Sant’Ambrogio, patrono di Milano

Premessa

Chi era Sant’Ambrogio? La storia della sua vita oscilla fra mito e leggenda. Ce ne parla, nell’agiografia su di lui, tale Paolino di Milano (chiamato anche Paolino Diacono), per soli pochi mesi, suo giovane segretario e biografo, dall’inizio del 397, fino alla morte del Santo, quello stesso anno.

Sicuramente, ad aver conosciuto Ambrogio da giovane, qualcuno forse potrà aver pensato al caso, qualcun altro al fatto che era predestinato, ma certamente nessuno avrebbe mai potuto immaginare, che lui sarebbe diventato dapprima Vescovo e poi addirittura Santo, anzi, direi, il Santo più amato dai milanesi.  Venerato come tale dalla Chiesa cattolica, è oggi annoverato tra i quattro massimi Dottori della Chiesa, insieme a San Girolamo, Sant’Agostino e San Gregorio Papa. Inoltre, assieme a san Carlo Borromeo e san Galdino, è pure patrono di Milano, città che gli ha anche dedicato una basilica.

Dottore della Chiesa è il titolo che le Chiese cristiane attribuiscono a personalità religiose che hanno mostrato, nella loro vita e nelle loro opere, particolari doti di illuminazione della dottrina, sia per fedeltà, sia per divulgazione o per riflessione teologica.

I suoi primi anni

Di nobile famiglia romana convertita al cristianesimo, Aurelio Ambrogio (in latino Aurelius Ambrosius) era nato nel 340 d.C., ad Augusta Treverorum (Treviri), nelle Gallie (l’attuale Renania). I suoi genitori provenivano da due delle più importanti famiglie senatorie dell’antica Roma: la madre apparteneva alla gens Aureliana, il padre, alla famiglia Simmaco. A Treviri, il padre svolgeva la sua attività in qualità di  Pretorio dell’Impero romano (una sorta di prefetto).

Per approfondimenti relativamente a Treviri, e alla suddivisione dell’Impero,Romano
si consiglia la lettura al seguente link Pillole di Storia

Alla morte del padre, la famiglia di Ambrogio ritornò a vivere a Roma, e qui lui si mise a studiare la “Retorica”. Compiuti gli studi, cominciò giovanissimo ad esercitare la carriera di avvocato delle Prefetture italiana, africana e illirica (l’attuale Dalmazia), distinguendosi, fin da subito, come brillante funzionario per conto dell’imperatore. Di carattere buono e giusto, dotato di sorprendente dialettica, venne sempre riconosciuto come un ottimo funzionario pubblico e un abile diplomatico.

Governatore a Mediolanum (371)

Fu proprio perseguendo la sua carriera politica, che, dopo cinque anni di magistratura a Sirmio, nella Pannonia romana (attuale Serbia),  Aurelius giunse a Mediolanum. Nel 371 infatti, fu nominato governatore delle province  Aemilia et Liguria, delle quali faceva parte pure la Lombardia. Aurelio Ambrogio si stabilì quindi a Mediolanum che, essendo in quel periodo, la capitale dell’Impero romano d’Occidente e quindi la sede ufficiale dell’imperatore, si era notevolmente abbellita con palazzi, templi, terme, circhi, anfiteatri, sì da diventare davvero una splendida città.

Ndr. – Il governatore di una provincia romana aveva l’imperium cioè un potere assoluto di stampo militare, in vari campi: amministrativo, giurisdizionale, difesa e mantenimento dell’ordine pubblico. Aveva pure il potere della giurisdizione criminale sui provinciali, comprese le condanne a morte.

Nella sua qualità di funzionario imperiale, Ambrogio si fece, fin da subito, notare per l’onestà e l’equilibrio con cui si occupava della giustizia e dell’amministrazione, sì da essere, in breve, benvoluto e stimato da quanti avevano avuto modo di conoscerlo e trattare con lui.

Lotte di religione

Erano tempi quelli, di forti tensioni sociali legate ai vari “Credi religiosi”. Per meglio comprenderne la ragione, è necessario fare un passo indietro, di circa cinquant’anni, al 313 per la precisione.

L’EDITTO DI COSTANTINO (O DI MEDIOLANUM)
Secondo l’interpretazione tradizionale della Storia, l’imperatore Costantino per l’Occidente e Licinio per l’Oriente, firmarono a Mediolanum (nel periodo in cui la città era capitale dell’Impero romano d’Occidente), un editto per concedere a tutti i cittadini, quindi anche ai cristiani, la libertà di venerare le proprie divinità.
Il termine editto, tuttavia, è da considerarsi errato, in quanto Costantino e Licinio diedero in effetti solo disposizioni ai governatori delle province romane affinché procedessero con l’attuazione delle misure contenute nell’editto di Galerio del 30 aprile 311, con il quale era stato definitivamente posto termine alle persecuzioni.
Secondo le medesime interpretazioni moderne, i due Augusti si incontrarono a Mediolanum solo per discutere, mentre le disposizioni furono dettate e messe per iscritto a Nicea in Bitinia (Asia Minore).
Oltre a riconoscere la libertà di culto, l’editto di Mediolanum determinava l’obbligo di restituire tutti i luoghi, beni e possedimenti in precedenza acquistati, requisiti o tolti ai cristiani durante il lungo periodo delle persecuzioni. Questa regola valeva anche per chi aveva acquistato o ricevuto in dono il bene in questione, in maniera del tutto legittima.
Questo poteva essere considerato come il punto di partenza da cui si sarebbe sviluppata  l’inalienabilità dei beni della Chiesa, che nei secoli a venire avrebbe reso “intoccabili” i suoi possedimenti, che nel Medioevo, erano soprattutto vastissimi appezzamenti di terreno.

