Il Lazzaretto di Porta Orientale

Perchè si chiama ‘lazzaretto’?

Sono due le ipotesi che giustificano da dove provenga la parola “lazzaretto“:

  • La prima fa riferimento al lebbroso Lazzaro di Betania, citato nelle Sacre Scritture, e venerato come protettore degli infermi affetti da questo terribile male.
  • La seconda fa invece riferimento all’isola della laguna di Venezia, vicinissima al Lido, dove sorgeva la chiesa di Santa Maria di Nazareth, adibita fin del 1423 a ‘Nazaretum’ cioè ad ospedale, primo al mondo, di ricovero per i soli appestati. ‘Nazaretum’ diventò poi ‘Lazzaretto’ e di qui, il nome di ‘Lazzaretto vecchio’ (probabilmente per distinzione con l’isola vicina dedicata a San Lazzaro, chiamata ‘Lazzaretto Nuovo’, e usata come quarantena per viaggiatori e merci provenienti da paesi infetti).

Il problema delle epidemie e delle pestilenze a Milano, non era nuovo, nel basso medioevo. Di peste, morì, ad esempio, nel 1402 il primo Duca di Milano, Gian Galeazzo Visconti. Rifugiatosi nel suo castello di Melegnano, non riuscì a sfuggire al contagio.
Si cominciò a parlare della necessità di ricoveri specifici per isolare i malati di peste, ai tempi della Repubblica Ambrosiana (1447-1450).

Repubblica Ambrosiana, è il nome con cui fu chiamato il governo repubblicano creato a Milano nel 1447, da un gruppo di nobili e di giuristi dell’ Università di Pavia, in seguito al vuoto di potere creatosi con la morte di Filippo Maria Visconti e che terminò, tre anni dopo, nel 1450, con la salita al potere di Francesco Sforza.

Francesco Sforza, in collaborazione con la consorte Bianca Maria, era intenzionato a risollevare le condizioni morali e materiali dei suoi sudditi dopo decenni di devastazione. Ricostruito del Castello, la coppia ducale si concentrò sull’edificazione di una grande opera filantropica, cioè la Ca’ Granda, il primo grande ospedale pubblico lombardo. Regalò il vasto appezzamento di terreno, ove sarebbe stato edificato il nuovo Ospedale, e pose la prima pietra il 12 Aprile 1456. L’Ospedale venne poi inaugurato nel 1472

Visto che il compito del nuovo ospedale sarebbe stata la cura dei malati normali, ci si preoccupò di come risolvere il problema di dove sistemare i malati di epidemie. Man mano che la costruzione procedeva, si anticipavano i tempi per non essere impreparati al momento della necessità. Sarebbe stato più sicuro tenere isolati questi malati, per non infettare i sani.

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Previdero alcune zone fuori città, da attivare in momenti di emergenza, per il ricovero degli appestati: una, fuori Porta Giovia, a due passi dal Castello, una seconda dalle parti di santa Barnaba, fuori Porta Tosa ed una terza fuori Porta Orientale, non lontano dalla chiesa di San Gregorio. Tutte sarebbero state gestite dalla Ca’ Granda.

Chi, per sua sfortuna, fosse stato colpito dal morbo, date le scarse conoscenze mediche di allora, avrebbe avuto un’ altissima probabilità di morire. Queste aree sarebbero servite, non tanto per tentare di curare i malati, che sarebbero morti comunque, quanto per evitare la diffusione del contagio fra i sani in città. L’eccessiva frammentazione dei ricoveri tuttavia, si scontrava con la cronica carenza di personale medico, barbieri ed inservienti.

La professione di barbiere, allora, era più qualificante di quella del barbieri di oggi. I barbieri non si occupavano unicamente di tagliare i capelli e radere le barbe incolte, ma fornivano pure alcuni servizi medici. Fra i loro compiti, la rimozione di pulci, zecche e pidocchi, toglievano denti marci e curavano fratture. La loro specialità erano i salassi con le sanguisughe per togliere le “impurità” dal sangue (una delle pratiche usate per la cura della peste).
Essendo pratici nell’uso del rasoio, facevano piccoli interventi come appendiciti, tonsille ecc . Erano sempre loro che procuravano pure erbe e altri medicamenti ai malati o ai feriti, …..

