Il Ducato di Milano, “chiodo fisso” dei francesi

Premessa

Ripercorrendo la storia del Ducato, dalla sua origine all’inizio della dominazione spagnola, fra gli undici Duchi che si succedettero a Milano fra il 1395 e il 1535, ci furono ben due francesi: Luigi XII dal 1499 al 1512 e Francesco I dal 1515 al 1521. Come mai? Perché tutto questo interesse dei transalpini nei confronti del Ducato di Milano? Non esistevano delle regole da rispettare in caso di successione, tipo la lex salica o qualcosa di simile?

Ndr.- La legge salica (Lex Salica, chiamata anche Pactus legis Salicae per distinguerla da redazioni d’età carolingia ) …. è un codice fatto redigere da Clodoveo I re dei Franchi (481-511) attorno al 503 e relativo alla popolazione dei Franchi Salii, così chiamati perché abitavano la regione prossima alla riva del fiume Sala (successivamente noto come IJssel, oggi nel territorio dei Paesi Bassi). [rif. Wikipedia]

Convenzionalmente, come lex salica, viene indicata una disposizione che essa non contiene, ma che le fu tradizionalmente attribuita: cioè il principio che le donne e i loro discendenti sarebbero stati assolutamente esclusi dalla corona. Tale divieto, che non sussiste, come è noto, in vari Stati monarchici (per es., in Gran Bretagna e nei Paesi Bassi), vigeva nella monarchia italiana. [ rif. Treccani]

I Duchi di Milano

1 – Gian Galeazzo Visconti ……………………….. 1395 – 1402 morto di peste a Pavia
2 – Giovanni Maria Visconti ……………………… 1402 – 1412 assassinato a S. Gottardo in Corte
3 – Filippo Maria Visconti …………………………. 1412 – 1447 morte naturale a Milano
4 – Francesco Sforza ………………………………….. 1450 – 1466 morto d’idropisia a Milano
5 – Galeazzo Maria Sforza ………………………… 1466 – 1476 assassinato a S. Stefano in Brolo
6 – Gian Galeazzo Maria Sforza ……………….. 1476 – 1494 avvelenamento a Pavia
7 – Ludovico Maria Sforza detto il Moro ….. 1494 – 1499 prigionia a Loches (Francia)
8 – Luigi XII di Francia ………………………………. 1499 – 1512 << francese
9  – Ercole Massimiliano Sforza ………………… 1512 – 1515 morto di febbre in esilio (a Parigi)
10 – Francesco I di Francia ………………………… 1515 – 1521 morto di sifilide << francese
11 – Francesco II Sforza ……………………………… 1521 – 1535 morto di malattia a Milano

La cosa incuriosisce maggiormente per il fatto che, per la successione dinastica alla guida del Ducato, venne effettivamente adottato fin dall’inizio, il criterio della primogenitura maschile legittima, sistema questo peraltro già in vigore a Milano, ai tempi della Signoria. A dire il vero, cinquant’anni prima (1447) c’era stato anche un terzo pretendente francese, il padre di Luigi XII, che aveva vantato i medesimi diritti sul Ducato: era stato Carlo d’Orléans, figlio di Luigi di Valois, Duca d’Orléans e di Valentina Visconti. Evidentemente, ci doveva essere una ragione precisa in tutto questo! Ma quale?

Per capire la cosa, risaliamo ancora di una generazione, a quella cioè dei genitori di Valentina Visconti.

Gian Galeazzo Visconti, I Duca dal 1395 al 1402

Il padre di Valentina, Gian Galeazzo Visconti, fin dal 1378, era stato co-Signore di Milano (unitamente allo zio Bernabò, fratello di suo padre). Nel 1360, aveva sposato, in prime nozze, Isabella di Valois, figlia di Giovanni II, re di Francia. Per operare a mani libere, la co-reggenza con lo zio, gli stava stretta: con un colpo di mano nel 1385, lo estromise dal potere.

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Per il colpo di mano del nipote nei confronti dello zio :
“Bernabò e Gian Galeazzo Visconti”

Riuscì poi a tramutare la Signoria in Ducato, ottenendo il titolo direttamente dalle mani dell’Imperatore del Sacro Romano Impero, Venceslao. Divenne così il primo Duca di Milano a partire dal 1395.

Gian Galeazzo Visconti (1351 – 1402)

I Visconti, a quei tempi, cercavano di procurarsi parentele illustri e di “peso” per i propri figli, sia per motivi di prestigio del Casato, sia per garantirsi alleanze in caso di tentativi d’invasione da parte di potenze “non amiche” ai loro confini.

Poco prima di morire di peste nel 1402, Gian Galeazzo aveva prescritto nelle sue disposizioni testamentarie a favore della figlia Valentina,il diritto di successione sul Ducato di Milano per lei, per i suoi figli e discendenti, nel caso la discendenza legittima in linea maschile dei suoi fratelli, si fosse estinta“. Disposizione questa, gravida di significato e di conseguenze per le vicende politiche del Ducato, nei decenni che sarebbero seguiti.

Valentina Visconti

Morta Isabella di Valois nel 1372, dando alla luce il suo quarto figlio, [ ndr. – a parte Valentina (1371 – 1408), gli altri erano maschi tutti morti giovanissimi], Gian Galeazzo si risposò nel 1380, con la sua prima cugina Caterina, da cui ebbe altri tre figli, due dei quali maschi: Giovanni Maria (1388 – 1412) e Filippo Maria (1392 – 1447).

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Per le nozze fra il Duca e la cugina: “Matrimonio da incubo fra Gian Galeazzo e Caterina Visconti!”

