“Sei Febbraio”, il nome di una piazza

Premessa

Ndr. – Spesso mi capita, girando per Milano, e passando per una zona che non frequento abitualmente, di posare lo sguardo, agli angoli degli edifici, sulla targa che riporta il nome della via che sto percorrendo o della piazza che sto attraversando. Ad esempio, in zona City Life, esiste una piazza intitolata ad una data: piazza Sei Febbraio. Ma non è della piazza che intendo parlare, anche se vi si affaccia lo storico Palazzo dello Sport, ora riqualificato in Palazzo delle Scintille. In calce a quella targa posta dal Comune, la scritta “Moti mazziniani 1853”.

Non nascondo il mio iniziale senso di smarrimento, leggendo quella scritta … Onestamente, quella data non mi dice granché, anzi, direi proprio nulla, non ricordo di aver mai studiato sui libri di Storia, i moti mazziniani del 1853! Potrei però anche sbagliarmi, poiché la mia memoria degli anni di scuola, si perde ormai, nella notte dei tempi! Ho fatto pertanto qualche ricerca per capire …

Targa di Piazza Sei Febbraio a Milano
Targa di Piazza Sei Febbraio a Milano

In effetti si tratta di uno degli episodi di secondo piano, meno noti del Risorgimento italiano, una delle tante insurrezioni anti-austriache, occorse quegli anni. Questa del 6 febbraio 1853, passa anche sotto il nome di “rivolta di Milano”. E se la cosa è nota forse a qualche vecchio milanesi ‘doc’ , dubito lo sia altrettanto, per i non milanesi come me.

Gli antefatti

Siamo nel 1848, alla fine della prima guerra d’Indipendenza. A Milano, nel marzo di quell’anno, erano scoppiati dei tumulti sfociati nelle famose Cinque Giornate, al culmine di una serie infinita di provocazioni da parte austriaca. Tutto era cominciato il 2 gennaio, come risposta delle autorità allo sciopero del fumo indetto dai patrioti italiani, a partire proprio da quel Capodanno.

Il 22 marzo poi, dopo giornate di scontri sanguinosi, gli insorti erano riusciti a cacciare l’odiato straniero dalla città. I moti, indubbiamente esaltanti per l’esito conseguito, erano stati un’ illusione che svanì, nell’arco di quattro mesi, quando gli austriaci, fecero rientro in città il 6 agosto. Ma quel lasso di tempo, seppur minimo, era bastato ai milanesi per assaporare il gusto della parola “libertà”, dopo secoli di dominazioni straniere. Al loro rientro, gli austriaci trovarono una situazione non certo migliore di come l’avevano lasciata; il popolo, non volendo rassegnarsi a vedere soffocata ogni sua legittima autodeterminazione, mostrava evidenti segni d’insofferenza, ed i fermenti patriottici sempre più frequenti, erano difficili da controllare. Gli occupanti non trovarono di meglio, che instaurare un opprimente regime poliziesco, messo in piedi dal feldmaresciallo austriaco Radetzky. 

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Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl Graf Radetzky von Radetz
Johann Josef Wenzel Anton Franz Karl Graf Radetzky von Radetz

Si respirava un’aria pesante, la tensione era palpabile e la situazione simile ovunque, nei territori italiani sotto la loro giurisdizione. I controlli di polizia ossessivi, le continue perquisizioni, le limitazioni alla libertà personale, avevano automaticamente innescato fenomeni di reazione fra le frange più insofferenti della popolazione e la creazione di comitati clandestini insurrezionalisti.

Gli eventi di Mantova

Infatti, già nel gennaio del 1852, la polizia austriaca era casualmente venuta a scoprire l’esistenza a Mantova, di un Comitato insurrezionale anti-austriaco, il cui principale organizzatore e coordinatore era un sacerdote mantovano filo-mazziniano, tale Enrico Tazzoli.

