Santuario di Santa Maria alla Fontana

Dire che questo gioiello, sia stato voluto a scioglimento di un voto, è assolutamente incontestabile. Santa Maria alla Fontana è un complesso di una bellezza inaspettata: non nascondo che, non conoscendola, quando l’ho visitata recentemente, per me è stata un’autentica, bellissima sorpresa. E’ come un improvviso tuffo nel passato! Lasciati infatti alle spalle gli arditi grattacieli e le ben più modeste case di ringhiera del quartiere Isola, scesi da una rampa di scale “di tutto rispetto”, ci si trova di colpo, catapultati 500 anni indietro, in pieno Rinascimento! Questo sito è un incredibile intreccio di storia, arte, fede ed anche mistero. Un tempo, era un santuario mariano, che raccoglieva pellegrini e devoti intorno alla sua fonte d’acqua miracolosa. Vediamo di approfondire meglio questa storia.

Pillole di Storia della città

Milano, 1506. Erano ormai sette anni che la città era malauguratamente finita sotto il dominio straniero: quello dei francesi. Incredibilmente era stato proprio lui, il Duca di Milano Ludovico il Moro a fare quel madornale errore: aveva avuto la “luminosa” idea di chiamare dodici anni prima, nel 1494, i “cugini” francesi per farsi aiutare a risolvere con le armi i contrasti con i “parenti” aragonesi di Napoli scatenando le guerre d’Italia tra il Regno di Francia ed il Sacro Romano Impero, che si rivoltarono poi contro di lui. Ambizione sfrenata unita a sprovvedutezza diplomatica, che gli costò davvero carissima!

Carlo VIII, re di Francia, era stato ben lieto di assecondare la richiesta del Duca di Milano approfittando della garanzia che lui lo avrebbe lasciato passare impunemente con le sue truppe attraverso i territori controllati dal Ducato, per poi proseguire indisturbato verso sud, lungo lo stivale, dandogli la possibilità di raggiungere velocemente, senza quasi colpo ferire, il regno di Napoli su cui il re francese vantava mire dinastiche.

Preoccupato della troppa facilità con cui Carlo VIII era riuscito a prendere Napoli, Ludovico il Moro si rese conto dell’errore fatto e, temendo che il francese potesse vantare pretese anche sul Ducato di Milano, cercò di correre ai ripari. Nel tentativo di cacciare l’invasore, che lui stesso aveva chiamato, si alleò con quanti avevano timore delle possibili conseguenze della presenza francese in Italia. Carlo VIII, scontratosi con la coalizione della Lega antifrancese a Fornovo, se ne tornò malconcio in patria e poco dopo morì (1498). Il suo successore Luigi XII non si fece questioni morali di sorta e, riorganizzato l’esercito, calò in Italia rivendicando le sue mire francesi sul Ducato di Milano in virtù della discendenza da Valentina Visconti. Approfittando della debolezza militare di Milano, marciò sulla città e, nel 1499, riuscì a conquistarla dopo lo scontro vittorioso di Novara. Ludovico il Moro, che, nel tentativo di opporre resistenza al nemico, aveva assoldato un contingente di mercenari svizzeri, fu da loro stessi “venduto” ai transalpini, finendo gli ultimi otto anni della sua vita, in Francia, a marcire in una prigione della fortezza di Loches (nel dipartimento dell’Indre e Loira), “ospite” di Luigi XII.

La risorgiva “terapeutica”

Si racconta che, uscendo dalla città dalla Porta Comacina e avviandosi in aperta campagna lungo la  via Comacina, in direzione di Como, fra le tante risorgive della zona, ce n’era una speciale, chiamata “fontanile dei Visconti”, già conosciuta, fin dai tempi antichi, per le sue proprietà terapeutiche.

Ndr. – La Porta Comacina cui si sta facendo riferimento, ai tempi di Ludovico il Moro, era collocata all’incrocio fra l’attuale inizio di Corso Garibaldi e via Pontaccio. Lì, finiva la città: subito oltre, allora, si era in aperta campagna con qualche cascina, chiesa e monastero sparpagliati qua e là, “extra moenia” (cioè fuori dalle mura).

Passata la Porta Comacina, si entrava nel Comune di Corpi Santi. La via Comacina lo attraversava, seguendo il percorso dell’attuale Corso Garibaldi, Corso Como, via Borsieri, via Tahon di Revel, via Menabrea. piazzale Maciachini, per poi proseguire oltre. Allora, tutti i terreni attraversati dalla via Comacina, erano gestiti dei monaci benedettini cassinesi, della basilica di San Simpliciano.

All’inizio del XVI secolo, uscendo da Porta Comacina, lasciata sulla propria destra, l’antica basilica di San Simpliciano e più avanti, la nuova chiesa agostiniana di Santa Maria Incoronata, si proseguiva oltre, per poco più di un chilometro in aperta campagna. Sulla sinistra, pare vi fosse un boschetto superato il quale, un sentiero ai limiti della boscaglia, conduceva ad un avvallamento naturale del terreno (che esiste ancora oggi) ove si diceva, sgorgasse una bolla d’acqua davvero speciale.