A PROPOSITO DI “MARIA” ( COME SECONDO NOME )
Gian Galeazzo visse la nascita del suo primogenito come una grazia ricevuta dalla Vergine dal momento che tutti i figli maschi nati dalla prima moglie erano morti in giovane età. Decise di battezzare il primo figlio avuto con la seconda moglie, col nome Giovanni Maria, facendo voto di imporre il nome “Maria” a tutti i figli maschi che gli fossero nati in seguito.

Il 28 ottobre 1388, il Duca fece radunare il consiglio generale per fare eleggere alcuni deputati affinché prestassero giuramento di fedeltà a lui e al figlio Giovanni Maria (che non aveva ancora due mesi di vita) e che osservassero il testamento da lui scritto.

Alla sua morte pertanto, la nomina a Duca spettò di diritto a Giovanni Maria, il primo dei figli maschi di seconde nozze.

Giovanni Maria Visconti, II Duca dal 1402 al 1412

Aveva solo quattordici anni, quando Giovanni Maria fu nominato Duca. Fino al raggiungimento della maggiore età la reggenza sarebbe comunque stata affidata alla madre Caterina, che si trovò ad affrontare le drammatiche condizioni in cui si trovava lo Stato, minacciato all’esterno dall’ostilità di papa Bonifacio IX, dei fiorentini, di Niccolò III d’Este, e all’interno dalle mai sopite lotte intestine tra guelfi e ghibellini. Fu un periodo molto confuso di tumulti e scaramucce fra le opposte fazioni, in un clima di anarchia totale. Caterina (che parteggiava per i guelfi) venne catturata dai ghibellini e imprigionata a Monza, dove morì (nel 1404) di peste o forse avvelenata. Dopo qualche anno, sorte analoga, ma più cruenta, toccò al figlio Duca che viceversa parteggiava per la fazione opposta. Aveva solo 24 anni ma nonostante la giovane età, per la sua cattiveria e crudeltà, si era già creato numerosi nemici. Lo fecero uscire di scena portando a buon fine una congiura organizzata da un gruppo di nobili milanesi, che non sopportavano il suo modo di operare. Lo assassinarono a pugnalate sul sagrato, mentre stava entrando nella chiesa di San Gottardo in Corte.

Filippo Maria Visconti, III Duca dal 1412 al 1447

Filippo Maria, divenne Duca “di diritto” alla morte del fratello maggiore. Lui si sposò due volte, ma nessuna delle due mogli, gli dette un erede. Ebbe invece due figlie illegittime con l’amante Agnese del Maino. Di queste, una sola, Bianca Maria (1425 – 1468), era l’unica ancora vivente nel 1447, l’anno in cui morì suo padre. [Ndr. – Per la cronaca il padre l’aveva fatta legittimare nel 1430 dall’imperatore Sigismondo di Lussemburgo, a fronte di una lauta donazione di 1200 ducati].

Non essendoci quindi eredi maschi diretti, stando alle disposizioni testamentarie di suo padre Gian Galeazzo, il titolo di duca, alla morte di Filippo Maria, sarebbe dovuto passare al nipote Carlo d’Orléans, figlio della sorella Valentina, l’unico che avrebbe senz’altro avuto titolo a ricoprire quella carica. Però su questo punto, si erano pronunciati in maniera discorde alcuni valenti giuristi e personalità, fra le quali, papa Pio II (Enea Silvio Piccolomini), che sosteneva che il titolo di Duca, così come era stato inizialmente assegnato dall’Imperatore del Sacro Romano Impero, in modo analogo a lui avrebbe dovuto essere rimesso. Pertanto, all’epoca, non se ne fece niente e Carlo d’Orléans rinunciò alle sue pretese! L’unico che avrebbe potuto fare chiarezza in proposito era certamente il Duca Filippo Maria stesso, che però, negli ultimi tempi, aveva perduto ogni interesse per le sorti del Ducato. Alle insistenti domande sulla sua successione, lui rispondeva che “dopo di lui tutto avesse a rovinare“, anticipando di qualche secolo, il più celebre detto di Luigi XV: “Après moi le déluge“! 

Alla morte di Filippo Maria nel 1447, gli eventi poi fecero andare le cose in modo diverso dal prevedibile: non essendoci eredi diretti in linea maschile, un gruppo di nobili milanesi, stufo dello strapotere dei Visconti, instaurò la cosiddetta Aurea Repubblica Ambrosiana, una forma di governo repubblicano. La Repubblica affidò la difesa della città al condottiero Francesco Sforza che, dotato di notevoli capacità strategiche, approfittò della crisi della Repubblica per farsi nominare Duca di Milano (25 marzo 1450).

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Per approfondimenti sulla vita del III Duca di Milano :Filippo Maria Visconti

Francesco Sforza, IV Duca dal 1450 al 1466

Era evidente che la nomina a Duca di Francesco Sforza, intesa dal punto di vista delle regole di successione, fosse assolutamente illegittima. Lui, inizialmente al soldo dei veneziani, era riuscito a sfruttare molto bene la situazione prendendo il popolo milanese letteralmente “per fame”, dopo un assedio di mesi fatto alla città con le sue truppe. Il suo, non era decisamente il miglior biglietto da visita, agli occhi degli assediati! Al momento della resa di Milano, aveva richiesto ai maggiorenti della città la nomina a Duca, giustificando la cosa essendo genero del defunto Duca Filippo Maria Visconti, avendone sposato la figlia naturale Bianca Maria. Durante la sua reggenza, Filippo Maria lo aveva ingaggiato e lui aveva lavorato al suo servizio per anni, come valente condottiero di compagnia di ventura.

