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La Senavra

Premessa

Di buon mattino, un cocchio dorato a quattro cavalli, appena uscito dal Palazzo Ducale, si stava dirigendo verso Porta Tosa, caracollando lentamente sull’acciottolato sconnesso. Davanti ad esso i battistrada stavano faticosamente aprendogli un varco tra la folla che, già a quell’ora, brulicava rumorosa fra i banchi del Verziere, l’unico grande mercato ortofrutticolo della città.

Superato il ponte, subito dopo la Porta allora ancora a ridosso della fossa interna dei Navigli (l’attuale via Sforza), e passato il boschetto di san Pietro in Gessate, si apriva alla vista, sia alla destra che alla sinistra del Naviglietto, una distesa di prati e di marcite a perdita d’occhio, qualche singolo casolare, una villa patrizia sull’alzaia destra del canale, mentre avanti ancora, in lontananza, fra la foschia, s’intravedevano alcune cascine del borgo di Monluè.

Ndr. – Dove oggi si trova corso di Porta Vittoria, al tempo scorrevano le acque del Naviglietto, (o Naviletto) canale scavato intorno al XIII secolo. Il fiume Lambro, a quei tempi, era ancora navigabile e così, per poter usufruire maggiormente della Fossa Interna (Cerchia dei Navigli, allora già esistente), fu deciso di creare da quel punto, un canale che li unisse.
Inizialmente il Naviglietto era perfettamente navigabile, tuttavia una serie di aperture realizzate successivamente per poter prenderne l’acqua ed irrigare i campi tra Porta Tosa e il Lambro, lo resero ben presto inutilizzabile.  Successivamente, venne usato come emissario, per scaricare le improvvise piene del Seveso e dell’Adda ma, per impedire che le piene stesse superassero anche le sponde del Naviglietto e quindi creassero allagamenti, venne fatta costruire nel 1570, una diga, sotto la nuova Porta Tosa (l’attuale piazza Cinque Giornate).

Questo, fu il primo dei Navigli ad essere ricoperto già nel 1838, al punto che se n’è praticamente persa la memoria. La sua copertura portò a ricavare dalle due alzaie, costruite ai lati del canale per il traino delle barche, un unico grande viale chiamato “Strada per la Senavra.(attualmente Corso XXII Marzo).

Ed era proprio a quella villa patrizia di campagna, che le due dame nel cocchio, stavano dirigendosi. Erano Isabella di Capua, principessa di Molfetta ed Ippolita Gonzaga, rispettivamente moglie e figlia del nuovo governatore spagnolo di Milano, Don Ferrante Gonzaga.
Era il 1548: due anni prima, morto Alfonso d’Avalos, Marchese del Vasto (precedente governatore della città), l’imperatore Carlo V, re di Spagna, aveva nominato Don Ferrante Gonzaga (già viceré di Sicilia), a prendere il suo posto, a Milano.

Incamminandoci oggi lungo il Corso XXII Marzo, alla ricerca di questa residenza di campagna, (sperando di riuscire a trovarla), resteremmo sicuramente delusi. Non esiste più! All’altezza del numero 50 infatti, (nel tratto del Corso compreso fra l’incrocio con viale Piceno e quello col viale Campania), lì dove i cronisti del tempo decantavano la presenza della villa e di un magnifico giardino di rose, vi è una chiesa, esternamente decisamente molto spartana, al punto che, se non fosse per la presenza della grande croce in facciata, si stenterebbe addirittura a riconoscerla per tale. In effetti, più che una chiesa, sembra un vero e proprio palazzo dalle architetture dal sapore baroccheggiante.

Facciata della chiesa di Corso XXII Marzo n. 50 – Milano

Come si può vedere dalla targa sui mattoni rossi della facciata, il luogo di culto riporta la seguente denominazione: “La Senavra” Parrocchia del Preziosissimo Sangue di Gesù. Per un profano, che non ne conosce la storia, è uno strano nome davvero!

Che vuol dire il termine ‘senavra’?

Non trattandosi di un nome proprio, l’etimologia di questa parola non è del tutto chiara: si possono solo fare supposizioni. Vi è, ad esempio, chi asserisce che il termine “senavra” (derivato da sinapis alba), in antico milanese, significhi senape, forte del fatto che, risulterebbe da qualche scritto, vi fossero in zona degli orti, ove si coltivavano piante di senape. Altri propendono per la tesi che si tratti di parola derivata da Sinus Averanus, una palude (sinus) situata nelle vicinanze. Ultima ipotesi ancora [Ndr. – che personalmente mi sentirei di escludere, come vedremo più avanti], è che il nome dell’edificio, sia una storpiatura di Scena aurea, nome dato a quella costruzione dai Gesuiti quando, centocinquant’anni dopo, presero possesso della stessa.

Sinapis alba (Senape)

La Senavra’, villa suburbana

Il podere su cui aveva posato gli occhi Don Ferrante Gonzaga, era un’area che, da un lato, si affacciava direttamente sull’alzaia del Naviglietto e dagli altri tre, confinava con i terreni dei Benedettini succeduti agli Umiliati nel Monastero di san Pietro in Gessate. Un “isolotto” questo, che faceva gola ai frati e che divenne di loro proprietà nel Seicento,

Pare che Don Ferrante Gonzaga risultasse essere, nel 1548, il più antico proprietario di questa dimora di campagna, di cui si abbia traccia documentata, ma non si sa se la sua villa fosse stata costruita ex novo o fosse frutto di qualche riadattamento di un edificio preesistente (cosa molto probabile). Durante il periodo in cui era stato viceré in Sicilia, Don Ferrante Gonzaga aveva assunto ai suoi servigi un architetto di Prato, Domenico Giunti, per la realizzazione di alcuni lavori difensivi nel Forte di Messina (che prenderà poi infatti il nome di Forte Gonzaga).