Era risaputo che quell’acqua avesse delle proprietà “miracolose”, cioè che fosse in grado di curare ogni genere di malattie, dal semplice raffreddore o bronchite fino alle patologie decisamente più gravi e, date le scarse conoscenze mediche di allora, spesso incurabili. L’acqua che sgorgava da quella fonte, era considerata taumaturgica: si diceva fosse particolarmente indicata per la cura dei disturbi dell’apparato osteo-articolare come artrosi ed artriti.

E’ proprio in virtù della presenza di questa bolla d’acqua “miracolosa”, che, ogni giorno arrivavano in quel posto, sia provenienti dalla città, che dal contado, decine e decine di persone, ognuno col proprio fardello di sofferenze. Per questa gente, la speranza sempre ultima a morire, era che il bere o l’immergersi in quell’acqua, avrebbe certamente risolto i malanni di cui soffriva e che i medici non riuscivano ancora a debellare. Quella fonte “della speranza” rappresentava, per quell’umanità dolente, molto spesso una sorta di “ultima spiaggia”.

La gioia per ogni guarigione conseguita grazie al potere taumaturgico di quell’acqua, finiva col creare automaticamente anche fra i guariti meno religiosi, fenomeni di devozione e di gratitudine nei confronti della Vergine Maria. Si racconta che intorno al 1400, sia apparsa in quel luogo la Madonna, e grazie a quell’acqua, abbia miracolato un giovane facendogli guarire all’istante, sotto gli occhi esterrefatti dei presenti, una gamba amputata. Il padre del giovane, a testimonianza della propria gratitudine, fece erigere in quel luogo una cappelletta. Nel Rinascimento quindi, quel posto, oggetto di continuo pellegrinaggio, era per i milanesi di allora, una sorta di odierna “mini Lourdes”.

Milano, estate del 1506

C’era uno splendido sole quel mattino, la giornata si stava preannunciando calda e afosa. Al “fontanile dei Visconti”, era già lunga la coda di povera gente dolente, in paziente attesa del proprio turno, per poter attingere alla fontana, quella preziosa acqua terapeutica. Ad un certo momento gli astanti in fila, udendo uno scalpitare di zoccoli alle spalle, videro arrivare verso di loro, scena assolutamente inconsueta da quelle parti, un folto gruppo di soldati a cavallo che scortava una lussuosa carrozza con le insegne francesi. Lasciata la strada maestra verso Como, il mezzo stava procedendo traballante lungo quel tratturo dissestato proprio in direzione della fonte, preceduto e seguito dalla cavalleria.

Era evidente, dalla presenza di tutta quella scorta, dalla lussuosità della carrozza scoperta riccamente decorata, e naturalmente dall’abbigliamento raffinato del personaggio trasportato, che doveva trattarsi di un “pezzo grosso”. Il convoglio si fermò lì, vicino alla fonte, fra le due ali di folla che, nel frattempo, si erano aperte a ventaglio per lasciarlo passare. Cosa ci faceva da quelle parti una carrozza simile, in mezzo ai campi fuori città, in una zona allora notoriamente infestata da briganti ed altri elementi poco raccomandabili? Lo stupore dei presenti in attesa davanti alla fonte dei miracoli crebbe ancora maggiormente quando la porticina della carrozza si spalancò lasciando scendere niente meno che il Viceré Carlo II d’Amboise, che tanti di loro ancora non avevano mai visto né conosciuto, nonostante fosse già da sei anni Governatore di Milano, alle dipendenze di Luigi XII, re di Francia.

Ritratto di Carlo II d’Amboise (opera di Andrea Solari, conservato presso il Louvre)

Ndr. – La carica di Governatore, abolita durante il periodo della signoria viscontea prima, e sforzesca poi, venne ripristinato nel breve periodo della reggenza francese del Ducato di Milano, tra la fine del Quattrocento e la prima metà del Cinquecento. I governatori, in questo periodo, svolgevano perlopiù la mansione di comandanti militari delle guarnigioni reali a Milano, risiedevano al Castello Sforzesco e avevano il titolo di Castellani. Dal 1500 al 1510 fu governatore di Milano, Carlo II d’Amboise, signore di Chaumont.

Il Governatore ammalato

Nessuno sospettava che quel giovane aristocratico trentatreenne che si era insediato alla guida della città, soffrisse da tempo di una malattia grave, cui nessun medico fino ad allora, era riuscito a trovare efficace rimedio. Qualcuno gli aveva infatti riferito dell’esistenza di una fonte d’acqua miracolosa che sgorgava tra i campi fuori città dalle parti di Porta Comacina, e lo aveva convinto a fare anche quel tentativo nella speranza di risolvere il problema che lo stava affliggendo da tempo. Pare che Carlo II d’Amboise, fosse afflitto da una brutta infezione agli occhi (che lo stava portando alla completa cecità). Sceso dalla carrozza, non volendo far pesare alla gente la sua posizione, si mise in coda come tutti gli altri, in paziente attesa. Era naturalmente scettico che questa potesse essere la soluzione ai suoi mali. Quando arrivò il suo turno, bevuta l’acqua miracolosa della fonte benedetta, fece le abluzioni suggerite agli occhi.  E in cuor suo, solennemente, promise che in caso di guarigione avrebbe fatto sorgere in quel luogo un nuovo tempio in onore della Vergine. Ne sentì un immediato sollievo e beneficio e, almeno in apparenza, nel giro di poco, tornò a vedere, guarendo, così pare, dall’infezione che lo aveva tormentato sino ad allora. 

