La Storia dal 1895 al 1941 letta attraverso il diario di Ettore Conti (parte 1)

Premessa

Uno dei testi sicuramente più particolari, della cui esistenza sono recentemente venuto a conoscenza, è un diario che, prenotato da tempo, ho avuto occasione di visionare solo questi giorni, essendo questo incredibilmente l’unica copia disponibile presso la Biblioteca Civica di Milano: il suo titolo è “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti, edito da Garzanti, edizione aprile 1971.

Ho già accennato a questo titolo, in un mio recente articolo sul suo autore, personaggio come tanti, il cui nome è ancora oggi sconosciuto ai più, se non per via dell’intestazione in suo onore, di un Istituto tecnico di Milano.

Per leggere quell’articolo cliccare sul seguente link Ettore Conti

Come nacque l’idea del diario

Fu il suo giovane amico Giovanni Malagodi (futuro segretario del Partito Liberale Italiano) a suggerirgli, nel 1939, l’idea di scrivere la storia autobiografica della sua vita sia come imprenditore che come politico. A dire il vero Ettore Conti stava pensando di raccontare in un suo scritto, le fasi pionieristiche dello sviluppo industriale italiano (con particolare riferimento al settore elettrico) e tutte le relative problematiche sia di natura culturale che burocratiche da lui stesso incontrate nel corso della sua attività lavorativa. Il suggerimento del giovane amico non gli dispiacque affatto al punto da decidere di accantonare il suo progetto iniziale. Cominciò a lavorare a questa idea essendo riuscito a rintracciare ancora le vecchie agende su cui usava annotare tutti i suoi appuntamenti di lavoro, oltre a considerazioni varie, abitudine questa, che aveva preso fin dai tempi dell’università. Così nacque l’idea del diario, il cui riordino lo avrebbe tenuto impegnato per tutto il periodo della guerra. Ne scaturì quest’opera, dal titolo Dal taccuino di un borghese, a cui forse, contribuì pure il nipote e figlio adottivo, lo scrittore Piero Gadda Conti.

Questo diario (437 pagine), iniziando con le prime annotazioni in data febbraio 1895, e finendo con le ultime, nel giugno 1941, copre un arco di ben 46 anni, periodo questo, piuttosto “caldo” della nostra storia recente.
Un gruppo di suoi amici, avendo trovato una rara copia di questo suo diario pubblicato per la prima volta , in pochi esemplari, nel 1946, ebbe la felice idea di farlo ristampare quale omaggio a Ettore Conte, in occasione del compimento del centesimo anno d’età dell’autore (24 aprile 1971), come rievocazione dei suoi ricordi di una vita. Questo, qui sotto fotografato, è proprio una delle rare copie di quella ristampa.

Perché tanto interesse

Oltre a riportare qualche nota riferentesi a fatti di natura strettamente privata, raccoglie impressioni su episodi (anche storici) vissuti in prima persona, sensazioni scritte di suo pugno, assolutamente spontanee (cioè non manipolate da terzi). Vengono toccati vari campi, quali lavoro, imprenditoria, politica. Questo diario riveste particolare interesse, perché, Ettore Conti essendo uno che si è fatto da sé, partendo dal nulla, è arrivato ad essere, con la sua attività, un soggetto molto in vista all’epoca, al punto da riuscire ad avere incarichi molto vicini al Governo. Data quindi questa sua posizione “privilegiata”, anche le notizie che commenta in questo diario, spesso sono “di prima mano”, sulla base di dispacci pervenuti da fonti dirette, prima ancora di essere date in pasto alla stampa (cioè non ancora addomesticate e filtrate in funzione del colore politico, allo scopo di orientare l’opinione pubblica). Queste note pertanto mettono a nudo alcuni lati del suo carattere e la natura dell’autore, un uomo come tutti noi, con i propri timori, le preoccupazioni, le sue paure, le spontanee manifestazioni di gioia.

Sono davvero curioso di vedere se, il 13 dicembre prossimo, in occasione del 50mo anniversario della sua morte (è deceduto il 13 dicembre 1972, alla veneranda età di 101 anni!), qualche giornale, non di parte, si ricorderà di questo grande uomo.

Perché “borghese”

Il termine “borghese”, forse non si addice ad uno che è stato Senatore del Regno d’Italia, che ha ricoperto importanti cariche di Governo, che è stato Presidente dell’AGIP, Presidente della COMIT ecc. Ci spiega lui stesso perché ha voluto definirsi così:
..”Sono termini sensati proletario, borghese, aristocratico, quando gli uomini dovrebbero dividersi in due sole categorie: degli utili o degli inutili?” … “istinto e coscienza borghese, destarono in me, con i loro epifonemi denigratori, gli zelatori del socialismo prima, del fascismo poi.

L’epifonema (dal greco epiphoneîn, «esclamare») è una figura retorica di pensiero che consiste nel riassumere un discorso con una frase enfatica e solenne, posta generalmente alla fine. [rif. Wikipedia]

Zelatore è un “sostenitore fervido e convinto”. [rif. Wikipedia]

Quindi, con il termine “borghese”, lui intendeva riaffermare la sua natura di autentico “lavoratore”.

Dai brani che seguono traspaiono evidenti la caratura morale della persona, il suo giudizio sulle varie situazioni che evidenziano diversi lati del suo carattere.

Questa è una delle sue massime:

“Non cercate vantaggi o riconoscimenti nello scegliere la vostra via: se avete dei dubbi prendete quella che vi costi maggior fatica e non sbaglierete. Dall’abitudine al sacrificio, otterrete di temprare il carattere per affrontare serenamente le inevitabili difficoltà della vita”

Riporto qui di seguito, alcuni suoi brani tratti a campione, da questo suo interessantissimo diario corredandoli di qualche commento esplicativo, ove necessario….

Il primo lavoro

Ettore Conti si laureò al Politecnico all’età di soli 23 anni, nell’autunno del 1894. A distanza di qualche mese, ci racconta lui stesso come iniziò all’indomani della laurea, il suo primo lavoro in proprio e la fortuna che ebbe, a soli tre mesi di distanza, a ricoprire ancora giovanissimo, una funzione direttiva “interessante”, nell’ambito della Edison.