Era una sorta di passaggio di consegne da quella dei Visconti, alla nuova dinastia degli Sforza. Francesco fece dimenticare presto ai milanesi le sofferenze cui lui stesso li aveva costretti col lungo assedio portato alla città: oltre ad iniziare subito la costruzione del Castello Sforzesco sulle rovine di quello visconteo di Porta Giovia, distrutto durante i mesi d’assedio della città, fu anche munifico e filantropo facendo pure edificare per i suoi sudditi, il primo grande Ospedale cittadino, la Ca’ Granda risollevando le condizioni morali e materiali del popolo, dopo decenni di lotte e devastazioni.
Riguardo alla successione dinastica, nell’ottica della continuità col passato, lui intese riprendere il criterio adottato dai Visconti sulla primogenitura maschile legittima.

Galeazzo Maria Sforza V Duca, dal 1466 al 1476

Così, morto Francesco nel 1466 (pare soffrisse di gotta ed idropisia), il Ducato passò in mano al primo figlio legittimo Galeazzo Maria Sforza (1444 – 1476). [Ndr. – La precisazione è d’obbligo, avendo Francesco Sforza avuto, fra legittimi ed illegittimi, qualcosa come 35 figli!!!].

Soggetto piuttosto antipatico e scostante, pieno di sé, era ben lontano dall’incarnare la moderazione, la gentilezza e la temperanza dei suoi genitori nell’esercizio del potere. Promesso dal padre in matrimonio a Susanna Gonzaga ancora in tenera età, finì poi, in modo piuttosto subdolo, con lo sposare Bona di Savoia, il cui nome avrebbe dato maggior prestigio al Ducato.

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Per la promessa di matrimonio con Susanna Gonzaga : “Fra Sforza e Gonzaga, non fu sempre idillio”
Per il matrimonio per procura con Bona di Savoia : Tristano Sforza: cosa non si fa per un fratello!

Una delle prime cose che fece, fu quella di esiliare in Francia o comunque escludere dal potere e dalla successione alla guida del Ducato in caso di premorienza, tutti i fratelli, contrari alla sua politica filo-fiorentina. Dimostrò anche di possedere carattere sì volitivo, ma con forti accenni di sadismo e di brutalità al punto che lo accusarono persino di matricidio. Bianca Maria Visconti, sua madre, aveva per lunghi periodi retto le sorti del Ducato in sostituzione del marito impegnato in campagne militari. Il figlio mal sopportava le ingerenze della madre nei suoi affari di Stato, e, a nemmeno due anni dalla nomina a Duca, l’aveva buttata fuori in malo modo da Palazzo, confinandola nei suoi possedimenti di Cremona. Non ci arrivò mai: morì durante il trasferimento.

Di carattere altero e tendente alla superbia, Galeazzo Maria si dimostrò al contempo governante capace e saggio, proseguendo in questo campo, l’oculata politica di risanamento economico-sociale. avviata già dal padre. Questo non bastò tuttavia ad evitargli l’assassinio quel 26 dicembre 1476, nella chiesa di Santo Stefano in Brolo, da parte di chi lo considerava un tiranno.

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Per la congiura e l’assassinio di Galeazzo Maria:
Cola Montano, un pezzo di Storia di Milano

Gian Galeazzo Maria Sforza, VI Duca dal 1476 al 1494

Valendo il diritto di primogenitura maschile per la successione al Ducato, venne nominato nuovo Duca il suo primogenito Gian Galeazzo Maria, anche se di solo sette anni. Essendo ovviamente ancora troppo giovane per poter governare, la reggenza venne assunta ad interim da sua madre Bona di Savoia, donna indubbiamente intelligente ed energica, ma sicuramente poco esperta. Ad affiancarla c’era comunque il navigatissimo cancelliere e consigliere Cicco Simonetta, l’uomo più potente del Ducato, già cancelliere del Duca e prima ancora, dei genitori di lui, il Duca Francesco Sforza e la Duchessa Bianca Maria.

Non era mai corso buon sangue fra l’intelligente e spregiudicato Ludovico Maria Sforza detto il Moro, ed il fratello defunto (Galeazzo Maria) che lui aveva sempre disprezzato, perché non lo aveva mai ritenuto all’altezza dei suoi compiti istituzionali. Non fosse stato per le regole di successione che andavano rispettate, avrebbe voluto essere lui a governare al posto del fratello, verso cui provava sentimenti d’invidia e di rancore. A maggior ragione non sopportava la cognata che aveva preso le redini della situazione, “pilotata” in tutte le sue decisioni da quel odioso Cicco Simonetta. La sua antipatia nei confronti della cognata Bona non tardò a sfociare in dissenso aperto. Il sentore di una congiura in preparazione contro di lei, da parte dei cognati Ludovico, Sforza Maria, Ascanio Maria ed Ottaviano che non si rassegnavano a lasciare il Ducato nelle mani di un’estranea alla dinastia, fu sufficiente a Cicco Simonetta per convincere la duchessa a decretare il loro confino in modo da poter agire liberamente. Alla fine, Ludovico sfruttò un momento di debolezza politica dovuta ad eventi esterni che indebolirono le alleanze del Ducato (es. la Congiura dei Pazzi a Firenze contro i Medici). Spalleggiato dal papa e dal re di Napoli, con mossa astuta, fingendo la sottomissione alla cognata, Ludovico riuscì a rientrare a Corte a Milano nel 1480. Ghigliottinato l’arrogante Simonetta, e messa in disparte la cognata, autonominandosi tutore del nipote pur senza averne il titolo, si mise a reggere lui le sorti del Ducato, operando lui per conto del giovanissimo Duca, inizialmente perché ancora minorenne, successivamente perché non ritenuto sufficientemente abile e scaltro.
Il matrimonio di Gian Galeazzo Maria con Isabella d’Aragona nel 1489 anticipò di poco quello del suo tutore con Beatrice d’Este (cugina di Isabella) che avvenne nel 1491. Mentre la coppia ducale, che avrebbe dovuto risiedere a Palazzo, fu “obbligata” dal reggente Ludovico a trasferirsi a Pavia, Ludovico il Moro e Beatrice rimasero a Milano al Castello di Porta Giovia. La cosa naturalmente non piacque ad Isabella che, vedendosi confinata a Pavia in una sorta di prigione dorata, chiese aiuto al nonno Ferrante d’Aragona re di Napoli perché forzasse la mano a Ludovico per convincerlo a cedere il governo del Ducato al legittimo Duca ormai maggiorenne. Subodorando venti di guerra quale probabile conseguenza di un suo rifiuto a cedere il governo del Ducato al nipote, Ludovico pensò di correre ai ripari cercando alleanze Oltralpe. Del resto, per il re di Napoli, questa poteva essere l’occasione più che giustificata per la realizzazione delle mire aragonesi sul Ducato.