Ndr. – Per la cronaca, Carlo II d’Amboise morirà di malattia cinque anni dopo, nel 1511, a soli 38 anni. Non è dato sapere se per una recrudescenza della sua cecità, o per altra causa.

Felice ed ancora incredulo per la meravigliosa esperienza vissuta, grato alla Vergine per il dono insperato, decise di fare a sua volta una ricca oblazione ai monaci di San Simpliciano perché in quel posto venisse costruita una vera chiesetta dedicata alla Madonna, (al posto di quella minicappella esistente) esattamente nel punto ove sgorgava l’acqua alla quale si era abbeverato, in modo che la nuova struttura potesse essere usata anche a scopi devozionali, oltre che a maggior protezione di quella fonte benedetta.

Il complesso del Santuario

Questo piccolo Santuario celebra così la sua fondazione ad opera, non di un ecclesiastico. bensì di un laico, il Governatore francese di Milano! Su una parete laterale esterna del sacello, una lapide testimonia come data della posa della prima pietra di questa nuova cappella, il 29 settembre 1507, anche se un atto notarile dell’epoca ne fa risalire l’effettivo inizio dei lavori, al 20 marzo 1508.

Lapide della posa della prima pietra del Santuario

Si tratta della cosiddetta Chiesa Bassa visitabile ancora oggi, sistemata nel punto esatto dove effettivamente Carlo II andò a bere quell’acqua miracolosa. Le colonne in pietra del porticato esterno vennero donate al Governatore dalle famiglie nobili di Francia i cui figli, ufficiali della sua scorta, erano stati testimoni di quella improvvisa guarigione. Guardando attentamente i capitelli di diverse colonne, si possono individuare ancora oggi, scolpiti sulla pietra, gli stemmi delle nobili casate francesi che hanno contribuito a farne dono al Governatore.

Ubicazione

Il complesso di Santa Maria alla Fontana che vediamo oggi, è l’insieme di varie costruzioni culminanti con una chiesa superiore (visibile arrivando in piazza Santa Maria alla Fontana – di costruzione più recente) e di un Santuario (una chiesetta inferiore del Cinquecento), ubicata, circa tre metri al di sotto dell’attuale piano stradale, esattamente in corrispondenza dell’avvallamento dove sgorgava all’epoca, l’acqua miracolosa. Posta sotto la zona absidale della chiesa superiore, vi si può accedere unicamente dall’esterno, scendendo una scalinata coperta del Cinquecento di facile individuazione, in fondo al vialetto, che fiancheggia il lato destro della facciata della chiesa superiore.

La scala del Cinquecento

La prima cosa “curiosa” che dovrebbe balzare subito agli occhi dell’osservatore attento, è la presenza di questa scalinata con volta a botte, che collega fra loro due aree aperte “naturali”. Nel Cinquecento, qui si era in aperta campagna. In quel punto c’era questa improvvisa depressione naturale, un avvallamento di qualche metro in una campagna tutt’intorno assolutamente pianeggiante. Oggi si parte dal piano stradale e si scendono almeno 20 scalini per un dislivello di buoni 3 metri, se non di più. A dire il vero le scale, originariamente, erano due, la seconda, in posizione simmetrica rispetto a quella esistente, dall’altra parte della chiesa superiore. Poi, con la costruzione dell’attuale Sala Fontana e del complesso delle attività parrocchiali, a ridosso della chiesa stessa, questa seconda scala fu “sacrificata” negli anni ’50 del secolo scorso.

Scala Cinquecentesca d’accesso al Santuario (in alto è il piano stradale)

Il Santuario

Il sacello ingloba quella che fino a tutto l’Ottocento, era la “fonte miracolosa”.

Tutto il sito cinquecentesco è decisamente suggestivo per chi va a visitarlo: è costituito da un corpo centrale a pianta quadrata di 12 metri per lato, con doppie aperture senza porte, su tutti quattro i lati (tecnicamente architettura di passaggio fra spazi aperti e spazi chiusi) con evidente riferimento alle necessità di movimento dei pellegrini in adorazione ai piedi della fonte. Particolare è la volta ribassata ad ombrello a dodici spicchi (forse unico esempio in Italia) il tutto finemente decorato ed affrescato a tinte vivaci. Al centro della volta, vi è la rappresentazione del Dio Padre, benedicente, realizzato in legno e stucco dorato, opera questa che viene fatta risalire ai tempi di costruzione del sacello (cioè ai primi del 1500). Viceversa gli affreschi ai dodici spicchi dell’ombrello, di qualche decennio posteriori, paiono essere tutti di scuola luinesca: rappresentano undici dei dodici Apostoli (manca Giuda) e san Paolo (distinguibile perché tiene con la sinistra la spada e con la destra un libro).

