Lo sciopero del fumo

Premessa

I moti rivoluzionari del 1848, che fecero sollevare tante città dello stivale, fra cui Bologna, Palermo, Roma o Milano, furono organizzati, nel tentativo di unificare il Paese, per liberarsi dal giogo straniero. Non intendo ripercorrere la storia di quel periodo, ma semplicemente polarizzare l’attenzione su un aspetto molto meno noto e decisamente curioso, di come la cosa nacque a Milano, per dare il via successivamente, ai moti risorgimentali delle famose Cinque Giornate.

Le voci che circolano

Tutto nacque con la messa in circolazione, negli ultimi giorni del dicembre 1847, di una voce secondo la quale, nel giro di qualche giorno sarebbe stato proclamato uno sciopero che prevedeva si dovesse smettere di fumare, non si dovesse più usare tabacco da naso, né giocare al lotto. Qualcuno più a dentro in queste cose, aveva calcolato che i soli vizi del tabacco e del gioco del lotto, limitatamente alla Lombardia, procuravano alle finanze imperiali austriache un utile netto annuo di qualcosa come tredici milioni di lire (65 milioni di € attuali). Indurre a limitare in qualche modo questi due “vizietti”, frutto delle debolezze della gente, avrebbe significato una perdita netta per l’erario dello Stato austriaco, che speculava proprio sulle cattive abitudini del popolo! Solo il fumo portava alle casse dello Stato, annualmente, solo in questa regione. qualcosa come 5 milioni di lire (l’equivalente di 25 milioni di €).

L’insofferenza

La Restaurazione aveva riportato gli austriaci a Milano e, con loro, pure erano state ripristinate le vecchie usanze. Dopo la parentesi napoleonica, l’insofferenza dei milanesi nei loro confronti, era cresciuta a dismisura. I moti carbonari del 1821, erano stati un assaggio di tale insofferenza nei confronti dell’oppressore. Qualunque tentativo di diffusione di idee liberali o comunque di indipendenza, veniva immediatamente colpito dalla repressione della polizia. Bisognava quindi fare tutto di nascosto, poiché i controlli erano serrati. Le conseguenze, per chi anelava alla libertà anche solo attaccando sui muri delle case, manifesti inneggianti alla ribellione, rischiava davvero grosso. Lo Spielberg era un “albergo senza ritorno”, molto temuto … Silvio Pellico ne sapeva qualcosa!

La cella di Silvio Pellico
La cella di Silvio Pellico

Ecco quindi, per non creare sospetti, il diffondersi del passaparola … o, altro sistema, nottetempo, non visti da alcuno, il lasciare dietro certe statue, dei pizzini nascosti …. ce n’era una in particolare, diventata “storica” proprio per questo: “l’omm de preja” (allora ancora in via Dell’Orto).

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l’omm de preja

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Indubbiamente, l’imporre di non fumare o giocare al lotto, richiedeva un grosso sacrificio sia agli amanti del fumo, che a quanti erano pronti a scommettere un gruzzolo, sperando su un colpo di fortuna che avrebbe cambiato loro la vita. In entrambi i casi, finiva con l’essere una “droga” difficile da eliminare. Questo, comunque, voleva essere solo uno sciopero dimostrativo, e sarebbe stato ufficialmente annunciato di lì a pochi giorni, proprio con un manifesto nascosto dietro quella statua che i patrioti conoscevano benissimo. Giocava a loro favore, il timore della gente che la non osservanza di queste regole, potesse significare l’essere additati come austriacanti, con le ovvie conseguenze che la cosa avrebbe comportato.