Don Enrico Tazzoli
Don Enrico Tazzoli (1812 – 1852)

Per sfortuna del prelato, la polizia riuscì a trovare la chiave di lettura di un suo quaderno cjfrato, il Pater Noster, cosa che le consentì di scoprire i nomi degli affiliati e dei simpatizzanti finanziatori della causa. Ne seguì ovviamente, una caccia all’uomo con l’arresto di un centinaio di persone residenti in diverse città del Lombardo-Veneto. Interrogatori, torture, processi e le inevitabili pesanti condanne. Nonostante la richiesta di atto di clemenza da più parti sollevata, avesse spinto Radetsky a commutare la pena in otto-dodici anni di ferri in fortezza per alcuni patrioti condannati, per Tazzoli ed altri quattro maggiormente implicati, venne invece convalidata la condanna a morte per impiccagione. La sentenza venne eseguita il 7 dicembre 1852  a Belfiore, una località subito fuori Mantova. A seguito di un secondo processo fatto successivamente ai rimanenti imputati, vennero impiccati il 3 marzo 1853, altri tre, dei ventitre congiurati riconosciuti colpevoli, che subirono lunghe condanne detentive. Gli otto patrioti uccisi Enrico Tazzoli, Angelo Scarsellini, Bernardo De Canal, Giovanni Zambelli, Carlo Poma, Tito SperiCarlo Montanari e don Bartolomeo Grazioli, sono oggi ricordati come i Martiri di Belfiore.

Certamente i fatti di Mantova, furono la molla che fece scattare la realizzazione di un sogno a lungo accarezzato, quello di una nuova “rivolta di Milano”. Questo fu un episodio della storia del Risorgimento italiano dove, ai motivi patriottici e nazionali, si associarono le prime idealità socialiste.

L’ordine delle operazioni arrivava da Londra

Dal suo esilio londinese, Giuseppe Mazzini continuava intanto nella sua instancabile opera di animatore della causa italiana. Nel Regno Lombardo-Veneto, l’attività di propaganda da lui portata avanti con tenacia, trovò terreno particolarmente fertile.
Secondo la sua idea, il popolo è l’unico soggetto capace di conquistare, mediante l’insurrezione, la propria libertà. La mano di Dio avrebbe guidato il braccio del popolo”; di qui la formula della religione politica mazziniana: Dio e popolo”.
Ed è da lì che inviò il suo proclama ai responsabili del Comitato dell’Olona. incitandoli ad agire subito:

Italiani! Fratelli!
La missione del Comitato Nazionale è compita: la vostra comincia. L’ultima parola che oggi i vostri fratelli vi mandano, è insurrezione; domani, frammisti al popolo, saremo a sostenerla con voi.
Insurrezione! Il momento, per tre lunghi anni maturato, invocato, è giunto. Bisogna afferrarlo. Non guardate alle apparenze; non vi lasciate sviare dai sofismi codardi dei tiepidi. ….

……..
……..
Purificatevi combattendo sotto quella bandiera: sia il popolo italiano che sorge degno di Dio che lo guida. Sia sacra la donna; sacro il vecchio e il fanciullo; sacra la proprietà. Punite, come il nemico, il furto. Serbate all’insurrezione l’armi, le polveri, le uniformi tolte al soldato straniero.
All’armi, all’armi! Quest’ultima nostra è parola di battaglia: gli
uomini che sceglierete a guidarvi diano domani all’Europa la parola della prima vittoria.
Febbrajo 18
53
Pel Comitato Italiano:
GIUSEPPE MAZZINI – AURELIO SAFFI

Giuseppe Mazzini
Giuseppe Mazzini (1805 – 1872)

Il Comitato rivoluzionario dell’Olona

Il Comitato dell’Olona, aveva due capi che si erano fra loro accordati per la divisione dei compiti: il ventottenne Giuseppe Piolti de’ Bianchi avrebbe avuto la direzione politica del moto, curando i contatti con la classe media, mentre Eugenio Brizi, si sarebbe dedicato alla preparazione militare, introducendosi negli ambienti popolari per guidare all’azione armata, le fratellanze operaie già inquadrate dai capipopolo.

Il tam tam degli ordini nelle osterie

Le comunicazioni di qualunque decisione del Comitato rivoluzionario ai propri iscritti, venivano rese note durante le riunioni clandestine che si tenevano nelle osterie della città e del suburbio.
Gli aderenti erano organizzati in “compagnie”, distinte fra loro da lettere dell’alfabeto, a seconda del mestiere praticato: la lettera A riuniva ad esempio, i facchini, la B i falegnami, la C i calzolai, la D gli orefici, la F i carbonai (i tencitt), la G i cappellai; dalla L alla M facevano parte i componenti di una società particolare denominata “Libertà o morte”.

