Quel serpente in Sant’Ambrogio

Premessa

Ammirando nel religioso silenzio della Basilica di Sant’Ambrogio, le ricchezze architettoniche ed i tesori che custodisce questa chiesa simbolo, come poche altre, dell’identità e della storia religiosa di Milano, capita, per chi vada a visitarla, d’imbattersi casualmente in particolari che attirano l’attenzione del visitatore, per la loro originalità.  

Avvicinandosi ad esempio al terzo pilastro di sinistra della navata centrale a partire dall’entrata, a tanti probabilmente non sarà sfuggita la presenza di un serpente nero, di antichissima fattura, che se ne sta attorcigliato in cima ad una colonna in granito di epoca romana! Nulla di inquietante naturalmente, non vi è alcun pericolo, sia ben chiaro: è un serpente di bronzo che se ne sta lì tranquillo, a controllare il via vai dei visitatori da quel capitello, da più di un millennio (dal lontano 1002 per la precisione).

L’interno della basilica di Sant’Ambrogio

Ma com’è che, a prima vista, sfugge facilmente questo dettaglio, tutto sommato, abbastanza rilevante? Il motivo è semplice. L’occhio viene normalmente attirato dalle asimmetrie. In questo caso, nonostante la particolarità di questa strana colonna “fuori posto”, non vi è alcuna asimmetria, perché esattamente di fronte, in posizione perfettamente simmetrica (speculare) rispetto a questa, (cioè in corrispondenza del terzo pilastro di destra della navata centrale a partire dall’entrata) c’è un’altra colonna “fuori posto” analoga alla precedente, questa volta con una croce di bronzo sul capitello, al posto del serpente.

Ebbene, questo della “colonna col serpente”, è uno dei diversi misteri di questa affascinante basilica! Già, non è il solo, un altro ad esempio, già descritto in un mio precedente articolo, è quello delle scacchiere.

Leggi in proposito: L’enigma della Basilica di Sant’Ambrogio
(cliccando sul testo evidenziato, l’articolo comparirà su una nuova pagina)

Una serie di domande, a questo punto, nasce spontanea. Ma come mai questo serpente in chiesa? Come è finito lì? Cosa rappresenta? Quale significato simbolico potrebbe avere? Vorrebbe ricordare, per caso, l’episodio a tutti noto, secondo cui Eva avrebbe mangiato la mela offertale dal serpente? No, nulla di tutto questo! E allora?
Domande queste, tutte più che legittime, alle quali il profano non trova immediata risposta. Eppure anche quel “serpente di bronzo” ha una sua storia: è romanzata al punto che, parlare di leggenda è d’obbligo anche se, come vedremo, si mescolano ad essa, importanti scorci di verità storiche documentate.

Che significato ha questa serpe su una colonna?

Facendo qualche accurata ricerca, ecco scoperto l’arcano! Persino la Bibbia parla di serpenti almeno in due distinte occasioni: la prima, nell’Esodo e la seconda nei Numeri (rispettivamente nel secondo e nel quarto libro del Pentateuco).

Pentateuco è la prima parte dell‘Antico Testamento, ordinata nei cinque libri della Genesi, Esodo, Levitico, Numeri e Deuteronomio, tradizionalmente attribuiti a Mosè. Dagli ebrei è denominata Tōrāh ‘Legge’, in quanto vi sono raccolte le norme costituenti il loro sistema religioso-etico-politico e sociale.

Ndr. – Per inciso, “la Sacra Bibbia” nelle foto qui sotto è una mia copia di un’edizione di qualche anno fa (1964) che i meno giovani ricorderanno sicuramente. E’ una raccolta in sette volumi di fascicoli settimanali editi dai Fratelli Fabbri editori, che allora si acquistavano in edicola.

Nel libro dell’Esodo

Nella Bibbia, la pagina del libro deil’ Esodo (capitolo VII) che fa riferimento ai serpenti

Ndr. – Suggerisco l’attenta lettura dei passi tratti dalla Bibbia qui sotto riportati (con testo su sfondo grigio) per comprendere meglio quanto viene esposto successivamente.