La volta del Santuario. Nello spicchio in basso, san Paolo con la spada ed un libro

Proprio sopra il sacello o Chiesa Bassa, fin dal primo decennio del Cinquecento, era stata edificata una seconda struttura, a medesima pianta quadrata, analoga alla sottostante ma solo con coppie di finestroni al posto delle doppie aperture senza porte. Non esiste alcuna scala interna di collegamento diretto fra i due ambienti (sopra e sotto). Si conosce poco di questo locale: probabilmente pure esso era dedicato alle funzioni religiose. Da quando poi, a partire dal 1630, s’iniziò la costruzione della chiesa superiore, questo ambiente raddoppiato in altezza diventerà la parte absidale della nuova chiesa (ospitandone il coro e l’organo).

L’interno della Santuario: in corrispondenza della ringhiera davanti all’altare, le scalette per scendere alla fonte. Sullo sfondo la Sacrestia

La sacrestia

Ad uno dei quattro lati del sacello (quello ad Est quasi addossato al pendio) fu aggiunto un vano a pianta rettangolare. Dato che questo sito era uno dei principali centri della sanità milanese di allora, si presume che la funzione primaria di questo locale fosse inizialmente di farmacia, successivamente di sacrestia. Essendo esiguo (poco più che un corridoio) lo spazio disponibile perché troppo a ridosso della scarpata, con tutta probabilità fu necessario effettuare degli scavi per aumentare la cubatura dell’ambiente, alla dimensione attuale. Il colore rosso dei disegni a soffitto indica l’Amore e rimanda anche alla Medicina. Eccezionale, in considerazione soprattutto della sua rarità, l’ornato a grottesche, con intrecci e racemi in cui si riconoscono figure simboliche come l’ibis (uccello sapienziale secondo la Bibbia), il caduceo (la verga alata emblema della medicina), il sole raggiato (che rimanda alla divina Provvidenza).

La Sacrestia. Il quadro della Madonna della Fontana è attribuibile ad uno dei fratelli Campi

La grande tela ad olio

In mezzo alla parete della sacrestia, sopra una sorta d’altare, troneggia una grande tela ad olio entro una cornice di marmo, raffigurante la Madonna della Fontana la cui paternità sembra attribuibile ad uno dei fratelli Campi, pittore lombardo della seconda metà del Cinquecento. La tela raffigura la Madonna col Bambino benedicente in braccio. circondata da numerosi cherubini e dai due arcangeli: a sinistra Michele, a destra Gabriele in divisa militare con la spada (per scofiggere il demonio) ed una bilancia (per “pesare” i meriti delle anime). In basso si scorge al centro un fontanile nel quale è piantata una verga, a destra una figura maschile dolente identificata come Carlo II d’Amboise che per guarire dalla cecità, è davanti alla Fontana mentre dietro di lui il padre provinciale dei Minimi, Matteo da Messina. A sinistra lo stesso Carlo II d’Amboise ormai guarito, in preghiera, e dietro di lui, San Francesco di Paola.

La Madonna della Fontana (dipinto ad olio su tela restaurato nel 2012)

La fonte

All’interno del sacello, ai piedi dell’altare, sotto il livello del pavimento, ancora ai giorni nostri, sgorga dall’antica pietra medievale, l’acqua con i suoi “undici zampilli”. Due rampe di scalini davanti all’altare, permettono di scendere per dar modo di raggiungere agevolmente le singole bocche e di abbeverarsi alla fonte che, una volta, era miracolosa.

Ndr. – Le proprietà taumaturgiche dell’acqua di questo sito erano note ed utilizzate ancora nell’ Ottocento: quando si aveva necessità di ricorrere alle cure mediche, notoriamente ci si poteva appoggiare alla Ca’ Granda oppure al Lazzaretto. Diversamente, quando si aveva davvero bisogno di un miracolo per sperare di sopravvivere, non restava che andare alle fonti “miracolose” di Santa Maria alla Fontana.

Il fatto di parlare di questa fonte “al passato” è indubbiamente il duro scotto che i milanesi hanno dovuto pagare al progresso.
Dopo l’Unità d’Italia infatti, verso fine Ottocento, la prima industrializzazione comportò la creazione di numerose fabbriche fuori dalle mura della città. Il conseguente processo di forte immigrazione, favorì l’urbanizzazione della zona con la costruzione di alloggi ed opifici vari tutt’intorno al Santuario che, nel corso dei secoli, grazie a quell’acqua miracolosa, era sorto in quell’area. Fra le varie fabbriche presenti in zona, ve n’era in particolare una che produceva bitume. Il 2 maggio 1877, un improvviso furioso incendio distrusse quello stabilimento. Il bitume penetrando nel terreno, andò ad inquinare irrimediabilmente la falda di quell’acqua miracolosa, obbligando l’Amministrazione del Comune a ripiegare, prelevando l’acqua per il Santuario, ora direttamente dall’acquedotto comunale.
Il danno ambientale non fermò comunque mai la devozione dei fedeli.