Ad ogni “compagnia” aderivano centinaia di popolani. Ognuna aveva la propria osteria preferite. Le osterie milanesi erano pertanto i luoghi di aggregazione e d’incontro dei rivoltosi che lì, preparavano l’insurrezione con la complicità, ovviamente, degli osti stessi che, molto spesso, erano anche i capi delle varie “compagnie”. Fra le preferite, l’ Osteria dei Visconti sull’angolo di via del Mangano col Cordusio: l’ Osteria del Luganeghin, lunga e stretta come una salsiccia; l’Osteria della Cassoeula presso Porta Tosa e molte altre ancora …

Le decisioni del Comitato insurrezionale, venivano comunicate ai capi delle varie “compagnie” e questi, a loro volta, provvedevano a trasmettere gli ordini ai rispettivi aderenti, durante le riunioni quotidiane nelle bettole.

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L’insurrezione

Giuseppe Mazzini aveva affidato al Comitato la preparazione della sommossa. Mentre il Piolti avrebbe preferito concentrare l’attacco contro poche caserme, il piano del Brizi, più ambizioso, prevedeva vari focolai d’insurrezione, con un’azione principale al Castello, guidata da lui stesso, e altre simultanee al fortino di porta Tosa, alle più importanti caserme e a tutti i posti di guardia.

A dire il vero, i mazziniani del Comitato, già da qualche settimana, avevano ricevuto il bando (postdatato) di Mazzini, che li invitava ad agire quanto prima. Ma avevano atteso a comunicare la cosa agli aderenti, non avendo ancora trovato un accordo né su come agire, né su quale plateale azione intraprendere, per dare iniziare alla sommossa.

Il ballo a Palazzo Marino

Si era pensato in un primo momento, di far partire l’insurrezione il lunedì 31 gennaio, approfittando del gran ballo che si sarebbe tenuto quella sera, nella Sala Alessi a Palazzo Marino. A quella festa, avrebbero certamente partecipato tutti gli alti gradi dell’esercito austriaco. L’idea infatti, era quella di avvelenarli tutti, in un colpo solo. Sarebbe stato relativamente facile poi, sopraffare la guarnigione, rimasta priva di capi. Il progetto, seppure ambizioso, venne però abbandonato, poiché qualcuno del gruppo dirigente, sollevò l’obiezione della difficile realizzabilità del piano (visto che si trattava di un ballo e non di una cena), e soprattutto dell’incertezza del suo esito.

L’assassinio del collaborazionisti

Altra idea che qualcuno aveva avanzato, era di assassinare alcuni aristocratici milanesi scegliendoli fra coloro che maggiormente collaboravano con l’amministrazione austriaca. Si sperava in tal modo che, alla dura reazione del governo, il popolo rispondesse, insorgendo. Anche quest’ipotesi, tuttavia, non trovò accoglimento.

L’embargo delle armi

Nel frattempo, era arrivata notizia che i fucili promessi che si attendevano da Genova e dalla Svizzera non sarebbero mai arrivati a destinazione: il carico era stato intercettato dai comitati mazziniani locali e dai repubblicani fuoriusciti, i quali fecero sapere che, non condividendo le motivazioni politiche dell’ insurrezione, non avrebbero autorizzato la consegna delle armi destinate ai rivoltosi milanesi.

A questo punto, ritenendo l’operazione un suicidio, sia il Piolti, che il Brizi, tentarono invano di dissuadere Mazzini, ma lui fu irremovibile, ritenendo che quello fosse il momento migliore per agire. Inviò loro Achille Majocchi, che giunse a Milano il 5 febbraio, con l’incarico di collaborare con loro, nella catena di comando.

L’arma migliore è il coraggio

Fedeli al motto di Felice Orsini, rivoluzionario italiano, mazziniano convinto, che: “la prima legge della cospirazione, la quale vuole, che dove mancano armi, dove sono proibiti i bastoni, egli è lecito ricorrere ad ogni mezzo che valga a distruggere il nemico”, il Comitato Rivoluzionario, decise, poco convinto, di attuare il piano previsto, anche senza i fucili: l’arma bianca, in mezzo alla folla, sarebbe passata inosservata, il fucile no!