Mediolanum, a quell’epoca, era prevalentemente ariana, ma vi era anche una non trascurabile componente cattolico-ortodossa. Vi erano quindi due opposte fazioni che si fronteggiavano, talvolta anche con inusitata violenza. La disputa verteva essenzialmente sul dogma della Trinità avversato dagli ariani, sostenitori dell’idea che il Padre e il Figlio fossero due entità distinte.

Ndr. – Per dogma, s’intende il principio che si accetta per vero o per giusto, senza esame critico o discussione.

L’arianesimo è una dottrina trinitaria, elaborata dal presbitero, monaco e teologo berbero Ario (256-336) che, ai tempi, ebbe particolare diffusione fra i popoli germanici.
Tale dottrina sostiene che il Figlio di Dio sia un essere che partecipa della natura di Dio Padre, ma in modo inferiore e derivato, e che pertanto c’è stato un tempo in cui il Verbo di Dio ancora non esisteva e che egli sia stato creato da Dio all’inizio del tempo.
In pratica, riconosce Gesù Cristo solo come uomo, negando recisamente la sua divinità.

Concilio di Nicea (325)

Poiché, a distanza di anni, l’editto di Mediolanum non aveva ancora sortito gli effetti desiderati, nell’intento di ristabilire la pace religiosa e raggiungere l’unità dogmatica, minata da varie dispute che continuavano a sussistere (in particolare sull’arianesimo), l’imperatore Costantino I convocò nel 325, il Concilio di Nicea, che intese presiedere personalmente.

Con questo Concilio, si arrivò ad una “dichiarazione di fede”, che ricevette il nome di Simbolo o Credo niceno. Il Simbolo, che rappresenta ancora oggi un punto centrale delle celebrazioni cristiane, stabilisce esplicitamente la dottrina della consustanzialità del Padre e del Figlio: nega cioè che il Figlio sia creato (genitum, non factum), e che la sua esistenza sia posteriore al Padre (ante omnia saecula).

In questo modo, l’arianesimo, negato in tutti i suoi aspetti, venne condannato come “dottrina trinitaria eretica”.

Le lotte per la successione del vescovo (373)

Dietro questa disputa teologica, si nascondeva, naturalmente, anche la lotta per il potere religioso. La cosa scoppiò a Mediolanum quando, in seguito alla morte, nel 373, del vescovo ariano Aussenzio, scoppiarono tumulti per la successione all’importante carica.

CHI ERA AUSSENZIO?
Nato in Cappadocia, Aussenzio aveva esercitato il ministero presbiterale in Alessandria al tempo del vescovo usurpatore Gregorio (339-345). Fu presto uno dei favoriti dell’imperatore ariano Costanzo II, che, dopo la morte di Costante, nella sua opera di diffusione dell’arianèsimo in Occidente, insediò Aussenzio sulla cattedra vescovile di Milano nel 355, subito dopo il Concilio di Milano, tenutosi nel luglio dello stesso anno, e mentre papa Liberio, Ilario di Poitiers, Dionigi (vescovo di Mediolanum) e altri vescovi ortodossi dell’Occidente, venivano inviati in esilio. Gli antichi scrittori cristiani sono unanimi nell’affermare il carattere d’intrusione nella chiesa milanese, di questo vescovo insediato mediante la forza dall’autorità politica, e nel dipingere Aussenzio con i colori più foschi, come eretico fautore aperto e convinto dell’arianèsimo, gran faccendiere, nemico dei vescovi di fede ortodossa, scaltro, ma senza cultura. [libero rif. Treccani]

A differenza di quanto avviene oggi, in cui l’elezione dell’arcivescovo spetta al sinodo dei vescovi dell’arcidiocesi di pertinenza, a quell’epoca era il popolo a partecipare, in prima persona, all’elezione dei vescovi. L’elezione del vescovo, allora, doveva essere comunque approvata dall’imperatore.

Come narrano le cronache del tempo, nell’estate dell’anno 374, si tenne un’infuocata seduta nella Basilica Major (Basilica di Santa Tecla di cui oggi sono visibili le sue fondamenta, sotto Piazza del Duomo) alla presenza di tutto il clero, delle autorità cittadine e di una quantità incredibile di gente. In breve, dalle discussioni sempre più accese fra i due diversi schieramenti, che volevano imporre ognuno i propri candidati, si finì con l’arrivare addirittura alle mani.

Ambrogio intervenne per mettere pace

Aurelio Ambrogio, presente pure lui a quella seduta nella sua qualità di governatore, essendo anche responsabile dell’ordine pubblico, intervenne subito, prodigandosi per calmare gli animi. Lui, giovane piuttosto gracile e piccolo di statura, era un soggetto comunque piuttosto risoluto, capace di farsi valere all’occorrenza. Nel suo intervento per sedare la rissa, la cosa che colpì maggiormente la gente, fu proprio la sua capacità di autocontrollo, la pacatezza del suo modo di esprimersi, la moderazione nei gesti e tale equilibrio, da conquistare subito quanti gli stavano intorno, riuscendo incredibilmente a zittire tutti.