Il Forte Gonzaga a Messina

Diventato in quegli anni, uomo di fiducia del Ferrante, l’architetto Giunti lo seguì poi a Milano, per sovrintendere a tutte le opere di edilizia, sia militare che civile, propostegli dal neo-governatore. Data la sua particolare posizione, è quindi molto probabile che siano a lui attribuibili i famosi Bastioni o “mura spagnole”, che, come opera militare difensiva della città, Don Ferrante iniziò a far costruire proprio quegli anni. Fra le opere civili commissionate al Giunti dal governatore, fu sicuramente opera sua l’ampliamento della villa suburbana “la Gualtera”, chiamata così dal nome del suo fondatore Gualtiero da Bescapè, cancelliere di Ludovico il Moro, villa che, dopo il suo lavoro di ristrutturazione, diventò la Gonzaga (cioè l’attuale villa Simonetta di via Stilicone 36).

Don Ferrante Gonzaga

La villa è progetto di Domenico Giunti?

E’ meno certo che abbia costruito o ristrutturato lui la Senavra, ma il fatto che quanto meno vi abbia fatto delle ispezioni, comparirebbe evidente da una lettera scritta, il 26 febbraio 1550, dallo stesso architetto ad Isabella (moglie di Don Ferrante), cosa questa che dimostrerebbe come l’architetto abbia quantomeno dato la sua collaborazione, in qualità di consulente.  Scrisse alla principessa di Molfetta: “ …. non altro che sono stato a La Senavra e le cose di quella vanno benissimo, e le bacio le mani umilissimamente…”.

Ndr. – Il fatto che il nome ‘La Senavra‘ venga riportato su questa lettera di Domenico Giunti scritta alla moglie del governatore, significa che, alla data di quello scritto, questo nome evidentemente già esisteva, il che escluderebbe automaticamente la tesi che la paternità di tale nome sia ascrivibile ai Gesuiti che presero possesso di quella villa quasi centocinquant’anni più tardi.

Paiono appartenere comunque allo stile di Giunti il corpo avanzato della struttura verso la strada ed i vari ordini di logge a colonne e balaustre che cingevano le due corti, come anche le loggette esterne. Lavori che rimanderebbero allo stesso stile della Villa Gonzaga.

Utilizzo della villa

Questa villa suburbana era essenzialmente una dimora di campagna estiva per la famiglia, non una villa di delizie e di bagordi, come si potrebbe pensare. A detta degli storici, Don Ferrante, caratterialmente, non era amante di questo genere di frivolezze, ed essendo di costumi piuttosto morigerati, ambiva alla tranquillità e alla pace. A quei tempi, come si è detto, tutta quella zona di Corpi Santi, era aperta campagna, e, probabilmente, in certi periodi dell’anno, la vegetazione rigogliosa doveva avere anche il suo fascino; certamente però non era molto salubre abitarci, visto che, fra fontanili, marcite, rogge varie, il Naviglietto davanti casa ed il Lambro che scorreva non lontano, tutta la zona, molto umida, era sicuramente infestata dalle zanzare. L’unica giustificazione plausibile per aver scelto di avere una dimora simile in quel posto era probabilmente il grande amore che lui nutriva per la natura e la vita campestre.

La prematura morte di Don Ferrante Gonzaga

Quando poi, nel 1554, il governatore, caduto in disgrazie dell’imperatore Carlo V, fu da lui obbligato ad andare a Bruxelles, abbandonando il suo governatorato a Milano, non vendette le proprietà acquisite in città ma le tenne per sé, pensando di tornarvi una volta finito il suo incarico all’estero. Invece nel 1557, appena cinquantenne, morì proprio a Bruxelles in seguito a una «strana, varia malatia» che lo colpì, dopo essere stato ferito nella Battaglia di San Quintino, vinta dagli spagnoli sui francesi, per il possesso dei territori italiani.

Vari passaggi di proprietà

Tutti i suoi beni, fra cui la villa de ‘La Senavra‘ passarono al figlio primogenito Cesare (1530 – 1575) diventato nel frattempo, cognato di Carlo Borromeo, avendo sposato Camilla, la sorella dell’Arcivescovo. Trasferendosi con la propria corte nello Stato di Guastalla (che il padre, qualche anno prima, aveva acquistato dalla contessa Lodovica Torelli, con l’intento di farne un possedimento degno della sua casata), cedette ‘La Senavra‘ al castigliano Giorgio Manrique di Lara (suo parente per parte di moglie, avendo questi sposato una Borromeo, nipote di Camilla). Amante del vino, la villa durò molto poco in sue mani. Egli si accordò infatti con tale Giuseppe Po, barattando ‘La Senavra‘ con diversi poderi con vigneti, attrezzature (come torchi per fare il vino), ed una cascina, di proprietà di costui, in quel di Senago e di Senaghino. Qualche anno dopo, in punto di morte, il Po lasciò in eredità la dimora alla madre vedova Daria Rusca che, dovendo pagare dei debiti di famiglia, si affrettò, nel 1585, dietro suggerimento dei monaci Benedettini di San Pietro in Gessate confinanti con la sua proprietà (sulla quale da tempo avevano posato gli occhi), a venderla a monsignor Giovanni Fontana, che, una volta comprata, la donò ai suoi amici Benedettini. Quando, dopo averla affittata per una decina d’anni, anche i Benedettini, nel 1609, decisero di venderla, corse ad acquistarla la contessa Olimpia Pallavicini moglie del conte Giorgio Trivulzio.

