Mestieri scomparsi a Milano

Premessa

In dialetto milanese, “Offelee fa el to mesté! è un vecchio modo di dire, ricco di arguzia e ironia che, letteralmente, sta a significare “Pasticcere fa il tuo mestiere!” e in senso più lato, “Ad ognuno il suo lavoro“. E’ una frase che suona quasi da monito a chi, improvvisandosi esperto, cerca di fare ciò che non è assolutamente in grado di fare.

Il dialetto in generale, si sa, è l’espressione di un popolo, è un po’ come un abito fatto su misura: rappresenta l’etichetta, le radici, la carta d’identità di chi lo parla. E’ come una spugna che assorbe fatti, episodi, luoghi, persone e che restituisce fatti, episodi, luoghi, persone con profilo e identità precisi, ma soprattutto con un’anima. La sua incredibile forza espressiva e descrittiva scaturisce dal fatto di essere vicinissimo alla quotidianità della gente, dando nuova forma alle parole e riuscendo spesso con un solo termine, ad esprimere idee che sarebbe difficile tradurre in italiano con la stessa immediatezza e incisività. E’ questo proprio il caso ad esempio, del nome particolare dato a tanti vecchi mestieri che oggi non esistono più o si sono trasformati nel tempo.

A parte alcuni casi in cui la sparizione di un antico mestiere è imputabile a progressi tecnologici, vi sono tantissimi altri casi in cui la povertà, per non dire la sopravvivenza, dipendevano da certe attività più o meno improvvisate.

Abituati come siamo alla Milano di oggi, città così frenetica ed industriosa, sembra quasi impossibile che fino a pochi decenni fa, la vita della gente della metropoli fosse così diversa, sicuramente meno stressante! Imperava “l’arte del sapersi arrangiare”, in cui noi italiani siamo davvero maestri. Lo testimoniano vecchie foto, preziosi documenti di un’epoca passata, senza le quali, oggi, faremmo davvero fatica a credere come la gente riusciva a sbarcare il lunario. Certamente il tumultuoso progresso e la rivoluzione industriale sono stati gli elementi scatenanti di questo cambiamento così radicale nelle abitudini di tutti noi.

I mestieri

Quali erano queste attività della Milano dell’Ottocento o del Novecento, oggi definitivamente scomparse o comunque pesantemente trasformate?

A parte alcuni tipi di competenze dal cui nome era abbastanza semplice comprendere il significato, sfido chiunque, che non sia un milanese doc, a capire dal nome, il mestiere che certi soggetti praticavano.
Non per tutti i lavori era stato “coniato” un nome preciso. Ad esempio: Quell dei Pomm o Quell di Peri Cotti sono intuitivi, mentre un po meno Quell di Magioster (il venditore di fragole) oppure

L’omm dè la gùgia (l’uomo adibito all’azionamento manuale degli scambi)

attività questa, ben spiegata in questa nota in dialetto milanese (nota che non traduco perchè sufficientemente comprensibile):

Sin al 1926 in Piaza del Domm a gh’era tucc i capolinea di linee dei tramway, la circolazion l’era ammò ‘a mano sinistra’ tant mi Inglès. Tucc partivan e arivavan lì, i capolinea, gh’aveven èl so sìt precis e bisougnàva mandai con precizion. Ecco, in t’è la foto l’omm ch’el prouvèdeva a mett tucc i tram né là giusta direzion: l’omm dè la gùgia (ossia l’uomo del ferro che azionava manualmente gli scambi tranviari ‘gùgia’ in Milanes.

[rif. – Gianluigi Bonini dal sito “Mi sún minga un barlafús e parli amó el milanés”]
L’omm dè la gùgia

TIPICI MESTIERI DA AMBULANTI CHE VENIVANO DA FUORI CITTA’

Per buona parte, i lavori scomparsi erano tipici mestieri da ambulanti, tutta gente che, mediamente, viveva con poco. Le loro attività abbracciavano vari aspetti della vita sociale. C’erano quelli che si occupavano del settore alimentare e usavano venire quotidianamente in città per vendere i prodotti della propria zona, e quelli che arrivavano dal circondario restando a Milano per periodi più o meno lunghi, in funzione della richiesta, per offrire la loro collaborazione e professionalità in lavori manuali. Non erano tutti autoctoni e, spesso, venivano dalle regioni vicine.

Chi, con qualche annetto sulle spalle come il sottoscritto, può avere dimenticato il calore di quelle voci squillanti, stridule, quella gara di strilli nei cortili delle case di ringhiera della vecchia Milano? Erano proprio gli ambulanti a richiamare le massaie con le loro espressioni spesso curiose. Giravano a piedi di quartiere in quartiere, portando con sé dei cesti a mano con i prodotti che speravano di vendere, oppure spingendo un carrettino o un triciclo con i ferri del mestiere.

Era un modo di vivere totalmente diverso, nel quale difficilmente potremmo riconoscerci, sicuramente più genuino e paesano. I loro mestieri erano spesso legati ad antiche feste e tradizioni. Tante di queste attività si sono trasformate nel corso degli anni, altre sono sparite del tutto e ne troviamo memoria solo in qualche preziosa foto dell’epoca oppure nella testimonianza dei nonni o dei loro amici lombardi o meneghini doc.