Acclamato vescovo

Non lo avesse mai fatto! Secondo alcune testimonianze, si udì improvvisamente, nel silenzio generale, la voce di un fanciullo che lo additava: “Sia vescovo Ambrogio, sia vescovo Ambrogio!. E subito cento, mille voci, presero entusiasticamente a far da coro a quell’esternazione. Cosa davvero incredibile, fu che pure gli avversari si ritrovarono uniti e concordi nel ritenere che quel soggetto potesse essere effettivamente l’uomo giusto per tutti.

Ndr. – La voce del bambino nell’elezione era un elemento comune ai personaggi laici scelti per ricoprire cariche religiose. Il bambino profeta rappresentava l’innocenza attraverso cui si esprimeva la voce divina, garantendo la correttezza della scelta.

Ambrogio era talmente lontano dall’idea che potesse essere lui il prescelto per quella elezione, che la cosa lo lasciò comprensibilmente sbalordito: mai più avrebbe pensato che, andando lì per calmare gli animi, gli avvenimenti avrebbero potuto assumere una piega simile! Fra l’altro, lui non era un prete ma un governatore dell’Italia settentrionale, un politico con tutt’altri obiettivi e quella carica episcopale non lo interessava minimamente, esulando totalmente dai suoi programmi. Lui poi, non era ancora neppure battezzato! Ma i suoi sostenitori si prodigarono in tutti i modi per fargli cambiare idea e alla fine ci riuscirono.

Ambrogio per nulla convinto di essere degno per una simile carica, tentò di far cambiare alla gente la lusinghiera opinione che aveva sul suo conto: in pratica cercò di dimostrare con atti espliciti che lui non era proprio lo “stinco di santo” che tutti credevano, sperando di far capire ai suoi sostenitori di non avere alcuna intenzione di assecondare la volontà popolare. Non si sa esattamente cosa ci sia di vero, ma pare che abbia volutamente compiuto azioni non degne di lui: ad esempio, sembra che abbia personalmente ordinato la fustigazione pubblica di alcuni prigionieri o che si sia intrattenuto con donne di malaffare, nella speranza di rovinare la propria reputazione agli occhi dei suoi più convinti estimatori. Visto che nonostante i suoi comportamenti fuori dalle righe, la gente non intendeva demordere, pare abbia tentato una sera, addirittura la fuga dalla città, approfittando dell’oscurità. Si racconta che, in groppa alla sua fidata mula Betta, abbia tentato di allontanarsi dirigendosi verso il Ticino. Ma a quel fiume non ci arrivò mai! Dopo aver vagato per ore, al buio, nella boscaglia fuori Milano, alle prime luci dell’alba, si accorse che aveva fatto praticamente quasi un giro completo intorno alle mura della città, per ritrovarsi, alla fine, non molto distante dal punto di partenza. Riconosciuto da alcuni contadini della zona, costoro lo riaccompagnarono verso casa. In seguito, dando credito alla leggenda, più o meno nel punto dove quel mattino il fuggitivo venne ritrovato, fu costruita una chiesa, ancora oggi esistente e visibile nell’attuale via Peschiera (zona Corso Sempione vicino all’Arco della Pace). Il suo nome è Sant’Ambrogio ad Nemus (dove ad Nemus significa nel bosco). Sicuramente Ambrogio pensò e ripensò a quella carica, incapace di prendere una decisione. A quanto sembra, ci provò pure lo stesso imperatore Valentiniano I a tentare di convincerlo ad accettare quell’incarico. Alla fine, si rassegnò, cedendo al volere di tutti, solo perché si convinse che, fosse realmente questa, la volontà di Dio.

Da catecùmeno a vescovo

Dopo la conferma della carica da parte dell’imperatore, Ambrogio, che a quell’epoca era solo un catecùmeno, venne dapprima battezzato: poi, nel giro di pochi giorni, ricevette davvero a tempo di record, tutti gli altri sacramenti e le ordinazioni previste dalla Chiesa per poter essere nominato Vescovo.

Ndr. – catecùmeno è colui che riceve la prima istruzione cristiana, in preparazione al battesimo. La parola è riferita soprattutto alla Chiesa delle origini, oltre che alle missioni; “messa dei catecùmeni” ad esempio. è stata per lungo tempo denominata la prima parte, didattica, della messa, fino al Credo, perché prima dell’offertorio, i catecùmeni venivano congedati e rimanevano in chiesa i soli fedeli. Nella liturgia cattolica, “olio dei catecùmeni”, è l’olio usato per l’amministrazione del battesimo, che viene consacrato dal vescovo (insieme con il crisma e l’olio degli infermi) nella messa del giovedì santo. [rif. – Treccani]

La consacrazione a Vescovo avvenne il 7 dicembre del 374, data questa che, da allora, è diventata la festa più importante per la città di Milano. A fargli da guida spirituale nel suo difficile compito, lui prescelse Simpliciano, quello stesso sacerdote cui aveva chiesto una mano, affinché lo aiutasse a completare la sua istruzione religiosa, quando ancora stava preparandosi a ricevere il battesimo.