Nel corso del Seicento, vi furono diversi altri passaggi di mano fra vari acquirenti nobili ed ecclesiastici che l’acquistarono non per abitarvi, ma per pura speculazione. La mancata manutenzione, necessaria per contrastare la forte umidità della zona, portarono l’immobile rapidamente al degrado e quindi alla svalutazione. Fortuna volle che, nel 1682, ‘La Senavra‘  finisse acquistata, per pochi soldi, dal marchese Don Ferdinando Rovida, conte di Mondandone, che la tenne per una quindicina d’anni. Nel 1692, dopo averla restaurata ed abbellita, decise di venderla ed entrò in trattative con don Carlos Homodei marchese di castel Rodrigo, viceré di Valencia. Intanto, in attesa che le trattative per la vendita si perfezionassero col miglior offerente, affittò la villa ristrutturata a gente non appartenente all’alta società. Fra i pigionanti risulterebbe un muratore, vari artigiani e commercianti e persino un oste che aveva aperto un’osteria, adattando allo scopo, alcuni ambienti affittati al pianterreno della villa.

Comera la villa

Purtroppo pare non esista alcun disegno di come si doveva presentare la villa all’epoca. Di essa rimane unicamente una descrizione fatta da Francesco Bianchi, l’ingegnere incaricato dal marchese Rovida di fare la stima del bene per la sua vendita, prima che, alla fine, curiosamente venisse ceduta alla Congregazione dei Sacerdoti di San Fedele:

Dalla strada maestra detta strada della Malpaga o di Monluè, si accedeva alla porta nobile mediante un ponticello sopra il Naviletto, “e sopra il medesimo ponte vi sono duoi piedestalli con due collone sopra, et lesene opposte con architrave, freggio et cornice che sostiene il poggiolo, il tutto in cieppo gentile”. Ingresso adunque assai decoroso, e dopo la porta con spalle ed arco ed ornamenti del medesimo ceppo veniva un lungo andito a volta e panche a sedere in pietra viva lungo le pareti; l’andito immetteva in una prima corte con porticato e loggia superiore rivolti verso levante, entrambi con colonne in pietra viva.
La corte era completata per due lati da un muro di cinta “coperto di coppi con sotto guzza di cotto”, di contro al qual muro attraverso di cui una porticina immetteva nell’ortaglia, vi era la “conserva per il ghiaccio”.…..
Al piano nobile sopra l’andito vi era una galleria aperta verso mezzogiorno sulle logge del cortile; verso tramontana dava “sul poggiolo con lastre di cieppi gentile et suolo al di sotto formate a rabesco, suo parapetto e balaustra, con pidestalli fra mezzo e cartelloni e scudo per armi, il tutto del medesimo cieppo…”
In fianco alla suddetta galleria, sempre al piano nobile, vi era l’oratorio “con volto in cotto, il tutto dipinto, nel mezzo del quale, per dar luce al medesimo, vie è lanternino con otto pilastrelli, cappelli et base di cieppo come sopra, acquasantino di vivo fatto fare dal detto signor marchese, balaustra con grado di macchia vecchia, altare et sito per esso in volta con lesene archeggiate, et sua brella, piccola sacrestia con volta a lunetta”.
Pure da porticato con colonne di vivo era cinta la corte nobile da tre lati; tanto al piano di terra come al superiore vi era una lunga fila di sale e stanze tutte dipinte e camini di marmo. Una “scaletta torniola”, ossia a chiocciola, sussidiava lo scalone grande, eppoi “cucina da nobile con otto fornelli”, dispensa, forno, pozzo “con morena di vivo”.
La facciata del suddetto edifizio verso il giardino è tutta dipinta con figure molto belle per quanto sia nei campi, tra una finestra e l’altra, e per il restante a chiaroscuro”. Era il giardino delle rose, tutto cinto da muro in cui si aprivano delle finestre con inferriate; sullo sfondo era dipinta una grande prospettiva, e fra i cespugli e i fiori, stavano le colombaie. 

La Senavra‘ ceduta ai Gesuiti

Una delle basi della dottrina e del metodo di Sant’Ignazio da Loyola, fondatore della Compagnia di Gesù, è costituita dalla pratica degli Esercizi Spirituali, già in uso sotto diverse forme, in ogni età della Chiesa, secondo l’esempio di Gesù nel deserto. Egli la concepì nella solitudine dell’isolamento di Manresa (in Catalogna), subito dopo la sua conversione e la impose come rigido regolamento, ai suoi seguaci.
Con Esercizi Spirituali s’intende ogni modo per esaminare la coscienza, meditare, contemplare, pregare vocalmente e mentalmente e altre operazioni spirituali. Hanno avuto una diffusione universale nel mondo cattolico, sia per i religiosi che per i laici. A questa attività, si sono dedicati vari ordini monastici e Congregazioni di preti secolari.
Fu Carlo Borromeo a favorire l’inserimento dei Gesuiti a Milano, assegnando loro, nel 1567, l’antica chiesa di San Fedele sulla cui area, questi decisero di costruire un nuovo tempio, un collegio e la Residenza.
Con la fondazione della Residenza di San Fedele e del Collegio di Brera, avvenute grazie al costante assillo dell’Arcivescovo, i Gesuiti devono essersi proposti tempestivamente anche l’istituzione, a Milano, di case apposite per gli Esercizi Spirituali. Una delle prime fu proprio quella de ‘La Senavra’, che non ebbe mai una comunità religiosa propria, ma fu sempre intesa come “succursale”, per particolari usi, della casa professa di San Fedele.
A ‘La Senavra‘ vi erano quindi i padri di San Fedele e i frequentatori degli Esercizi Spirituali, erano principalmente i devoti dell’Ordine gesuitico, quelli cresciuti nelle loro scuole e nei loro collegi, i penitenti e gli assidui della loro predicazione, i Terziari ed in genere, soprattutto gli appartenenti alle numerose Congregazioni; queste avevano nei loro statuti, la raccomandazione, se non addirittura l’obbligo, di praticare degli Esercizi Spirituali, almeno una volta all’anno, nelle case destinate a questo scopo. Fra queste primeggiava proprio ‘La Senavra‘.