Viste con gli occhi di oggi, certe vecchie foto ingiallite dei mestieri della Milano di ieri, fanno davvero sorridere, risultando spesso anacronistiche, per non dire patetiche: sembra quasi di calarsi in un mondo irreale. Eppure era veramente così fino a nemmeno tanti anni fa! Fanno riaffiorare alla memoria le storie, che i nonni raccontavano a noi bambini, dipingendoci ora questo soggetto, ora quello, come delle autentiche “macchiette”. Ogni rione aveva naturalmente le sue. Era tutta gente che veniva dai comuni limitrofi o si calava in città dalle valli del varesotto, del comasco o del lecchese. Non essendo tantissimi, girando ovunque, finivano per essere conosciuti in tutte le contrade della città, soprattutto per il loro modo folcloristico di annunciarsi, urlando per strada le frasi più strane ed improbabili.

E’ questa, una carrellata davvero curiosa di mestieri (in ordine alfabetico) espressi col loro nome dialettale. Oltre al tentativo di capire, tramite ricerca etimologica, il perché di certi nomi, voci che spesso fanno sorridere per la giustificazione disarmante che le accompagnano, a volte si scoprono inattesi riferimenti storici, a volte aneddoti simpatici che ci portano a spasso nel tempo, fra i lavori più comuni nella Milano di ieri.

NOTA IMPORTANTE.
Qualche milanese, leggendo questo articolo, potrebbe obiettare che la scrittura dei nomi qui riportata, non è corretta per la mancanza di accenti o altro. Preciso che, nel preparare queste note, ho avuto a disposizione per consultazione, ben quattro distinti dizionari/vocabolari, gentilmente prestati da amici milanesi. Ho controllato tutti i nomi, uno ad uno. Non esiste purtroppo univocità nella scrittura del nome di un mestiere: vi è chi lo presenta in un modo, chi nell’altro, per cui non rimane che l’imbarazzo della scelta. Questi i quattro testi consultati:

– Vocabolario del milanese d’oggi – di Silvio Menicati e Attilio Spiller – Rizzoli Ed.
– Vocabolario milanese-italiano di Francesco Cherubini – Imp. Regia Stamperia Milano 1839
– Dizionario milanese a cura del Circolo Filologico – Vallardi Ed.
– Dizionario milanese-italiano di Cletto Arrighi – Hoepli Ed.

El Cadreghée (colui che ripara le sedie)

Era il riparatore di cadreghe, cioè delle sedie impagliate.  Proveniva soprattutto dai paesi del Veneto attorno a Belluno e dal Friuli. Girava per le strade in bicicletta portando con sé, in un sacco, gli attrezzi del mestiere come la pialla, il martello, i chiodi, la sega e la paglia. Si fermava su richiesta e si dedicava alla riparazione delle sedie usurate o rotte.
A dire il vero, questo è un mestiere non ancora del tutto scomparso. A dispetto del consumismo (rotta una sedia, se ne acquista una nuova), impavido, el cadreghée non rinuncia ad abbandonare la sua attività. Ogni tanto infatti, girando per le periferie, capita di trovarne qualcuno ancora oggi, seduto tutto solo su uno sgabello, contornato da sedie rotte, tutto intento ad intrecciare paglia all’angolo di un portone.


El Cafettee del cafè del genoeucc [o genoeugg] (il venditore del caffè del ginocchio)

Tra i venditori più curiosi della Milano di ieri, c’era “el cafettee del cafè del genoeucc”. La tradizione risale all’Ottocento ed è proseguita fino a poco dopo la conclusione della prima Guerra Mondiale. Soprattutto in centro, non mancavano allora, bar e locali rinomati, eppure, proprio in piazza del Duomo e lungo le strade che portavano alle porte della città, si poteva vedere una specie di trespolo su ruote gestito da un ambulante, che vendeva soprattutto nelle ore notturne e fino all’alba, del caffè caldo destinato agli operai che rientravano a casa tardi alla sera o che andavano presto al lavoro al mattino e non potevano permettersi il lusso di gustare quello “vero” dei pochi bar ancora aperti a quelle ore.
La bevanda che vendeva l’ambulante, costava certamente meno che al bar, ma poco anche valeva e, nonostante ciò, andava a ruba. Era ricavata dai fondi di café recuperati dall’ambulante stesso nei bar limitrofi, scaldata in un recipiente di rame e spillata alla base da un apposito rubinetto.
Perché lo chiamavano “café del genoeucc”? Per alcuni, l’avventore, per spillare da solo la bevanda dal recipiente, a volte doveva persino inginocchiarsi, tanto era sistemato in basso il rubinetto della cuccuma; per altri, tale nomignolo deriva invece dal fatto che per gustare meglio il caffè, i clienti, seduti su un qualunque gradino, poggiavano la tazzina direttamente sul ginocchio.
A puro titolo di cronaca, pare che l’ultimo cafettee del genoeucc in Piazza Duomo, fosse una donna, che tutti chiamavano affettuosamente Mammetta. Prima del 1915, al posto suo, el scior Liber e la sciora Nazzarela, assieme al café del genoeucc vendevano, nello stesso posto, pure la staffètta, cioè dei grappini corroboranti molto apprezzati.

El Cavallant (colui che guidava i cavalli nel trascinamento dei barconi)

Il suo compito consisteva nell’indirizzare i cavalli lungo le Alzaie dei Navigli, badando che il trascinamento dei barconi contro corrente lungo i canale avvenisse senza toccare le sponde. I barconi trasportavano non solo merci ma spesso anche persone. Visto che, data la bassa velocità di esercizio, la durata del tragitto era significativa anche per brevi distanze, era abbastanza comune, intrattenere i trasportati, organizzando a bordo varie forme di “spettacolo”. Infatti, si esibivano artisti di strada, e anche applauditissimi cantastorie (I Barbapedana).