Febbraio 1895
Eccomi alla Edison, ad una specie di direzione tecnico amministrativa. Perché e come? Da tempo ero venuto nella convinzione che per un giovane di buon volere e fidente nell’avvenire industriale del paese, il ramo elettrico offre possibilità illimitate: siamo all’inizio di applicazioni che potranno svilupparsi in ogni campo, sussidio e spinta a tutte le altre industrie, oltre che elemento di civile progresso. Perciò, laureato ingegnere civile, allievo di corsi industriali di Saldini e Ponzio, mi diedi a frequentare il laboratorio Carlo Erba, trovando nelle dotte pubblicazioni, specialmente inglesi, il complemento teorico alle mie scarse cognizioni in materia elettrica.
L’idea, piuttosto platonica, trovò corpo in … Galleria, incontrandomi con l’amico e compagno ingegnere Carlo Clerici. Egli, dopo il Politecnico, aveva completato la sua cultura all’Istituto Montefiore di Liegi e fiutando nell’aria il presagio elettrico, andava mulinando la costituzione di una Società che, in concorrenza con la Edison, provvedesse con criteri più moderni e coraggiosi alla distribuzione dell’energia elettrica in Milano. Programma, senza dubbio, audace e persino pretenzioso da parte di giovani che, inesperienza a parte, dispongono di mezzi finanziari modestissimi. Clerici mi propone di associarmi con lui; accetto, lusingato da una fiducia che, per ora, si basa soltanto sull’amicizia. Ci mettiamo d’attorno per trovare appoggio fra i conoscenti meglio di noi forniti; compilando, nel frattempo, i progetti per una grande officina a vapore, da erigersi alla periferia della città, dove la Edison non è ancora arrivata a distribuire la luce.
Una Cooperativa, nata con un programma non troppo dissimile dal nostro, aveva fatto fallimento. Recatici dal curatore, ne abbiamo ottenuto la promessa di vendita per tutto il materiale di officina e di linee mediante versamento di lire 30.000, che i genitori, condiscendenti, ci hanno anticipato. In pochi giorni, abbiamo raccolto un capitale di lire ottantunmila, diviso in 27 carature da lire tremila ciascuna, costituendo l’Accomandita Clerici-Conti. La piccola società doveva avere vita breve e fortunata; i giornali cittadini avevano segnalato l’importanza dell’iniziativa. “L’Italia del Popolo” periodico repubblicano, traendo occasione dalla nostra ragione sociale e dalla qualità di parecchi azionisti (i Cornaggia, i Gavazzi, i Lurani) pubblicava un articolo invido: “I clericali alla conquista dei servizi pubblici”. Non è di tali acredini, che prospera l’interesse di una nazione!
Rinnovato il materiale meccanico, fissati nuovi programmi di distribuzione a corrente alternata (novità per Milano), iniziati contratti di fornitura con clienti importanti, il nostro lavoro procedeva bene; pur non potevamo nasconderci le difficoltà di una concorrenza impari: l’avversario contava un capitale ottanta volte superiore al nostro! Ragion per cui, quando Clateo Castellini, figlio del patriota Nicostrato ed intelligente e fortunato industriale, ci ha avanzate, in nome della Edison, proposte di trattative per un accordo, non ci siamo rifiutati di prenderle in considerazione, e abbiamo finito col firmare, col consenso dei nostri azionisti, un contratto che assicurava a questi ultimi oltre al rimborso delle somme versate, il notevole beneficio di partecipare, alla pari, ad un imminente aumento di capitale della Edison; a noi, presso la grande società, un’occupazione interessante ed anche sufficientemente retribuita.
Non senza rammarico, ho rinunciato alla mia indipendenza e al vantaggio speciale di mente e di volontà conseguito nei cento giorni trascorsi come capo della nostra piccola azienda. Mi sono anzitutto istruito in contabilità prendendo seralmente lezioni da mio fratello; ho imparato a dirigere il personale sia pure modesto e poco numeroso; a trattare coi clienti; a redigere dei preventivi scrupolosi d’impianto e di esercizio; a dare alla più piccola cosa la dovuta importanza; a non disdegnare di assumere personalmente le funzioni più modeste, come controllare il peso del carbone consumato, compilare le bollette, calcolare una linea ecc. ecc. Alla Edison apprenderò molto di più; ma spero di restarci poco
.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 13-15 (edizione Garzanti)

Sempre con l’idea di mettersi in proprio, Conti resterà alla Edison alcuni anni, considerando questo periodo, la continuazione post-laurea del suo percorso formativo, particolarmente in campo elettrico (cioè una sorta di “Master”): il tempo necessario per maturare esperienza pratica, toccando con mano i problemi reali, ed apprendendo sul campo, pure nozioni di finanza e di gestione del personale, cose queste non previste dal piano di studi (ingegneria civile) da lui seguito negli anni di Politecnico. Qui sotto infatti fa riferimento ai preziosi insegnamenti di Giuseppe Colombo (già conosciuto al Politecnico come professore universitario in ambito elettrico) e di Carlo Esterle (grosso esperto Edison in ambito finanziario).

gennaio 1897
Ho passato un periodo di lavoro interessante e proficuo con la fortuna di avere dei maestri come Colombo ed Esterle, dai quali molto ho potuto imparare; ma se le mie giornate sono state laboriose ed istruttive, non posso affermare di averle tutte spese lì: scherma, cavallo, tennis, qualche viaggetto ed anche, perché tacerlo? qualche distrazione sentimentale, danno alla mia vita una varietà invidiabile.