C’era, inoltre, da tenere in attenta considerazione il serio problema della fuga degli appestati dai luoghi di ricovero, con gravissimi rischi per la salute pubblica. C’era. quindi, necessità di trovare un luogo unico, sufficientemente ampio, che potesse garantire sicurezza (contro le fughe), e desse una parvenza di assistenza ai ricoverati.

Non riuscendo a mettersi d’accordo ove reperire un’ area adeguata ad accogliere grandi quantità di appestati, i milanesi chiesero aiuto persino al Papa.

Il progetto di Crescenzago

In risposta alle pressanti richieste della popolazione, nel 1466, Paolo II , da poco eletto Papa, concesse dei terreni di proprietà della Chiesa, nella zona di Crescenzago vicino alla Martesana, per costruirvi un ricovero per appestati, promettendo indulgenze a chi avesse finanziato la costruzione dell’opera.
Nel 1468, Lazzaro Cairati, illuminato notaio della Magna Domus Hospitalis (la Ca’ Granda che era ancora in costruzione), sottopose al duca Galeazzo Maria Sforza, un progetto per la costruzione di un lazzaretto in quell’area; le acque del naviglio Martesana sarebbero state canalizzate per circondare totalmente la struttura (per evitare il problema delle fughe), e avrebbero permesso di portare lì, gli infermi, da Milano, visto che la strada per raggiungere quel comune, era piuttosto mal tenuta ed insicura.

Il progetto, (molto simile a quello che si sarebbe effettivamente realizzato un decennio dopo, fuori Porta Orientale), prevedeva 200 celle oltre a una chiesa con annessi spazi per le sepolture. Separati dal resto del lazzaretto, altri due edifici, isolati pure questi da fossati pieni d’acqua, destinati rispettivamente ad accogliere i casi sospetti ma non conclamati ed i convalescenti. Alcune stanze, intorno all’ingresso principale, sarebbero state destinate al personale medico, ai barbieri e all’amministrazione. Grosse novità di questo progetto, per l’epoca, sia le camere in muratura (precedentemente, erano solo capanne in legno), che il sistema di pulizia (lavaggio) delle celle. Questo consisteva in una leggera pendenza dei pavimenti che, attraverso dei fori praticati nei muri esterni; avrebbe consentito il deflusso dell’acqua nel fossato, ove sarebbero confluite anche le acque nere delle latrine.

Nonostante il progetto avesse avuto l’approvazione da parte del Consiglio di Milano, non se ne fece nulla, sia per l’eccessiva lontananza del sito dalla città, sia per la difficoltà di realizzazione e probabilmente pure per la mancanza di fondi sufficienti.

Già nel 1468, al matrimonio fra Gian Galeazzo Sforza e Bona di Savoia si era avuto lontano sentore del possibile diffondersi nel Ducato di un nuovo contagio di peste, che già stava dilagando in altri Stati. Ma allora, a causa delle difficoltà delle comunicazioni, la diffusione dei contagi era molto più lenta di oggi. Passarono pertanto ancora diversi anni prima che Ludovico il Moro, sopravvenuto a Gian Galeazzo che era stato assassinato, si decidesse nel 1485, a stringere i tempi per la realizzazione del nuovo lazzaretto. L’occasione giusta capitò, l’anno successivo, all’apertura di un testamento.

Il lascito testamentario

Onofrio Bevilacqua, condottiero alle dipendenze dei Visconti, consigliere ducale di Francesco Sforza, si era fatto sempre notare per generose elargizioni benefiche ai parenti, ai poveri, alle chiese.

Non essendosi mai sposato, nel 1468, egli adottò come figlio, il nipote Galeotto Bevilacqua, che nominò suo erede, dopo aver ottenuto da Galeazzo Maria Sforza la garanzia di poter devolvere alla sua morte, all’adottato, tutti i suoi beni, tra cui un feudo e il castello di Maccastorna sull’Adda (vicino alla confluenza col Po). Qualche mese dopo, morì, e Galeotto beneficiò della fortuna dello zio

Fu il lascito testamentario del conte Galeotto Bevilacqua, aperto alla sua morte, il 23 gennaio 1486, a risolvere il problema del Lazzaretto sia in termini di finanziamenti , che di area da dedicare allo scopo.