Carlo VIII re di Francia

Ludovico il Moro, sapeva che il nuovo ambizioso re di Francia, il ventiquattrenne Carlo VIII di Valois, non faceva mistero di un lontano diritto ereditario alla corona del Regno di Napoli, vantato per via della nonna paterna Maria d’Angiò.

Ndr. – Carlo VIII non era un estraneo sconosciuto agli Sforza. Sua madre, Carlotta di Savoia (moglie di Luigi XI, re di Francia) era la sorella di Bona (la moglie del Duca Galeazzo Maria assassinato). Quindi il giovane Gian Galeazzo Maria (figlio di Bona) e Carlo VIII (figlio di Carlotta), erano fra loro primi cugini.

Il far sapere al sovrano d’Oltralpe che, per consentirgli di soddisfare le sue aspirazioni sul regno di Napoli, lui era disponibile a lasciarlo passare con tutte le sue truppe, per il suolo lombardo, avrebbe avuto per Ludovico, una doppia valenza: da un lato, dovendo preoccuparsi di difendersi, avrebbe distolto l’attenzione di re Ferrante d’Aragona, dalle sue mire sul Ducato di Milano, quindi per lui, garanzia di maggiore stabilità politica, e significativo consolidamento del suo potere; dall’altro, se gli aragonesi lo avesseroin seguito attaccato, avrebbe avuto in Carlo VIII, un alleato sicuro e temibile. Mossa indubbiamente astuta, ma fatta d’istinto, senza considerare le possibili conseguenze. “Mai svegliare il can che dorme”, così recita un proverbio popolare! [Ndr .- Mi riferisco in particolare a Luigi XII, di cui accennerò fra poco]

Carlo VIII di Francia

Ludovico Sforza detto il Moro, VII Duca dal 1494 al 1499

Quell’anno 1494, c’erano stati due eventi importanti, due “morti eccellenti” per le sorti del Ducato: a gennaio, quella del re di Napoli, Ferrante d’Aragona (nonno di Isabella) e la conseguente presa del potere del regno da parte del figlio Alfonso II (padre di Isabella). A ottobre, quella del venticinquenne Duca di Milano, Gian Galeazzo Maria Sforza, già da tempo cagionevole di salute, e dedito agli stravizi. Questo accadeva proprio mentre Carlo VIII, sfruttando il corridoio offertogli da Ludovico, stava calando lungo la penisola col suo esercito alla conquista di Napoli. A dire il vero la morte del venticinquenne Duca di Milano era molto sospetta. Anche se vi è chi difende a spada tratta suo zio Ludovico, certo è che risulta difficile non pensare male di lui, che autoproclamandosi ufficialmente Duca, in barba alle regole di successione, all’indomani del luttuoso evento, fu l’unico a trarre reale beneficio da questa morte prematura. Cronisti storici come Niccolò Macchiavelli e Francesco Guicciardini concordano nell’asserire che il decesso non sopravvenne a seguito di una grave malattia come riportato dalla versione ufficiale, bensì a seguito di un lento progressivo avvelenamento provocato ad arte, per toglierlo di mezzo.

Il potere di Ludovico il Moro era però instabile a causa della illegittimità della sua autoproclamazione, cosa questa che innescò di conseguenza, tensioni da parte di quanti ritenevano di avere maggiore titolo di lui a ricoprire quella posizione. Uno dì questi ad esempio, fu suo cognato, il nuovo re di Napoli Alfonso II d’Aragona, marito di sua sorella, Ippolita Maria Sforza, genitori di Isabella, la vedova del giovane Duca appena assassinato. Questi doppi legami di parentela, rendevano evidenti le mire aragonesi sul Ducato. Alfonso II infatti, appena morto il genero, accogliendo le implorazioni d’aiuto da parte della figlia Isabella, non esitò a dichiarare guerra al cognato Ludovico il Moro che oltre ad essersi autoproclamato Duca di Milano, era anche Duca di Bari. Come primo atto di ostilità nei suoi confronti, invase la città di Bari. Morto il marito, Isabella, duchessa di Milano per diritto acquisito, vedeva ora, con questo atteggiamento di Ludovico, il suo titolo e il Ducato usurpati dallo zio acquisito e dalla cugina Beatrice.