Nella Bibbia, il libro dell’Esodo (capitolo VII) fa riferimento ai serpenti: questa è la versione originale del testo tradotto:

8  Il Signore disse a Mosè e ad Aronne: 
9  «Quando faraone vi parlerà e vi dirà: “Fate vedere i miracoli: tu dirai ad Aronne: “Prendi la tua verga, e gettala davanti a Faraone, ed ella si cangerà in serpente”.
 10  Andati adunque Mosè ed Aronne a trovar Faraone, fecero come il Signore avea lor comandato; e Aronne gettò la verga dinanzi a Faraone, e dinanzi a’ servi di lui, e quella si cangiò in serpente. 
11  Ma faraone chiamò i sapienti, e i maghi; e questi ancora mediante gl’incantesimi egiziani, e mediante certi segreti fecero il simile 3.
12 E gettarono ognun di essi le loro verghe, le quali si mutarono in dragoni; ma la verga di Aronne divorò le loro verghe 4 .

Dal secondo libro della Bibbia, quello dell‘Esodo (Capitolo VII)

NOTE
3 I maghi coll’aiuto del demonio non potevano far veri miracoli; potevano però far cose superiori alla capacità degli uomini; quindi fa apparire, colle illusioni, agli occhi, figure di serpenti; o far venire altronde veri serpenti facendo sparire le verghe.
4 E così la verità di Dio divorò la menzogna del diavolo. Il re doveva disingannarsi a tale vista; ma la passione lo accecava.

Nel libro dei Numeri

Nella Bibbia, la pagina del libro dei Numeri (capitolo XXI) che fa riferimento ai serpenti

Riporto esattamente quanto scritto relativamente ai serpenti, nell’ Antico Testamento, nel libro dei Numeri  al capitolo XXI.

Qui si sta parlando degli Israeliti ….

4  E partirono poi dal monte Hor, per la strada, che conduce al mar Rosso, per fare il giro delja terra di Edom; e il popolo cominciò ad annoiarsi del viaggio e delle fatiche. 
5  E parlarono contro Dio e contro Mosè, e dissero: «Perché ci hai tu tratti fuor dell’Egitto affinché morissimo in un deserto? Ci manca il pane, non ci è acqua: ci fa una nausea questo leggerissimo cibo»5
6  Per la qual cosa il Signore mandò contro del popolo serpenti che bruciavano, e moltissimi essendo piagati da questi e morendo 6
7  Andò Il popolo da Mosè e disse: «Abbiamo peccato, perché abbiam parlato contro il Signore e contro di te; pregalo che allontani da noi i serpenti». E Mosè fece orazione pel popolo. 
8  Il Signore gli disse: «Fà un serpente di bronzo e ponilo come segno: chiunque essendo ferito lo mirerà, avrà vita 7».

9 Fece adunque Mosè UN SERPENTE DI BRONZO e lo pose come segno; e mirandolo quelli che erano piagati, ricuperavan la sanità
.

Dal quarto libro della Bibbia, quello dei Numeri (capitolo XXI)

NOTE
5 “Leggerissimo cibo”. La golosità è sempre la prima cagione delle mormorazioni degli Ebrei, che annoiati dalla manna la chiamano uno spregevolissimo cibo, sebbene squisito: e poi si lagnano del faticoso peregrinare che Dio per ogni modo alleviava.
6 “Serpenti che bruciavano”, o col loro fiato , o col fuoco che cagionavano le loro morsicature, fino a dar morte. Dio li suscitò dal deserto d’Arabia ove abbondano come nella Libia, Quel popolo pecca e passa, punito, a piangere ed invocare Iddio, che con infinita pazienza perdona, e lo soccorre.
7 Mosè elevò un serpente di bronzo sovra altissima asta sì da vedersi in tutto il campo, che era vastissimo, degli Ebrei. Chi da serpente era morsicato, guardando in quel di bronzo era tosto sanato, non per virtù naturale di lui, ma per miracolo di Dio. Quel serpente, in alto elevato, significava Cristo eretto in Croce, che in figura di peccatore sanava dai morsi letali del peccato chi con fede e con contrizione guardasse in Lui. Gli Ebrei portarono seco quel serpente, che fu dal re Ezechia messo in pezzi, quando presero a venerarlo quasi nume.