Infatti, in quel legato, il Bevilacqua, seguendo quanto stabilito da suo zio paterno Onofrio, lasciò all’Ospedale Maggiore, diverse proprietà da vendersi, per realizzare un luogo per i poveri ammalati di peste.

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Indicò come luogo ove costruire la struttura, un’area di sua proprietà, sita fuori Porta Orientale, in prossimità della chiesa di San Gregorio (in loco et terreno Sancti Gregorii), con la clausola che si dovesse realizzare entro due anni dal suo decesso.

L’inizio dei lavori del Lazzaretto

Verificato che effettivamente il sito rispondesse ai requisiti richiesti dalla Commissione Sanitaria, il 27 giugno 1489, il notaio Lazzaro Cairati, affidò l’incarico dei lavori all’architetto Lazzaro Palazzi.

[n.p. -Singolare il fatto che a progettare e costruire il Lazzaretto siano stati proprio due Lazzari!!!]

Non tragga in inganno la qualifica di architetto … essendo il Palazzi analfabeta, poteva essere soltanto un impresario: il vero ‘architetto’ era invece il notaio Lazzaro Cairati. A parte le sue apprezzabili conoscenze d’igiene, incredibili per quei tempi, era lui sempre pronto a fornire le soluzioni e i dettagli costruttivi dell’opera.

Indubbiamente, il Cairati, come notaio dell’Ospedale Maggiore, aveva conosciuto bene il Filarete (che aveva lavorato proprio lì alla Ca’ Granda, dal 1460 al 1465).
Quando gli era stato richiesto di stendere il progetto per Crescenzago, si era fatto aiutare sicuramente da lui, copiando alcune soluzioni che il grande architetto aveva adottato alla Ca’ Granda. Nel caso di Porta Orientale, si trattava di rispolverate il vecchio progetto, adattandolo alla nuova realtà.

Com’era il Lazzaretto

Il Lazzaretto, così come realizzato fra il 1489 e il 1509, era un grande cortile, quasi quadrato di 378m x 370. Corrispondeva esattamente all’area compresa fra l’attuale Corso Buenos Aires, via San Gregorio, via Lazzaretto e via Vittorio Veneto. Circondato da un fossato pieno d’acqua (prelevata dal Redefossi), lungo il perimetro si contavano 288 stanze collegate fra loro da un gigantesco porticato con ben 385 colonne di marmo di Baveno. Al centro dell’enorme spiazzo, una cappella visibile da tutte le stanze. 280 camere erano destinate agli infermi, 4 stanze più grandi, agli angoli, destinate ai medici ed ai barbieri ed altre 4, ai due ingressi, destinate alla portineria ed ai servizi.

ll Lazzaretto - Stampa di Marc'Antonio Dal Re
Il Lazzaretto – Stampa di Marc’Antonio Dal Re

L’intero complesso aveva due soli portoni: uno di accesso alla struttura dalla parte di via Vittorio Veneto, presidiato dai soldati, e l’altro, di fronte (dall’altra parte dell’immenso cortile), di accesso diretto al vicino camposanto. Così come strutturato, sembrava .. o meglio era, l’anticamera della morte, perchè durante i periodi della peste, con le conoscenze mediche di allora, erano davvero pochissimi i fortunati che riuscivano a salvare la pelle.

Con l’edificazione del Lazzaretto, l’antica chiesetta e cimitero di San Gregorio rimasero legati sia al servizio di coloro che erano lì ricoverati per malattie comuni (in tempi normali) che al servizio degli appestati che una volta morti venivano tumulati d’ufficio nel “Foppone” (fossa comune).