Il voltafaccia di Ludovico il Moro

Intanto le truppe di Carlo VIII avevano raggiunto Napoli, che conquistarono nel giro di pochi giorni. Ad accompagnare Carlo VIII in questa campagna d’Italia, c’era anche il trentaduenne cugino Luigi II di Valois-Orléans (il futuro Luigi XII, re di Francia). I governanti italiani che seguivano l’evolversi dei fatti a Napoli, abituati alle battaglie di tipo-medioevale con scaramucce all’arma bianca, restarono tutti sbigottiti nel vedere la brutalità degli attacchi delle forze transalpine e soprattutto le devastanti conseguenze dell’uso, per la prima volta in Italia, dell’artiglieria, con armi da fuoco tecnologicamente avanzate. La paura di uno scontro ad armi impari e quindi il timore di essere sopraffatti com’era già successo con chiunque aveva tentato di opporsi con le armi al loro passaggio, creò molta preoccupazione anche nel Ducato e non tardarono a formarsi diversi movimenti antifrancesi.
Ludovico, resosi conto quasi subito della situazione, temendo che Carlo VIII non accontentandosi della sola annessione del Regno di Napoli, potesse vantare pretese anche sul Ducato di Milano, cercò di correre ai ripari, nel tentativo di cacciare l’invasore, che lui stesso aveva invitato. Facendo, nei suoi confronti, un voltafaccia clamoroso che di lì a poco gli sarebbe costato carissimo, siglò rapidamente la cosiddetta Lega Santa, un’alleanza con quanti si opponevano all’egemonia francese in Italia: quindi il Papato, Ferdinando II d’Aragona re di Sicilia, l’imperatore Massimiliano I, il Regno d’Inghilterra e la Repubblica di Venezia.

Prudentemente Carlo VIII, avuto notizia di questa nuova, inattesa coalizione contro di lui, e con l’esercito decimato da un misterioso morbo diffusosi a Napoli, pensò bene di tornarsene a casa il prima possibile, lasciando sul suolo partenopeo solo alcuni contingenti di rappresentanza. Durante la ritirata delle truppe, lasciò dietro di sé una scia interminabile di devastazioni, ruberie e tanta sifilide, il cosiddetto “mal francese” che, al loro passaggio, dilagò a macchia d’olio in tutta la penisola e successivamente pure nel resto d’Europa. Si scontrarono in Emilia con l’esercito della coalizione. La battaglia di Fornovo (6 luglio 1495), vicino a Parma, durata solo un’ora e dall’esito incerto, fu violentissima lasciando sul terreno migliaia di morti. Strategicamente fu una parziale vittoria della Lega, dal momento che, benché non fosse riuscita ad annientare il re di Francia, aveva ottenuto lo scopo di farlo ritirare dalla penisola, con un esercito decimato e senza il bottino accumulato durante la campagna. Nella battaglia, l’esercito francese aveva infatti perduto le salmerie e gran parte del parco di artiglieria.

Luigi XII, re di Francia, VIII Duca dal 1499 al 1512

Morto improvvisamente Carlo VIII nell’aprile dei 1498 (per un incidente, pare facendo a cavallo la rampa interna d’accesso al primo piano del castello di Amboise), prese il potere suo cugino il duca di Orleans Luigi II di Valois-Orléans (1462 – 1515), assumendo il nome di Luigi XII di Francia. Questi, forte ora di un esercito ai suoi comandi, avendo partecipato alla presa di Napoli, oltre a vantare presunte velleità sul Ducato di Milano, aveva intenzione di far pagare cara a Ludovico l’onta subita dai francesi a causa del voltafaccia da lui operato nei confronti del suo predecessore, durante la prima campagna d’Italia.

Luigi XII di Francia [ Luigi II di Valois-Orléans (1462 – 1515) ]

Ndr. – Essendo Luigi XII il figlio di Carlo di Valois, e quindi nipote di Valentina Visconti, le velleità sul Ducato di Milano erano assolutamente fondate. Se suo padre, alla morte di Filippo Maria Visconti nel 1447, aveva rinunciato al suo diritto di essere duca di Milano, altrettanto non valeva per suo figlio diventato re di Francia, forte anche di un esercito pronto a battersi al suo volere. Avendo pertanto le carte in regola per reclamare il Ducato, scese nuovamente nel Bel Paese dando così inizio al secondo atto delle lunghe e sanguinose Guerre d’Italia.

Dopo aver stretto le alleanze con la Repubblica di Venezia e lo Stato Pontificio e pure con Filiberto II di Savoia per la concessione del transito delle truppe francesi, Luigi XII decise, nel 1499, l’invasione del Ducato essendo Ludovico il Moro il diretto destinatario delle sue attenzioni.

Ludovico, astutissimo ma poco avvezzo all’uso della spada, invece di predisporre i suoi uomini a difesa della città, corse in Austria a chiedere aiuto finanziario a Massimiliano I d’Asburgo per poter ‘affittare’ un esercito di mercenari da contrapporre ai francesi in modo da arginare la loro invasione del Ducato.

PARENTELE:
Massimiliano aveva sposato Bianca Maria Sforza, figlia del duca di Milano Galeazzo Maria Sforza (fratello di Ludovico il Moro)

Mentre Ludovico stava ancora tentando di radunare un esercito di 16000 mercenari svizzeri, le prime avanguardie francesi, erano già entrate a Milano alla guida di Gian Giacomo Trivulzio e avevano già occupato il castello di Porta Giovia. Ma anche fra i francesi c’era un contingente mercenario svizzero … la presenza degli svizzeri sia da una parte che dall’altra, fu il fattore determinante nel non volere protrarre ulteriormente gli scontri, in una guerra assurdamente fratricida. Dopo la resa di Novara (ove Ludovico si era asserragliato con i suoi nel tentativo di fermare l’avanzata dei transalpini), nel 1500, per far smettere il conflitto, Ludovico il Moro tradito dai mercenari che lui stesso aveva assoldato, venne da loro ‘venduto’ ai francesi. Quella fu la sua uscita definitiva dalla scena politica, finendo i suoi giorni nella dorata prigionia del castello di Loches in Francia.