Dopo questa digressione, peraltro importante, si può intuire, che questa piccola statua è evidentemente evocativa del biblico serpente di Mosè (Necustan Nehustan). Questo, presente in basilica, sarebbe una copia di quello che Mosè aveva fatto forgiare ed innalzare nel deserto, per tenere lontani i rettili velenosi, dall’accampamento della sua gente.

Qui però si pone un’altra domanda: Come mai questo manufatto di bronzo è arrivato a Milano? .

Perché a Milano?

La storia del serpente “meneghino” è legata ad una leggenda decisamente curiosa:

Siamo in pieno Alto Medioevo, proprio agli inizi dell’XI secolo, esattamente nell’anno 1001.
Due, i protagonisti principali di questo racconto: Ottone III di Sassonia imperatore dei Franchi, e Arnolfo II da Arsago Seprio, in quel periodo, arcivescovo di Milano.

Chi era Ottone III

Ottone III, nato a Kessel, nel giugno o luglio 980, era figlio dell’imperatore Ottone II e della principessa bizantina Teofane. Morto suo padre nel dicembre 983, a soli 28 anni (pare a causa di un’infezione di malaria), gli succedette lui, che venne eletto re di Germania a Verona ed imperatore ad Aquisgrana, all’età di appena 3 anni. Naturalmente la tutela del fanciullo e il governo dell’Impero, furono assunti pro tempore dalla madre.
Morta nel 991, all’età di 33 anni, anche Teofane , la tutela dell’allora undicenne Ottone, fu assunta dalla nonna paterna, Adelaide di Borgogna. Nel 994, raggiunta la maggiore età (allora si diventava maggiorenni molto precocemente, a soli 14 anni), il giovanissimo re assunse il pieno potere, perseguendo con fede e convinzione il disegno di una restaurazione dell’autentica tradizione imperiale romana, intendendo rendere nuovamente Roma, ove risiedette per vario tempo, sede del potere centrale. Nel 996, aveva solo 16 anni, divenne pure imperatore degli italici, ed imperatore del Sacro Romano Impero. Quello stesso anno, impose sul soglio pontificio dapprima il cugino Bruno di Carinzia chiamato Brunone (papa Gregorio V, 996 – primo papa di nazionalità germanica nella Chiesa di Roma) e poi il proprio precettore, Gerberto di Reims (papa Silvestro II, 999).

Miniatura di Ottone III

Chi era Arnolfo II

Arnolfo II, di origine longobarda, proveniva dalla nobile famiglia dei signori di Arsago Seprio (Varese). Alla morte del precedente arcivescovo Landolfo II, Arnolfo II venne eletto da Ottone III arcivescovo di Milano nel 998. Uomo di grande cultura, fu con tutta probabilità il committente dell’opera anonima d’epoca “De situ civitatis Mediolani“, nella quale Milano viene descritta come una grande e prospera città; la sua influenza è ricordata nella dedica del proemio. Il suo episcopato durò vent’anni fra il 998 e il 1018, anno della sua morte. Fu fra l’altro il fondatore del Monastero di San Vittore (oggi sede del Museo della Scienza e della Technica) oltre che della chiesa di San Vittore in Corpo (dove peraltro fu poi sepolto).