Sant’Ambrogio

Il suo operato da vescovo

Eletto dunque vescovo, Ambrogio fece del proprio meglio per colmare le proprie lacune nello studio della Sacre Scritture. Fu lui a introdurre in Occidente la pratica della lectio divina, la pratica di studio e preghiera che attraverso la lettura delle Scritture, auspica l’unione spirituale con Dio. Questo metodo divenne anche la base della sua predicazione. Fu grazie a questa, che Sant’Agostino, tra gli altri, si convertì al Cristianesimo, e fu proprio Ambrogio a battezzarlo!

Sant’Ambrogio di Milano di Claude Vignon, 1623, Minneapolis Institute of Arts
Sant’Ambrogio battezza Sant’Agostino (Luca Giordano)

Con cuore di padre, governò le anime a lui affidate. Era amorevole con tutti, mostrandosi allo stesso tempo severo ed intransigente nei confronti dei nemici ostinati della Chiesa. Con la sua straordinaria perspicacia nella scelta dei pastori di anime, diede il colpo di grazia alla setta degli ariani.

Come vescovo, Ambrogio condusse un’esistenza ascetica, donando tutti i propri beni ai poveri, e impegnandosi senza sosta per aiutare i cittadini più bisognosi.

La scoperta delle reliquie dei martiri

Più o meno sull’area dove oggi sorge la caserma Garibaldi, dietro la basilica di Sant’Ambrogio attuale, c’era, ai tempi in cui viveva il Santo, il più noto cimitero cristiano di Mediolanum detto “Ad Màrtyres” per via del gran numero di sepolture delle vittime delle persecuzioni contro i cristiani.
Ambrogio, un giorno, ebbe un presagio: si recò in quel cimitero e riportò alla luce un’urna. All’interno vi erano i corpi dei due Martiri Gervasio e Protasio. Ambrogio decise di portare l’urna nella chiesa che aveva appena fatto costruire lì vicino. I fedeli esultarono, osannarono il loro vescovo e festeggiarono il ritrovamento delle spoglie di quei due santi. L’edificio religioso, a partire da quel momento (era il 19 giugno 386), venne dedicato Ad Màrtyres o “basilica màrtyrum”.

La chiesa originaria, il cui nome completo è “basilica romana minore collegiata abbaziale  prepositurale di Sant’Ambrogio”, edificata tra il 379 e il 386 in epoca romana tardoimperiale,  per volere di Ambrogio, venne costruita fuori dalle mura romane di Mediolanum, non lontano da Porta Vercellina romana, in una zona in cui erano stati sepolti i cristiani martirizzati dalle  persecuzioni romane.
La basilica prese il definitivo aspetto attuale appena tra il 1088 e il 1099] quando, sulla spinta del vescovo Anselmo III da Rho, venne radicalmente ricostruita, secondo gli schemi dell’architettura romanica. Venne mantenuto l’impianto a tre navate (senza transetto) e tre absidi corrispondenti, oltre al quadriportico, anche se ormai quest’ultimo non serviva più a ospitare i catecùmeni, trasformandosi in luogo di riunione.

Pianta della basilica di Sant’Ambrogio (3 absidi e senza transetto)

Ambrogio non sottomise mai la fede ad alcun altro potere, nemmeno a quello autorevolissimo dell’imperatore Valentiniano I. Una volta affermò con solennità: l’imperatore non è sopra la chiesa, ma dentro la chiesa.

Qualche frizione con Giustina

Egli fece valere questo suo motto, quando l’imperatrice Giustina (seconda moglie dell’imperatore romano Valentiniano I e madre del futuro imperatore Valentiniano II), decise di affidare la basilica Porziana (cioè la Basilica di San Lorenzo) agli ariani, che, come visto, si contrapponevano alla Chiesa ufficiale. Si trattava di una basilica contesa tra i fedeli e arbitrariamente tolta ai cristiani in barba all’editto di Mediolanum. Fu decisamente coraggiosa la decisione di Ambrogio e dei suoi seguaci di occuparla per un intero mese, vietando di fatto agli ariani, la celebrazione di qualunque liturgia.

Per tentare di ridurre alla ragione il vescovo e i suoi fedeli, l’imperatrice Giustina ordinò ai suoi soldati di circondare il tempio, minacciando addirittura di pena di morte, quanti avessero impedito lo sgombero della chiesa nel giro di poco. Ambrogio le rispose con la forza della sue prediche, delle preghiere e degli inni di sua stessa invenzione, composti al momento, che fece cantare in coro ai fedeli nel tentativo di tenere alto il loro morale. Questi stessi inni, a quanto sembra, entrarono poi ufficialmente nella liturgia del rito ambrosiano. La disputa fra lui e l’Imperatrice si concluse con la vittoria del vescovo (cioè la cessione definitiva di quella basilica ai cattolici) proprio nel giorno del giovedì Santo.

Qualche screzio pure con Teodosio

Nonostante fra il vescovo Ambrogio e l’imperatore cattolico Teodosio vi fosse un saldo rapporto di reciproca stima e di amicizia, vi fu fra i due qualche motivo di disaccordo, dovuto alla forte personalità di entrambi. Teodosio si impegnò durante tutta la sua vita a combattere per difendere l’impero ormai in piena decadenza, in crisi sotto la pressione dei popoli che premevano ai suoi confini.