L’accordo sulla data

Si accordarono per iniziare la sommossa l’indomani, domenica 6 febbraio, ‘confidando nella partecipazione in massa degli operai e del proletariato milanese‘ e sperando nel coinvolgimento, ad insurrezione iniziata, pure di altre classi sociali. Era l’ultima domenica di Carnevale e si confidava sul fatto che i soldati austriaci in libera uscita, si sarebbero sparpagliati per le vie della città in festa.

L’assalto alle caserme

Alle 16.45 (si era quasi all’imbrunire), partì l’attacco, come convenuto. Un migliaio di persone in tutto, risposero all’appello. Fra artigiani ed operai, divisi in gruppetti, dettero il via alle operazioni. Il Brizi, che si attendeva al Castello l’affluenza almeno di trecento persone per poter attaccare la cittadella, se ne vide arrivare trenta in tutto …. dovette ovviamente desistere, ripiegando altrove. Alcuni gruppi di ‘arrabbiati’ assaltarono audacemente, armati solo di tanto coraggio, di coltelli e pugnali, vari posti di guardia, alcune caserme e tutti gli ufficiali austriaci incontrati casualmente per strada. Altri invece, corsero ad erigere barricate nella decina di punti prestabiliti; Cordusio, Porta Tosa, al iVerziere, Via della Signora, a Porta Ticinese, Porta Vicentina, ecc.

La gente attonita, stava a guardare

L’impressione che le cose non si mettessero bene per gli insorti, fu evidente fin da subito. Anzitutto, perchè il tanto sperato e atteso coinvolgimento spontaneo della gente, non ci fu assolutamente. C’era chi, sorpreso per l’inatteso trambusto, si limitava solo a dare incitamento verbale ai più scalmanati, guardandosi bene però dall’aggregarsi agli insorti, e chi, più solerte ma ugualmente guardingo, aiutava da lontano a costruire le barricate, lanciando in strada, dalle finestre delle proprie abitazioni, mobili vecchi e suppellettili varie, ma nulla più. Se ne stavano tutti a guardare l’evolvere degli eventi, senza lasciarsi coinvolgere più di tanto. Quindi, la speranza che i mille insorti iniziali diventassero, nel giro di pochissimo, due, tre o cinquemila persone, confidando in una sollevazione spontanea della gente, rimase tale, e non accadde nulla.

La defezione inattesa dei sabotatori

In secondo luogo, venne pure meno la partecipazione, data per certa, di un centinaio di operai della manutenzione delle strade della città, alle dipendenze di un ingegnere del Comune, che nonostante gli accordi presi precedentemente con Eugenio Brizi , all’ultimo momento, temendo evidentemente conseguenze, aveva deciso di dare forfait. Si trattava praticamente di tradimento! I suoi operai, secondo il piano, avrebbero dovuto collaborare con gli insorti, sia alla costruzione delle barricate, che al sabotaggio dell’impianto d’illuminazione stradale, tagliando i tubi del gas, in modo da lasciare la città completamente al buio. Così i rivoltosi avrebbero potuto agire indisturbati nottetempo, non visti dalla polizia. Purtroppo per gli insorti, la città non subì alcun backout!

I disertori mancati

Ultima grossa delusione, la mancata attesa diserzione, o ammutinamento dei soldati ungheresi presenti fra gli effettivi dell’esercito austriaco di stanza in città. Sembra che pure qualcuno dei loro ufficiali più alti in grado, avesse assicurato il Brizi, che avrebbe colto l’occasione di questa insurrezione milanese per far disertare in massa gli ungheresi dall’esercito austriaco, appoggiando da un lato i rivoltosi, e dall’altro, scagliandosi contro gli stessi “colleghi” austriaci per portare avanti la loro lotta d’ indipendenza dell’Ungheria, dall’oppressivo Impero Asburgico.  Purtroppo però nemmeno questo accadde, anzi, gli ungheresi dimostrarono di dare man forte agli austriaci, nell’opera di repressione dell’insurrezione e di caccia agli insorti.