El Fironàtt [o Firunàtt] (il venditore di collane di castagne)

Per chi non conosca il dialetto milanese, il mestiere del Fironàtt o Firunàtt, non è molto intuitivo. Il nome deriva da firon (filo) e quindi fironi (collane di castagne infilate su più fili). Fare el Fironatt, significava lavorare per le strade in autunno, vendendo le collane di castagne. Questo tipo di attività, allora molto diffusa in città, è praticamente sparita quasi del tutto a Milano, rimanendo forse ancora confinata solo alla fiera degli “Oh bej Oh bej” durante il periodo natalizio. E’ viceversa ancora presente oggi a qualche fiera, sagra o festa di paese dell’hinterland.

El Fironatt

Erano piemontesi, di solito “quell di Cuni”, cioè ambulanti che provenivano dalla zona del cuneense, Mondovì in particolare.
Le castagne fresche di quella zona, una volta raccolte, vengono essiccate sul posto stesso, su apposite griglie sopra una brace di legna di castagno, quindi, portate a valle, e messe a bagno per poterle infilare in lunghe collane, con degli aghi da materassaio, usando la medesima tecnica dello scoubidou. Le collane di castagne vengono quindi cotte al forno, prima di essere pronte per la vendita al pubblico.
A Milano i Fironàtt si riconoscevano facilmente perchè, portando le collane di castagne appese al collo, giravano dalle parti di Piazza Duomo particolarmente il sabato, la domenica e nei giorni di festa, girando fra la gente a caccia di possibili clienti.

Ndr. – Da non confondere i Fironàtt con i Maronatt, che, provenienti dal Lago Maggiore. sono i venditori di scotti caldi, le castagne arrosto che vengono ancora oggi servite in imbuti di carta.

Particolarità dei Fironàtt, era quella di andare in giro con un sacchetto nel quale erano contenuti i 90 numeri della tombola, numeri che loro usavano per fare una specie di lotteria, per attirare la gente. A chi aveva già acquistato una loro collana, facevano scegliere un gruppo di numeri (da 1 a 30, da 31 a 60 e da 61 a 90): estraevano quindi un numero. Se questo era compreso nella serie indicata, il fortunato compratore vinceva un’altra fila di castagne! A chi viceversa, non aveva acquistato ancora nulla, per cinque soldi, loro offrivano la possibilità di estrarre tre numeri. Se il fortunato indovinava il numero della collana, quella diventava sua. Infatti il loro grido di battaglia era: Ghhemm i cuni de Cuneo! Cinqu ghei trii numer! Trii ballett cinqu ghej! Bèi fironni! (Abbiamo le castagne di Cuneo! Cinque soldi tre numeri! Tre palline cinque soldi! Belle collane!).

El Gamberee (il venditore di gamberi)

Si annunciava al grido “L’e’ quell di gamber salad e boni “oppure  “L’è quell di gamber pescaa in del Lamber.“. Una vera leccornia i gamberi!. Andava a catturarli direttamente nel Lambro, e finché il fiume non era inquinato come oggi, ne raccoglieva in poco tempo, grandi quantità. Bastava infilare una mano in ogni cavità dell’argine per tirarne fuori alcuni esemplari. Poteva capitare però che all’interno, invece del gambero si trovasse qualche topo d’acqua, oppure peggio, delle bisce d’acqua, che rendevano  sgradevolissima l’esplorazione e, per questo, era prerogativa solo dei più coraggiosi. Se si era fortunati, e capaci di catturarla con le sole mani, poteva pure capitare d’incappare in qualche anguilla, molto più combattiva della biscia, che avrebbe reso prezioso il bottino.

El Giazzee (il venditore di ghiaccio)

Fra i grossi elettrodomestici, il frigorifero ha fatto la sua comparsa in Italia attorno al 1950. E prima di allora? Per poter conservare i cibi al fresco d’estate, esistevano le ghiacciaie, cioè dei mobiletti internamente rivestiti di zinco, della dimensione di un piccolo frigorifero, divisi verticalmente in due parti: la prima era un vano atto ad ospitare degli ingombranti blocchi di ghiaccio, che venivano inseriti dall’alto e cambiati periodicamente, la seconda parte era destinata alla funzione di frigorifero, cioè alla conservazione del cibo. Naturalmente, col passare del tempo il ghiaccio sciogliendosi, diventava acqua che poteva essere scaricata all’esterno della ghiacciaia, tramite l’apposito rubinetto sito alla base del vano ghiaccio. C’era quindi el Giazzee, il venditore di ghiaccio che, girando con un carretto pieno di pani di ghiaccio, lunghi quasi un metro, faceva, su richiesta, servizio a domicilio.

El Lattee (il lattaio)

Prima dell’avvento dei frigoriferi e del latte a lunga conservazione, il latte andava consegnato fresco, alla porta del cliente. Al grido di “Lattèe! Lattèe! El lacc pènna mongiuu!” (Lattaio! Lattaio! Il latte appena munto!), quell’omone, con tanto di caratteristico cappello, richiamava l’attenzione delle massaie, passando di cortile in cortile, e di strada in strada nei quartieri di competenza, fino all’esaurimento del suo prezioso carico. Era tutto un accorrere nei cortili delle donne che scendevano con i loro bricchi per accaparrarsi el latt. [Ndr. – lacc è il termine volgare di latt].
Dopo aver munto all’alba le mucche nelle stalle dai cascinali dei Corpi Santi, arrivava a piedi a Milano, fin dalle prime ore del mattino, portando con sé in spalla, due contenitori di alluminio pieni di latte, appesi alle estremità di un bastone (per bilanciare il carico), oppure trainando un carretto, su cui era sistemato un grosso tino di alluminio pieno di latte fresco, appena munto.

