Il Meneghino

Premessa

Cosa vuol dire il termine “meneghino”?


E’ questa, una domanda che, da non milanese, mi sono posto diverse volte:
Sono tre le risposte possibili, tutte comunque corrette:
il termine, se inteso come nome proprio, identifica una nota maschera del Carnevale milanese, se inteso come nome comune, sta ad indicare il milanese in generale (nel senso di abitante di Milano), se visto viceversa come aggettivo, qualifica le caratteristiche peculiari della città di Milano e dei suoi abitanti.

Ma la mia curiosità, a dire il vero, si spinge un po’ oltre ….


Perché il termine “meneghino” è finito col diventare sinonimo di “milanese”?

A pensarci, la domanda è meno banale di quanto possa sembrare a primo acchito.  Faccio un esempio semplicissimo, per capire meglio, cosa intendo dire:
“Pantalone” è notoriamente la maschera dei veneziani, così come “Arlecchino”, quella dei bergamaschi o “Pulcinella”, quella dei napoletani. Qualcuno ha mai sentito chiamare “pantalone” il veneziano, oppure “arlecchino” il bergamascho, o peggio ancora “pulcinella” il napoletano? Non credo proprio!
E allora perché e da quando , il termine“meneghino” è diventato sinonimo di milanese?
Posso dire con certezza, che tanti milanesi ‘doc’ da generazioni, non hanno saputo darmi una risposta, a tale domanda. Ne ho avuto una prova, da un’indagine recente! 

Personaggio teatrale e maschera

In dialetto milanese, Meneghin o Menichino è il diminutivo del nome di persona Domenico o Menico. Questo è un personaggio del teatro milanese, ideato dal commediografo italiano Carlo Maria Maggi (1630 –  1699), considerato il padre della letteratura milanese. Riferimenti a questo personaggio si possono trovare in diverse sue commedie come Il manco male (1695), Il barone di Birbanza (1696), I consigli di Meneghino (1697), Il falso filosofo (1698) e nell’atto unico Il concorso dei Meneghini (1698 o 1699). Nel corso degli anni, questo personaggio, simbolo popolaresco della città di Milano, è anche diventato maschera della Commedia dell’Arte,

A differenza delle altre maschere della Commedia dell’Arte, che sono frutto dell’improvvisazione e delle caratterizzazioni dovute all’estro dei singoli attori, la figura del Meneghino non lascia spazio a improvvisazioni di sorta da parte di chi lo vuole impersonare, dato che la caratterizzazione del personaggio si è venuta man mano a definire nelle varie commedie scritte dall’autore. Non c’è quindi possibilità per i vari interpreti, di modificare autonomamente il carattere del personaggio.

il commediografo Carlo Maria Maggi (1630 – 1699)

Secondo alcuni, Carlo Maria Maggi potrebbe aver preso ispirazione per il suo Meneghino, da un personaggio secondario de “La Lena” di Ludovico Ariosto (una storia improntata su una fabula amorosa a lieto fine), oppure da Ménego, contadino ingenuo e poltrone, protagonista del “Dialogo facetissimo” del drammaturgo Angelo Beolco detto il Ruzante.

Chi era “Meneghino”?

Come si è detto, Domenico in milanese,  è Domenegh  o Menegh. Il Meneghino era il classico contadino della campagna lombarda, che, venuto in città in cerca di lavoro, si era messo a fare il servitore. Era un servo. privo di spirito servile, saggio, buono e pure spiritoso,  pronto ad accettare le avversità della vita, non con passiva rassegnazione, bensì con un senso di fiduciosa attesa di tempi migliori.

Il meneghino

A Porta Cicca (Porta Ticinese), un giorno, incontrò Cècca, la sua futura moglie. Proprio perchè lei amava adornare i suoi vestiti con nastrini vari, la chiamavano “Cècca di birlinghitt”, (birlinghitt in milanese, significa fronzoli, nastrini e guarnizioni). Oltre ad essere una serva pure lei, arrotondava le entrate, smerciando nastrini e guarnizioni alle occasionali clienti del marito. Diminutivo di Francesca, Cècca era la classica moglie milanese, un po’ saccente: aiutava il marito come poteva, occupandosi della casa e facendo quadrare il bilancio familiare, limitandosi con le spese quando necessario, per evitare di finire in rosso.