Editto per la costruzione di una sinagoga

Un primo scontro fra Ambrogio e l’imperatore avvenne quando quest’ultimo, con un editto improntato alla tolleranza verso tutte le fedi, aveva ordinato al vescovo di Callinico (l’odierna località di al-Raqqa sull’ Eufrate) di fare ricostruire la sinagoga di quella città, edificio sacro che era stato barbaramente distrutto dai cattolici più radicali. Ambrogio, intransigente pure lui, non intendeva cedere nemmeno di un passo di fronte alle altre fedi. Pertanto, con infiammate prediche, si scagliò contro la decisione di Teodosio, arrivando al punto di rifiutarsi di celebrare la messa per lui. Alla fine l’imperatore fu costretto a capitolare e a ritirare l’editto.

L’eccidio dei tessalonicesi

Ancora maggiore fu il litigio fra i due qualche anno dopo, quando gli abitanti di Tessalonica (l’odierna Salonicco) erano insorti contro la decisione del governatore locale, di far arrestare e giustiziare con l’accusa di oscenità, un bravissimo guidatore di cocchi, un vero idolo popolare. Teodosio, per ritorsione, aveva ordinato che gli abitanti di quella città venissero attirati nel circo, con la promessa di far loro assistere ad uno spettacolo di giochi. A questo punto aveva fatto intervenire i suoi soldati, per fare una strage dei convenuti. Morirono trucidate almeno 7000 persone.

L’ira di Ambrogio

Di fronte a tanta assurda crudeltà, Ambrogio proibì a Teodosio di rimettere piede in chiesa, fino a quando non si fosse pubblicamente pentito del suo gesto. L’ imperatore tentò di entrare ugualmente in chiesa facendo orecchio da mercante, ma Ambrogio glielo impedì, e quando per giustificare il suo comportamento Teodosio addusse l’esempio del re Davide, il Vescovo coraggiosamente gli rispose: “Se avete imitato Davide nel peccato, imitatelo anche nella penitenza”.

Sant’Ambrogio impedisce a Teodosio I di entrare nella cattedrale di Santa Maria Maggiore di Milano, dipinto di Camillo Procaccini conservato nella basilica di Sant’Ambrogio

Il pentimento dell’imperatore

Dopo molte esitazioni, l’imperatore acconsentì ad un formale atto di pentimento, nel Natale del 390. La leggenda vuole che la penitenza di Teodosio fosse decisamente spettacolare: alla presenza del clero e dei cittadini, egli si sarebbe inginocchiato con il viso a terra, nella polvere, dopo che i battenti della basilica erano stati letteralmente chiusi davanti a lui. Niente male per un imperatore, se si considera che, fino a meno di un secolo prima, i suoi predecessori venivano ritenuti addirittura degli dei!

Dopo essersi riconciliati, Ambrogio e Teodosio diedero segno di reciproca stima e sottomissione inginocchiandosi uno di fronte all’altro in un incontro di qualche anno successivo. Nel febbraio del 395, l’imperatore morì improvvisamente e fu proprio Ambrogio con grande commozione a recitarne l’elogio funebre.

La morte di Ambrogio (397)

Secondo la testimonianza raccolta dal biografo Paolino, il vescovo Bassiano di Lodi che stava assistendo l’infermo, asserì che, poco prima di morire, Ambrogio abbia visto venirgli incontro Gesù. Poi, alle prime luci dell’alba del sabato santo, il Santo spirò. Era il 4 aprile 397. Aveva solo 57 anni.

Il suo corpo venne esposto nella basilica Nova (basilica di Santa Tecla) e attorno a lui si fece la veglia pasquale. I neo-battezzati, venendo dal battistero di San Giovanni alle fonti, lì a pochi passi, lo videro seduto sulla cattedra collocata nell’abside: allucinazione collettiva? Può darsi!

Il suo corpo venne, alla fine, deposto nella sua chiesa in una nuova tomba, sotto l’altare maggiore accanto a quella che aveva previsto per sé e che aveva ceduto anni prima, ai due martiri Gervasio e Protasio. La chiesa “Ad Màrtyres”, da quel giorno cambiò nome, e venne dedicata a lui.

Quattrocento anni dopo …

Passarono molti anni e si arrivò all’Alto Medioevo. Diventato arcivescovo di Milano nel 824, il franco Angilberto II, questi, vedendo Sant’Ambrogio così tanto venerato dai fedeli, decise di dare maggior lustro alla sepoltura del patrono della città. Ordinò dunque di togliere dalle tombe i resti di Ambrogio, di Gervasio e Protasio, e di farli deporre l’uno accanto all’altro, in un sarcofago in porfido, che venne sistemato sotto l’altare maggiore in un pozzo scavato per l’occasione. Per custodire il sepolcro e dare rilevanza alle reliquie in esso contenute, commissionò al maestro Vuolvino (o Wolvino)  magister phaber (maestro fabbro) uno dei più famosi orafi di quell’epoca, un altare da collocare al posto di quello allora esistente.

Il nuovo altare maggiore della Basilica

Quello che possiamo ammirare oggi nella basilica di Sant’Ambrogio, protetto da un vetro antiproiettile, è il nuovo altare cesellato, firmato Vuolvino, realizzato nel 836. Autentico capolavoro dell’oreficeria di epoca carolingia, da tanti, viene oggi considerato come uno degli altari più belli al mondo.