El Lattee
El Lattee

El Magnàn (lo stagnino)

Fino a mezzo secolo fa, era molto comune sentire il suo grido per le strade ed i cortili delle case di ringhiera milanesi: “donne gh’è chì el magnàn”, simbolo di un tempo in cui le pentole di rame o di ferro si tramandavano di madre in figlia, continuamente rattoppate. Era lo stagnino (dal latino “manianus”) colui che, per pochi soldi, riparava le pentole con un po’ di stagno o ricopriva internamente i recipienti di rame con uno strato di stagno per evitare che ossidandosi, rendessero tossiche le pietanze. L’operazione doveva naturalmente ripetersi ogni qual volta lo stagno si consumava.
Tutti questi oggetti facevano parte del corredo domestico e le pentole si usavano appendere ai chiodi di una tavola di legno sistemata alla parete della cucina.
El magnàn veniva, a quanto pare, dalla Val d’Ossola e aveva la fama di dongiovanni, tanto che ancora oggi c’è chi ha memoria dei versi della celebre canzone in milanese di Nanni Svampa

Donne donne gh’è chì el magnano
Ch’ el gh’ha voeuja de lavorà
E se gh’avì on quaicòss de faa giustà
Tosann Gh’è chi el magnan
Ch’ el gh’ha voeuja de lavorà.

Salta foeura ona sposòtta
Cont in man ‘na pignatta ròtta:
e se me la giustì, propi de galantòm
mi si ve la daria de nascòst del mè òmm.

El marito, apos a l’uscio
El gh’aveva sentito tutto
El salta foeura, cont on tarèll in man
E pim e pum e pam su la crapa del magnan.

El magnano el dis nagòtta
E’l va via con la crapa ròtta
Senza ciamà dottor né avocatt
El sé stagnà la crapa al pòst di so pignatt,

Senza ciamà dottor né avocatt
El sé stagnà la crapa al pòst di so pignatt.

Una batosta memorabile, da far passare la voglia a chiunque eccetto che al magnan!

El Menafrecc (lo spazzacamino)

Normalmente circolavano in coppia, “tutt e du, negher de fuliggine”, come si diceva in dialetto; giravano per le strade dei quartieri, strillando “mena frecc!”. Nei mesi autunnali ed invernali calavano in città dalla Val d’Ossola, dalla Val d’Intragna e dalla Valtellina, andando ad alloggiare in città, in qualche gelida stamberga di periferia. Erano lo spazzacamino e il suo aiutante che, muniti di spazzole di ferro, ganci e corde, facevano sapere a tutti quelli che avevano bisogno di pulire il camino o la stufa, che loro erano pronti a intervenire. Un mestiere, questo, che all’epoca, era assolutamente indispensabile per la pulizia delle canne fumarie.

I Menafrecc

Spontanea la domanda, ma perché i milanesi li chiamavano menafrecc? Perché in dialetto, “mena frecc” significa letteralmente “porta freddo”. Arrivavano infatti d’inverno, quando il freddo pungente cominciava a penetrare nelle ossa, quasi fossero loro a costringere la gente a infagottarsi.
E, stando a quanto si diceva in giro, facevano una vita davvero grama, pagati com’erano a volte, con un bicchiere di acquarello, vino annacquato. Dormivano al gelo su pagliericci in freddissimi locali della periferia e ricevevano premure soltanto dalle suore del Cenacolo del Monte di Pietà, oltre che da alcune persone pie che allestivano per loro un pasto caldo e il 25 dicembre, anche il pranzo di Natale.

Lo stesso termine viene ancora oggi utilizzato, con significato diverso: è un “mena frecc” colui il cui sola comparire in pubblico, è sufficiente a raggelare l’ambiente più accogliente ed entusiasta.

El Molètta (l’arrotino)

Il termine molètta deriva da moeula cioè la mola (generalmente disco rotante a superficie abrasiva, usato per operazioni di rettifica e affilatura). Al suo grido: “Oh, donn, gh’è chi el moletta”, con quel suo tipico accento valtellinese tutte le massaie che avevano bisogno del suo intervento, facevano capannello intorno a lui con lame da molare. Era un soggetto molto affabile e paziente, benvoluto da tutti: “Dandegh de moviment con la gambetta el fa girà roenda e moeula el molètta, fasendo el fil e tirand luster e bej seguritt, foresett e cortéj.”, (dando movimento con la gambetta, fa girare ruota e mola l’arrotino, facendo il filo e tirando lucidi e belli, accette, falcetti, forbici e coltelli).

El Moletta

El molètta” andava molto fiero del suo mestiere, nonostante i guadagni fossero scarsi: si vantava di non dover obbedire a nessuno, di andare dove voleva e di poter lavorare senza dover osservare alcun orario”. Un brano che parla di lui, dice:

“Mè pader fa el moletta
e mi foo el molettin
quand sarà mort mè pader
faroo el moletta mè”

El Navascee o Quel de la bonza (colui che svuotava i pozzi neri)

Fino a tutto il ‘700, ce lo racconta anche il Parini nelle sue Odi, gli scarichi urbani venivano versati sulla pubblica via e quando Giove Pluvio lavava le strade, tutto finiva nei canali a cielo aperto.
Con l’editto napoleonico, che imponeva la canalizzazione stradale (la creazione delle fognature) per la raccolta delle acque nere, sorse il problema dello svuotamento dei pozzi neri a cui queste venivano avviate, poiché non era più ammesso lo scarico nei Navigli. Come risolvere la questione? Vennero ideati dei carri che montavano una botte di forma allungata: la cosiddetta bonza. El Navascee, aveva un compito piuttosto ingrato: era colui che, per professione, doveva svuotare i pozzi neri, usando dei secchi per travasare le acque nere nella botte. La bonza (detta anche navàscia o navazza), una volta piena, veniva poi portata fuori città. Il suo prezioso contenuto veniva venduto al miglior offerente che, accertata la “bontà” del prodotto, provvedeva a metterlo in vasche, per essere poi impiegato nella concimazione dei campi. Le esalazioni dei pozzi neri aperti e la puzza dei carri con la bonza scomparvero solo a partire dalla fine dell’800 con la costruzione della rete fognaria. E insieme alla bonza, anche “quel de la bonza” dovette cambiar mestiere.