Quindi nel 1500, il Ducato passò definitivamente in mano francese e Luigi XII divenne il nuovo Duca.

Papa Giulio II contro i francesi

Passò un decennio di calma relativa. Stufo di veder scorrazzare impunemente i francesi in Italia, papa Giulio II (Giuliano della Rovere  noto come “il Papa guerriero” o “il Papa terribile” ), nel 1511 istituì una nuova Lega Santa. Vi aderirono oltre alla Repubblica di Venezia, al Regno di Castiglia, a Ferdinando III re di Napoli, ad Enrico VIII d’Inghilterra e all’imperatore Massimiliano I d’Asburgo, anche i Cantoni svizzeri. Fin dal 1509, il vescovo vallesano Matteo Schiner era riuscito a convincere la Confederazione a fermare l’invio di mercenari ai francesi e ad accettare invece l’offerta di papa Giulio II, desideroso di scacciare proprio i francesi dal suolo italiano.

Papa Giulio II (Giuliano della Rovere) 

Il Ducato di Milano diventa protettorato svizzero

Luigi XII, innervosito per le ingerenze del papa, convocato il conciliabolo di Pisa del 1511, tentò di intimidire Giulio II con la minaccia di uno scisma e brigò pure per farlo deporre senza riuscirci. La risposta del “papa terribile” non si fece attendere: non solo scomunicò il re di Francia, ma gli oppose pure la Lega Santa (1511 – 1513), una vera e propria coalizione antifrancese. La guerra scoppiata di lì a poco, andò avanti con alterne fortune per i francesi; all’inizio riuscirono a sconfiggere gli Spagnoli a Ravenna (1512), poi puntarono verso la Lombardia, ma avendo perso nel frattempo Milano, liberata dagli gli Svizzeri, preferirono ripiegare Oltralpe per riorganizzarsi. Così il Ducato di Milano passò sotto il controllo degli svizzeri, sotto forma di protettorato.

Ndr. – Protettorato, in diritto internazionale, è un istituto, scomparso con la fine del colonialismo, in base al quale uno stato protettore assumeva, in virtù di un accordo (trattato di protezione), l’obbligo della tutela di uno stato protetto, militarmente debole e meno evoluto, e questo a sua volta, senza perdere la sua qualità di soggetto internazionale, accettava che il primo esercitasse un’ingerenza nei suoi affari interni e soprattutto internazionali (specialmente riguardo ai rapporti internazionali o alla sua integrità territoriale) [ rif. Treccani ]

Ercole Massimiliano Sforza, IX Duca dal 1512 al 1515


Forse per continuità col passato, i delegati svizzeri (al soldo della Lega Santa e guidati da Matteo Schiner) scelsero nel dicembre del 1512, Ercole Massimiliano Sforza (1493-1530), primogenito di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este, come nuovo reggente del Ducato. Molto più probabile invece, cercando un fantoccio pilotabile a piacimento. la scelta ricadde su di lui perchè giovane, inesperto e quindi molto influenzabile.

Ndr : A dire il vero, quel 1512 fu un anno fortunato per la nomina a Duca di Ercole Massimiliano, non avendo lui alcun diritto a rivestire quella carica. Gli eventi giocarono a suo favore: all’inizio di quell’anno morì, per una caduta da cavallo a Noiremont in Piccardia, Francesco Maria, l’unico figlio di Gian Galeazzo Maria Sforza e Isabella d’Aragona, autorizzato a nutrire qualche aspirazione sul Ducato usurpato al padre da Ludovico il Moro.

Da Duca, Ercole Massimiliano, allora appena diciannovenne,  non mostrò né l’ambizione della madre, né l’acume politico del padre. A quanto riferiscono i testi, era un soggetto totalmente privo di carattere, senza energia, che portava il titolo di Duca spensieratamente, scialando a volontà i soldi dei poveri contribuenti… Quanto al resto. ecco cosa dice di lui il Soncino giurista e scrittore del XVI secolo:

“Fu d’ingegno stupido e goffo, e con pensieri spesse volte pazzi e sciocchi, e se talora dava segno di prudenza, era così fugace e instabile che non riusciva bene. Dimostrò animo sospettoso e debol memoria: ma fu per lungo tempo così sordido della vita sua, che punto non si mutava di camicia né d’altri panni bianchi puzzando con odor reo e disonesto, ed essendo co’ capelli lunghi e senza mai pettinarsi pieno di pidocchi. Né gli giovarono punto gli avvisi de’ camerieri o delle gentil donne, finché Prospero Colonna, Raimondo Cardona e il cardinal di Sion con illustri conforti l’ammonirono a star pulito e netto”.