La fonte miracolosa
Lastra della fonte originaria

Ndr . – Appare avvolta dal mistero sia la “disordinata”disposizione dei beccucci dell’acqua, che quel taglio netto a V che si nota nella parte superiore della pietra dell’antica fonte. Il tutto è veramente casuale o si tratta di una casualità apparente che nasconde in realtà qualcosa che ancora gli studiosi non hanno scoperto? Vi è chi sostiene ad esempio che la pietra sia carica di energia e che i fori siano disposti ai vertici di misteriosi triangoli, così come l’apparente spaccatura nella parte superiore della pietra sia stata fatta per indicare qualcosa … ma cosa?

La grande vasca esterna

All’esterno della struttura (attualmente fra il lungo porticato e la cancellata) vi era una grande vasca, di circa 10 metri di larghezza, e di lunghezza pari a quella dell’intero porticato (più o meno una cinquantina di metri) che veniva direttamente alimentata dall’acqua proveniente dalla sorgente miracolosa all’interno del Sacello.
Durante i restauri per i danni di guerra eseguiti dall’architetto Ferdinando Reggiori su incarico della Soprintendenza alle Belle Arti negli anni ’50 del secolo scorso, furono rinvenuti alcuni tratti di bordi della vasca oltre alle condutture in cotto che portavano la limpida acqua della fonte all’interno del Santuario, direttamente alla grande vasca esterna.

L’area aperta antistante il porticato era, ai tempi, una vasca larga una decina di metri e lunga quanto l’intero porticato.

I chiostri

A destra e a sinistra del Santuario, due piccoli chiostri quadrati (ognuno formato da cinque colonne per lato – 16 colonne in tutto) rigorosamente uguali. Un lungo porticato a colonne (20 in tutto) unisce il sacello, con entrambi i chiostri laterali. La loro funzione era essenzialmente legata all’accoglienza dei malati, che, arrivando dall’esterno, scendevano le scale e venivano ricevuti direttamente nei due chiostri dal personale addetto alla registrazione.

Il chiostro settentrionale

Ndr. – Pare che nel corso del tempo i due chiostri siano andati distrutti soprattutto a causa delle diverse destinazioni d’uso di quell’area, particolarmente durante il periodo napoleonico. Questo giustificherebbe la presenza di disegni e quadri dell’Ottocento, che rappresentano il sito privo dei chiostri.

Disegno del Greppi 1856
Il porticato di collegamento fra i due chiostri

Di chi è quest’opera?

Facendo riferimento naturalmente al solo Santuario, data la finezza dei dettagli, risulta evidente che il disegno sia stato fatto da un architetto di assoluto prestigio. Il persistente riproporsi di elementi a struttura “ad quadratum” (vedi la pianta della cappella e dei due chiostri) farebbe pensare a qualcuno della scuola del Filarete, fautore di questo tipo d’impostazione. Per secoli risultò controversa l’attribuzione dell’opera data la contemporanea presenza a Milano, in quel periodo, di artisti del calibro di Leonardo da Vinci, Bramante e Bartolomeo Suardi, detto il Bramantino, Cristoforo Solari e pure di Antonio Amadeo.

In particolare, la convinzione che Leonardo da Vinci avesse quanto meno partecipato al progetto facendo sicuramente il disegno di qualche particolare di quest’opera, era avvalorata dal fatto che in quel periodo lui si trovava effettivamente a Milano su richiesta del governatore Carlo II d’Amboise, per alcuni lavori per suo conto e per reclamare (approfittando delle sue conoscenze altolocate) la restituzione della proprietà della famosa Vigna, che gli era stata ingiustamente confiscata dai francesi anni prima, quando lui era fuggito dalla città, dopo che Ludovico il Moro, persa Milano, si era rifugiato da Massimiliano d’Asburgo per reclutare un esercito di mercenari svizzeri, nel tentativo di riconquistarla.
Questo del 1506 – 1514, sarebbe stato il suo ultimo periodo di soggiorno a Milano, prima del trasferimento definitivo in Francia nel 1517, dove re Francesco I lo volle con sè come “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi“. Di alcuni disegni (dettagli che sembrano proprio fare riferimento a questo Santuario) si troverà traccia nel suo Codice Atlantico. Leonardo morirà nel 1519, nel castello di Clos-Lucé, vicino ad  Amboise (Val de Loire) che il re gli aveva messo a disposizione.