Le celle

Erano delle camere quadrate di 8 braccia per lato (4,75 m), con soffitto a volta. Ogni cella aveva la porta che dava sul porticato, dotata di spioncino protetto da una grata, porta che, di sera, veniva sprangata dall’esterno con un catenaccio, per evitare le fughe degli appestati, nottetempo. Sul muro opposto alla porta della cella, si apriva una finestra verso l’esterno, chiusa da un’inferriata. La latrina, a vista, scaricava direttamente nel fossato esterno

L’arredo era spartano: in ogni stanza c’erano poi un camino per il riscaldamento e una nicchia, dove poter riporre oggetti e abiti. Il letto, era una sorta di barella, che rimaneva sollevato da terra, un po’ di paglia a mo’ di materasso, rendeva più confortevole la degenza; il pavimento in cotto, leggermente inclinato, permetteva il deflusso dell’acqua dopo il lavaggio, verso i fori del muro esterno, direttamente nel fossato che circondava tutta la struttura.

La Cappella

Al centro del quadrilatero sorgeva una cappella quadrata dedicata a Santa Maria della Sanità . Si era agli inizi del Cinquecento, la chiesetta consisteva in una semplice cupola sorretta da colonne, con in mezzo un altare, aperta ai quattro i lati, in modo che fosse possibile assistere alle funzioni, da ogni punto del Lazzaretto.

Solo settant’anni dopo, a seguito della grande epidemia di peste del 1576, l’arcivescovo Carlo Borromeo diede incarico al proprio architetto di fiducia, Pellegrino Tibaldi, detto il Pellegrini, di costruire un nuovo edificio di culto, più ampio, al posto del precedente. Venne così costruita una grande edicola a pianta centrale, di forma ottagonale, con aperture a serliane su tutti i lati. Da allora la chiesetta prese il nome di San Carlo al Lazzaretto

Quando e come venne usato il Lazzaretto

Nel 1513 i lavori non erano ancora conclusi. Il Lazzaretto ebbe il ‘battesimo del fuoco’, in occasione delle prima grossa epidemia del 1524- 1529, passata alla storia come la peste di Carlo V.
Mostrò, già in quell’occasione, i suoi limiti nell’accoglienza degli appestati. Fin da subito, nel 1524 dovettero ricorrere a delle tettoie di fortuna, a mo’ di tende, installate nell’immenso piazzale, tanti erano i ricoverati.

Furono tre comunque le epidemie, che videro il Lazzaretto protagonista nel bene e nel male. Quella grave del 1524- 1529, già menzionata, quella minore del 1576-1578, chiamata la peste di San Carlo e quella gravissima del 1629-1631, chiamata la peste del Manzoni, perchè così ben descritta nel suo romanzo, i Promessi Sposi.

Fra una peste e l’altra, il Lazzaretto veniva usato come luogo di ricovero per i poveri ammalati.
Nel 1629, lo scoppio di una terribile carestia in città, portò ad un aumento della povertà fra la popolazione, al crollo delle difese immunitarie fra i meno abbienti e alla crescita a dismisura del numero di ricoveri al Lazzaretto.

Come scoppiò dell’epidemia di peste qualche mese dopo, nacque immediata la necessità di liberare il Lazzaretto per potervi ospitare gli appestati. Questo portò ad un provvedimento di dimissioni in massa degli ospiti presenti, provocando il rapido diffondersi in città, dell’epidemia, portata da chi, a causa della scarsa igiene, e dei troppi ricoverati, si era infettato, a sua insaputa, proprio nel Lazzaretto stesso. E non fu quella l’unica causa del diffondersi dell’epidemia … concorse pure una processione decisa l’11 giugno 1630 da Federico Borromeo, indetta per fermare la peste, che ottenne l’effetto esattamente contrario ….

E fu talmente devastante, che la popolazione della città fu più che dimezzata. Il lazzaretto si trovò ad ospitare più di 16000 persone al giorno. Ammassati a 30 persone per camera (nemmeno 23mq), a stento metà riuscivano a trovare precaria sistemazione nelle celle. I restanti erano attendati nel cortile, al punto da riempire di appestati anche la chiesetta di san Carlo.