(………..)
Mi occupo in modo speciale del collocamento dell’energia; come dire che tratto la spinosa questione delle tariffe. Ho tenuto in materia, una conferenza al Collegio degli Ingegneri. Ho disegnato una pianta industriale di Milano con l’indicazione di tutti gli opifici che avranno interesse a sostituire il motore elettrico, al vapore o al gas. Calcolata con tale ipotesi la rete di distribuzione, ho iniziato trattative con gli sperati clienti; Il che mi ha messo in condizione di conoscere quali immensi progetti va facendo in Milano, l’industria e le persone che, di questa industria, sono i creatori.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 15 (edizione Garzanti)

Il matrimonio (1897)

Lui 26 anni, lei 20: a ridosso della data del fatidico “si” alla sua futura sposa Gianna Casati, affiorano in Ettore i primi pensieri di chi sta prendendo coscienza del passo che sta per compiere, le naturali preoccupazioni sia per la nuova vita che si accinge ad intraprendere unendosi a lei, sia per il carico di nuove responsabilità che lo attendono nel suo ruolo di marito.

18 maggio 1897
Domani mi sposo, dopo breve idillio che affida per quanto può essere lunga una vita. Conscio dei nuovi doveri, fino a questi ultimi giorni insieme al vivissimo desiderio delle nozze, non potevo sottrarmi alle preoccupazioni inerenti la responsabilità di diventare Capo Famiglia. Giannina è sempre stata tranquilla e serena di me;  la sua fiducia assoluta nello sposo le consente inalterabile felicità. Ne prendo anch’io, il piacevole e salutare contagio.
In viaggio di nozze andremo per Lugano ed il Reno, in Inghilterra, tornando per Parigi.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 16 (edizione Garzanti)

Al ritorno dal viaggio di nozze, gli sposi andranno a vivere nel loro nido di via Cappuccio, a Milano.

Marzo 1898
La mia permanenza alla Edison mi offre l’opportunità di imparare molte virtù borghesi. L’ottimo Bertini, uomo di modesta apparenza, ma di solida cultura tecnica, mi dà ogni giorno esempio di assiduità, diligenza ed anche dei più sani criteri amministrativi. Esterle è più geniale, dotato di una mentalità sintetica, preparato alle più ardue situazioni finanziarie, mi avvia alla comprensione delle varie concezioni industriali; coi colleghi, principalmente col caro Semenza, studio i programmi tecnici del momento; e così posso seguire o partecipare ai lavori di Paderno, alla costruzione della centrale termica di Porta Volta, ai calcoli e alla posa della rete di distribuzione. Purtroppo Giuseppe Colombo, per adempiere ai suoi doveri politici, si è ritirato dalla Presidenza della Edison; si lascia vedere di tanto in tanto, e l’intrattenermi con lui è per me fonte di istruzione ed un godimento; semplice, bonario, paterno, non fa sentire affatto la superiorità che i tecnici ammirano in lui.
 In questi ultimi tempi mi ha dato, all’infuori della Edison, due incarichi: collaborare con lui al progetto per la distribuzione della luce pubblica e privata nella città di Vicenza, e predisporre lo studio per l’impianto dell’elettricità nel teatro di Palermo. Lusingato della fiducia, mi riprometto di “sfruttare” da vicino il sapere l’onestà professionale dell’antico maestro.

Intanto alla Edison si elaborano altri progetti: la elettrificazione dei tram cittadini, di cui il Comune è in procinto di dare la concessione, la costituzione in enti autonomi delle due fabbriche possedute dalla Edison, quella delle lampade e quella degli apparecchi elettrici. È la volta buona per raggiungere la mia auspicata indipendenza?

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 17-18 (edizione Garzanti)

Milano in “stato d’assedio” (1898)

Quei primi giorni di maggio,1898, sono “caldi” per Milano. Il popolo è in subbuglio, per quella che viene chiamata la rivolta del pane. Una rivoluzione, secondo Ettore, che a Milano, è ingiustificata e di matrice politica ….

Milano 7 maggio 1898
Ai miglioramenti sociali è buona via la ribellione? Il quesito mi si pone crudamente in queste giornate tragiche per la mia Milano. Sobillata, la massa operaia si è data alle sommosse. Che ideale nel fatto violento? Vogliono, gli operai, star meglio economicamente e politicamente? Non sarà il clamore violento che ve li porta. Lo scoppio rivoluzionario mi colpisce in quanto meno me l’aspettavo: astratto nel mio lavoro e raccolto nel grato convivio domestico, non avvertivo il subdolo minare le istituzioni civili e politiche del nostro Paese. Distrazioni spiegabili, non scusabili: e debbo per l’avvenire metter fuori il naso dalle finestre vibranti delle mie officine. A loro volta, dovrebbero i mestatori vivere nelle officine da competenti.
Le scorse settimane, in varie città d’Italia si erano bensì avuti tumulti irosi; ma li muoveva la ragione, più o meno vera, della carestia: qui a Milano, migliorate le mercedi e nulla la disoccupazione, l’aumento del pane doveva passare inosservato. Motivi politici, dunque. La miccia si accese ier l’altro a Pavia, dove un simpatico giovane studente, il Muzio Mussi, lasciò la vita. Ieri, per protesta, rumoreggiavano gli operai di Milano. Hanno cominciato agli stabilimenti Pirelli e oggi le forze rivoluzionarie, dalla strada ai tetti, inveiscono, e non solo a parole, contro la truppa. Stato d’assedio: generale il Bava Beccaris. Farà presto a sgominare una rivolta sfilacciata, senza capi, senza programmi, senza simboli.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 18-19 (edizione Garzanti)

9 maggio 1898
A proposito di presunti capi:  oggi, da un balcone del mio studio, fra gli ammanettati, e sotto scorta della cavalleria, vedo l’ingegnere De Andreis,  che, malgrado le sue opinioni ostentatamente repubblicane, tipo mazziniano, io ho sempre considerato come l’uomo più innocuo del mondo: e lo conosco bene perché fa parte del mio staff alla Edison
.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 19 (edizione Garzanti)