Lo sciopero

Sciopero del fumo e del lotto erano, alla fin fine, degli scioperi leciti, come tanti altri. Non avrebbero potuto essere intesi come gesto sovversivo, perché il fumo o il gioco del lotto non sono dei “doveri civici” regolamentati per legge, ai quali, con lo sciopero, ci si vuol ribellare. Sono invece dei vizi o meglio degli autentici sfizi, che ogni cittadino può avere e che lo Stato asseconda volentieri perché, creando dipendenza, naturalmente si assicura un costante, ricco tornaconto economico. Era evidente comunque che, trattandosi di monopòli imperiali, lo scopo di questi scioperi era il boicottaggio dell’economia dell’impero asburgico. Naturalmente nessuno degli organizzatori degli scioperi s’illudeva che, l’adesione della popolazione a tali iniziative fosse corale, anche perché questi vizi, non si eliminano così facilmente. Bastava comunque che la cosa durasse anche solo pochi giorni. L’importante era far capire agli austriaci che si poteva far loro del male, anche senza armi.

Il manifesto

Il fumare in pubblico, a dire il vero, era stato proibito per legge, fin dal 1821, ma la cosa, col tempo, era caduta in desuetudine. Il manifesto ai Giovani Lombardi era stato stilato dal patriota Giovanni Cantoni, noto professore di fisica all’Università di Pavia.
Il suo tono, nel proporre lo sciopero del fumo, non intendeva certo ripristinare il senso civico della gente all’osservanza delle vecchie disposizioni di legge, bensì, proprio per i rifermenti alla Rivoluzione Americana, voleva essere piuttosto l’incitamento alla ribellione di massa.

Giovani Lombardi!
Nuovi destini matura all’Italia l’anno che sorge. Più tenaci si stringono oggi le destre e tra i concordi suona grave la parola, quasi religiosa promessa. Ma se i tempi preparano gli avvenimenti, solo la volontà dei forti li compie.
Quando i cittadini di Washington oppressi dalla tirannia inglese fecero la famosa lega per cui fu proscritto il thè per non pagare la gabella che l’avara Inghilterra aveva imposto, fu fato il grande spettacolo della concordia e di quell’indomito valore che dopo trionfò invincibile nella battaglia dell’indipendenza.


O giovani ! Come l’America, ora la patria nostra trovasi in condizioni difficili; ma tra le imposte che l’aggravano stanno il nostro arbitrio, le volontarie. I concittadini di Franklin si astennero tutti dal thè: imitateli; d’oggi innanzi rifiutate il tabacco. Questo sia non un vano conato ma un dovere, uno sforzo e un segno di concordia e di unione.
Non deridete tenui principii che preparano gli animi a sacrifici maggiori e più gravi; sappiate volere il nostro popolo che vi ode parlare di Patria, domanda esempi e sacrifici, perchè egli è uso a fare davvero.
Comincia a deporre straniere usanze chi vuol fare da sè; nuoce al corpo e mal si addice il fumo del tabacco fra le dolci aure olezzanti dei fiori d’Italia.
Chi oserà dire questo tabacco costume bisogno degli italiani? Per un popolo che sorge, bisogno vero è amare e giovare come meglio si può alla patria”.


[F. Della Peruta, 1992]

Lo sciopero, iniziato il 1° Gennaio 1848. durò in tutto, solo tre giorni:

1° gennaio

Il primo giorno fu assolutamente tranquillo. Anzitutto perché, dopo le feste dell’ultimo dell’anno, la gente si era svegliata tardi e quindi, la mattina, la città era vuota. Il pomeriggio, andò tutto sommato, liscio, senza problemi particolari. Qualche singolo col sigaro in bocca, perché non ancora al corrente dello sciopero in atto … fu invitato a adeguarsi agli altri. A parte questi pochi ignari, rientrati subito nei ranghi, in centro città non si vedeva davvero nessuno intento a fumare, una situazione a dir poco, irreale, né per le strade, né nei caffé.

2 gennaio – Tafferugli e provocazioni

Indubbiamente la privazione della quantità giornaliera di ‘droga’ (particolarmente per i nicotino-dipendenti), cominciò a farsi sentire già fin dal mattino. Alcuni milanesi, non resistendo ulteriormente, cominciarono a sgarrare: furono subito additati e sonoramente fischiati e vi fu qualche parapiglia fra i trasgressori renitenti e chi, nonostante la voglia di fumare, continuava a rispettare il divieto.