El Ranee (il venditore di rane)

Fée risott coi rann, ò donn, stasera! Ciappà stanott in de la risera!, era questo il modo, indubbiamente folcloristico, con cui annunciava la sua presenza alle donne del quartiere il Ranee, cioè colui che viveva catturando le rane con le proprie mani, nei fossi e nei corsi d’acqua attorno a Milano. Con tanto di cappello, panciotto e due cesti in mano, girava per i cortili dei quartieri per rivenderle, ancora vive, alle “sciure” milanesi per convincerle a preparare per cena un buon “risott coi rann“, piatto questo, considerato a Milano, una vera prelibatezza.

El Ranee

El Rizzadin (il selciatore)

Il nome di questo mestiere deriva da rizzada (acciottolato). Si tratta di un tipo di pavimentazione ottocentesca creata con ciottoli di fiume arrotondati, posati in piedi su un letto di sabbia fine, ben stretti fra loro, e battuti uno ad uno, da provetti selciatori. Mestiere indubbiamente duro questo: “EI rizzadin ghe tocca de stà in genoggion tutta la vitta” (al selciatore tocca stare in ginocchio tutta la vita).

Osservando la foto, colpisce l’abbigliamento da lavoro di questi operai: camicia bianca, cravatta, gilet e cappello! Oggi una tenuta simile sarebbe del tutto anacronistica!
Esempi di questo tipo di selciato ci sono ancora oggi in diversi posti, ad esempio di fianco alla chiesa di Santa Maria delle Grazie o sul sagrato di quella di Santa Maria del Carmine o della chiesa di San Marco. Era una pavimentazione studiata per tenere asciutti i piedi del passanti (che portavano zoccoli di legno), o le ruote dei mezzi leggeri. Per i mezzi pesanti c’erano le carrarecce lastricate.

Ndr. – Molte strade pavimentate in questo modo, vennero disselciate durante Le Cinque Giornate di Milano per utiizzare i sassi di fiume come proiettili lanciati contro gli Austriaci che osavano avvicinarsi troppo alle barricate.

El Sonador ambulant (il suonatore ambulante)

Altro antico mestiere milanese, ormai scomparso, era quello del Sonador ambulant, cioè colui che viveva di accattonaggio, girando per le strade ed i cortili dei quartieri della città, sperando di allietare la gente al suono di piccoli brani musicali prodotti da un organetto a manovella (di Barberia), su carretto trainato da un vecchio ronzino. Professione questa sicuramente redditizia, prevalentemente appannaggio di zoppi o storpi, tutta gente che, non sapendo (o non volendo) fare altro, trovava conveniente sbarcare il lunario col soldino che le massaie gli lanciavano dalle finestre, non si sa se per generosità, o perché se ne andasse.  Attività questa, che oggi, con strumenti diversi (fisarmonica, violino o chitarra), è diventata esclusivo appannaggio degli zingari che spesso tentano, con scarsi risultati, di far breccia nel buon cuore dei milanesi, allietandoli in metropolitana con delle musiche tzigane.

El Tenga (il venditore di santini)

Era chiamato “Tenga”, l’ambulante che di professione faceva il “venditore di santini” alle fiere rionali, alle sagre ed alle feste patronali sia in città, che nei suoi dintorni.
Spassosa la giustificazione del perché questo mestiere si chiamasse così! Era dovuto al fatto che lui non offriva la sua merce con le grida di battaglia di chi vende pomodori o patate, ma si accostava sommessamente all’ astante designato, dicendogli confidenzialmente, “tenga“, mentre gli porgeva l’immagine! Da qui, il soprannome!

MESTIERI COMUNI DI GENTE CHE VIVEVA STABILMENTE IN CITTA’

Abitando stabilmente in città, vi era chi lavorava in proprio o in società con altri che praticavano il medesimo tipo di attività, oppure operava per conto del Comune o di aziende private.

La Bàlia (la nutrice)

La bàlia era una figura molto comune fino ai primi anni del ‘900, e oggi ormai quasi del tutto scomparsa. Era una donna a cui venivano affidati la cura e l’allattamento dei neonati. Solitamente di umili origini, quasi sempre aveva appena partorito o era in procinto di farlo. Trovava normalmente impiego nelle case delle famiglie benestanti, in cui la consuetudine di affidare il proprio neonato ad un’altra donna perché provvedesse al suo allattamento, aveva lo scopo di evitare ripercussioni negative sull’aspetto fisico della madre del piccino.
La bàlia, spesso scelta tra i contadini, o tra il personale di servizio, doveva essere di sana e robusta costituzione, per garantire una nutrizione adeguata al piccolo. Per svolgere il suo ruolo, che durava in genere dai 12 ai 14 mesi, doveva lasciare la campagna e andare a vivere nella città in cui risiedevano le famiglie benestanti.