Rischi per la propria l’incolumità

10 maggio 1898
Siamo in pieno stato d’assedio: sbarrate le strade; pattuglie che percorrono la città in tutti i sensi; piazza del Duomo ridotta ad un bivacco di soldati e di cavalli; la vita cittadina completamente paralizzata. Non vorrei arbitrarmi ad emettere un giudizio preciso mentre non conosco la vera situazione delle cose, ma dal punto di vista della repressione, mi pare si esageri e non poco, appunto perché la situazione non mi sembra minacciosa.
Il Comando, come ho detto, è stato trasmesso all’autorità militare; ed i generali, almeno quelli che io conosco, tirati fuori dalle loro abituali mansioni, non hanno facile la comprensione dei problemi sociali.
Spesso, durante la notte, per approvvigionare di carbone l’officina di Santa Radegonda, accompagno convogli di carri che vanno a prenderlo fuori di Porta Volta: fermato ad ogni momento dalle sentinelle, ho corso il rischio di farmi sparare addosso; per cui ho richiesto un cavallo di truppa, a scanso di inutile fatica per farmi più facilmente riconoscere come rappresentante dell’ordine.
Di giorno, gli episodi meno pericolosi, sono i più divertenti. Sul corso di Porta Garibaldi, ritenuta zona rivoltosa, scortavo un gruppo dei miei operai ai piedi della scala Porta sulla quale un mio vecchio montatore, l’Alberi, stava riparando le condutture dell’illuminazione elettrica. Uno scoppio di fucileria, e quello mi precipita in basso giù giù di gradino in gradino. Accogliendolo fra le braccia ho avuto la consolazione di constatare che nemmeno la paura aveva ucciso l’incolume … emulo della piccola vedetta lombarda. 
Altro episodio: di fronte al convento dei Cappuccini di Porta Monforte, dove distribuiscono il pane ai poveri, si è piazzato un cannone che alzò la voce contro convento e frati. Questi, sotto accusa di avere fomentato la rivolta, hanno visto, sia pure per poco, la prigione. Sinceramente, un po più d’intelligenza, non farebbe male.
Terzo: Al De Andreis hanno sequestrato la pianta della città dove sono segnati i cavi in opera e in progetto della distribuzione sotterranea; si è arguito che il documento rappresentasse tutto un piano relativo al dislocamento delle forze rivoluzionarie e si è imputato il mio collega di conseguenza. Sono corso dall’istruttore militare per spiegare l’equivoco e mi ci volle fior di eloquenza per persuadere quel signore, che a tutta prima aveva l’aria di considerarmi complice. Basta; speriamo che tutta questa tragi-commedia finisca presto.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 18-20 (edizione Garzanti)

L’assassinio del Re a Monza (1900)

Mentre il 29 luglio 1900 presenziava a Monza  alla cerimonia di chiusura del concorso ginnico organizzato dalla società sportiva Forti e Liberi, re Umberto I venne assassinato dall’anarchico Gaetano Bresci. L’errore che gli costò la vita fu l’aver insignito con la Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia il generale Fiorenzo Bava Beccaris che, il 7 maggio 1898, aveva ordinato l’uso dei cannoni contro la folla a Milano per disperdere i partecipanti alle manifestazioni di protesta popolare (la cosiddetta protesta dello stomaco o la rivolta del pane) causate dal forte aumento del prezzo del grano in seguito alla tassa sul macinato (1868-1884) e alla guerra ispano-americana (1898), compiendo un massacro. La repressione costò più di cento morti e oltre cinquecento feriti secondo le stime della polizia dell’epoca.

Era appena arrivato a San Bernardino con la moglie per qualche giorno di meritato riposo, quando apprese la notizia dell’assassino del re Umberto I.

San Bernardino

Nella sua annotazione in proposito, non parla né dell’evento, né delle cause che hanno armato la mano dell’assassino, ma tira le somme sull’operato de re, e delle difficoltà da lui incontrate, nei suoi ventidue anni di regno. Vi è un esplicito riferimento pure all’Etiopia e alla sconfitta italiana ad Adua, nel 1896, nella battaglia finale  della prima guerra italo-etiopica, in cui gli imperatori etiopi combatterono contro l’Italia, per difendere l’indipendenza della loro nazione.

San Bernardino, 29 luglio 1900
Arrivato qui ieri sera, per qualche giorno di sospirato riposo, giunge notizia dell’assassinio di re Umberto.

Prototipo della bontà, del disinteresse, dell’amore per il paese, il regno di Umberto non sembra aver tono di grandezza.
Ventidue anni di regno: anni tormentati di assestamento che senza dubbio serviranno all’Italia come preparazione di migliore avvenire ma che non sono stati contraddistinti da un solo avvenimento che desse al regno, preclaro splendore.

Salito al trono mentre era al potere la Sinistra, essendo Egli, per educazione, per signorilità di sentimenti, per tradizione e per istinto, amico degli uomini della tramontata Destra, si è trovato ad affrontare un cumulo di problemi ardui e complessi. Il nuovo Regno mancava di scuole, di ferrovie, di strade, con un esercito ed una flotta insufficienti ai bisogni di una grande nazione; necessità dunque di grandi spese, con un bilancio scarso e dissanguato.

Il graduale nascere di un’industria, dava origine a spinosi problemi economici e sociali: si è venuta creando una nuova classe operaia facile ad assorbire teorie socialiste e senza un’educazione ed una organizzazione che potessero guidarne e temperarne le aspirazioni, donde il pullulare di scioperi incomposti e quasi rivoluzionari. Tuttavia nulla poté compromettere la compagine della Nazione; crederei che durante il Regno di Umberto si fece un notevole passo avanti sulla via della unificazione morale degli italiani e per un rinsaldamento dei vincoli fra monarchia e popolo.
Anche l’industria, dai primi incerti passi, nonostante ogni sorta di difficoltà, inasprite negli ultimi anni del regno, dalla guerra di tariffe con la Francia, e il conseguente ritiro di capitali francesi, nonostante gli scioperi ed i moti sociali, e lo scoraggiamento penetrato nel paese dopo il tristissimo episodio di Adua, si è affermata, ha progredito in ogni campo.
Non grande, il Re buono, lascia esempi di coraggio: dal quadrato di Custoza, al terremoto di Ischia, al colera di Napoli.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 25-26 (edizione Garzanti)

La “Società per Imprese Elettriche Conti e C.”