«S’immagini il lettore il recinto del lazzeretto, popolato di sedici mila appestati; quello spazio tutt’ingombro, dove di capanne e di baracche, dove di carri, dove di gente; quelle due interminate fughe di portici, a destra e a sinistra, piene, gremite di languenti o di cadaveri confusi, sopra sacconi, o sulla paglia; […] e qua e là, un andare e venire, un fermarsi, un correre, un chinarsi, un alzarsi, di convalescenti, di frenetici, di serventi.»
(
Alessandro Manzoni, I promessi sposi, capitolo XXXV)

Utilizzo diverso dell’intera area

Passata la terribile peste del 1630, tutta l’area perse la sua funzione di ospedale e venne dismessa. L’Ospedale Maggiore, che ne era il proprietario, non trovò di meglio che affittare il prato ai contadini, per farvi pascolare le loro mandrie. Venne poi requisita dalle forze d’occupazione straniere e utilizzata a scopi prettamente militari. Divenne ad esempio accampamento di soldataglie bavaresi ed alemanne, quindi scuderia per i cavalli delle truppe di occupazione, e carcere per i prigionieri francesi.

Per un breve periodo, divenne anche sede della scuola di Veterinaria.
Nel 1797, il Lazzaretto fu espropriato dal Governo Napoleonico della Lombardia. Napoleone fece chiamare l’architetto Giuseppe Piermarini affinchè trasformasse tutta l’area, in ‘Campo delle Federazione‘ e la chiesetta, in un ‘Tempio secolare della Nazione‘. Piermarini demolì la cupola della chiesa e ne murò i lati, creando in tal modo, una sorta di Tempio della Patria. Nel Campo delle Federazione, si svolsero i festeggiamenti della Repubblica Cisalpina. Il tempio, in quanto tale, ebbe comunque breve durata.

Durante la Restaurazione, alla caduta di Napoleone, il Lazzaretto venne restituito all’Ospedale Maggiore e tutta l’area divenne nuovamente affittabile. Così, per qualche anno. diventò semplice deposito di una fabbrica di cannoni. Nel corso del secolo XIX , il campo venne nuovamente ceduto in affitto a contadini che lo coltivarono a foraggio facendo poi pascolare gli animali. Diverse camere finirono col diventare delle stalle e la chiesa venne usata come fienile. Nel 1844, diverse celle diventarono pure abitazioni per disperati e la struttura, in mancanza di manutenzione, cominciò a versare in una situazione di degrado sempre più marcata. Riempito di terra il fossato lungo tutto il lato di Corso Buenos Aires e parte di via Vittorio Veneto, l’Ospedale affittò ad uso negozi, diverse stanze di quei due lati, consentendo l’apertura di vetrine e accessi lungo le due strade.

Il Lazzaretto ‘tagliato in due’

Non era ancora finita! L’ultima umiliazione che subì questo cimelio storico fu nel 1857, quando il Comune, senza grosse opposizioni, approvò il progetto di costruzione di un viadotto delle Ferrovie dell’Alta Italia che unendo la stazione di Porta Tosa alla la costruenda Stazione Centrale (nell’attuale Piazza Repubblica), avrebbe tagliato praticamente in due il Lazzaretto. Quello fu davvero il colpo di grazia per questo monumento storico. Non voluto più da nessuno e praticamente inutilizzabile, nel 1864, la gara per la vendita dell’intero complesso, andò quasi deserta, tanto tutta l’area era degradata. Le offerte furono inferiori alle attese e non se ne fece nulla.
Venne ancora usato, per qualche anno. come rifugio per immigrati.

Lazzaretto (1860 circa)
(1865 circa) Il viadotto ferroviario che taglia in due il Lazzaretto
Pianta area del Lazzaretto nel 1865
Pianta area del Lazzaretto nel 1885 circa

La vendita

La vendita del complesso del Lazzaretto venne perfezionata nel 1881. L’acquirente, la Banca di Credito Italiano, formalizzò l’acquisto per il prezzo di Lit 1.803.690, presentando un piano di riqualificazione dell’area interessata. Era evidente che la speculazione edilizia vedeva in quell’area motivo di grossi guadagni.

Era ancora troppo giovane all’epoca, l’architetto Luca Beltrami, allora consigliere comunale, per far prevalere in Commissione. la sua tesi orientata alla conservazione dei monumenti storici e delle memorie del passato, Non avendo un adeguato progetto alternativo, dovette cedere di fronte alla speculazione edilizia.