Scipione Barbò Soncino – Sommario delle vite de’ duchi di Milano (1574)
Ercole Massimiliano Sforza (1493 – 1530)

Il popolo, stufo di essere salassato di tasse per le sue stravaganze, cominciò a manifestare nervosismo, anche perché il giovane, invece di tentare di darsi da fare per il Ducato per ingraziarsi le simpatie della gente, usava trascorrere le sue giornate fra feste, banchetti e sottane. Di fronte alla minaccia di una nuova invasione francese, Massimiliano, a similitudine di quanto aveva fatto suo padre anni prima, si asserragliò a Novara schierando il solito esercito di mercenari svizzeri, a difesa della città assediata. I francesi, decisi a conquistare la città, in effetti ebbero la meglio ma, pur sfondando con l’artiglieria le mura di Novara, non ne approfittarono temendo fosse reale la notizia (poi rivelatasi del tutto infondata) dell’arrivo dalla Svizzera di un altro contingente di mercenari, in soccorso ai fratelli assediati a Novara. Quindi la paura di essere presi alle spalle, li fece desistere dal proseguire l’attacco. La situazione improvvisamente si ribaltò … i francesi si allontanarono da Novara …e, inseguiti dagli svizzeri prima assediati, subirono una cocente sconfitta all’Ariotta (6 giugno 1513), nonostante le loro forze fossero preponderanti sia come numero, che come potenza di fuoco.

La sconfitta poi, definitiva, dei Francesi a Guinegatte (1513) contro gli Inglesi, li costrinse a capitolare e quindi a ritirarsi dal Ducato di Milano. Luigi XII, tornato in patria, riuscì, grazie ad abili negoziati diplomatici, a salvare la faccia nonostante la disfatta, preservando l’integrità del suo regno.

Francesco I di Francia, X Duca dal 1515 al 1521

Morto di gotta Luigi XII il 1 gennaio del 1515, all’età di soli 53 anni senza aver lasciato eredi maschi diretti, fu il momento del nuovo re di Francia, il ventunenne Francesco I di Valois-Orléans-Angoulême. Era il genero di Luigi XII avendone sposato la figlia Claudia. Pure lui, come il suocero, pensò bene di riaprire le ostilità con Milano. Riteneva infatti pure lui che il Ducato fosse suo di diritto come eredità familiare, essendo lui un pronipote di Valentina Visconti.

Ndr. – Valentina Visconti ebbe con Luigi di Valois nove figli molti dei quali morirono alla nascita. Fra i sopravvissuti, Carlo duca d’Orléans (1394 – 1465) era il padre di Luigi XII di Francia, mentre il fratello minore Giovanni (1399 – 1467) conte di Angoulême era il nonno da parte di padre di Francesco I di Francia . Giustificato quindi anche in questo caso , il diritto di quest’ultimo a diventare Duca di Milano

Senza troppa fatica riuscì ad allearsi con la Repubblica di Venezia, tradizionale nemica del Ducato, indebolendo la “Lega Santa”.

Francesco I di Valois-Orléans-Angoulême.

I Navigli “venduti”

Ercole Massimiliano. puntò anche questa volta sull’aiuto soprattutto delle milizie elvetiche che già si erano distinte, un paio d’anni prima, a Novara. Pur sapendo che le casse di Milano erano vuote e che l’onere sarebbe ricaduto interamente sulle spalle del popolo, in un primo momento, promise agli svizzeri la somma ingentissima di 300.000 ducati importo da ottenersi con un balzello straordinario a carico dei contribuenti milanesi, già abbondantemente salassati. L’opposizione cittadina sfociò in una mezza rivolta: il 19 giugno l’Assemblea cittadina nominò una delegazione che spiegasse sia agli Svizzeri che allo stesso Duca, l’impossibilità per i milanesi di pagare cifre simili. Sconsideratamente, in un impeto d’ira, Massimiliano fece arrestare i delegati, cosa questa che fece scoppiare nuovi disordini in città. Alla fine, fu costretto a revocare il «taglione» con un’apposita grida e ad accontentarsi dei 50.000 ducati, che i ventiquattro delegati sarebbero stati disposti ad erogare al Duca, in cambio della cessione all’amministrazione cittadina di alcune proprietà ducali e del diritto ad incamerare alcune imposte [come da istrumento dell’11 luglio 1515]:

la vendita e consegna fatta dallo Sforza alla città di Milano, dei Navigli Grande e della Martesana, delle acque, alvei e rive loro, dei fossati urbani, dei diritti sulle acque stesse spettanti al governo; e di ogni reddito od emolumento a esse proveniente salvo le vendite o donazioni fatte dal duca o suoi predecessori sino al 24 giugno 1515 [giorno in cui venne promulgata la grida che abrogava la imposizione della taglia di 300.000 ducati]; e al diritto di esigere e riscuotere qualsiasi reddito d’entrambi i navigli va unito l’obbligo di mantenerli sempre navigabili fino a Milano” (Verga 1894 – pag 334-335)…… Viene attribuito pure in perpetuo alla Comunità ambrosiana il diritto di nomina del governo municipale (il vicario, i Dodici di provvisione, i sindaci, il tesoriere) sino allora di competenza ducale.

Re Francesco I calò in Italia con il suo esercito di francesi e un cospicuo contingente di lanzichenecchi, i mercenari tedeschi. Fu la mossa vincente perché, i francesi meglio organizzati rispetto alla volta precedente, nel settembre del 1515, riuscirono a battere la coalizione della “Lega Santa” nella battaglia campale di Marignano tra Melegnano e San Giuliano Milanese, 16 km a sud est della città ricordata negli annali come la ‘battaglia dei giganti’.

Dopo la sconfitta, Massimiliano decise di pervenire ad un accordo con i suoi nemici: cedette al re Francesco I di Francia, tutti i propri diritti su Milano, rinunciando definitivamente al Ducato, in cambio di una pensione di 36.000 ducati annui, più la promessa della porpora cardinalizia. [Ndr. – La Chiesa francese prevedeva che le nomine dei vescovi e dei cardinali spettasse al re che era più importante del Papa] Quindi si trasferì in Francia come privato cittadino, tenuto però sotto stretta sorveglianza.