Gli scontri strada per strada

Da Porta Romana a Piazza del Duomo, da Porta Ticinese a Porta Vercellina gli insorti si scontrarono con la polizia e con i soldati, sciamando per le strade della città in mille scontri, sperando sempre nella collaborazione del popolo ma rendendo in tal modo, inefficace e debole la loro azione. Venne poi presa d’assalto pure la Gran Guardia al Palazzo Reale e i rivoltosi riuscirono ad impossessarsi, solo per poco, di un po’ di fucili, ma poi comunque vennero sopraffatti, feriti ed arrestati. Si assalì, pure lì senza successo, anche il Circondario di Polizia in Piazza Mercanti.

Il fallimento dell’operazione

I mazziniani milanesi, ostili all’ideologia socialista degli insorti, assistettero inerti al sanguinoso fallimento della rivolta che, già il mattino successivo, poteva dichiararsi conclusa. Grazie infatti, all’arrivo di un nutrito contingente austriaco di rinforzo da fuori Milano, l’esercito riuscì a circoscrivere rapidamente la rivolta e a spegnerla prima dell’alba di lunedì 7. Fu fatta una gigantesca retata che si risolse in poche ore, con la cattura di quasi tutti i rivoltosi.

Anche se la finalità della sommossa, dati i precedenti, era sicuramente condivisibile, il suo esito fallimentare fu dovuto ad errori davvero grossolani sia di valutazione, che di pianificazione delle operazioni, da parte del gruppo dirigente. Troppe le speranze e le illusioni, senza nulla di concreto o comunque senza un’idea precisa sul da farsi, nel caso le cose non fossero andate per il verso giusto. Non ultimo, l’eccessiva frammentazione dei gruppi,  gli attacchi non coordinati da un’ unica regia, resero inefficaci le azioni compiute.

Il bilancio finale

Il bilancio della rivolta contò 10 morti e, 47 feriti fra i soldati austriaci, mentre fra gli insorti, 895 arresti, oltre a sei impiccagioni e una fucilazione immediate. Il giorno 10 poi, altri quattro insorti furono impiccati; il 14, due e il 16 gli ultimi tre. In totale, i giustiziati furono sedici in tutto. A monito per gli altri, le esecuzioni vennero fatte davanti al Castello, dove attualmente c’è una lapide che ricorda l’eccidio.

Lapide a ricordo degli imsorti del 6 febbraio 1853
Lapide a ricordo degli imsorti del 6 febbraio 1853

Furono giustiziati:

  • Antonio Cavallotti, anni 31, falegname di pianoforti, celibe.
  • Cesare Faccioli, anni 42, garzone di caffè, celibe.
  • Pietro Canevari, anni 23, facchino, celibe.
  • Luigi Piazza, anni 29, falegname, celibe.
  • Camillo Piazza, suo fratello, anni 26, stampatore di caratteri, celibe.
  • Alessandro Silva, anni 32, cappellaio, coniugato.
  • Bonaventura Broggini, anni 57, garzone di macellaio, celibe.
  • Luigi Brigatti, anni 26, liquorista.
  • Alessandro Scannini, anni 56, maestro ginnasiale privato.
  • Benedetto Biotti, anni 40, garzone falegname.
  • Giuseppe Monti, anni 36, garzone falegname.
  • Gaetano o Girolamo Saporiti, anni 26, lavorante in pettini.
  • Siro Taddei, anni 27, lattaio.
  • Angelo Galimberti, calzolaio.
  • Angelo Bissi, facchino.
  • Pietro Colla, fabbro.

Ndr – Nessuno degli organizzatori del Comitato rivoluzionario, fu catturato. Vista la mala parata, le due principali “menti dell’operazione”, riuscirono a far perdere le loro tracce, trovando prima rifugio in abitazioni di conoscenti che li nascosero per qualche tempo in città, quindi riuscendo a fuggire dal Lombardo-Veneto; Giuseppe Piolti scappò in Piemonte, Eugenio Brizi, in Svizzera (dove lo attendeva Mazzini, amareggiato per il fallimento dell’insurrezione).

Conclusione

“Il moto milanese del 6 febbrajo 1853,” – scrive il Bonfandini Romualdo, giornalista politico e patriota – “non era stato una sorpresa per tutti. Se n’era discussa l’opportunità, la strategia, la data. Al generale ungherese György Klapka, il Mazzini l’aveva annunziato tre giorni prima come grande rivoluzione. N’ebbe un fiero dolore quando seppe che era riuscito un tragico tafferuglio.