La leggenda del serpente

Nel 1001, il ventunenne imperatore del Sacro romano impero, Ottone III, decise che per lui era arrivato il momento di prendere moglie. Aveva decisamente le idee chiare: quella che sarebbe stata la compagna della sua vita, oltre ad essere naturalmente di alto lignaggio, avrebbe dovuto corrispondere al suo canone di bellezza, ed avere pure diverse altre qualità. quali l’intelligenza, la cultura, la dolcezza e la bontà d’animo.

Non avendo lui ravvisato, nella nutrita cerchia di amicizie che frequentava, alcuna fanciulla che riunisse in sé tutte queste caratteristiche, pensò di rivolgersi ad un suo fidato amico, l’arcivescovo di Milano Arnolfo II, già a capo della diocesi ambrosiana dall’anno 998, pregandolo di interessarsi a cercare lui per conto suo, una ragazza con le caratteristiche richieste, che potesse andargli bene, compito questo, indubbiamente delicato e non facile.

Arnolfo II, che non era proprio entusiasta del compito assegnatogli, all’inizio tergiversò, ma poi per poter continuare ad intessere buoni rapporti tra Chiesa e Impero, non volendo indispettire l’imperatore, si decise ad accettare il delicato incarico.

Come la notizia, che un ricco imperatore, desideroso d’impalmare qualche blasonata fanciulla, era “disponibile su piazza”, fece il giro di tutta Europa, trovò naturalmente immediati larghi consensi (ovviamente interessati) in quasi tutte le Corti del vecchio continente che avevano figlie o nipoti da collocare. Le risposte non si fecero attendere, tant’è che Arnolfo II, subissato dalle offerte, dovette mettere in campo tutti i suoi collaboratori, per condurre in tempi stretti nei confronti degli interessati, serrate indagini a livello diplomatico. L’arcivescovo, alla fine, riuscì a selezionare fra le candidature pervenute, una decina di “possibili future spose” da sottoporre all’attenzione dell’imperatore. Naturalmente, a quei livelli, vi erano mille interessi in gioco e l’apparentamento con un imperatore del Sacro Romano impero, ricco e potente come Ottone III di Sassonia, faceva gola a tanti. Le referenze comunicate via dispaccio ad Arnolfo, erano normalmente “vergate di pugno” dagli stessi parenti interessati ad accasare “profittevolmente” le proprie figlie o nipoti. Era pertanto naturale che la loro presentazione della giovane, non avrebbe potuto che essere ultra-positiva, complice pure il fatto che era comunque impossibile disporre di “fotografie” della fanciulla in questione per verificare l’esistenza di evidenti difetti fisici. Essendo pertanto sempre da diffidare di simili giudizi, ad Ottone, non restava che affidarsi solo al proprio istinto.

Molto probabilmente, memore delle origini di sua madre (che era stata una principessa bizantina), fra le varie candidate, la scelta ricadde forse anche per affinità di lingua) su un’altra principessa bizantina, tale Zoe, di due anni più anziana di lui (978-1050)- Costei era figlia del principe Costantino VIII e nipote dell’imperatore di Costantinopoli, Romano II, ragazza che dicevano essere assai colta e presentata come una giovane di rara bellezza.

Così, in base alla presentazione della candidata lettagli dall’arcivescovo e dalle ulteriori informazioni che, per vie traverse, Arnolfo era riuscito a reperire sul suo conto, Ottone III si convinse che quella della principessa bizantina Zoe, fosse la scelta più giusta per lui. Decise pertanto di inviare subito l’arcivescovo a Costantinopoli, per andare a prendere la principessa e portarla in Italia. Con l’occasione, gli affidò molti preziosi regali da portare lì con sé e da donare per suo conto, alla futura sposa e alla sua famiglia.

Arnolfo a Costantinopoli

Arrivato via mare, a Costantinopoli (già Bisanzio – l’attuale Istanbul), Arnolfo II si fermò in quella città per alcune settimane, sia per partecipare ai festeggiamenti fatti in onore suo e della futura sposa di Ottone, sia per attendere venissero preparati i bauli per il trasferimento della principessa Zoe in Italia, con tutto il seguito di ancelle al suo servizio.