 Con l’amico Carlo Clerici, fonda la prima impresa in Italia, a realizzare il trasporto di energia elettrica a grandi distanze, ad utilizzare grandi cadute d’acqua e ad attuare lo sfruttamento completo di un bacino, collaborando, per la realizzazione dei vari impianti, con le migliori aziende allora presenti sul mercato (la TIBB per i macchinari elettrici, la Riva per le turbine, e la Umberto Girola per le opere civili). Ettore Conti manterrà la direzione della Società fino al 1926,

27 novembre 1901
Oggi, nella mia casa di via Cappuccio, si è costituita la “Società per Imprese Elettriche Conti e C.” col capitale di lire tre milioni sottoscritto per metà dalla Gadda per lire 600.000 dalla Edison e per il resto da amici oltre che da me che vi impiego tutti i miei modesti risparmi ed anche un po’ degli sperati risparmi a venire.
Segno questo inizio di una operosità, che spero lunga e vantaggiosa per il mio Paese.

(…..)
Fino ad oggi poco si è fatto in Italia nel campo dell’elettricità e all’infuori dell’impianto di Paderno, del trasporto di forza da Tivoli a Roma e finalmente della derivazione iniziata dalla Società Lombarda sul Ticino, scarsi sono gli esempi di importanti creazioni di forze idroelettriche mentre i bisogni sono ingentissimi.

Programma immediato della mia società deve essere la esecuzione dell’impianto del Brembo, derivando le acque a San Pellegrino e restituendole a valle di Zogno, con la produzione di circa 6000 cavalli: porterò l’energia a Monza e nella plaga: se le cose vanno bene allargherò di molto la mia zona d’azione contribuendo notevolmente alla elettrificazione delle nostre industrie e riducendo quindi l’esborso del Paese nella importazione del carbone…….

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 27 (edizione Garzanti)

L’azienda, inizialmente è piccolina, con poco personale e quindi bisogna industriarsi a fare di tutto: traspare comunque evidente la volontà di superare qualunque ostacolo. Non sono tanto i problemi tecnici le difficoltà incontrate nella progettazione degli impianti quanto vecchie legislazioni in materia di acque e le lungaggini burocratici assurde.

Giugno 1902
Compito complesso ma estremamente cattivante quello di creare la mia nuova azienda. Nelle più modeste cose e nelle maggiori, tutto richiede un appassionato interessamento; dalla scelta della carta da lettere a quella dei collaboratori; dal disegno di un isolatore, al calcolo di una importante rete di distribuzione; dal colore del dei titoli azionari al piano tecnico e finanziario che deve prevedere i possibili sviluppi per una lunga serie di anni; tutto merita di essere esaminato con amore affinché, così nei dettagli come nell’insieme, si palesi lo stampo di origine!
(..…)
Mentre seguo giornalmente con successo l’intensificazione della distribuzione nella plaga monzese, predispongo gli studi di dettaglio per l’esecuzione dell’impianto del Brembo. Le difficoltà maggiori non sono di carattere tecnico: vengono dalle opposizioni dei comuni rivieraschi opposizioni che si manifestano nei modi più svariati talvolta con richieste pazzesche per la cessione di quei modesti diritti di acqua che devono essere espropriati o tacitati per migliori utilità, talvolta con un’azione verso i pubblici poteri ai quali si chiede che dichiarino senz’altro il Brembo appartenente ai rivieraschi.
La legge sulle acque pubbliche che data 1865 ed è stata parzialmente modificata nel 1884, non prevedeva le grandi derivazioni ed è quindi inetta alla nuova situazione; ma oltre a ciò, ho anche l’impressione che neanche la legge attuale venga applicata, e che Prefettura e Genio Civile, per non assumere responsabilità, facciano il possibile per tirar fuori in lungo le cose, forse con la speranza che io mi stanchi, e che rinunci ai miei progetti: si illudono.
E’ che mi fanno perdere tempo, col solo guadagno di non perdere la pazienza .

(…..)

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 28 (edizione Garzanti)
Centrale idroelettrica di Zogno (BG)

Una divagazione rischiosa (1909)

Un minimo di svago ogni tanto ci vuole! Evidentemente, soggetto sempre pronto a fare nuove esperienze, l’dea di poter sperimentare il brivido del volo su un aerostato, doveva averlo solleticato non poco, se non ci pensò due volte ad accettare l’invito di un amico, a fare con lui, un “giro” in pallone libero (senza strumenti di manovra e direzionamento). Un momento di “evasione” dal lavoro quotidiano, troppo forte per potervi rinunciarvi; la “ragazzata” di un trentottenne, all’insaputa della moglie!

21 maggio 1909
Oggi, prima ascensione in pallone libero. Con l’ingegner Prato, mi sono recato alla Bovisa, all’officina del gas, per gonfiare il pallone, di piccolissime dimensioni, munito di navicella di vimini, nella quale stavamo a malapena in due, in piedi, appoggiati al leggero parapetto.
Tagliati gli ormeggi e gettata la zavorra per librarci, pendolammo un po’ su Milano perché non spirava alito di vento: i rumori delle strade arrivavano a noi chiarissimi, singolari le grida dei fanciulli verso l’uccello di eccezionali dimensioni.
Finalmente un vento favorevole ci ha spinti rapidamente sul Ticino e sopra il Lago Maggiore. Difficile orientarsi in aria per un novellino; ma piacevole nel complesso il volo, avviato dal vento in silenziosa pace. La discesa qualche pericolo lo presenta sempre, fra comignoli e pali e piante e linee elettriche: queste, per rispetto filiale, non dovrebbero offendermi. Atterrammo su un campo pianeggiando. I contadini accorsi non ci hanno fatto una buona accoglienza; si sono poi decisi ad aiutarci e ad andare a  cercarci un’automobile nel vicino paese, per ritornare a Milano.
A casa, infilatomi nello spogliatoio, sento Gianna dall’altra camera: “Sai, oggi ero coi bambini in giardino ed un pallone venne su di noi; ci vuole del buon tempo per arrischiare la vita così alla leggera!”
Non tutte le scappate sono confessabili; questa la tacqui per non inquietarla.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 52-53 (edizione Garzanti)