La polizia, che il primo giorno aveva mantenuto un atteggiamento prudente, limitandosi unicamente ad affiggere semplici avvisi, il pomeriggio del secondo giorno, cominciò a sguinzagliare in giro per la città elementi provocatori in divisa. Questi, in deroga al regolamento, erano liberi di fumare sigari e sigarette fornite loro dal Comando, anche quando erano in servizio. La provocazione consisteva nel passeggiare per le strade del centro, ostentando platealmente due sigari in bocca, e indirizzando il fumo inspirato, direttamente in faccia alla gente di passaggio. Chiaramente la cosa creò motivo di malumore e risentimento, facendo salire il livello di tensione fra il pubblico. Nonostante le chiare provocazioni, non ci furono comunque incidenti, nemmeno il secondo giorno.

3 gennaio – Morti e feriti

Il terzo giorno invece, la musica cambiò totalmente. Venne affisso un decreto imperiale secondo il quale sarebbe stato seriamente punito, chiunque avesse impedito alla gente di fumare. La distribuzione poi, fra i reparti della polizia, di un falso volantino che ingiuriava le truppe dedite al fumo e all’alcool, aveva il solo scopo di provocare la reazione violenta di chi si sentiva toccato dal messaggio. La reazione psicologica al contenuto di quel volantino sortì il suo effetto nel giro di poche ore.

Fra la soldataglia non c’erano soltanto austriaci, ma pure sloveni, e ungheresi: al pomeriggio, i soldati, lasciati volontariamente in libertà e con l’appoggio di agenti provocatori, si abbandonarono ad atti di violenza del tutto ingiustificati, menando fendenti e sciabolate a destra e a manca contro passanti casuali e civili inermi, quasi fossero stati loro a scrivere quel messaggio ingiurioso sul volantino. A quanto riportano le cronache, si scatenarono gravi scontri con cariche di cavalleria e un bilancio pesantissimo di ben 5 morti e 54 feriti, e un numero imprecisato di arresti.

Nel corso degli scontri, venne anche fermato e minacciato dalla polizia il podestà Gabrio Casati. La conseguenza di questi disordini, a parte i numerosi arresti dei malcapitati catturati dalla polizia, ci fu un ulteriore inasprimento delle restrizioni riguardo le varie manifestazioni programmate: rigoroso divieto di portare coccarde tricolori, di manifestare a favore di Pio IX, e continui proclami, dapprima d’ avvertimento, poi sempre più minacciosi da parte del viceré Ranieri Giuseppe d’Asburgo-Lorena.

Vicere Arciduca Ranieri
Vicere Arciduca Ranieri

E’ naturale pertanto che il clima instaurato in città dagli austriaci, di terrore e di odio nei loro confronti, non fece che aumentare giorno dopo giorno, quel clima di forte tensione che sarebbe esploso un paio di mesi dopo, con le famose Cinque Giornate di Milano (18-22 marzo 1848).

Il ‘gelo’ della città

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Dopo i fatti di sangue di quel famigerato 3 gennaio, si creò un clima di gelo istituzionale in città. Gli austriaci tenuti bene alla larga, ogni rapporto con loro interrotto, la vita pubblica disertata se in presenza di ufficiali austriaci, manifestazioni, balli e spettacoli cancellati proprio per evitare motivi di contatto fra le autorità austriache e le cariche istituzionali pubbliche cittadine. Insomma un clima pesante: la calma apparente, che preludeva alla tempesta che sarebbe arrivata, puntuale, di lì a poco.

La protesta dilagò in Italia

Le notizie degli incidenti di Milano, non tardarono ad arrivare a Pavia dove già l’8 e il 9 gennaio, alcuni studenti sollevarono una bagarre, avendo scovato dei poliziotti intenti a fumare sotto i portici dell’università. Anche in quell’occasione, la cosa degenerò e ci furono anche lì, due morti.

Il tam tam delle tragiche notizie provenienti dalla Lombardia dilagò rapidamente nel resto d’italia creando manifestazioni di solidarietà, disordini e sollevazione popolare contro lo straniero.

La miccia era stata ormai innescata! La resa dei conti ci sarebbe stata a breve. Gli austriaci avrebbero avuto, da quel momento, i giorni davvero contati!

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