Altare di Wolvino (basilica di Sant’Ambrogio – Milano)

L’altare risulta decorato, nelle sue quattro facce, con lamine d’oro e d’argento dorato, sbalzate ad intaglio e ad incastro. Le fasce sono tempestate da gemme e smalti. Sul retro (dove usualmente c’è il celebrante) vi sono rappresentati, assieme ad altre scene, 12 episodi della vita di Ambrogio. La parte anteriore, che differisce stilisticamente, è attribuita a dei generici Maestri delle Storie di Cristo. Il tutto in una profusione di smalti colorati gemme e pietre preziose che fanno di quest’opera di scuola carolingia, un vero capolavoro dell’oreficeria di tutti i tempi.

Dopo altri mille anni ….

Era ancora fresco l’eco dei festeggiamenti per l’Unità d’Italia, quando nel 1864 si procedette a consistenti lavori di ristrutturazione della basilica di Sant’Ambrogio. In quell’occasione, si decise di controllare se (dubbio più che legittimo), le tombe sottostanti l’altare, contenessero veramente i resti dei tre santi. Durante le delicatissime operazioni di ricerca, dapprima apparve il magnifico sepolcro di porfido, nel quale Angilberto aveva riunito nel 836 le reliquie dei tre santi, poi, sotto questo, i due sepolcri vuoti nei quali erano stati deposti in precedenza separatamente i corpi dei due martiri e quello di Ambrogio. Dopo qualche anno dall’inizio dei lavori di ristrutturazione, si procedette alla ricognizione delle tombe. La sera dell’8 agosto 1871, in un’atmosfera carica di magica emozione, si decise di far aprire la tomba di porfido: alla presenza delle autorità religiose e civili, in un silenzio sepolcrale, si udivano soltanto i rumori degli attrezzi che mani esperte guidavano all’apertura del coperchio. Quando finalmente questo venne fatto lentamente scorrere, l’urna apparve, agli occhi sgranati dei presenti, ripiena fino a tre quarti da acqua trasparente, nella quale si potevano distinguere i tre scheletri. Uno di essi era indubbiamente quello di Ambrogio, riconoscibile sia perché più piccolo degli altri (poco più di 1 metro e mezzo di statura), sia per alcuni resti di paramenti vescovili, presenti. Tre anni dopo, le reliquie dei santi vennero definitivamente collocate in una preziosa urna d’argento e cristallo e rivestite di sfarzosi drappi. L’urna si trova attualmente nella cripta sotto l’altare maggiore, meta continua di pellegrinaggio dei fedeli, che ancora ricordano con affetto il loro vescovo.

l’urna di cristallo entro cui riposano le reliquie dei tre santi: al centro Sant’Ambrogio con paramenti pontificali, ai due lati san Gervasio e San Protasio in dalmatica rossa, corona d’oro e rami di palma, simboli del martirio

I “miracoli” di Sant’Ambrogio

Oggi, quando si parla di un Santo, viene spontaneo pensare ai miracoli da lui fatti in vita perché la Chiesa possa dichiararlo tale. Anche Sant’Ambrogio naturalmente non è esente da considerazioni analoghe anche se, perdendosi nella notte dei tempi, nel suo caso, il confine fra realtà e leggenda diventa molto labile. Non mi risulta che nel suo caso ci sia stato un processo di beatificazione, come previsto oggi. Paolino, il suo biografo, nel parlare di lui, racconta aneddoti, leggende, accenna ad episodi, per noi umani, talvolta ingiustificabili (e in quanto tali classificabili come miracoli), accaduti nel corso della vita di Ambrogio, ad alcuni dei quali, pare fosse lui stesso testimone, quando era suo segretario. Fra quelli che possiamo definire miracoli,

Lo sciame di api (alla nascita)

Era ancora neonato e dormiva in una culla nel cortile di casa. Uno sciame di api volò su di lui e prima che chiunque potesse intervenire, gli si posò sul viso e alcune di loro gli entrarono persino in bocca senza recargli alcun danno. Dopo di che, lo sciame si levò in volo, salendo in alto e scomparendo alla vista di coloro che erano presenti. La leggenda vuole che sia stata questa, l’origine della sua meravigliosa eloquenza, poiché gli insetti laboriosi portarono, tra le sue labbra, la dolcezza del miele, quando ancora egli non poteva parlare.

Attentati sventati

Quasi avesse un angelo custode pronto a proteggerlo, riuscì a scampare fortunosamente ad alcuni attentati. Un sicario, che stava per colpirlo con un’ascia, rimase con il braccio paralizzato prima di sferrare il colpo fatale. E gli andò di lusso …. perché una suora ariana, che aveva tentato di espellere Ambrogio dalla chiesa, se la passò molto peggio restando a terra fulminata!

Guarigioni a lui attribuibili

Testimone Paolino, guarì tal Nicezio, un militare ammalato di podagra, unicamente pestandogli un piede. A Roma, pare che il Vescovo guarì il figlio di un nobile. Riuscì pure a scacciare il demonio da un bimbo e, quando questi si reimpossessò del piccolo fino ad ucciderlo, Ambrogio lo resuscitò.