L’attentato di Sarajevo (1914)

PILLOLE DI STORIA
L’attentato avvenne il 28 giugno 1914, a Sarajevo, città, all’epoca, facente parte dell’impero austro-ungarico. Ne furono vittime l’erede al trono dell’impero, Francesco Ferdinando, e sua moglie Sofia, uccisi dal nazionalista serbo-bosniaco Gavrilo Princip, durante una visita ufficiale della coppia reale venuta ad ispezionare le forze armate in Bosnia-Erzegovina in vista di alcune manovre militari. Tale atto è convenzionalmente ritenuto come il casus belli a seguito del quale, il governo imperiale di Vienna diede formalmente inizio alla prima guerra mondiale.
In quel giorno di solenni celebrazioni in onore di San Vito, e festa nazionale serba, Francesco Ferdinando e Sofia furono colpiti a morte mentre percorrevano in automobile le strade di Sarajevo in mezzo a due ali di folla, dalla quale furono sparati due colpi di pistola esplosi dall’attentatore Gavrilo Princip, giovane membro del gruppo paramilitare Mlada Bosna (Giovane Bosnia). Nei mesi precedenti all’attentato, Princip venne a contatto con il gruppo terroristico ultranazionalista Crna ruka (Mano nera), che mirava all’autonomia della Bosnia dal giogo austriaco, per diventare parte integrante del Regno di Serbia, e con questa organizzazione pianificò l’attentato.
L’arciduca e la consorte, poco prima di essere uccisi, scamparono, ad un altro attentato dinamitardo compiuto da alcuni complici di Princip, i quali mancarono il bersaglio e ferirono due ufficiali a bordo della macchina al seguito dell’arciduca. Accertatosi delle condizioni di salute dei feriti ricoverati in ospedale, Francesco Ferdinando proseguì la visita lungo la via principale, parallela al fiume  Miljacka, che attraversa la città, lungo il quale Princip ebbe l’occasione di portare a termine il compito prefissatosi.

Sarajevo – l’assassinio dell’arciduca Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia

Venti di guerra

Queste le sensazioni di Ettore, a quasi un mese di distanza dall’assassinio dell’arciduca d’Austria, sulla base delle notizie apprese dai giornali dell’epoca.

24 luglio 1914
Europa inquieta per le ripercussioni del fanatico assassinio di Sarajevo. L’Austria lo sta gonfiando. Vuol fare della Serbia un’altra Bosnia Erzegovina? Le riparazioni che chiede, sono di una durezza eccessiva. Ieri, l’ultimatum. Si sente spalleggiata dalla Germania. Ma dietro la Serbia c’è la Russia, protettrice di tutti i popoli slavi, e poco fa Poincaré è andato a far visita allo Czar. Dove vogliono arrivare?

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 68 (edizione Garzanti)

Ndr. – Raymond Poincaré (1860 – 1934), era, nel 1914, il Presidente della Repubblica francese. Preoccupato per la sicurezza nazionale, si impegnò a rafforzare la Francia, anche tramite l’alleanza stretta con Regno Unito e Russia (alleanza franco-russa), assistette alle manovre dell’esercito russo e s’intrattenne con lo zar Nicola II (luglio 1914). Rimase presidente per tutto il corso della prima guerra mondiale.

Uragano in arrivo

Kandersteg, 30 luglio 1914
La tragedia di Sarajevo minaccia di essere stata soltanto il preludio di una più immane tragedia.
Dal complesso delle notizie che arrivano da ogni parte a questo pubblico cosmopolita pare che l’Austria dichiari guerra alla Serbia; che la Germania appoggi l’Austria; che Russia Inghilterra e Francia scendano in lizza e che tutta l’Europa si avvii a diventare un immenso campo di battaglia. E noi? Nulla trapela ancora qui delle intenzioni dell’Italia; La triplice alleanza ci farà obbligo di scendere in guerra a fianco degli imperi centrali? Confesso che il combattere con quelli che da noi si chiamano cumulativamente Tedeschi, non mi sorride affatto. Le tradizioni del nostro Risorgimento non sono ancora spente nel nostro popolo che, almeno da noi in Lombardia, malgrado tanti episodi tristi, simpatizza piuttosto per la Francia.
Personalmente dato il mio temperamento borghese e la natura delle occupazioni alle quali ho dedicato tutta la mia esistenza, non sono portato a considerare la guerra come una forza conservatrice ed innovatrice. ( …… ) E penso che in un’epoca nella quale esistano fra le nazioni tante ragioni di solidarietà e tanti interessi intrecciati fra i cittadini dei diversi paesi, sia difficile abbattere un avversario, senza tagliare vincoli e muscoli e nervi troppo vitali della comunità europea.

Andiamocene: non è possibile rimanere all’estero in un periodo così agitato: la nostra partenza d’altronde pare desiderata da questi buoni svizzeri, che non ci nascondono nei loro preoccupazioni di vedere l’Italia al fianco ai tedeschi, col mandato di invadere il Canton Ticino! È un popolo che saprebbe in ogni caso difendere la sua libertà; in pochissimi giorni si è messo in stato di guerra: richiamati tutti gli uomini validi; requisiti i quadrupedi ed ogni sorta di traini, e tutto ciò con un senso di ordine, di disciplina, direi di una consapevole fierezza.
Torniamo a casa.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 68-69 (edizione Garzanti)

Entrata in guerra dell’Italia contro l’Austria (1915)

25 maggio 1915
Da ieri, guerra all’Austria. Le nostre truppe hanno varcato il confine.

La tendenza interventista si è andata sempre più rafforzando, favorita dal Governo che ha permesso a D’Annunzio di tenere la sua infiammata commemorazione della spedizione dei Mille allo Scoglio di Quarto. Per contro, la dimostrazione dei trecento, fra Senatori e Deputati, che hanno lasciato la loro carta da visita alle Termopili di Giolitti, come prova che il Parlamento non è favorevole alla guerra, non ha fatto che provocare clamorose dimostrazioni popolari in favore dell’intervento e gli articoli violenti del “Popolo d’Italia” e i meno violenti, ma convinti del “Corriere della Sera”.
(…..)