Singolare sistema per l’acquisto dell’immobile

Fra le Congregazioni di San Fedele, la più importante era proprio quella dei Sacerdoti che, per il suo stesso istituto, era la più qualificata a promuovere la pratica degli Esercizi Spirituali. Giustificato quindi che fossero loro i tenutari de ‘La Senavra’. Abituati a condurre una vita modestissima, e disponendo unicamente oltre all’indispensabile per vivere, di poche suppellettili e di un quadro della Madonna, mai si sarebbero potuti permettere l’acquisto di una villa come quella. Eppure riuscirono a diventarne proprietari sulla “parola” che, prima o poi, sarebbero riusciti a saldare il loro debito col marchese.
La Chiesa, e in particolare la Congregazione dei Sacerdoti, a quei tempi, era molto influente sui credenti. Confidando nella loro capacità di persuasione, non ebbero remore nell’ideare un incredibile progetto di ammortamento del debito contratto col marchese Rovida: fatti i dovuti calcoli, bastava riuscissero a convincere cinquanta anime pie, che fossero contente di sborsare cento scudi (a testa) ovviamente senza interessi, in modo da coprire in toto il debito delle 30 mila lire imperiali richieste dal marchese Rovida, per l’acquisto de ‘La Senavra’. Secondo il noto detto “Do ut des”, come contropartita, la Congregazione prometteva la ‘menzione’ del donatore nei loro Esercizi Spirituali, e, in caso di passaggio a miglior vita dello stesso, gli garantivano l’effettuazione di una Messa cantata in suffragio della sua anima e l’Officio da Morto. Poiché simile promessa non era allettante al punto da stimolare l’elargizione delle offerte sperate nemmeno da parte dei più bigotti, quel piano di ammortamento fallì miseramente.
Ma la Congregazione non si dette per vinta: ne architettò una nuova. Era proprietaria della villa sulla carta, a fronte di un pagherò. Dopo qualche anno, ‘La Senavra’ cambiò ancora padrone: la cessione fittizia venne fatta “in casa” fra la Congregazione dei Sacerdoti e quella della Fabbrica della Chiesa di San Fedele (Gesuiti). Ciò era stato reso possibile per il fatto che, nel 1699, il conte Arconati, che aveva un figlio nell’Ordine dei Gesuiti, si era prestato, con regolare rogito notarile, a donare di tasca propria, all’Ordine stesso, le 30 mila lire imperiali necessarie per l’acquisto dell’immobile e annessi relativi. Vi erano però dei legati da rispettare: uno di questi, era a favore di un tale Prospero Fortunato Pusterla, ultimo affittuario, ancora alloggiante in quel palazzo. La villa non si sarebbe potuta demolire o ristrutturare fino a quando il Pusterla non se ne fosse andato da lì “sua sponte” (di propria iniziativa), o non avesse reso l’anima a Dio. Per loro sfortuna, i Gesuiti dovettero attendere ancora ben 45 anni prima che il Pusterla si decidesse a passare a miglior vita. Un secondo legato faceva riferimento allo stesso benefattore conte Arconati: si sarebbero dovute celebrare settecento messe in suffragio della sua anima, quando fosse morto. Impegno questo indubbiamente gravoso, ma comunque più accettabile!

Lato meridionale dells Senavra, tuttora esistente

Quello che vediamo oggi è il grande edificio dei Gesuiti, sorto ricostruendo la villa di cui non esiste più traccia. La documentazione relativa alla sua costruzione pare sia molto scarsa ma si presume che il grosso della costruzione sia avvenuto prima sui terreni dietro la villa stessa fra il 1730 e il 1740, in attesa che il Prospero Fortunato Pusterla rendesse l’anima a Dio. Non si conosce nemmeno il nome dell’architetto che progettò tutto il complesso.

La Senavra – Un corridoio dell’edificio dei Gesuiti

I Gesuiti tennero questo edificio per i loro Esercizi Spirituali per oltre settant’anni.

In seguito alla successiva soppressione della Compagnia di Gesù nel 1773, ad opera di papa Clemente XIV, perché accusata di esercitare troppa influenza sulle persone e sulle istituzioni religiose, oltre che per il loro impegno antischiavista in America Latina, tutti i beni del loro Ordine nel Lombardo-Veneto, vennero incamerati dal Governo Austriaco.

La Senavra’, manicomio (1781 – 1878)

La pazzia nel Medioevo

Fino a quando, in campo medico, non si iniziò a considerare la pazzia come una malattia, anche il progresso scientifico non si preoccupò minimamente di cercare una soluzione per aiutare quanti ne erano affetti. Non essendo una malattia, il problema non sussisteva proprio!
Secondo una credenza secolare infatti, era lo spirito del male, in lotta con quello del bene, a squassare i corpi e le anime degli alienati. Il pazzo, se tranquillo ed innocuo, era visto come un ispirato, un profeta o un santo; se pericoloso, era invece un posseduto dal demonio, uno stregone sceso a patti con l’inferno, un soggetto meritevole di torture e di morte. Anche per i pazzi cosiddetti “leggeri” non esisteva soluzione: epilettici, nevrotici e ipocondriaci, quando non potevano essere tenuti a casa, gestiti dai familiari, non esistendo diversa soluzione, andavano ad ingrossare le fila di questi relitti umani e venivano accolti negli istituti religiosi. I pazzi “pericolosi”, quando finivano in ospedale, venivano messi in catene come bestie, nei sotterranei, lontani dalla vista degli altri (praticamente in prigione!). Pare che addirittura per contenere i più agitati, erano state inventate anche delle gabbie “portatili” che venivano date a nolo a quei privati, che per amore o per pietà, non volevano che i loro cari finissero a marcire in ospedale.