Il miracolo dell’ubiquità

Quando venne eletto vescovo di Milano, papa San Damaso I lo convocò a Roma per discutere con lui dei problemi della Chiesa milanese, chiaramente minacciata dagli eretici ariani.
Ricevuto il messaggio, Ambrogio partì alla volta di Roma, al tramonto con la sua inseparabile mula Betta. Il quadrupede doveva avere davvero qualche marcia in più se, come si racconta, Ambrogio, arrivò nella città eterna alle prime luci dell’alba del giorno successivo. Recatosi all’appuntamento, quando chiese di essere ricevuto dal Pontefice, il cameriere del Santo Padre si rifiutò di farlo entrare perché era troppo presto e tutti stavano ancora dormendo. Ambrogio allora si tolse il mantello e lo appese a un raggio di sole penetrato dalla finestra. Il cameriere sconvolto dal prodigio, lo fece subito accomodare nella stanza delle udienze di Sua Santità. Sant’Ambrogio pregò il Santo padre di affrettarsi a riferirgli ciò che aveva da dirgli, perché in mattinata avrebbe voluto rientrare a Mediolanum per dire la messa per la quale le campane stavano già suonando. Il Papa lo ascoltò perplesso e gli chiese come potesse sentire il suono delle campane da Mediolanum a Roma. Ambrogio gli fece mettere il piede sopra il suo e avvenne l’incredibile: il pontefice sentì davvero le campane di cui parlava il vescovo. Per non fargli perdere tempo, il Papa gli spiegò il motivo per cui lo aveva convocato. Finita l’udienza, il rientro con la sua mula da Roma a Mediolanum, durò miracolosamente pochi minuti, giusto in tempo utile per riuscire a celebrare la messa nella città lombarda!

Lo sciame di api (alla morte)

L’ultimo miracolo di Ambrogio fu quello che fece il giorno della sua inumazione. Le sue spoglie vennero portate nella sua basilica paleocristiana (basilica martyrum) per essere sepolte nella fossa vicino a quella dei corpi dei santi Gervasio e Protasio che lui stesso aveva fatto seppellire sotto l’altare, quasi undici anni prima. Al momento della chiusura della tomba, un nugolo di api si posò per pochi istanti sul sepolcro, disperdendosi poco dopo, quasi fosse un ultimo saluto. Si chiudeva così, incredibilmente con lo stesso cerimoniale delle api, la vita di Ambrogio che, abbandonati gli abiti da Vescovo in terra, aveva preso quelli da Santo, in paradiso.

Alcuni aneddoti

La disputa con Dionigi

Dionigi, amico di Ambrogio, fu vescovo di Milano a partire dal 351, per soli quattro anni. Nel 355 infatti, l’imperatore ariano Costanzo II lo mandò d’autorità in esilio nella lontana Cappadocia. Nel Concilio milanese del 355,  convocato dall’imperatore su richiesta di papa Liberio, per esprimere un giudizio sull’operato del vescovo Atanasio, cristiano di Alessandria, e della sua dottrina trinitaria, Dionigi, assieme a pochi altri vescovi, si era rifiutato di firmare la condanna del teologo di Alessandria, condividendo totalmente il suo pensiero. Questo rifiuto gli costò l’esilio. Il posto rimasto vacante nella chiesa milanese venne poi rimpiazzato, come visto sopra, dall’ariano Aussenzio. Durante il lungo esilio, Ambrogio aveva più volte scritto all’amico, cercando di dargli conforto ed esortandolo a non cedere mai alla tentazione di abbandonare la fede. Il 4 febbraio 362, Dionigi morì, proprio quando il nuovo imperatore Giuliano l’Apostata aveva concesso il permesso di rientro in Patria a quanti erano stati esiliati dal suo predecessore.

Dodici anni dopo, nel 374, diventato vescovo, Ambrogio scrisse al collega Basilio di Cesarea, reclamando il ritorno in patria delle spoglie mortali dell’amico Dionigi.

Dopo un viaggio durato diverse settimane, l’asino che trasportava i resti mortali di Dionigi, arrivato a Cassano d’Adda, si fermò, non volendo più saperne di proseguire a causa della pesantezza dell’arca. Ambrogio fu chiamato sul posto perché constatasse di persona cosa era successo. Al suo arrivo, fece aprire il sarcofago. Fra lo sgomento generale, Dionigi (il cui corpo, si spera, fosse ancora integro, nonostante i dodici anni dalla sepoltura) si alzò a sedere, abbracciò Ambrogio e uscì dal sarcofago. I due poi si allontanarono, andando a fare una passeggiata lungo la riva del fiume Adda, discutendo animatamente fra loro di problemi teologici. Finita la disputa, Dionigi ritenne opportuno ritornare nel sarcofago, per riaddormentarsi per sempre. Scena, a dir poco, scioccante!

La colonna del diavolo

All’esterno, di fianco al portico di facciata della basilica di Sant’ Ambrogio, si alza una colonna d’epoca romana, un po’ pendente, nota come “la colonna del diavolo“: guardandola con attenzione, si possono scorgere piuttosto in basso due fori nella pietra. La leggenda vuole che l’autore di quei fori sia niente meno che il diavolo in persona, a causa di una disputa accesa proprio con Ambrogio. Si narra che Belzebù si fosse profondamente irritato per la rettitudine morale del vescovo. Il religioso, da grande lavoratore qual era, si dedicava anima e corpo alla diocesi e alla cura dei suoi fedeli. Nei rari momenti di tranquillità e di meditazione che, di tanto in tanto, si concedeva, passeggiando nei pressi della basilica, il maligno partiva l’attacco, cercando di allettare il vescovo con mille lusinghe. Ma Ambrogio non cedeva di un palmo. Belzebù, per la rabbia di non essere riuscito nella sua opera di corruzione, tentò allora di trafiggerlo con le corna. proprio nel momento in cui Ambrogio stava transitando davanti la colonna, ma lo mancò e finì per conficcarle nel duro marmo. Dopo aver tentato a lungo e invano di liberarsi, il maligno si trasformò in zolfo e scomparve nella colonna per ritornarsene nelle viscere dell’inferno. Comunque sulla colonna rimasero in bella vista i segni profondi delle corna del diavolo.