Centinaia di giovani puerpere, spinte dal bisogno, erano attratte a fare questo mestiere sia dal trattamento privilegiato loro riservato, sia dai compensi elevati loro garantiti (le loro paghe arrivavano fino a tre volte quella di un operaio). Pertanto spesso lasciavano, a loro volta, i propri figli di pochi mesi, per recarsi ad allattare i neonati della medio-alta borghesia o dell’aristocrazia cittadine. Le sue condizioni di vita erano ottime, soprattutto se comparate a quelle di altre lavoratrici emigrate, come le lavandaie o le cameriere. La bàlia, per ovvie ragioni, veniva sempre ben nutrita e si era sempre molto attenti alla sua igiene personale. C’era ovviamente il rovescio della medaglia: una vita castigata, non facile in una città sconosciuta, in casa di gente estranea con abitudini diverse dalle proprie, senza contare infine, l’obbligo ad assoggettarsi a visite scrupolose, spesso pure mortificanti.

El Barbee (il barbiere)

Fino agli inizi del Novecento non esistevano ancora le lamette da barba. Non era quindi possibile radersi in casa, come ai nostri giorni, ma i signori erano soliti recarsi dal barbee. Esigenza questa, oggi, molto meno sentita di allora, per cui il barbee fa attualmente quasi esclusivamente il lavaggio e il taglio dei capelli.

Uno davvero celebre a Milano, era quello che aveva aperto la sua bottega a due passi dal Palazzo del Capitano di Giustizia, in piazza Beccaria, all’epoca, sede del Tribunale di Milano. Quel barbee, avendo una clientela formata quasi esclusivamente da magistrati, aveva fatto apporre come insegna, al di fuori del proprio locale, la seguente frase: Quì si fa la barba alla Giustizia!

El Brumista (il cocchiere)

ll nome derivava da tale lord Brougham, l’ideatore inglese che, per primo, fece costruire a proprio uso personale una carrozza chiusa (a quattro ruote), molleggiata e trainata da un solo cavallo. I milanesi, poco avvezzi all’inglese, storpiarono Brougham in “Brum“, nome questo che, guarda caso, era anche quello del lume posizionato sopra le carrozze per illuminare la strada, e chiamarono quindi “Brumista” il suo conducente. Era, in generale, il cocchiere seduto a cassetta, che conduceva sia gli eleganti calessi scoperti degli aristocratici sui quali le dame famavano farsi notare sfoggiando i loro abiti migliori, che le carrozze nere pubbliche che iniziarono a circolare dal 1830 circa, con funzione di taxi.  Il servizio veniva originariamente pagato a tempo. Solo a partire dal 1876 fu introdotta la tariffa a chilometraggio con tassametro in grado di garantire alla clientela un preciso costo della corsa. Le carrozze vennero ribattezzate subito col termine “ragionatt”, termine attribuito dai milanesi a chi usava tenere la contabilità.

Il brumista in attesa di clienti

Il cocchiere, per regolamento, aveva una sua divisa tipica, molto elegante: giacca di tessuto pesante orlato di un nastro colorato, un panciotto rosso e un cilindro lucido basso. Aspettava i clienti che potevano permettersi il lusso di pagare la corsa. Era questo il primo taxi dell’era moderna! Non sempre le sue giornate erano fortunate quanto a numero di corse e di passeggeri: in quelle di “magra”, ci pensava il cavallo stesso, con i suoi bisogni fisiologici, ad essere fonte di guadagno per il brumista. Doveva essere spassoso vedere Il distintissimo vetturino in cilindro, dotato di paletta, a raccogliere i “doni” lasciati in terra dal suo fido ronzino, per andare a rivenderli a qualche contadino, come concime per i campi. 
Il declino iniziò gradualmente con l’avvento dell’automobile.


El Ciapparatt (l’acchiappa topi)

E’ sicuramente questa, una delle professioni che, meglio di ogni altra, ha resistito al tempo, da un lato, grazie alla proverbiale prolificità dei ratti, dall’altro, grazie pure al fatto che il suo nome viene ancora oggi utilizzato in modi di dire davvero memorabili.
Va a ciappà i ratt, in dialetto milanese, significa: togliti dai piedi e, se proprio non sai cosa fare, vai a cacciare i topi!
Espressione questa che tornò particolarmente di moda nel 1929, nel periodo della grande Depressione, quando a Milano, evidentemente infestata dai topi, venne avviata un’importante e molto pubblicizzata operazione di derattizzazione. Il rischio di tifo murino per i milanesi morsi da questi “simpatici” roditori era talmente alto, che vennero messi addirittura in palio dei premi in denaro per incoraggiare la gente a catturare i ratt.

i ciapparatt dell’Ortica. Fonte: MIlano scomparsa


Da lì, nacque il termine deratizzare e la più professionale sfumatura del significato del detto: se per far denaro non sai fare altro, vai almeno alla caccia dei topi!

El Lampedee (il lampionaio)

Per tutto il Settecento, a Milano, l’illuminazione stradale era quasi unicamente quella dei ceri accesi di fronte a tabernacoli e alle immagini sacre, poste agli angoli delle varie contrade. Si cominciarono a vedere i primissimi lampioni ad olio verso il 1784 quando, con un decreto dell’imperatore austriaco Giuseppe II, i proventi del gioco del lotto e delle imposte sui fabbricati, pagate dai milanesi all’amministrazione asburgica, furono dedicati a impiantare un servizio di illuminazione pubblica con lampioni ad olio. Dal 1787 in poi questo servizio fu affidato ad un apposito corpo di operai accenditori specializzati, i lampedee, che provvedevano all’accensione e spegnimento dei lampioni . Verso fine secolo, quando la dominazione austriaca fu costretta da Napoleone a cedere Milano ai francesi, sparsi per tutto il centro la città si contavano già ben 1200 lampioni di diversi tipi, dapprima lumi ad olio, in seguito a petrolio. Ad accenderli arrivavano verso l’imbrunire i lampedee che con la scala, la perteghetta (l’asta) e la scatola contenente il bricco dell’olio, accendevano i lampioni uno ad uno. Al mattino i lampedee tornavano di nuovo, in sella alla loro bicicletta, per spegnerli. Le lampade ad olio, perfezionate nel 1820, con l’introduzione del “becco di Argand”, raggiunsero rapidamente le migliaia di unità.