Era prevista, nel progetto della Banca, la suddivisione dell’area in un reticolo di strade ortogonali fra loro, e la sua suddivisione in lotti per la costruzione di immobili per edilizia popolare (vedi infatti Palazzo Luraschi e tanti altri!), nel rispetto del Piano Beruto approvato dal Comune di Milano nel 1876, e delle vigenti norme di servitù del Resegone

La servitù del Resegone era un vincolo non scritto che imponeva agli edifici a nord dei bastioni di porta Venezia di non superare l’altezza di due o tre piani per permettere di ammirare il suggestivo panorama offerto dalle Prealpi lombarde. Sui Bastioni infatti, c’era un discreto transito di carrozze: i signori venivano a fare la passeggiata per respirare aria fresca e, nelle giornate terse, per ammirare uno spettacolo del Resegone e della Grigna.

La demolizione del complesso

Alla fine del XIX secolo, dal 1882 al 1890, il Lazzaretto fu quasi interamente demolito.
Solo poche colonne e qualche singolo tratto, si salvarono dalla distruzione, unicamente perchè qualche privato , amante dei cimeli del passato, acquistò qualche singolo pezzo per abbellire la propria dimora (vedi ad esempio, la villa Bagatti-Valsecchi – Varedo (MB))

Villa Bagatti-Valsecchi (Varedo) - Tratto di portico del Lazzaretto
Villa Bagatti-Valsecchi (Varedo) – Tratto di portico del Lazzaretto

Cosa rimane oggi del Lazzaretto

Troviamo ancora oggi, mantenuta a memoria per i posteri, traccia di un piccolissimo tratto del recinto originale del Lazzaretto, una ventina di metri in tutto, proprio in fondo a via San Gregorio, dove si può ammirare, quello che, oggi è la sede della chiesa russo-ortodossa di San Nicola. Sono in tutto cinque stanze che si affacciano ad un tratto di porticato originale. Dalla strada, è visibile un tratto del fossato che circondava l’intera struttura.

Altro cimelio ricuperato, è anche la chiesa intitolata a San Carlo al Lazzaretto o San Carlino. Ristrutturata e rifatta la cupola cancellata dal Piermarini, fu riconsacrata nel 1884. La chiesa, che prima troneggiava in mezzo all’enorme cortile del Lazzaretto, ora rimane soffocata fra gli edifici della zona, cresciuti in altezza qualche metro … oltre il massimo consentito dalla servitù del Resegone (siamo in Italia!). Nessuno l’ha spostata, è sempre lì, al posto dov’era cinquecento anni fa … bisogna lavorare di fantasia … perchè oggi non è più in mezzo ad un campo ma la troviamo in largo Fra Paolo Bellintani, all’intersecarsi delle vie Lazzaretto e Lazzaro Palazzi.

Fra Paolo Bellintani (Gazzane, Salò, 1535 – Brescia 1611), predicatore e scrittore cappuccino, nominato per volontà di san Carlo Borromeo, direttore del Lazzaretto fra il 1576 ed il 1577, riportò in un libro, il Dialogo della peste, la sua personale esperienza ed il modo in cui venivano curati gli ammalati di questo terribile morbo

Dopo anni di incuria e di abbandono, La chiesa è tornata al suo antico splendore grazie a una serie di restauri iniziati nel 2015 e completati nel 2017.

Ora, questo piccolo capolavoro manierista, può essere utilizzato oltre che come chiesa per i servizi religiosi, anche come sala concerti. Ospita, infatti, un magnifico organo a 1800 canne della Inzoli-Bonizzi di Crema, strumento a impostazione romantico-sinfonica, che, con l’aggiunta di elementi adatti alla musica barocca, lo rende adatto ad abbracciare un repertorio che va da Bach alla musica d’intrattenimento del 900.
Viene considerato, dagli esperti, il più innovativo organo del panorama lombardo e sicuramente uno dei più tecnologici d’Italia, unico in Europa.

L'organo della chiesa di San Carlo al lazzaretto
L’organo della chiesa di San Carlo al lazzaretto

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