L’Ospedale di San Vincenzo in Prato

A Milano, fin dall’XI secolo, contiguo al chiostro della chiesa di San Vincenzo in Prato, vi era l’omonimo Ospedale (nei pressi dell’odierna Porta Genova), “specializzato” nell’accoglimento dei pazzi: “Se de cervelo manchino, sive sono furiosi, hanno receptione sua separata nel hospitale de Sancto Vincentio”. Più tardi l’assistenza ai malati mentali fu assicurata dall’Ospedale Maggiore di Milano, che però si appoggiava sempre presso l’antico Ospedale di San Vincenzo, tradizionalmente destinato all’accoglienza degli alienati. Non ci voleva tanto a finire lì dentro: bastava la certificazione di un parente o del parroco o addirittura quella di un estraneo a cui il soggetto non era “simpatico”. Fra i pazzi, vi erano naturalmente anche gli agitati in preda al “ballo di San Vito”, disturbo caratterizzato da moto perpetuo con rapidi movimenti a scatto nel viso, nelle mani e nei piedi, il tutto totalmente scoordinato. [Ndr. – vedi il disegno di Bruegel in testata a questo articolo].

Non è tutto: lì c’erano pure “gli infirmi de la altre due qualitade: o de vechieza o de qualche ulceratione” e “li fernetici, cechi et sordi”. Infine, vi erano anche i cosiddetti figli dell’ospedale (cioè gli esposti, coloro che, magari perché nati deformi, erano stati abbandonati dai genitori, sulla ruota). Questi ultimi in particolare erano davvero tanti. C’era quindi una promiscuità incredibile.

I monaci del vicino chiostro, passavano loro gli avanzi del pranzo, ma nulla più. Come detto, non essendo considerate malattia, le varie forme di pazzia, per questi poveri disgraziati non era prevista alcuna assistenza medica e nemmeno cure palliative, eccetto quella (a detta loro, efficacissima), consistente nel gettare quei poveretti, in bigonce (cioè secchi di legno) di acqua gelida, prelevata dal Naviglio, o dai pozzi. Se i pazzi, trattati con questo metodo, non rinsavivano, restavano incatenati nei sotterranei dell’Ospedale abbandonati al loro tristissimo destino e in balia delle proprie diversità, aspettando la morte liberatrice.

Quando, nel 1642, l’Ospedale di San Vincenzo fu aggregato alla Ca’ Granda, le cose cambiarono in meglio per l’Ospedale, ma non certo per i pazienti. Dal punto di vista amministrativo, introdussero le rette per i più abbienti, mantenendo invariata la qualità del “non servizio”. A parte la scodella di brodaglia garantita a tutti per la sopravvivenza, per il resto, il trattamento, nei due casi, era uguale, cioè nullo!

La mensa in manicomio (disegno di Bruegel)

La novità rispetto a prima era che ora su un registro, di fianco ai nomi dei pazzi reclusi in catene, compariva la tipologia del soggetto: “inspirato” o “indemoniato”, o altrimenti, se tranquillo (ma solo epilettico), “casca per terra”! Il miglioramento reale stava nell’organico di cui si era dotato l’Ospedale (grazie alle rette incamerate): il fattore (un amministrativo, che teneva i registri contabili), il barbiere (una sorta di aiuto-medico factotum), il portinaio, il curato, la dispensiera, la priora e un numero imprecisato di inservienti. Bisognerà attendere il 1688 per veder comparire anche un vero medico. La figura principale era comunque sempre quella del barbiere, diversamente chiamato anche flebotomo (cioè colui che armato di bisturi, eseguiva semplici operazioni chirurgiche). Fra i suoi compiti, oltre al classico taglio di capelli, barba e unghie, in qualità di assistente al medico, era anche esperto in purghe, salassi, clisteri, vescicanti, estrazione di denti ecc.

Ndr. – Un vescicante è qualcosa che è in grado di sollevare vesciche cutanee al contatto. I vescicanti erano notoriamente usati durante la prima guerra mondiale come agenti di guerra chimica, con gli eserciti che utilizzavano composti come il gas mostarda per disabilitarsi a vicenda. Alcuni vescicanti sono classificati esclusivamente come agenti chimici, senza alcuna utilità nota. È importante evitare il contatto con i vescicanti quando possibile perché sono altamente corrosivi e possono essere estremamente pericolosi.

Solo molto più tardi, in questi luoghi, l’aspetto sanitario cominciò gradualmente a prevalere sul resto. Ad esempio, i ricoveri iniziarono ad essere subordinati ad una visita medica, si cominciarono a separare i pazienti in funzione della patologia, si registrarono i farmaci somministrati ad ognuno e le diete da seguire.

La Pia Casa della Senavra, manicomio (1781 – 1878)

Furono i problemi di eccessivo sovraffollamento, e di assurda promiscuità all’Ospedale di San Vincenzo in Prato, ad indurre, nel 1775, il governatore della Lombardia austriaca Carlo Giuseppe di Firmian, a prendere in considerazione la cosa, dietro approvazione di Maria Teresa d’Austria, e a tentare di trovare una soluzione al problema. Vennero così individuate due nuove sedi: una riservata ai trovatelli, la Pia Casa degli Esposti e delle Partorienti in Santa Caterina alla Ruota di Milano, e l’altra riservata ai pazzi (e per i primi anni anche ai disabili fisici), la Pia Casa della Senavra (resasi libera proprio nel 1773, grazie allo scioglimento dell’Ordine dei Gesuiti). Naturalmente venne fatto un progetto di ristrutturazione del complesso della Senavra ad uso manicomio, senza stravolgere gli ambienti. Il progetto divenne esecutivo dopo la pubblicazione del decreto del 5 settembre 1780, col quale l’Imperatrice Maria Teresa d’Austria regolava tutta la materia. Probabilmente questo fu uno dei suoi ultimi decreti. Due mesi più tardi (il 29 Novembre) sarebbe morta di polmonite, all’età di soli 63 anni.