La colonna del diavolo

Per quanto possa sembrare assurdo, quando si diffuse questa storia, i milanesi la trovarono così attendibile e rispondente alla santità di Ambrogio, che molti si recarono alla colonna, addirittura per annusare i buchi. Tutti erano pronti a giurare di aver sentito un forte odore di zolfo e accostando l’orecchio alla pietra, di aver udito lo sciabordio dello Stige, il fiume degli inferi nel quale il diavolo si era tuffato.

Al di là di questa leggenda, non si sa bene quale origine abbia la colonna: senz’altro appartenne a qualche palazzo molto antico, A sfatare la leggenda, pare comunque sia stata trasportata qui forse nel medioevo. Durante il Cinquecento era nata infatti la tradizione che tutti governatori di Milano l’abbracciassero solennemente in segno di devozione verso gli statuti della città.

Presente in spirito alle esequie di Martino a Tours.

Nella sua biografia “de virtutibus sancti Martini episcopi“, Gregorio, vescovo di Tours ed importante storico e agiografo dell’età merovingia (vissuto nella seconda metà del VI secolo), parlando del vescovo Martino, fa riferimento ad Ambrogio, suo amico. Racconta che una domenica, durante la messa, il vescovo si assopì, mentre era in corso la prima lettura e non si poteva procedere con la seconda parte, senza il suo preventivo assenso dalla cattedra. Per non svegliarlo, i fedeli attesero in silenzio per ben due ore, poi spazientiti, si decisero a chiamarlo. Ambrogio allora confidò loro che non aveva dormito: “Sappiate che il mio fratello vescovo Martino se n’è andato da questo corpo, e io ho reso omaggio al suo funerale; e, dopo aver compiuto il servizio liturgico secondo la consuetudine, essendo stato risvegliato da voi, soltanto non ho potuto terminare alcuni versetti del salmo”.

Questa comunque è leggenda, perché la storia è andata diversamente: è vero che Martino morì l’8 novembre 397, nello stesso anno di Ambrogio, ma, guarda caso, Ambrogio era già morto da sette mesi! .

La leggenda venne comunque riportata sui mosaici absidali della basilica di Sant’ Ambrogio, che custodisce anche l’altare di Volvinio (l’opera di arte orafa carolingia), che narra le vicende di Ambrogio.

Curiosità

La formella rivelatrice

Fra le 12 formelle dell’altare di Volvinio, che raccontano alcuni fatti salienti della vita del Santo, ve n’è una davvero simpatica: Ambrogio che si addormenta mentre dice messa. Il rilievo lo mostra in piedi, dormiente davanti all’altare su cui pende una corona, mentre dice messa a Milano. Lo assistono due diaconi, uno dei quali, tenta di svegliarlo. Il fatto dev’essere realmente accaduto se una scena simile, è visibile pure in una decorazione musiva (fatta cioè con la tecnica del mosaico) che compare nel catino absidale, dietro l’altare.

La formella del Volvinio che rappresenta in rilievo la scena del vescovo Ambrogio che si addormenta durante la celebrazione della messa

La Reliquia del Santo Chiodo

Fu il vescovo Ambrogio, durante l’orazione funebre De obitu Theodosii pronunziata il 25 febbraio 395 nella Cattedrale milanese di Santa Tecla, in occasione della morte dell’imperatore, a svelare per la prima volta la presenza in quella basilica della Reliquia del Santo Chiodo della Croce di Cristo.

La leggenda e il culto dei chiodi della croce, che simboleggerebbe la legittimazione dell’impero cristiano, era già stata narrata dal teologo, monaco e storico Rufino d’Aquileia nella sua Storia: Elena, la madre di Costantino, dopo aver trovato sul Calvario la croce di Cristo e i Sacri Chiodi, aveva trasformato due dei Chiodi in un morso per le briglie e in un elmo per il figlio.

Nel fare pubblicamente questa rivelazione, Ambrogio, conferma che uno dei due chiodi servì per forgiare effettivamente un morso di cavallo, mentre relativamente all’altro, sostituisce l’elmo con una corona, quale sacro contrassegno degli imperatori cristiani. simbolo di devozione e di supplica dell’aiuto divino. In pratica Il secondo chiodo sarebbe stato forgiato a cerchio di ferro atto a sostenere una corona fatta d’oro e di gemme.

Da questa lettura sono discese due tradizioni:

  • il Santo Chiodo custodito in Duomo sarebbe il morso donato da Elena al figlio Costantino e traslocato da S. Tecla in Duomo nel 1461, dove viene ancora oggi venerato con una festa il 3 maggio nel corso della quale il vescovo ascende dal 1624 con una “nivola” verso il chiodo.
  • La corona ferrea a Monza, ha assunto nel medioevo il significato di riconoscimento imperiale cristiano per i regnanti che la ottenevano.

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