di Milano Ariberto d’Intimiano (cui Alrico era sottoposto)?

Pare plausibile dunque, che fu questo il vero motivo dell’attacco delle milizie del vescovo di Asti, agli abitanti di quel paese. Arlico e suo fratello Olderico II precedevano l’esercito imperiale sulla strada che da Paternum (oggi Perno) portava a Monforte. Con improvviso attacco – sapendo che, nella peggiore delle ipotesi, avrebbero avuto l’appoggio dell’esercito imperiale che li seguiva – riuscirono ad espugnare il castello, facendo molti prigionieri. Il borgo venne interamente distrutto, e tutti i catturati, probabilmente su richiesta di Ariberto d’Intimiano, vennero deportati a Milano.

l’Arcivescovo Ariberto da Intimiano

Il racconto sembra comunque ricalcare ciò che avvenne a Béziers quasi due secoli dopo (nel 1209) per opera dell’abate Arnaud Amaury, legato papale a capo dei crociati, che, non sapendo come distinguere gli assediati “catari” da quelli cattolici, pronunciò la terribile frase: Uccideteli tutti, Dio riconoscerà i suoi!

A Milano

I “monfortesi” deportati, (alcune centinaia di persone) erano sì prigionieri, ma pare non furono effettivamente reclusi o comunque incarcerati. Li avevano relegati in una zona fuori città, non lontano dal Concilium Sanctorum (Concilio dei santi), primitiva residenza del clero missionario orientale, sorto nel secolo VII sulle rovine di un tempio pagano dedicato al dio Sole. [Ndr. – In quel sito, da lì a pochi anni sarebbe sorta la nuova basilica di san Babila, all’esterno delle mura della città, a due passi da porta Argentea.]

Perché questa deportazione? Come già detto, il cattolicesimo, fino ad allora, non era mai stato repressivo. Non pare essere questo, l’indice di un approccio “inquisitorio” all’eresia, ma piuttosto un tentativo di stabilire con questa comunità un dialogo affinché potessero ritrattare le loro dottrine, per permettere un loro possibile recupero. In questo contesto s’innesta anche

La figura di Berta

Probabile motivo, pure questo, di eresia agli occhi della società medievale maschilista del tempo, è la figura di Berta, soggetto di spicco nella società monfortese, catturata e portata a Milano insieme agli altri prigionieri. Ma chi era? Landolfo Seniore definisce Berta, come la comittissa [derivato di comes-mĭtis (conte), quindi moglie del conte, (contessa)]. Pare fosse la vedova del conte Gerardo di Calliano e la madre di quel Gerardo (guida spirituale degli eretici), che, nel racconto di Landolfo Seniore, fu interrogato a Torino dall’arcivescovo Ariberto. E’ molto probabile che fosse lei, in virtù del suo lignaggio nobiliare, la guida politica della comunità monfortese, cosa questa che giustificherebbe anche i reiterati tentativi del Vescovo di convertirla, riconoscendole così un ruolo preminente su quella comunità. Era chiaro che se fosse riuscito nell’intento, lei avrebbe avuto buon gioco nel convincere la sua gente a desistere dalle loro convinzioni. Non si sa se, data la sua posizione, sia stata graziata o abbia preferito gettarsi nel rogo insieme agli altri.

Perché quella brutale condanna a morte?

Pare che il clero locale abbia tentato di convincerli a ritrattare il loro credo, per cercare di riportarli in seno alla Chiesa. Quindi questo escluderebbe l’intenzione di sterminarli a priori. D’altra parte, non essendo reclusi ma liberi di muoversi, i monfortesi, avendo occasione di vedere e scambiare due chiacchiere con i locali che erano venuti a conoscerli, cominciarono a parlare con loro e a diffondere le loro convinzioni, cosa questa che fece particolare presa fra i contadini dei sobborghi della città lombarda. Annota, a questo proposito, Landolfo il Vecchio: “Questi nefandissimi, che non si sapeva neppure da qual parte del mondo fossero calati in Italia, ogni giorno privatamente seminavano falsi insegnamenti derivati da fallaci interpretazioni delle sante scritture ai contadini che in Milano erano convenuti per vederli e conoscerli”.

Non è escluso che la comunità langarola non fosse assimilata nell’XI secolo al resto degli italici ed avesse elaborato una visione del cristianesimo tutta sua. Non ci sarebbe nemmeno troppo da stupirsene. Quella comunità era un misto di razze, perché quella zona era stata invasa, a suo tempo, dai Visigoti, poi dai Goti, quindi dai Longobardi ed infine dai Franchi che si eran succeduti fino al IX e X secolo. Erano quindi inizialmente pagani, poi convertiti al cristianesimo.

Situazione questa, ritenuta intollerabile, che irritò fortemente soprattutto i maggiorenti laici (i cosiddetti capitanei, principali vassalli episcopali). Questi, “Heriberto nolente”, cioè contro la volontà di Ariberto, decisero di farla finita con questa gente: fecero collocare una immensa croce lì dove oggi c’è piazza Tricolore, area che naturalmente allora era aperta campagna, ed una enorme pira poco oltre.

Piazza Tricolore (oggi)

Costrinsero tutti i prigionieri ad una scelta drammatica: o abbracciare la croce, abiurando così il proprio credo (e confermando in tal modo di tornare al cristianesimo ortodosso) oppure proseguire oltre quella croce ed immolarsi direttamente sul rogo. Alcuni (davvero pochi) scelsero la croce (accettando quindi la conversione), ma la maggior parte, coerente con le proprie idee, si gettò fra le fiamme.

Conclusione

L’episodio ci mostra un vescovo contrario all’uso delle maniere forti ed anche poco incline alla violenza, ma nello stesso tempo, incapace di contrapporre la propria volontà a quella dei laici, in decisioni di questa portata, quindi comunque è da ritenersi colpevole (essendo lui il capo sia temporale che spirituale).
In questo caso, sembra che il potere secolare abbia avuto il sopravvento su quello spirituale; quasi una testimonianza della volontà d’indipendenza del potere laico da quello ecclesiastico, con un atto che paradossalmente appare essere il frutto di un atteggiamento fanatico. Molto probabilmente, questo episodio di persecuzione eretica va spiegato con esigenze di controllo sociale. I maggiorenti laici locali, più che la corruzione dello spirito di questa gente (cui francamente erano poco interessati), temevano le devastanti conseguenze sociali della predicazione di una setta che, praticando, fra le altra cose, la comunione dei beni fra tutti, cominciava ad affascinare pericolosamente i contadini, ed avrebbe quindi sicuramente generato disordini in città.

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