Esattamente un anno dopo la firma del decreto, durante la notte del 15 settembre 1781, mentre Milano dormiva sonni tranquilli, la Pia Casa della Senavra apriva le sue porte alle urla strazianti e alle grida di disperazione di poco più di un centinaio fra uomini e donne. La testa rasata, gli occhi sgranati, le labbra in perpetuo movimento, il volto contratto da smorfie di dolore, i pazzi della città si preparavano ad abitare quello che nella prima metà dell’Ottocento sarebbe diventato il manicomio di Milano.

Il trasferimento veniva fatto nottetempo con dei carri sui quali i pazzi venivano legati a quattro a quattro fra loro e alle panche su cui stavano seduti. [Ndr. – Voglio augurarmi che questo trattamento fosse riservato unicamente agli agitati e ai pericolosi e non ai tranquilli].

Dal 1791. la struttura ospitò solo pazzi

Se, nei primi anni dalla fondazione, vennero accolti nei suoi stanzoni ,distribuiti su tre piani, oltre ai pazzi propriamente detti, anche individui affetti da disabilità fisiche (cioè coloro che avevano avuto la sventura di essere nati sordi, muti o ciechi), a partire probabilmente già dal 1791, ‘La Senavra’ divenne una casa per soli pazzi. Da quell’anno infatti, come dichiarato in un Avviso del Magistrato Politico Camerale, per poter essere ammessi alla struttura si dovevano esibire due documenti: uno (firmato da un medico) che attestasse la vera pazzia del soggetto, e un secondo (firmato inizialmente da un parroco e poi – a partire dal 1794 – solo dalle Congregazioni Municipali e dai Deputati all’Estimo) che attestasse il vero stato d’indigenza dell’individuo, per il quale veniva chiesto il ricovero. Questo suggerisce che ‘La Senavra’ già a partire da fine secolo, ospitasse nella struttura solo e unicamente, individui classificati come “pazzi”.

La SenavraAla del fabbricato terminante con campanile a vela verso via Cipro (distrutto durante i bombardamenti del 1943)
La medesima veduta della figura di sopra, dopo il restauro della porzione di edificio non distrutta dal bombardamento del 1943

Struttura inadeguata e malsana

Costruito su tre piani, disponeva di una grande cucina, di diverse dispense, ripostigli e larghi corridoi, ma era assolutamente privo di bagni, che furono costruiti, insieme ai laboratori, soltanto nei primi decenni dell’Ottocento.

Comunque fin da subito, la nuova struttura cominciò ad evidenziare i suoi limiti di inadeguatezza a essere usata come luogo, in cui realizzare sui pazienti, qualunque tipo d’intervento terapeutico. Gli ambienti erano malsani a causa di problemi di umidità dovuti all’ubicazione del complesso (in mezzo alle marcite). Quanto alla struttura interna, Cesare Castiglioni, che fu direttore de ‘La Senavra’, così la giudicava: “incongruente ne è l’ordine e la distribuzione de’ locali disponibili … presso che tutti i corritoj difettano d’aria e di luce … eccessivo è l’umidore delle pareti e nella più parte de’ quartieri e delle stanze”.
Nel 1782, l’arciduca Ferdinando d’Austria, dopo una visita ai locali della Senavra, trovò che fossero troppo oscuri e umidi perfino per dei pazzi e ordinò, così, di aprire delle piccole finestre, di rialzare i pavimenti al pianterreno. e fare delle opere esterne di drenaggio delle acque. Si trattò comunque di una soluzione palliativo che non risolse il problema.

Alto rischio di epidemie o malattie contagiose

Con i locali umidi, bui, l’aria stantia e l’acqua stagnante, non si può dire che si trattasse di un luogo salubre, quanto piuttosto di un ambiente favorevole alla diffusione delle malattie contagiose, tra cui la malaria. Poco prima della chiusura della struttura, vi fu al suo interno una epidemia di colera.

Luogo di dolore e morte

Urla, risate senza gioia, bestemmie, pianti… E come cura, catene, docce gelate, salassi, purghe, clisteri, vescicanti e bastonate… Anche qui veniva talvolta qualche angelo, come il dottor Andrea VergaGaetana Agnesi che si occupava di donne disperate. Ma l’inferno era qui, e la morte, il paradiso.

La cosa fu talmente traumatica che la reputazione “sinistra” de ‘La Senavra’, non si è ancora del tutto estinta oggi, a oltre 140 anni dalla sua chiusura definitiva.

Il manicomio della Senavra

A partire dalla prima metà dell’Ottocento, il numero dei ricoverati a ‘La Senavra’ (inizialmente previsto per una capienza di 300 posti), gradatamente aumentò, fino a superare i 550 ospiti alla metà del secolo.

Come mai così tanti ricoveri?

La motivazione di questo progressivo incremento di richiesta di assistenza era dovuta principalmente alle trasformazioni socio-economiche della società lombarda fra la fine del Settecento e la prima metà dell’Ottocento. Il rapido processo di sviluppo delle attività manifatturiere, unitamente all’introduzione dell’affitto capitalistico nella pianura irrigua, portarono ad una progressiva disgregazione della famiglia contadina e dei nuclei abitativi delle campagne. A differenza di prima, tutti i membri della famiglia, comprese le donne (che fino ad allora erano rimaste ad accudire la casa ed i figli), ora prestavano la loro opera nei campi o nelle manifatture, lavorando dalla mattina alla sera. E lavoravano pure i figli, anche se minori. Così finivano col diventare un peso insostenibile, i soggetti improduttivi bisognosi di assistenza, che le famiglie fino a quel momento avevano accudito. Così, figure sociali come il demente, il cretino, o l’inetto, che fino ad allora, erano sopravvissuti ai margini di un’economia di sussistenza, non potevano continuare a vivere in famiglia perché, lavorando tutti, in casa nessuno poteva assisterli, quindi venivano affidate all’assistenza pubblica.