NOTA
Se nell’architettura contemporanea, la corrispondenza fra il progetto esecutivo e l’edificio costruito è assolutamente normale, altrettanto non può dirsi per l’architettura antica. Sono infatti pochi gli edifici del passato che hanno avuto un progetto fedele alla successiva costruzione. Il più delle volte un edificio del passato (vedi lo stesso Duomo di Milano) corrisponde pocchissimo al progetto iniziale a causa di cambiamenti di struttura, di forma o addirittura di funzioni in corso d’opera.


Nel caso qui sopra, la scarsa rispondenza del disegno di Leonardo con la realtà, risulta essere assolutamente normale.

Non fu comunque Leonardo l’architetto principale di quest’opera, anche se sicuramente vi contribuì. Le approfondite indagini condotte nel 1982 dall’archivista Grazioso Sironi presso l’archivio di Stato Di Milano, rivelarono l’esistenza di un contratto del 17 Marzo 1507 in cui il progettista ed esecutore della Chiesa Bassa risulta essere l’architetto Giovanni Antonio Amadeo. Nome conosciuto, questo, essendo uno dei più importanti artisti lombardi attivi fra il XV e il XVI secolo, autore fra l’altro, in quello stesso periodo, del tiburio del Duomo di Milano (insieme al Dolcebuono) e partecipe in molte fabbriche del Ducato quali Santa Maria presso San Celso, oltre alla Certosa e al Duomo di Pavia. Nulla esclude comunque la compartecipazione, almeno a livello progettuale, di qualcuno degli altri architetti nominati.

Le prime funzioni religiose al sacello

Già nel 1509, a un anno dall’inizio lavori, la costruzione del piccolo Santuario era ultimata nella sua struttura essenziale ed i monaci di San Simpliciano cominciarono a celebrare le prime funzioni religiose nella nuova chiesetta. L’afflusso dei pellegrini al sito era tale che i monaci furono ben presto affiancati da laici. Mentre questi ultimi, “gli scolari di Santa Maria alla Fontana”, si erano ssunti il compito di accogliere i pellegrini, sorvegliare la regolarità del servizio, regolamentare gli afflussi, evitare gli abusi e gestire le oblazioni, il clero aveva modo di occuparsi più attivamente dell’assistenza ai malati. Come visto, i due chiostri attigui alla cappella erano destinati alla funzione di prima accoglienza dei pellegrini.

Nel 1510, a Milano c’erano già funzionanti, sia la Ca’ Granda, che il nuovissimo Lazzaretto come uniche due grandi strutture sanitarie cittadine, destinate ad accogliere principalmente i malati di peste (e di altre malattie infettive) ove poter isolare gli infermi. Santa Maria alla Fonte, vista anch’essa come struttura sanitaria, era l’unica nei dintorni di Milano, con la sua grande piscina. Subito fuori città, vi era anche la struttura di Cusago, ma questa di “Sancta Maria de la Fontana” era totalmente diversa. Secondo quanto riporta il Cesariano (traduttore del De Architectura di Vitruvio), era abitudine dei milanesi benestanti il recarsi a questa fonte, sia per la cura delle peste, che per la convalescenza da altre patologie, essendo quello un luogo salubre, dall’acqua sorgiva sempre limpida e soprattutto non lontano dalla città. Qui potevano essere portati ”li richi che forse de ogni negritudine vorano essere curati”. Nel convento, che i monaci avevano fatto costruire a ridosso del Santuario, vi erano a disposizione degli ammalati, dei locali adibiti al loro ricovero (se necessario). Al pari della Ca’ Granda e del Lazzaretto, anche qui vi era vicino un altro “servizio”, il cimitero della Mojazza (dove nel 1794 venne sepolto Cesare Beccaria, nel 1799 Giuseppe Parini e nel 1814 il ministro delle finanze Giuseppe Prina)

Quando nel 1535, alla morte di Francesco II Sforza (ultimo duca Sforza), Milano passò sotto il controllo spagnolo, il nuovo governatore della città Ferrante Gonzaga, su pressione della moglie Isabella di Capua molto devota a San Francesco di Paola, decise di affidare il Santuario di Santa Maria alla Fontana ai frati Minimi di San Francesco di Paola che non avevano ancora alcuna dimora a MIlano. Questi vi s’insediarono comunque non prima del 1547, alla qual data, pare che il Santuario non fosse ancora del tutto ultimato. Lo si deduce dall’atto di cessione della proprietà fra i monaci di San Simpliciano e i Frati Minori francescani, dal quale documento risulterebbe che i primi “concesserunt et concedunt dictam Ecclesiam Beate Marie de la Fontana cum eis claustris, locis, habitationibus structuris, hedifitiis, perfectis et imperfectis” (cioè edifici completi ed ancora incompleti).

Inizialmente i nuovi frati fecero costruire le loro celle sopra il porticato originale. Necessitando comunque di un convento per svolgere la loro attività monastica, lo fecero edificare vicino al Santuario, all’angolo fra le attuali vie Boltraffio e Rigola. Aumentando poi l’importanza del sito, non solo come luogo di cura ma pure come luogo di pellegrinaggio e di devozione per le grazie ricevute, la chiesetta del Santuario diventò naturalmente insufficiente, e, a partire dai primi decenni del secolo successivo, i frati Minori fecero progettare e realizzare la chiesa superiore che vollero dedicare a San Francesco di Paola.