Ndr. – La lampada Argand è un tipo di lampada ad olio inventata nel 1783 dal chimico svizzero Aimé Argand.

Il becco della lampada Argand è formato da due cilindretti metallici concentrici, tra i quali si trova lo stoppino a forma di nastro anulare. Il tutto è contenuto in un cilindro di vetro aperto sopra e sotto, in modo da permettere il passaggio di un flusso d’aria. Rispetto alle lanterne utilizzate fino ad allora, la luce della lampada Argand era molto intensa, più bianca e più stabile.

El Lampedee

Le lampade ad olio rimasero poi in funzione fin oltre la metà dell’Ottocento, solo gradualmente soppiantate, a partire dal 1843, dalle lampade a gas gestite da una società belga che aveva il suo gasometro vicino l’attuale Università Bocconi. Anche in questo caso, erano sempre i lampedee ad andare in giro lungo la rete d’illuminazione pubblica ad aprire e regolare i rubinetti del gas, con l’intramontabile perteghetta.
La scoperta dell’energia elettrica e quindi la conversione delle lampade a gas in lampade elettriche con accensione simultanea dei lampioni delle singole vie, portò alla graduale scomparsa di questo mestiere.

La Lavandera (la lavandaia)

La lavandera era colei che lavava la biancheria degli altri. Quando non esisteva la lavatrice infatti, questa figura era preziosissima per le famiglie in cui la donna era ammalata o comunque non aveva la possibilità di lavare i panni.
Di questo servizio usufruivano anche le famiglie benestanti di professionisti, e facoltosi commercianti che potevano permettersi di pagare.
Mestiere questo, molto duro e faticoso che, a tante donne, specialmente vedove, ha permesso di sbarcare il lunario. Facevano il bucato semplice, se si trattava di biancheria minuta, ma molto spesso dovevano affrontare il bucato più corposo, con l’apporto pure della lisciva, la cui azione emolliente riusciva a pulire a fondo anche lo sporco più tenace. . Considerato che l’esigenza di pulizia personale è un fatto storicamente piuttosto recente, gli indumenti indossati puliti, non restavano tali a lungo. Inoltre allora, date le difficoltà oggettive, si lavava la biancheria meno frequentemente di oggi. Quindi era molto duro aver ragione dello sporco di camicie, mutande e maglie di lana indossate per diversi giorni .fra un bucato e il successivo. Quel lavoro si svolgeva in locali specifici della casa oppure all’aperto, nei lavatoi pubblici o in riva dai canali, o sulle sponde dello stesso Naviglio, spesso sotto il sole cocente o al freddo e al gelo.  Lavoro duro, … molto duro, che implicava diverse fasi, e se non era sufficiente, si ricorreva anche anche all’uso della cenere. Era soprattutto faticosa  la sfregatura ritmica della biancheria sul lavatoio, oltre che il risciacquo e la strizzatura di lenzuola e consimili. Le lavandere dei Navigli, usavano lavare i panni alla preia (pietra) inginocchiate chine sui loro “brellin” (una sorta di cassetta di legno dentro la quale le lavandaie si inginocchiavano per restare relativamente all’asciutto).

La lavandera sul Naviglio Grande

El Materazzee (il materassaio)

Il termine materàzz (materasso) deriva dall’arabo e significa “gettare” e “posarsi su”. Durante le Crociate, gli europei adottarono il metodo arabo di dormire su di un grosso cuscino poggiato direttamente sul terreno.

Fino agli anni Cinquanta del secolo scorso, il fare un materasso e il rinnovarlo erano esclusivo appannaggio di una categoria di artigiani che, con il tempo, è andata a scomparire: quella del Materazzee.

Storicamente il materasso era inizialmente imbottito di paglia, il famoso pagliericcio, successivamente venne usato crine o la lana di pecora o ancora altri materiali morbidi.
Dopo la cardatura della lana e la complessa fase di riempimento della fodera, il materasso veniva trapuntato con aghi da 30cm  ed infine punzonato e affrancato ai bordi.

El Materazzee – La cardatura della lana

Le Piscinine (le aspiranti sartine)

Le “piscinine” erano le bambine che imparavano il mestiere della sarta, della modista, della lavorante in biancheria e della stiratrice. Di età compresa tra i 6 e i 13 anni, erano apprendiste presso le sartorie della Milano dei primi ‘900. Nonostante fossero piccoline, la storia che le riguarda è notevole e vale davvero la pena di essere raccontata.