La Cecca (moglie del Meneghino)

Perchè il nome “Domenico“, e non ad esempio “Carlo” o “Francesco“? Ed è proprio qui, l’arcano. La ragione c’era, eccome! Vediamolo insieme:

“Meneghino Peccenna”

A dirla tutta, era Meneghino di nome, e Peccenna di cognome. Con la caratterizzazione di questo personaggio e la collocazione nelle sue commedie, l’arguto scrittore Carlo Maria Maggi colse l’occasione per mettere a nudo, con satira spesso pungente, gli intrallazzi vari, nella società del suo tempo. Già il nome del personaggio, apparentemente senza particolari significati, sottintendeva tante cose!

Società e costumi del suo tempo

Fra il ‘600 e il ‘700, sotto il periodo della dominazione spagnola, chi voleva emergere in società,“comprava” la nobiltà e, naturalmente, la nobiltà significava privilegi e potere.

[ndr. – L’acquisto del titolo nobiliare, in moneta sonante, era una usanza risalente da ben prima del ‘600. Per non andare molto lontano, la stessa Signoria di Milano divenne Ducato, grazie a Gian Galeazzo Visconti che, nel 1395, acquistò dall’imperatore Venceslao di Boemia, per ben 100.000 fiorini d’oro, il titolo di Duca di Milano, ben superiore a quello di semplice Signore di Milano, titolo del quale si potevano vantare tutti i suoi predecessori.]

Il popolo, pur essendo totalmente all’oscuro di quale fosse il vero ruolo del singolo nobile nella società di allora, ne “valutava il potere e l’importanza”, sulla base di quanto gli era concesso di vedere … cioè il palazzo ove risiedeva, le amicizie altolocate che frequentava, le feste a cui veniva invitato, la sua eleganza e i gioielli che era solito indossare, senza contare ovviamente la sontuosità delle sue carrozze, i suoi cavalli, i ‘bravi’ della sua scorta, il numero di servitori che lo riverivano ……. era naturalmente, tutto un discorso di pura apparenza ….

Presso chi andava a lavorare

I più abbienti fra i nobili milanesì, amavano contornarsi di stuoli di servitori, mentre gli aristocratici meno facoltosi, i nobili decaduti o chi tentava comunque di emergere, non potendosi permettere simili lussi sfrenati, e non volendo naturalmente sfigurare di fronte all’opinione pubblica, si concedevano un unico domestico, un giorno solo alla settimana, il giorno usualmente dedicato alla socializzazione, cioè la domenica o altra occasione particolare. Di qui il nome “Domenichino” appunto, soggetto questo, che tipicamente incarnava l’immagine del personaggio popolare. Ma non è tutto!

Questi servitori, non essendo fissi, venivano pagati a giornata e oltre ai lavori domestici tradizionali, svolgevano pure le mansioni di maggiordomo e di acconciatore. Il cognome Peccenna, derivava da “peccennà“, termine milanese che vuol dire “pettinare”, sia nel significato usuale della parola, che anche nel senso figurato di “strigliare”. E quindi lui svolgeva davvero entrambe queste funzioni ….

Le sue mansioni “extra

‘Domenighin’ era quindi il soprannome che si usava dare al servitore che, la domenica, aveva il compito di accompagnare le nobildonne milanesi a messa o a passeggio. Naturalmente, prima di uscire di casa, le dame dovevano rifarsi il look per non sfigurare e in questo si facevano aiutare dal Meneghino, in veste di acconciatore. Non era accettabile per una nobildonna, il farsi vedere in pubblico, con una ciocca di capelli fuori posto. Ne sarebbe andata, sicuramente, della sua dignità!

Non era però il classico damerino. Anzi, era bene avesse atteggiamenti anche un po’ rozzi, e veniva assunto apposta con queste caratteristiche. Doveva essere ben chiaro alle male lingue infatti, che chi accompagnava la dama a passeggio, era il suo servitore, e non uno dei probabili amanti!

Ma anche quanto a carattere, il Meneghino non scherzava: quando gli “saltava la mosca al naso”, nella sua funzione di “strigliatore”, non “le mandava a dire”. Non mancava di fare battutine, spesso pungenti, particolarmente nei confronti di certi aristocratici milanesi, sfacciatamente devoti ai vari dominatori di turno, fossero questi, spagnoli, austriaci, oppure francesi.