La chiesa superiore

Giovanni Battista Guidabombarda e l’amico Francesco Maria Richino furono i due architetti incaricati della progettazione della chiesa tenendo conto da un lato, delle strutture preesistenti, naturalmente non modificabili, dall’altro della necessità di agevolare la circolazione dei pellegrini all’interno della chiesa e verso il Santuario inferiore. All’iniziale progetto a crociera del Richino (che poi, dopo un paio d’anni di collaborazione, abbandonò i lavori) fu preferito quello longitudinale del Guidabombarda più aderente ai dettami del Concilio di Trento imposti per le nuove costruzioni da Carlo Borromeo. Secondo lui, le nuove chiese avrebbero dovuto essere costruite a navata unica, per consentire ai fedeli che presenziavano alle funzioni, una perfetta visione dell’altare. La struttura era molto grande all’epoca, indubbiamente la più grande chiesa fra quelle dei sobborghi della città. Per facilitare l’accesso alla nuova chiesa i frati si preoccuparono di fare costruire addirittura una strada più agevole per collegare direttamente la città a questo Santuario. Venne affidata pure al Guidabombarda la costruzione di una nuova ala del monastero poi mai completato perché nel frattempo i frati avevano trovato in Corsia del Giardino (ora via Manzoni) un’area ove far edificare sia una chiesa (tuttora esistente) dedicata a San Francesco di Paola che il relativo convento, ove s’insediarono nel 1675, spostando nel nuovo monastero, diversi dei confratelli della Fontana. Da allora il sito periferico di Santa Maria alla Fontana cominciò lentamente a perdere d’importanza.

Napoleone decretò la chiusura del sito

Appare davvero incredibile eppure è proprio così. Il Governo della Rivoluzione Francese dimostrò fin da subito la sua ostilità nei confronti del clero in generale, che, in quanto rappresentante della Chiesa, era visto come espressione della vecchia tirannia. Già con la proclamazione della Repubblica Cisalpina, nel 1797, l’opposizione alla Chiesa si tradusse nella soppressione di diversi ordini religiosi, la chiusura dei conventi, la confisca dei loro beni, oltre naturalmente all’esproprio degli edifici di culto della Chiesa che avrebbero cambiato la destinazione d’uso.

Così già fin dal febbraio del 1797, il Santuario, la chiesa ed il convento vennero espropriati, per ospitare un ospedale destinato al ricovero dei soldati francesi affetti da rogna e scabbia. Due anni dopo, la medesima struttura venne riconvertita in luogo per la salatura della carne, quindi in una mega-stalla capace di ospitare fino a settecento capi di bestiame ed infine Napoleone decise che quel posto sarebbe stato l’ideale come deposito per carri con serbatoio d’acqua usati per innaffiare le vie non selciate. Erano in pratica gli antenati dei famosissimi tram “foca barbisa” che facevano parte della Milano dei nostri nonni: la loro funzione era quella di abbattere le polveri al passaggio dei mezzi lungo le strade in terra battuta.

La ristrutturazione del 1920 – 1929

Solo alla fine della dominazione francese, la chiesa ed il resto della struttura poterono lentamente ritornare alle loro funzioni originali. Dal 1860 in poi questa, che fino ad allora era stata una chiesa isolata nei sobborghi della città, con poche case sparse intorno, cascine, orti e canali, diventò, nell’arco di pochi anni, il centro di un quartiere pieno di case, officine, stabilimenti vari. Nacque quindi l’esigenza di un’ampia ristrutturazione dell’intero sito per poter consentire un adeguato servizio liturgico. I lavori iniziarono nel 1920 e furono condotti dagli architetti Alberto Griffini e Paolo Mezzanotte. Si trattò sia di allargare la chiesa ridimensionando le cappelle laterali e ricavando così due nuove navate minori, sia di allungarla verso la piazza aggiungendo una nuova campata. I lavori durarono in tutto nove anni. La facciata venne totalmente ridisegnata in chiave moderna, linearmente ispirata al Rinascimento lombardo. Con l’intento di conferirle l’aspetto rinascimentale del Santuario sottostante, venne ripreso il motivo delle arcate continue e delle colonne, basando l’opera sull’alternanza fra laterizio lavorato e la viva pietra. All’epoca, l’architetto per fare maggiormente risaltare le caratteristiche del rinascimento milanese, vi aggiunse pure dei pinnacoli (oggi scomparsi).

Facciata in stile rinascimentale della chiesa di Santa Maria alla Fontana

L’altare maggiore

Di particolare rilevanza in questa chiesa, è l’imponente altare ligneo seicentesco costruito per ospitare al suo interno le spoglie di San Fortunato, martire cristiano, attuale patrono della Chiesa. E’ praticamente un tempio nel tempio. L’altare che domina davanti al coro della chiesa sistemato nella zona absidale, sembra un tempietto culminante con la sua cupola che spicca al centro, per poi allargarsi via via fino a toccare le pareti laterali con due bellissimi portali senza porte ma sostituiti da tende. Gli arcangeli Michele e Raffaele, protettori dei Minimi, dominano le due porte laterali dell’altare.