Sono certo che l’Italia rinnoverà le sue gloriose tradizioni guerriere; che potrà compiere la sua unità nazionale con le armi ciò che è senza dubbio preferibile al sistemare i nostri confini patteggiando; ma non lo so tuttavia nascondermi i sacrifici che dovremmo sostenere e che potranno essere ancora più lunghi, data la situazione incerta della delle vicende della guerra. E con i nuovi alleati che personalmente mi sono più simpatici dei tedeschi, avremo fatto patti chiari chi non ci espongano a mancare di quanto necessario al pesante compito che ci siamo assunti e che evitino dei contrasti dopo la auspicata vittoria?

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 73 (edizione Garzanti)

Le giustificate preoccupazione del Conti imprenditore, in conseguenza del precipitare degli eventi:

8 giugno 1915
Le ripercussioni della nostra entrata in guerra sull’industria in generale e sulla mia in specie, si possono riassumere così: grandi oscillazioni nelle richieste di merci o di energia; singolare difficoltà nei finanziamenti, rifiutandosi le Banche gli accordare prestiti a lunga scadenza; complicazioni di ogni genere negli approvvigionamenti, trasporti e simili, dato l’intervento dello Stato che si avvia a controllare tutte le manifestazioni dell’attività produttiva; scarsità di manodopera, principalmente negli operai specializzati, in conseguenza dei richiami alle armi, viceversa possibilità per chi riesce a produrre, di vendere a prezzi crescenti.
Noi elettricisti, oltre che alle nuove applicazioni dell’elettricità, a cominciare dalla elettro-siderurgia abbiamo continue richieste da parte della clientela che è stata più renitente a sostituire gli impianti termici; spinge la generale preoccupazione del continuo rincaro del carbone e della difficoltà di approvvigionarsene.
(……)

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 75 (edizione Garzanti)

Il disastro alla centrale di Zogno

Fra le numerose centrali idro-elettriche che aveva installato in quegli anni, era inevitabile che con la guerra in corso, prima o poi succedesse qualcosa di grave …

24 maggio 1916
Già un anno dall’inizio della guerra. Le ripercussioni sulla “Conti” hanno assunto un carattere quasi tragico. Da parecchie settimane, ogni martedì, poco prima del tramonto, velivoli austriaci avevano preso l’abitudine di sorvolare la nostra centrale di Zogno, mollandovi delle bombe che andavano a vuoto; sola vittima umana una povera vecchia che raccoglieva legna nelle vicinanze delle officine e qualche guasto alla conduttura Zogno-Monza guasti subito a riparati; ma il martedì 26 Febbraio, proprio mentre mi ritenevo sicuro che quel giorno i nemici avrebbero rinunciato alla solita visita, mi telefonano dalla centrale che la Centrale in fiamme.
Mi sono precipitato in macchina con i miei ingegneri e sono arrivato a vedere crollare il tetto della centrale: il mio primo impianto: quello che avevo curato personalmente con l’animo di un artigiano. Abbiamo cercato di aiutare l’opera di spegnimento; impossibile. La centrale è andata! Facciamone olocausto per la vittoria. Ma la notte stessa diedi ordini per la ricostruzione: l’abbondanza di energia sugli impianti del Toce e del Devero, mi permette di riattivare i servizi ……; approfittando di materiale esistente nelle varie parti dell’azienda, si sono potuti sostituire i trasformatori e i quadri: alternatori e turbine si possono riparare; prima dell’alba tutto era stato predisposto per tentare di arrivare in un paio di mesi ad un funzionamento provvisorio, salvo poi rimettere, con comodo, le cose in pristino, approfittando dei giorni festivi e delle notti nelle quali si può sospendere il funzionamento.
In undici giorni, si è fatta una copertura provvisoria del tetto: dopo due mesi e mezzo, l’energia veniva di nuovo immessa nella reti. Ho veduto in quell’occasione, che cosa vuol dire avere dei collaboratori affezionati; e qui, onorandone lo spirito di sacrificio, desidero ringraziarli
.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pagg. 77-78 (edizione Garzanti)

Il conflitto si allarga (1916)

28 agosto 1916
ieri abbiamo dichiarato ufficialmente guerra alla Germania. Contemporaneamente si unisce agli alleati la Romania.
Sull’Isonzo oltre al Sabotino, al Podgora, ed al San Michele, circostanti Gorizia, ci siamo spinti parecchio ad Oriente superando sul Carso, il famoso Vallone. Ammirevoli i nostri bravi soldati!

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 78 (edizione Garzanti)

1 ottobre 1917
E’ da poco finita sul nostro fronte un’altra grande battaglia prolungatasi, con qualche sosta, dalla metà di agosto. Le nostre truppe, forzando il medio Isonzo, su ponti gettati sotto il fuoco nemico, hanno preso d’assalto, ed in gran parte conquistato l’altipiano della Bainsizza, ritenuto un fortilizio.
Anche sul Carso importanti posizioni sono state strappate al nemico che ha opposto ovunque accanita resistenza.
Mi preoccupa molto invece la situazione interna. Alla fine di agosto, a Torino, ci sono stati degli scioperi col pretesto della mancanza del pane. E strano come il Piemonte, che è sempre stato alla testa di tutti i moti del Risorgimento, questa guerra non la senta. Si dice che sia l’effetto dell’atteggiamento neutralista di Giolitti, che nella sua regione, ha tutt’ora grande seguito. In tutti i modi, queste manifestazioni danno da pensare. Anche il contegno dei deputati o almeno dei deputati socialisti, è deplorevole, alcuni sono andati da Boselli a protestare contro l’avanzata della Bainsizza come se fosse Montecitorio. Certo Cadorna gode di poche simpatie fra i ministri e deputati che non gli perdonano la poca considerazione nella quale egli li tiene: essi quindi accolgono premurosamente le lamentele le critiche dei vari generali silurati. A tutte queste ragioni di perplessità, sei venuto ad aggiungere la nota del Papa ai sovrani e ai capi di Stato, pubblicate ad agosto dall’osservatore romano, nella quale egli invoca la sensazione di questa lotta tremenda, la quale ogni giorno più apparisce una inutile strage. Questa nota ha prodotto un’impressione profonda specialmente nelle campagne, dove è già tanto sentita l’assenza degli uomini: ma ne sento parlare anche in città, ed i socialisti sono gongolanti per l’insperato sostegno alla loro tesi.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 81-82 (edizione Garzanti)