Lavoravano anche per 14 ore di fila, il tutto per 25-30 centesimi al giorno. Passavano molte ore all’interno dei laboratori di sartoria ma il compito più pesante che spettava loro, era la consegna dei vestiti nelle case dei clienti.
Questo voleva dire portare sulle spalle scatoloni pesanti anche 10 kg per diverse ore al giorno. Il loro apprendistato naturalmente non prevedeva ferie, gli straordinari erano all’ordine del giorno e nessun loro diritto era tutelato

La mattina del 23 giugno 1902, la città fu colta di sorpresa da uno sciopero che non si sarebbe mai aspettata:  quello delle “piscinine”! La notizia, naturalmente riportata dai giornali, venne data quasi fosse lo scherzo di un gruppetto di bambine capricciose di 10 anni. Ma i giornalisti si accorsero ben presto che non era affatto così. Le piscinine scioperavano davvero per far valere i loro diritti e a ragione! Capeggiate da una quattordicenne, la più anziana fra loro, decisero che non sarebbero tornare al lavoro senza aver prima ottenuto la riduzione dell’orario di lavoro richiesta, la possibilità di usufruire di un’ora di riposo nell’arco della giornata, la riduzione del peso dei pacchi da consegnare, e l’aumento del salario a 50 centesimi.
Alla protesta aderirono più di 400 bambine e dopo una settimana di sciopero totale, riuscirono ad ottenere soddisfazione alle loro richieste!

El Prestinee (il panettiere)

 I milanesi usavano chiamare così i panettieri che sfornavano fragranti michette e grissini che ogni mattina, inondavano, con il loro profumo, le strade di Milano.
Ma perchè mai questo nome? Deriva dal latino “pistrinarius”, proprietario di un “pistrinum” (molino, forno). In milanese “pistrinarus” è el prestinee (il fornaio), e “pistrinum”, el prestin (il forno)!
Poteva essere sia produttore, che semplice rivenditore di pane. Caricate le ceste su un apposito calesse, era lui stesso che distribuiva alla clientela le varie forme di pane prodotte (michette, cremonesi ecc.), successivamente coadiuvato da un aiutante, el garzon del prestinee, usualmente dotato di bicicletta e di gerla.
Naturalmente come produttore, l’attività era molto più faticosa: sveglia all’alba per preparare l’impasto e successivamente mettere il tutto in forno. Come attualmente nei paesi arabi, anche qui, allora, c’era l’usanza da parte di alcuni clienti particolarmente esigenti, di fornire al prestinee la loro farina, con l’intesa che lui avrebbe fatto per loro un equivalente quantitativo di pane.

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Altri mestieri sia di ambulanti del contado che di gente di città

Fra i mestieri non citati sopra, vale la pena ricordare almeno i nomi delle altre attività più comuni scomparse o comunque pesantemente trasformate:

  • l’Acquarolo (colui che riforniva d’acqua le case non servite dall’acquedotto comunale)
  • l’Alpador (il pastore). Vivendo in montagna col suo gregge, veniva d’inverno a vendere a Milano burro e formaggi,
  • l’Anciuatt (Il venditore di acciughe). Le acciughe erano sotto sale, stivate in appositi barilotti.
  • El Bagatt (il ciabattino)
  • El Barbapedana (il cantastorie)
  • El Bindelee (il venditore di nastri)
  • El Bursinatt (colui che fabbricava borse e borsette)
  • El Bechée (il macellaio)
  • Quell di Caramellati (venditore di caramelle)
  • El Castagnatt (il venditore di castagne)
  • El Castragai (colui che castrava i galli)
  • El Cavadent (il dentista)
  • El Cavagnin (il venditore di cesti di vimini)
  • El Cervellee (il salumiere)
  • El Ciappacan (l’accalappia cani)
  • El Daziee (colui che riscuoteva i dazi per l’import delle merci alle porte d’accesso alla città)
  • El Famej (il mungitore di mucche)
  • El Feracaval (il maniscalco)
  • El Feree (il fabbro, carpentiere)
  • El Formagiatt (colui che vendeva formaggi)
  • El Fruttiroeu (il fruttivendolo)
  • El Fundeghé (il droghiere)
  • El Garzon del prestinee (il garzone del fornaio)
  • El Impastador de avvis (colui che attacca manifesti sui muri negli spazi riservati)
  • El Limonatt (il venditore di limoni)
  • Quell di Magioster (il venditore di fragole)
  • El Magutt (l’aiuto muratore)
  • El Manetta (il guidatore del tram)
  • El Maronatt (il venditore di castagne arroste)
  • Quell dei Nos (il venditore di noci)
  • L’Offelee (il pasticcere e fornaio)
  • L’Ost (l’oste)
  • El Pessat (il pescivendolo)
  • El Piccaprei o Piccasass (lo scalpellino)
  • El Pigottee (colui che ripara le bambole)
  • El Polentat (il venditore di polenta)
  • Quell di Peri Cotti (il venditore di pere cotte)
  • El Polliroeula (il venditore di polli)
  • Quell dei Pomm (il venditore di mele)
  • El Pomella (colui che portava in citta mele, frutta e verdura del proprio orto)
  • El Ruée (lo spazzino)
  • El Rutamatt (il raccoglitore e venditore di rottami)
  • El S’ceppin (lo spaccalegna)
  • El Scigulatt (il venditore di cipolle, per estensione l’ortolano)
  • El Scovinatt o Scuinatt (il venditore di scope)
  • El Sgalmararo (il fabbricante di zoccoli)
  • El Sellee (il sellaio)
  • Quell di Sofrane (venditore di fiammiferi)
  • El Sorbettèe (il gelataio ambulante)
  • El Speziee (lo speziale, il farmacista)
  • El Straccadent (colui che vendeva castagne peste)
  • El Strascee (lo stracciaiolo) colui che riturava stracci ed altri materiali di scarto in cambio di altri oggetti
  • El Tencin (il venditore di carbone)
  • El Trombee (l’idraulico)
  • l’Umbrelee (il ripara ombrelli)
  • El Zibrett (il venditore di ciabatte)






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