Lo scambio dei doni

La principessa, impegnandosi a sposare Ottone, intese contraccambiare i regali di nozze ricevuti con due singolari doni destinati all’imperatore: Il primo di questi era, un serpente di bronzo (probabilmente proveniente dal celebre ippodromo) che aveva il potere taumaturgico di guarire le malattie intestinali provocate dalla tenia; .il secondo era invece una testa bronzea che aveva la singolare capacità di rispondere a varie domande che gli venivano poste, imitando la voce umana [Ndr. – praticamente una sorta di “Echo” di Amazon Alexa prodotto nell’ XI secolo!]

Il ritorno in Italia

Caricato il tutto a bordo di diverse triremi, in tempi brevissimi, Arnolfo, la principessa e tutto il suo seguito salparono da Costantinopoli, con destinazione le Puglie. Prima di arrivare in vista di Bari, Arnolfo, incuriosito dall’originalissimo dono della “testa di bronzo” destinata all’imperatore, pensò di mettere alla prova le sue tanto decantate virtù (cioè la sua incredibile capacità di rispondere alle domande che gli venivano poste). Pertanto Arnolfo chiese alla testa di bronzo: “Come sta l’imperatore Ottone?”. Di rimando la testa rispose: “E’ morto”. A parte la spontanea ilarità dovuta all’inattesa risposta dell’oggetto (come effettivamente aveva detto la principessa) la risposta alla domanda non venne presa in considerazione essendo comprensibilmente ritenuta del tutto inattendibile.

Il giorno dopo sbarcati a Bari, l’arcivescovo apprese con enorme costernazione che effettivamente Ottone, pochi giorni prima che la flotta di triremi arrivasse in porto a Bari, aveva lasciato questa terra, a soli ventuno anni d’età, a seguito di febbri malariche, non meglio chiarite.

La notizia naturalmente rattristò la principessa, non tanto per la morte di Ottone, che non aveva mai visto, quanto per la mancata possibilità, per un soffio, di diventare imperatrice, cosa che ovviamente l’aveva convinta ad intraprendere il lungo viaggio.

Il ritorno di Zoe a Costantinopoli

Delusa e avvilita, per non essere riuscita a coronare il suo sogno, ripartì da Bari, qualche giorno dopo, alla volta di Costantinopoli riportando indietro con sé, la magica testa di bronzo, destinata all’imperatore suo sposo, ma lasciando ad Arnolfo, il serpente di bronzo.

Ndr. – Zoe, anche se sfortunata in questo frangente, diventerà comunque una personalità importante. Nel 1028, all’età di 68 anni, l’imperatore Costantino VIII (figlio di Romano II e subentrato al potere alla morte di quest’ultimo, nel 1025) si ammalò e, sentendo l’approssimarsi della fine, si concentrò sulla scelta di un erede al trono, benché egli avesse solo tre figlie, una delle quali era entrata in convento. Tra le due rimanenti, Zoe e Teodora, il vecchio imperatore scelse la prima. Zoe così, alla morte del padre nel 1028, diventò imperatrice di Bisanzio. Avendo in precedenza sposato un aristocratico di nome Romano Argiro, lui divenne automaticamente imperatore con il nome di Romano III.

Agnolo Bronzino, – Il serpente di bronzo, – particolare dell’affresco della cappella di Eleonora di Toledo, Firenze, Palazzo Vecchio

Quale significato assunse quel serpente per la Chiesa?

Quando il vescovo Arnolfo, dopo il viaggio a Costantinopoli, ritornò a Milano, fu accolto dai milanesi con grandi festeggiamenti. Fatto collocare nella basilica di Sant’Ambrogio il serpente che gli era stato lasciato dalla principessa Zoe, e informata la gente della provenienza di quel manufatto, la nuova colonna cominciò ad essere motivo di pellegrinaggio del popolo.