Dopo questo ennesimo insuccesso, (ce n’erano stati precedentemente altri analoghi in altre zone del Nord Italia), piovvero su Mazzini una valanga di critiche, non solo dallo schieramento dei moderati, ma dai suoi stessi seguaci. A tutte le accuse, lui reagì riaffermando la sua fede nei metodi insurrezionali e cospirativi e annunciando inoltre la nascita del Partito d’Azione, un movimento che avrebbe dovuto raccogliere, secondo le sue speranze, quanti fossero ancora disposti a lottare per raggiungere gli obiettivi dell’unità e dell’indipendenza italiana.

Marx, attento osservatore dei fatti italiani, in un articolo, apparso l’ 8 Marzo 1853 sul New York Daily Tribune, dal titolo “I moti a Milano”, commentando l’episodio, fece delle critiche pesanti nei riguardi di Mazzini:

… La rivolta che si proponeva l’abbattimento del dominio austriaco fallì nonostante la partecipazione operaia, perché, ordita come una congiura, non teneva conto della realtà della situazione …  L’insurrezione di Milano è significativa in quanto è un sintomo della crisi rivoluzionaria che incombe su tutto il continente europeo. Ed è ammirevole in quanto atto eroico di un pugno di proletari che, armati di soli coltelli, hanno avuto il coraggio di attaccare una cittadella e un esercito di 40.000 soldati tra i migliori d’Europa …”

“ … Ma come gran finale dell’eterna cospirazione di Mazzini, dei suoi roboanti proclami e delle sue tirate contro il popolo francese, è un risultato molto meschino. E’ da supporre che d’ora in avanti si ponga fine alle revolutions improvisées, come le chiamano i francesi … In politica avviene come in poesia. Le rivoluzioni non sono mai fatte su ordinazione. Dopo la terribile esperienza del ‘48 e del ‘49, occorre qualcosa di più degli appelli sulla carta fatti da capi lontani per suscitare rivoluzioni nazionali …”

Ndr. – Ora si comprende per quale motivo la storia di questa rivolta, sia passata in seconda linea! E’ una delle pagine buie del nostro Risorgimento! Certe cose, a volte, è meglio ignorarle!
L’insurrezione finì male, per colpa della fretta, della disorganizzazione, delle scarsissime risorse finanziarie, di una catena di comando fallimentare e si concluse con un inutile bagno di sangue di gente che di quei capi si era fidata. Non fu certo un glorioso esempio di coraggio da parte del Piolti o del Brizi, (che avevano indubbie gravi responsabilità), il fuggire, non appena si accorsero che le cose iniziavano a mettersi male, abbandonando al loro tragico destino un migliaio di audaci totalmente disarmati, in balia di un esercito fra i più organizzati d’Europa. Tutta gente comune che, stanca dei continui soprusi, si stava battendo con coraggio, per un grande ideale!
Quello che suona male e allora passò sotto silenzio. è come poi finì la storia del Piolti.
Rientato dal Piemonte, tornò a Milano nel 1859, quando ormai gli Austriaci se ne erano andati e le acque si erano calmate, andando a dirigere per qualche tempo Il lombardo e La gazzetta dei tribunali,
Ebbe, successivamente, il coraggio di farsi eleggere deputato dal 1865 al 1874 (dalla IX alla XI legislatura del Regno d’Italia), sedendo sui banchi della Sinistra, quale rappresentante proprio di coloro che, anni prima, fuggendo, aveva tradito! La Storia non aveve insegnato davvero nulla!

“Il 6 febbraio segnava il declinare del prestigio di Mazzini; ” – scrive Carlo Tivaroni, L’Italia degli Italiani – “gli sguardi dei repubblicani pratici volgevansi al Piemonte. Ma in pari tempo la storia imparziale deve registrare che il 6 febbraio, come la cospirazione di Mantova, appunto per la audacia dei propositi e l’ineffettuabilità dei disegni, provavano davanti all’Europa la situazione intollerabile delle popolazioni del Lombardo-Veneto, dove centinaia e migliaia di persone trovavansi pronte ad ogni straordinario sbarraglio, ad ogni sconfitta, pur di non rimanere come erano…”

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