Altri aspetti del suo carattere

Amante della propria libertà, non si defilava mai, quando doveva schierarsi a fianco della sua gente. Addirittura, durante l’insurrezione delle Cinque Giornate di Milano del 1848, i milanesi lo scelsero, per le sue virtù, come simbolo di eroismo e, a quanto riferisce la tradizione, esibirono la sua maschera sulle barricate, quale simbolo di libertà e di riscatto dalla soppressione.

Caratterialmente era un soggetto accorto, ma non in cerca di favori ad ogni costo. Era normalmente prudente ma non per questo pauroso, magari spavaldo, ma l’essere un po’ sbruffoncello, era nella sua natura di popolano, un modo come un altro, per darsi un tono.

Il “look” della maschera

Il Meneghino, era usualmente vestito con una giacca verde scuro con fodera, orlatura e bottoni rossi; panciotto a fiori, sempre orlato in rosso; calzoni corti scuri; calze a righe in rosso; scarpe basse nere con fibbia. Portava parrucchino scuro con codino e il cappello nero di feltro, orlato di rosso, a tre punte.

Il meneghino
Il meneghino

I maggiori interpreti teatrali

Gaetano Piomarta

Gaetano Piomarta, fu uno dei maggiori e più applauditi attori che impersonò impeccabilmente, nel passato, questa figura. Non per nulla, l’imprenditore teatrale Carlo Re, in occasione dell’inaugurazione del nuovo Teatro, creato nella ex-chiesa di Santa Radegonda nel 1803, mandò in scena “La Maschera di Meneghino”, proprio con lui. La sua sola presenza e partecipazione gli avrebbe garantito un successo strepitoso!

A più di cento anni di distanza dall’ invenzione del “Meneghino”, ai primi dell’Ottocento, Gaetano Piomarta, attore nato, rispolverò magistralmente questo personaggio, interpretandone fedelmente il carattere. Con i suoi atteggiamenti comici, la mimica e le battutacce in dialetto milanese, esilarava il pubblico e con lui, il teatro faceva sempre il tutto esaurito.

[Ndr. – La sua immedesimazione nella parte, non giustificava di per sé simili livelli di consenso. Con tutta probabilità, la disarmante spontaneità delle sue battute, nascondeva una straordinaria coincidenza del suo carattere, con quello del personaggio che stava interpretando.]

Il suo Meneghino era un servitore che, ammogliato con Cècca, aveva una “barcata” di figli. Era affezionatissimo ai suoi padroni, onesto e sincero. Infatti, a differenza di altri personaggi, non avendo nulla da nascondere, non metteve mai la maschera. Aveva un forte senso della giustizia, e anche carattere. Se non riteneva “corretta” la causa, non solo rifiutava le imposizioni, ma era anche pronto persino a sottrarsi all’adempimento del dovere. Quasi sempre operava con comica circospezione, lasciandosi però ingannare regolarmente dal primo furbetto in cui aveva occasione d’imbattersi.

Gusti e carattere del personaggio

Amava la buona tavola ed era notoriamente anche una buona forchetta. Quanto a cuore, doveva essere anche un gran tenerone … capace di farsi venire i lacrimoni agli occhi, davanti ad una fetta di panettone, a cui, essendo molto goloso, non avrebbe mai rinunciato, solo perché quel dolce gli avrebbe ricordato ‘el sò Domme ‘el sò Milan’ di cui non smetteva di parlare!

A volte era un po’ egoistello, di carattere piuttosto schivo, sbrigativo, ma serio, di buon senso, simpatico, sincero, schietto e generoso. E poi, un gran lavoratore, assolutamente incapace di stare con le mani in mano …… ecco perchè i milanesi vengono chiamati  ‘meneghini’!

Giuseppe Moncalvo

Giuseppe Moncalvo (1781 – 1859), che successivamente impersonò il Meneghino, ereditando dal Piomarta le magnifiche interpretazioni del personaggio, volle rinnovare, nel 1811, in maniera basilare la figura della maschera, divenendo così uno dei primi “caratteristi comici” del teatro milanese. Senza alterarne il carattere, si propose di elevarlo, rendendolo più nobile, e lasciando invece a Beltramino il compito d’incarnare i servitori. Il personaggio da lui interpretato manteneva spiccate note di singolarità, talora con aspetti quasi caricaturali.