Il serpente oggetto di culto

Il nostro serpente, che sicuramente era una delle tantissime realizzazioni bronzee che il mondo antico aveva creato per richiamare i racconti della Bibbia, finì col diventare oggetto di culto.
Il popolo milanese si convinse presto che il serpente aveva capacità taumaturgiche, soprattutto nei casi di vermi e dolori intestinali dei bambini.

Per secoli le madri conservarono così l’abitudine di portare i loro figlioli al cospetto del sacro serpente, convinte che toccandolo, avrebbe concesso loro le guarigioni richieste o prevenuto ai piccoli, malattie e disturbi gastro-intestinali.

Questa forma di idolatria fu tollerata dalla Chiesa per secoli, fino a quando nel Cinquecento, non venne eletto arcivescovo, il cardinale Carlo Borromeo, che nella sua opera di “moralizzazione dei costumi” non esitò a proibire esplicitamente ai credenti la continuazione delle antiche tradizioni di culto superstizioso legate a quel serpente in sant’Ambrogio.”

Conclusione

Come visto, si narra che quel serpente nero di bronzo fu forgiato da Mosè in persona durante l’attraversamento del deserto, per difendersi dai serpenti veri, e che nel giorno del Giudizio Universale, quello stesso serpente si animerà e ridiscendendo da quella colonna, tornerà al suo luogo di origine.

Non credo proprio sia attendibile che il serpente nero di bronzo portato a Milano dall’arcivescovo fosse effettivamente l’originale forgiato da Mosé . Del resto lo confermerebbe qui sotto pure il re Ezechia di Giuda, E’ comunque indubbiamente una antichissima copia del’originale,

La colonna del serpente è simbolicamente un richiamo al Vecchio Testamento

La Bibbia racconta che tutto iniziò quando Mosè, per convincere il Faraone che le sue parole venivano da Dio, buttò per terra il bastone di Aronne e questo si trasformò in serpente. Il Faraone dunque chiamò i suoi maghi che ripeterono l’incantesimo, ma, a prova della superiorità del Dio di Mosè, il serpente del patriarca mangiò i serpenti dei maghi del Faraone.
L’aspetto riguardante il “bastone magico” ha poi generato molte leggende creando un proprio filone.
Il “serpente” invece ritorna nella Bibbia quando Dio, in seguito alle lamentele per la durezza del viaggio nel deserto, manda fra gli Israeliti dei serpenti velenosi che mietono numerose vittime. Il popolo pentito si rivolge allora a Mosè affinché preghi il Signore di allontanare i serpenti. Dopo che Mosè ebbe pregato, Dio gli ordina di forgiare un serpente di bronzo e di collocarlo in vista del popolo: chiunque fosse stato morsicato dai serpenti velenosi, si sarebbe potuto salvare solo guardando verso il serpente di Mosè.
Col passare degli anni però il serpente diventa un idolo e né i sacerdoti né i re né i profeti riescono a sradicarne il culto. Solo re Ezechia di Giuda (716 a.C. – 687 a.C.), con gran coraggio, distrugge tutti gli idoli e anche il Nehustan, il serpente di Mosè.
Come ai tempi di Ezechia ancora adesso, al Nehustan è attribuito il potere di guarire i malanni. Alla fine dei tempi scenderà dalla colonna per raggiungere la valle di Giosafat, il luogo dell’Ultimo Giudizio.
[rif. Wikipedia]

La colonna della croce è simbolicamente il richiamo al Nuovo Testamento

Nel Vangelo di Giovanni, Gesù discute il suo destino con un maestro ebreo di nome Nicodemo e fa un confronto tra l’innalzamento del Figlio dell’uomo e l’atto del serpente sollevato da Mosè per la guarigione del popolo. Gesù lo applicò come un presagio del proprio atto di salvezza mediante l’essere innalzato sulla croce, affermando: “E, come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna. Perché Dio ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio, affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia vita eterna” (Giovanni 3:14-16). [rif. Wikipedia]

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