La disfatta di Caporetto (1917)

La relativa tranquillità sia sul fronte occidentale (dove il conflitto tra Francia e Germania era in fase di stallo), che su quello orientale (con la Russia resa inoffensiva dalla caduta dello zar), aveva permesso agli alleati austriaci e tedeschi di ammassare notevoli contingenti di truppe al confine italiano per tentare di sfondare la linee sferrando un robusto attacco. Il luogo prescelto per l’azione fu la valle dell’ Isonzo, vicino a Caporetto (al confine tra l’Italia e l’attuale Slovenia), luogo già precedentemente teatro di ben 11 battaglie, dagli esiti altalenanti. Nonostante il Comando italiano (generale Cadorna) fosse perfettamente al corrente dell’attacco imminente, l’offensiva nemica quel 24 ottobre 1917, colse del tutto impreparato il nostro esercito. Diverse le motivazioni: sottovalutazione del pericolo,  posizionamento su quel fronte di giovani inesperti e scarsamente addestrati all’uso dell’artiglieria, truppe demotivate per la difficoltà di comunicazione e di coordinamento fra i vari reparti. Pare ci si mise pure il maltempo, tutto questo concorse a trasformare quella battaglia un un’autentica carneficina per noi.
Fu percepita come grande catastrofe militare perché essendo quella, una guerra di trincea (cioè di posizione), non consentiva al nemico di sfondare le linee guadagnando più di un centinaio di metri al giorno. In questo caso, ci fu un’autentica rotta con arretramento del fronte italiano circa un’ottantina di chilometri, dall’Isonzo al Piave, nel giro di poche ore.

Il generale Luigi Cadorna comandante supremo dell’Esercito Regio

Facile addossare la colpa agli altri, per mascherare gli errori propri: questo il bollettino di Cadorna:

«La mancata resistenza di reparti della II Armata, vilmente ritiratisi senza combattere, ignominiosamente arresisi al nemico o dandosi codardamente alla fuga, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra del fronte giulio. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti a impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie, combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al comando supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere».

Ecco come Ettore Conti apprese e visse il comunicato di Cadorna:

29 ottobre 1917
Ero passato all’Unione prima di pranzo, per avere notizie della guerra, quasi un presagio. Tra la generale desolazione abbiamo letto il terribile comunicato di Cadorna sulla rotta di Caporetto.

Impossibile riassumere le sensazioni che mi hanno sconvolto: dolore, ira e soprattutto ribellione verso l’avvenimento: qualunque sforzo, qualunque sacrificio, ma non piegare davanti alla disfatta.

Sono più di due anni dalla nostra entrata in guerra ed è la prima volta in cui vedo nella Patria qualche cosa di vulnerabile a morte. Fino ad oggi la guerra era una cosa lontana, di cui si seguivano ansiosamente le vicende; ma, anche per il suo andamento in complesso favorevole, non si pensava potesse implicare la possibilità di un disastro. Adesso il disastro si abbatte sulla mia Patria. La Patria è stata sempre sentita da me come un dono di Dio che non può mancare, come ci bisogna il pane quotidiano. Servirla, anteporre di interessi ai miei, sempre ho creduto il più naturale e giocondo dovere: che realmente la sua esistenza, potesse un giorno essere affidata alla fedeltà, al sacrificio dei suoi figli, questo era un sentimento di cui non avevo sentito a sangue la tragica verità, la poetica angoscia.

Vado al Comando per chiedere come posso servire.

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 83 (edizione Garzanti)
I soldati in ritirata a Caporetto

La vittoria (1918)

Dopo la trepidante attesa di notizie dal fronte, l’esultanza per la vittoria e la fine di un conflitto che ha seminato così tanti lutti.

4 novembre 1918
Fortuna di essere italiano, all’odierno bollettino: “La guerra contro l’Austria-Ungheria è vinta”. Vinta
!

Da parecchi giorni non vi era dubbio che avvenimenti importanti andavano maturando, e la gioia di tutti era già grande all’annuncio che le nostre truppe, avanzando dal Tonale, erano entrate a Trento e che altre, dal mare, erano sbarcate a Trieste.

Trento e Trieste, italiane nello stesso giorno; realtà d’un sogno. Ma anche la trepidazione era stata assai forte nelle ultime settimane: per quattro giorni i nostri bollettini avevano parlato di asprissimi combattimenti sul Grappa, senza peraltro annunciare risultati importanti. Poi venne l’annuncio che avevamo varcato il Piave, attraverso però violente controffensive, per cui gli animi stavano sospesi in trepidante attesa.

In seguito, le buone notizie si son fatte sempre più incalzanti: un largo tratto della riva sinistra, saldamente tenuto; occupate Vittorio e Serravalle; la nostra cavalleria a Sacile, controllata la fronte nemica del Grappa, ripresi Asiago e tutto l’altipiano; ripresa Belluno; la cavalleria sul Tagliamento; gli austriaci in rotta; migliaia e migliaia prigionieri: cannoni catturati; Udine ripresa, Trento e Trieste occupate e finalmente, questa sera, la notizia che a Villa Giusti, l’Austria aveva firmato l’armistizio.

 Ore 15, le ostilità erano cessate; finita questa guerra che pareva non dovesse finire mai, è finita così. Che Dio sia ringraziato!

Da “Dal taccuino di un borghese” di Ettore Conti pag. 100 (edizione Garzanti)

Per la lettura della seconda parte di quest’articolo, cliccare sul seguente link:
La Storia dal 1895 al 1941 letta attraverso il diario di Ettore Conti (parte 2)

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