Altro motivo di sovraffollamento della struttura in epoca napoleonica, fu quando la polizia iniziò ad utilizzare l’internamento a ‘La Senavra’, come strumento di repressione politica, chiudendo fra i pazzi, qualche elemento irrequieto, sgradito al governo.

Per risolvere il problema del sovraffollamento, l’aumento dei posti letto venne realizzato, adattando con inferriate alle finestre alcuni ambienti non precedentemente utilizzati, e sistemando 75 carriole, i famigerati lettucci volanti (tipo le attuali barelle dei Pronto Soccorso), stabilmente allineati in fila, lungo i bui corridoi.

La villa di Mombello (1865 – 1999)

Stante il progressivo incremento della popolazione della provincia, già nel 1846 si cominciò a progettare la costruzione di un nuovo ospedale psichiatrico a Desio, per il quale venne appositamente acquistato un terreno, ma poi non se ne fece nulla.

Poiché comunque le richieste di ricovero continuavano ad aumentare, nel 1865, per far fronte a questo nuovo sovraffollamento, essendo necessario trovare una soluzione radicale e immediata, si decise di riservare ai pazienti la Villa Pusterla-Crivelli-Arconati, una villa settecentesca inutilizzata, situata a Mombello, (attualmente frazione di Limbiate in Provincia di Monza e della Brianza). Si trattava di una imponente villa patrizia che, nel 1700, fu la dimora di Ferdinando IV di Borbone, re di Napoli, e successivamente, nel 1796-1797, preferita alla reggia di Monza, divenne il quartier generale di Napoleone Bonaparte, durante la sua Campagna d’Italia.

Cesare Castiglioni, direttore de ‘La Senavra’, organizzò inizialmente il manicomio di Mombello come colonia agricola per i malati tranquilli che non necessitavano di cure insistenti. Ora, nel 1865, con i suoi 60 pazienti trasferiti lì, era diventata la succursale del manicomio dei Corpi Santi.

Ndr. – Corpi Santi, così si chiamava, fin dall’alto medioevo, il territorio suburbano, tutt’intorno alla città perché lì, fuori le Mura, vicino ad ogni Porta, vi erano i “fopponi” (un cimitero per ogni sestiere) e perché quel territorio era soggetto alla giurisdizione dell’ Arcivescovo

Manicomio di Mombello

I pazienti, in seguito, aumentarono a trecento e vennero suddivisi in base alle caratteristiche comportamentali, ovvero, in tranquilli, agitati e sudici. I tranquilli avevano accesso a tutte le attività lavorative considerate terapeutiche, gli agitati (per i quali era previsto un trattamento contenitivo) venivano tenuti incatenati in isolamento, mentre i sudici (cioè coloro che defecando ovunque, si beavano nella loro puzza e sporcizia), erano tutti rinchiusi in una unica stanza insieme, per evitare che “contaminassero” gli altri. In breve, la struttura divenne un vero e proprio villaggio, con uffici amministrativi, laboratori, spazi coltivabili, teatro, panificio, lavanderia e perfino una ferrovia privata. Nel 1878 questa struttura, costruiti nuovi altri padiglioni, divenne il manicomio unico della provincia di Milano e ‘La Senavra’, da quel momento, smise di funzionare come Ospedale psichiatrico. Nel 1880, a Mombello venne realizzata anche la stampa di un giornale interno.

I padiglioni pian piano aumentarono fino al 1914, arrivando a occupare anche il versante della collina che guarda Limbiate, riuscendo ad ospitare, nel corso del Novecento, circa 3500 malati.
Nel 1926, furono costruiti cinque padiglioni ad Affori, nei quali fu collocato, dal 1940, l’Istituto Ospitaliero Provinciale, intitolato a Paolo Pini.
L’istituto di Mombello (Limbiate), denominato “Ospedale psichiatrico Antonini”, venne chiuso dal punto di vista amministrativo a partire dal 31 dicembre 1998. Permane ancora oggi l’opera assistenziale, continuando ad occuparsi degli ospiti, nelle loro diverse collocazioni sul territorio, con operatori specializzati.

Medici illustri che operarono a ‘La Senavra

Presso ‘La Senavra’ operarono medici come Achille De Giovanni (1838-1916), garibaldino e senatore del Regno (1902) e Andrea Verga (1811 – 1895), che fu direttore del manicomio milanese e dell’Ospedale Maggiore di Milano, dove, a partire dal 1865, insegnò “Clinica delle malattie mentali”. Nel 1852 dette vita alla prima rivista specializzata “L’Appendice psichiatrica” della “Gazzetta medica italiana”. Nel 1864 fondò, insieme a Cesare Castiglioni e Serafino Biffi, l’Archivio Italiano per le malattie nervose e più particolarmente per le alienazioni mentali. Tra le sue opere si annoverano studi anatomici sul cranio e sull’encefalo, e ricerche psicologiche e freniatriche. Fu nominato senatore nel 1897.
Vi prestò la sua opera caritatevole anche Gaetana Agnesi, il genio della matematica, amica dell’Imperatrice Maria Teresa d’Austria e del Papa Pio VI, titolare della cattedra di analisi all’Università di Bologna, direttrice di un reparto del Pio Albergo Trivulzio (1771).
Vi fu rinchiuso, per questioni politiche, Giuseppe Lattanzi (1762 – 1822), oratore, giornalista e poeta, nonché proprietario del «Corriere delle Dame».

La Senavra’, ricovero comunale (1883 – 1963)

A seguito della chiusura del manicomio (dove, a sentire alcune fonti, Maria Teresa aveva anche fatto rinchiudere alcuni avversari politici), dal 1883, il complesso della Senavra cambiò nuovamente destinazione d’uso, divenendo un ricovero comunale, il Pio Ricovero di Mendicità.