L'altare maggiore
L’altare maggiore della chiesa superiore – (altare ligneo seicentesco)

I quadri con i miracoli di San Francesco di Paola

San Francesco di Paola è particolarmente venerato in questa chiesa. A parte l’altare in una cappella a lui dedicata, vi sono quattro grandi tele (cm. 340 x 340) che narrano alcuni dei miracoli operati dal Santo durante la sua lunga vita. Non si conosce l’autore, ma sicuramente sono quadri del Seicento: in particolare il San Francesco che fa uscire sano e salvo da una fornace ardente il suo agnello; il suo intervento contro il diavolo che tenta d’impedire la costruzione di una chiesa; il Santo che attraversa lo stretto di Messina sopra il suo mantello, ed infine il Santo che blocca la caduta di un grande masso che stava per precipitare sul convento.

Chi era San Francesco di Paola

San Francesco di Paola nacque a Paola (Cosenza) il 27 Marzo 1416. Gli venne dato questo nome in onore a san Francesco d’Assisi, per l’intercessione del quale i suoi genitori chiesero la grazia di un figlio, pur trovandosi già in età avanzata. Alcuni anni dopo, nacque pure una seconda figlia, Brigida. Da bambino, Francesco contrasse una forma grave d’infezione ad un occhio, tanto che i genitori si rivolsero nuovamente all’intercessione del santo d’Assisi, facendo quindi voto che in caso di guarigione, il piccolo avrebbe indossato per un anno intero l’abito dell’ordine francescano. La malattia si risolse senza quasi lasciare traccia. Giovanissimo fu pertanto condotto nel convento dei minori conventuali di San Marco Argentano per vestirvi l’abito francescano in adempimento al voto fatto dai suoi genitori. Il tempo trascorso nella comunità evidenziò le attitudini mistiche del giovane, compresi quei fenomeni soprannaturali che lo renderanno famoso in vita e ne favoriranno il culto dopo la morte. Ritornato in Calabria si ritirò a vita mistica nelle campagne, alle porte di Paola: passò la sua giovinezza fra preghiera, contemplazione, digiuno, mortificazione corporale e lavoro. Riuscì, con questo suo stile di vita a fare proseliti, creando così una prima comunità di dodici membri.
Fu nel 1436 che altri si associarono a questa sua esperienza, riconoscendo in lui, la loro guida spirituale. Nacquero così gli eremiti. Con i suoi, nel 1452 costruì una cappella e dei dormitori, dando di fatto inizio all’esperienza, tuttora in corso, dell’Ordine dei Minimi. La sua vita fu segnata, fin da subito, da una serie di eventi prodigiosi, soprannaturali, quali guarigioni di paralitici, lebbrosi, ciechi, indemoniati e persino la resurrezione di un nipote defunto. Fra i fenomeni di preveggenza, fece scalpore all’epoca, la predizione al futuro papa Leone X, (che lo farà santo) l’elezione al soglio pontificio, quando questi era ancora bambino.

San Francesco di Paola

Numerosissimi i suoi miracoli, il più famoso è certamente quello noto come “l’attraversamento dello Stretto di Messina” sul suo mantello steso, dopo che il barcaiolo Pietro Coloso si era rifiutato di traghettare gratuitamente lui ed alcuni seguaci. Questo contribuì a determinarne la sua “nomina” a Patrono della gente di mare d’Italia.
La fama delle virtù taumaturgiche di Francesco arrivò in Francia alle orecchie di re Luigi XI, che, afflitto da malattia incurabile, lo fece chiamare perché lo guarisse. Al suo iniziale rifiuto, lui ci andò solo dopo la richiesta del papa in persona, per conto del sovrano francese. Per tutti i crimini che il re aveva commesso, Francesco non lo salvò ma gli concesse la grazia di una buona morte dopo averlo obbligato a riparare le numerose ingiustizie, i non pochi soprusi e a regolare alcune questioni rimaste, da tempo, pendenti con la Santa Sede. Durante la sua permanenza in Francia perfezionò le sue regole che ebbero l’approvazione di papa Alessandro VI nel 1494 e fondò il “Secondo” e il “Terzo Ordine”. Mori il 2 Aprile 1507, un venerdì santo, a Plessis-les-Tours, dove fu sepolto all’età di 91 anni. La spiritualità di questo grande Santo si accosta a quella di San Francesco d’Assisi sulla scia del quale egli si mosse durante tutta la vita , col medesino spirito di umiltà, di povertà e di amore verso Dio, il Crocefisso, l’Eucarestia e la Madonna. Papa Giulio II lo beatificò il 7 luglio 1513 e Leone X lo fece santo il 1 maggio 1519.

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