Il suo personaggio, nel 1859, cominciò la sua fase discendente. Proprio quell’anno infatti, vennero cacciati gli austriaci che, andandosene da Milano, fecero mancare al Moncalvo, la materia prima per il suo Meneghino …. cioè tutti quegli spunti preziosi di critica mordace nei confronti delle ‘malefatte’ delle forze di occupazione. Il compito satirico e canzonatorio del Meneghino, terminò quindi con la cacciata dell’invasore e l’arrivo dei piemontesi e la conseguente proclamazione dell’unità d’Italia.

Il “Meneghino” nelle poesie di Carlo Porta

il personaggio di “Meneghino” fu ripreso e fatto rivivere da Carlo Porta in alcune delle sue poesie ed epistole, tipo “El lava piatt del Meneghin ch’ è mort”, “Meneghin biroeu di ex monegh”, “Brindes de Meneghin all’ostaria”, “Meneghin Tandoeuggia al Sciur don Rocch Tajana“.

Rispetto al “Meneghino” inventato dal Maggi, il carattere che traspare in quello di Carlo Porta, nelle sue poesie dialettali, è decisamente più irriverente e “spigoloso”, direi addirittura insofferente, probabile riflesso del periodo storico abbastanza turbolento vissuto dall’autore in quegli anni. Il suo personaggio accentua il carattere di censore dei costumi del clero e dell’aristocrazia, risultando anche molto meno incline ad avere riguardi verbali, in particolare verso certi nobili, nei confronti dei quali, il “Meneghino” del Maggi, sicuramente. non si sarebbe mai permesso simile licenze.

Il “Meneghino” nel teatro delle marionette

Dopo Giuseppe Moncalvo, il personaggio venne ripreso e interpretato ancora da Luigi Preda, Tagliabue Malfatti  e da altri attori, per poi scomparire progressivamente dalla scene teatrali, e diventare una marionetta nel teatro delle marionette o burattino in quello dei burattini.

Ndr.- Definizione di marionette e burattini
Le marionette, sono dei pupazzi in legno, stoffa o altro materiale, che compaiono in scena a corpo intero e sono mosse dall’uomo tramite fili collegati alle estremità del corpo e sulla testa.

burattini sono i pupazzi con il corpo di pezza, e l’eventuale testa di legno o di altro materiale, che compaiono in scena a mezzo busto e sono mossi dal basso, dalla mano dei burattinai

Il “meneghino” come, e da quando è sinonimo di “milanese”

Come visto, la rappresentazione teatrale delle commedie col “Meneghino” come protagonista, durò per circa un sessantennio, a partire dall’inizio dell’Ottocento. Bisogna infatti tener presente che, anche se già un secolo prima, il “Meneghino” compariva negli scritti di Carlo Maria Maggi, la rappresentazione teatrale delle commedie avvenne praticamente solo a ridosso delle Rivoluzione francese, e della conseguente calata di Napoleone Bonaparte in Italia, non prima.

Infatti i teatri milanesi, fino quasi alla fine del Settecento, erano esclusivamente appannaggio delle autorità, della nobiltà, e dell’alta aristocrazia milanese. Solo più tardi, la presenza della borghesia cominciò ad essere tollerata. D’altra parte, anche se al ceto medio fosse stato concessa la fruizione dei teatri, non avrebbero potuto vedere queste commedie dato che, spesso, evidenziavano gli scandali e le malefatte del potere. Solo l’arrivo di Napoleone in Italia cambiò, grazie alla rivoluzione francese, la situazione preesistente.

Bravura degli attori a parte, l’identificazione del popolo in questa “maschera”, nell’Ottocento , ha fatto sì che “Meneghino”, inteso come nome proprio del personaggio, diventasse per antonomasia il “meneghino”, nome comune, come sinonimo familiare e affettivo di “milanese”. Quindi, storicamente, il termine “meneghino”, come sostantovo o aggettivo, può essere considerato come un’accezione relativamente recente.

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