Ospitò in quei locali i milanesi anziani che non potevano trovare altra dimora a causa della loro indigenza. Durante la Seconda Guerra Mondiale e il primo dopoguerra, vennero ospitati, nei grandi cameroni dell’istituto, in condizioni provvisorie e poco dignitose, pure i sinistrati che, a causa dei bombardamenti del 1942 e 1943, avevano perso la loro casa. Nel secondo dopoguerra, la Senavra divenne rifugio fatiscente per i senzatetto. Gli anziani della zona ricordano ancora lo spaventoso degrado di quella struttura lasciata andare in rovina, in cui vivevano intere famiglie, e soprattutto i molti bambini che giocavano tra panni stesi sui fili, il sudiciume generalizzato di quel posto.

La Senavra’ diventa chiesa (1966 – oggi)

La necessità di un luogo di culto nella zona, aveva fatto pensare in un primo momento all’abbattimento della struttura fatiscente del Ricovero di Mendicità e alla costruzione, al suo posto, di una nuova chiesa. Nonostante si trovasse in stato di abbandono, il complesso de ‘La Senavra‘, essendo stato dichiarato monumento nazionale, non poteva essere abbattuto. Così, nel 1959, l’allora Arcivescovo di Milano Giovanni Battista Montini annunciava la decisione di aver richiesto all’ingegner Giovanni Maggi la stesura di un progetto per edificare all’interno di quel fabbricato (ormai in rovina), una nuova chiesa per il quartiere. Nel 1962, si iniziò il lavoro di riconversione dell’edificio da ricovero di poveri, a chiesa parrocchiale, provvedendo a sistemare altrove le famiglie ancora ospitate in quel edificio ormai pericolante. Il progetto elaborato dall’ingegner Maggi, sottoposto alla Sovrintendenza ai Beni Culturali, ottenne la sua approvazione a condizione di poter sorvegliare direttamente i lavori. Il luogo di culto avrebbe preso il nome di Parrocchia del Preziosissimo Sangue di Gesù.

Il 4 maggio 1964, avvenne la celebrazione della posa della prima pietra per i lavori di rifacimento dell’ala di fabbricato prospicente Corso XXII Marzo, destinata ad ospitare il nuovo tempio.
Vennero demoliti i muri interni, senza far crollare quelli perimetrali; le strutture portanti vennero ricostruite e apparve l’ossatura della futura chiesa e degli annessi locali ad uso della parrocchia: un’area complessiva di 60 metri di lunghezza e 18 metri di larghezza interna, per un totale di circa 1000 metri quadrati. L’inaugurazione avvenne nel 1966, anche se servirono ancora diversi anni per il completamento della ristrutturazione, il riutilizzo di vari vani destinati agli uffici parrocchiali, e quello del seminterrato sotto il pavimento della Chiesa, destinato ad aule per i ragazzi, un ampio salone teatro, ed una palestra, di circa 300 metri quadrati, per partite di pallacanestro al coperto ed altri sport.

L’interno, oggi, della chiesa del Preziosissimo Sangue di Gesù.

Nel 1983, le cinque grandi arcate della chiesa vennero intonacate e l’altissimo soffitto si dotò di pannelli a copertura delle travi portanti del tetto; in seguito, l’abside venne arricchita da un gruppo scultoreo in stile moderno-figurativo volto a raffigurare il sacrificio della Croce strettamente congiunto al mistero della Risurrezione. Solo recentemente, con lil completamento dei lavori di sistemazione degli uffici e delle sale per la parrocchia, l’opera di recupero dell’antico edificio de ‘La Senavra’ appare concluso.

Opere sociali

L’antica vocazione caritativa rimane dentro le sue mura, che ospitano  due opere a carattere sociale: la Casa di Accoglienza Marta e Maria (offre asilo temporaneo a donne sole, che si trovano in stato di necessità), e L’Abilità (centro diurno e residenziale destinato a bambini diversamente abili, assistiti da personale specializzato e da volontari). In questo modo il complesso vecchio quasi cinque secoli,  rivive e, attraverso  tante vicende, dimostra la solidità del suo impianto e la tenacia di quanti hanno contribuito a utilizzarlo per il bene collettivo. 

Passando alla parte artistica, si può osservare come i grandi stanzoni del vecchio ricovero siano stati convertiti in un ampio volume luminoso (alle finestre si possono ancora notare le inferriate), che si conclude con un elegante altare sovrastato da un complesso bronzeo, comprendente un crocifisso, opera di Rosario Ruggiero, artista calabrese nato nel 1955, realizzata verso la metà degli anni Ottanta del secolo scorso, prima che l’artista si trasferisse a San Francisco, in California. Tra le altre opere d’arte, nella cappella retrostante, vi è un imponente crocifisso ligneo, posto alle spalle dell’altare, mentre sulle pareti della navata principale si possono trovare numerosi oggetti artistici di valore, quali quadri e sculture; interessante pure il fonte battesimale. In fondo al lato destro.c’è una copia dell’Assunta di Tiziano Vecellio, il cui originale si trova nella chiesa di Santa Maria dei Frari a Venezia.

Conclusione

Difficilmente capita d’imbattersi in edifici che, ad una lunga storia plurisecolare, uniscano una così grande varietà di destinazioni d’uso e per così lunghi periodi. Ebbene ‘La Senavra’, antica e longeva istituzione milanese, nonostante ciò, risulta oggi ancora sconosciuta ai più. Riassumendo, queste sono le tappe fondamentali: di questa struttura:

  • 1548 – Villa di Ferrante Gonzaga, Governatore di Milano
  • 1695 – Casa degli Esercizi Spirituali dei Gesuiti di San Fedele
  • 1774 – Ospedale dei pazzi della Città e del Ducato
  • 1881 – Pio ricovero di Mendicità del Comune
  • 1966 Chiesa Parrocchiale del Preziosissimo Sangue di Gesù Cristo

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