Marignano rappresentò, la fine dell’avventura espansionistica svizzera. Dopo un’impressionante serie di vittorie (sul duca di Borgogna, contro l’esercito imperiale di Massimiliano I d’Asburgo e contro i francesi in Lombardia), i Confederati non tentarono più offensive militari extraterritoriali. In seguito alla sconfitta subita, persero la propria influenza sul Ducato di Milano , cedendo alla Francia i ‘baliaggi’ acquisiti due anni prima, con la Battaglia di Novara (1513).

Per ‘baliaggio’ s’intende l’attività di funzionari tenuti a sorvegliare il sistema giudiziario, a raccogliere le tasse e ad eseguire le altre attività amministrative

Con la pace di Noyon (1516), Milano venne ufficialmente restituita alla Francia. Il trattato di pace tra Francia e Svizzera, chiamato Trattato di Friburgo, non venne mai più infranto fino all’intervento decisivo della Francia napoleonica in Svizzera, alla fine del diciottesimo secolo.

II Trattato di Friburgo, meglio conosciuto in Francia con il nome di “pace perpetua”, è un trattato di pace firmato a Friburgo il 29 novembre 1516 tra il re di Francia Francesco I di Valois e la Confederazione dei 13 Cantoni svizzeri. Ad esso, risale il confine internazionale più antico del mondo tuttora esistente, quello fra la Svizzera italiana e le province di Como, Varese e Verbania. Il documento originale è conservato presso l’Archivio di Stato di Friburgo.

Confine italo svizzero invariato da oltre 500 anni

Questo trattato, non venne mai più infranto né da parte svizzera, né da parte del Ducato di Milano che passò di mano in mano nel corso dei secoli (dai Francesi a Francesco II Sforza, quindi agli Spagnoli ed infine agli Austriaci). Fu Napoleone, nel 1798 ad infrangere l’integrità di quel confine (che durava da tre secoli) invadendo la Svizzera e instaurando una “Repubblica Elvetica, una e indivisibile” al posto dei 13 Cantoni esistenti. Come cadde Napoleone nel 1815 e subentrò la Restaurazione, il confine preesistente fra Svizzera e la Lombardia tornò ad essere come prima ed è ancora attuale, invariato, nonostante le tre successive guerre d’indipendenza italiane e le due guerre mondiali del secolo scorso.

Francesco II Sforza, XI Duca dal 1521 al 1535

Francesco Sforza (1495 – 1535) era il secondogenito di Ludovico il Moro e Beatrice d’Este. Alla caduta del fratello Ercole Massimiliano nel 1515, si rifugiò in Germania, dove visse esule fino al 1521, brigando comunque per tentare la riconquista del Ducato che, ora, nella sua ottica, sarebbe spettato “di diritto” a lui. Riuscì a rientrare a Milano con le truppe della lega santa fra papa Leone X e l’imperatore Carlo V, vittoriose sui Francesi e venne prescelto a reggere il Ducato.

All’epoca aveva già 26 anni e a differenza del fratello, era un giovane assennato, intelligente, d’animo mite e buono. Stava cominciando a fare grandi riforme, quando una nuova invasione dei Francesi condotti sempre da re Francesco I, lo privò del potere. Riavutolo (nel febbraio 1525) dopo la completa disfatta del re di Francia nella battaglia di Pavia contro le forze imperiali di Carlo V, fu vittima inconsapevole dell’alleanza segreta che il nuovo papa Clemente VII aveva fatto con i Veneziani, proprio contro Carlo V, che aveva favorito la sua ascesa al Ducato. Tacciato da lui di tradimento, nonostante le sue proteste di fedeltà, dovette subire l’occupazione del Ducato da parte dell’esercito imperiale (12 novembre 1525). In attesa che il sovrano valutasse le giustificazioni a sua discolpa, Francesco II rimase praticamente assediato, asserragliato nel castello di Milano con i suoi fedelissimi per mesi, mentre i cittadini che stavano dalla sua parte, innescavano, contro gli occupanti, frequenti tumulti. Alla fine, il 24 luglio 1526, dopo mesi di privazioni e sofferenze, dovette capitolare. Gli avevano promesso libera residenza a Como con un appannaggio di 30.000 ducati l’anno, finché l’imperatore non avesse giudicato la validità delle colpe di tradimento attribuitegli. Pare che la promessa fattagli non fu mantenuta. Disgustato dalla situazione, aderì a una nuova lega (di Cognac), tra il papa, Venezia e la Francia. La guerra che ne seguì volse a suo favore e nel Congresso di Bologna, lui si riappacificò con Carlo V, anche se dietro il pagamento di un pesantissimo risarcimento, che impoverì ancora di più lo stato milanese. Carlo V gli confermò nel dicembre 1529, l’investitura a Duca a patto che alla sua morte, in assenza di eredi legittimi, il Ducato sarebbe passato in mano spagnola. Tornata finalmente la pace, per qualche anno Francesco II riuscì a dedicarsi seriamente alla riorganizzazione del Ducato. Carlo V, nel 1534 lo riabilitò totalmente, al punto da dargli in moglie la propria nipote Cristiana, figlia del re di Danimarca. Ma l’anno successivo, ammalatosi di una malattia che lo rendeva quasi cieco, morì all’età di quarant’anni: era il 1° novembre 1535. Non avendo ancora eredi legittimi, Carlo V, per evitare altre pretese, decise l’annessione diretta del Ducato di Milano ai suoi domini, passandolo successivamente al figlio Filippo che divenne re di Spagna portando in dote a quello Stato, il governo del milanese.

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