Filippo Maria Visconti

Milano, 1431 – Per rafforzare il legame di alleanza e collaborazione col capitano di ventura Francesco Attendolo Sforza, il duca di Milano, Filippo Maria Visconti gli promise in moglie la figlia naturale, poi legittimata, Bianca Maria, di appena sei anni. Questo patto, fra l’altro, rappresentò un elemento fondamentale (al momento della successione), per la pretesa di candidatura di Francesco Sforza, a nuovo Duca di Milano.

Verrebbe oggi spontaneo gridare allo scandalo … ma ieri … era forse normale che un padre potesse solo pensare ad una cosa simile? Questa mia indagine nasce proprio da questa domanda ….

Ma chi era Filippo Maria?

Era nientemeno che il Duca di Milano! Restò in carica per trentacinque anni, dal 1412 al 1447, ma, assurdo ma vero, pochissimi ebbero modo di vederlo o conoscerlo! Fu l’ultimo Duca della Casata dei Visconti!

Nato nel 1392, era figlio del duca Gian Galeazzo e di Caterina Visconti. Gian Galeazzo, rimasto vedovo dal precedente matrimonio con Isabella di Valois (morta di parto del quarto figlio, all’età di soli 24 anni), si era risposato, otto anni dopo (nel 1380), con sua cugina Caterina. Più che di amore, il matrimonio era di convenienza, per la necessità di dare una discendenza maschile al Casato. Dei quattro figli avuti infatti con Isabella, i tre maschietti Gian Galeazzo, Azzone e Carlo erano tutti morti in giovane età, Valentina invece si sarebbe poi sposata con suo cugino Luigi di Valois, il Duca d’Orleans, fratello di Carlo VI, re di Francia. 

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Albero genealogico del Visconti duchi di Milano
Albero genealogico del Visconti duchi di Milano

Gian Galeazzo e Caterina, vivevano a Pavia, e riuscirono ad avere due figli: Giovanni Maria e Filippo Maria.  Davvero strano questo nome “Maria”, ripetuto per entrambi i figli!

Poiché i due sposi erano fra loro primi cugini, (in quanto figli di due fratelli (rispettivamente Galeazzo e Bernabò), il matrimonio fra consanguinei creò problemi al momento del concepimento della prole.  Caterina infatti, ebbe inizialmente diversi aborti, al punto da temere che la coppia non riuscisse ad avere un erede maschio legittimo,  problematica molto sentita allora, per ragioni di opportunità e di prestigio politici. E’ lecito attribuire questa difficoltà probabilmente al loro rapporto endogamico (cioè tra consanguinei). Questo fatto indusse loro, all’inizio del 1388, dopo otto anni di vani tentativi, a far voto alla Vergine, che se avessero avuto futuri figli, avrebbero tutti avuto il suo nome.

Caterina rimase incinta quasi subito  di Giovanni, che nacque il 7 settembre 1388 (lo stesso anno del voto), mentre, quattro anni dopo,  il 3 settembre 1392, venne alla luce Filippo. Ad entrambi, venne imposto come secondo nome, quello di Maria, quale ringraziamento, alla Vergine, per la grazia ricevuta.

I suoi primi anni

Filippo Maria, era quindi il secondogenito della coppia. Ebbe un’infanzia segnata da numerosi problemi fisici. Sebbene fosse stato dichiarato sano e robusto alla nascita (probabilmente per compiacere ai genitori), il piccolo fu, sin dai primi anni, affetto da rachitismo, cosa che gli impedì, anche da adulto, di camminare, tenendo un portamento corretto.

Filippo Maria Visconti
Filippo Maria Visconti

La morte del padre Gian Galeazzo

 Le avversità della vita lo colpirono ben presto: fu toccato negli affetti più cari, già all’età di 10 anni, dalla prematura scomparsa del padre, morto di peste nel 1402, epidemia che non riuscì ad evitare, nonostante che, per sfuggire al contagio, si fosse precauzionalmente isolato nel suo castello di Marignano.

Il duca Gian Galeazzo Visconti
Il duca Gian Galeazzo Visconti

Sette anni prima, nel 1395, Gian Galeazzo aveva ottenuto da parte di Venceslao di Lussemburgo, imperatore del Sacro Romano Impero (1378-1400), l’elevazione di Milano a Ducato e quella di Pavia a Contea (quest’ultima sarebbe stata destinata al primogenito)

L’inattesa morte di Gian Galeazzo, scombinò tutte le carte: infatti il Ducato di Milano che lui aveva retto fino ad allora, passò di diritto al primogenito Giovanni Maria. Tuttavia, essendo ancora troppo giovane per governare, il nuovo duca venne affiancato dalla madre Caterina che ne divenne, temporaneamente, la Reggente coadiuvata da F. Barbavara. A Filippo Maria, allora ancora bambino, spettò invece la Contea di Pavia. Questa suddivisione testamentaria, valida nelle intenzioni,  verrà comunque sconvolta dagli eventi, nel giro di un solo decennio.

La morte della madre Caterina

Mentre Caterina e il figlio maggiore Giovanni Maria, si trasferirono  a Milano al Palazzo Ducale (oggi Palazzo Reale), il piccolo Filippo Maria  rimase solo a reggere la Contea di Pavia, con un tutore, tal Stefano Federici, che si preoccupò di seguirlo negli studi, e l’assistenza di Facino Cane, condottiero al servizio del Conte, per affiancarlo nei nuovi compiti istituzionali.
Non passarono tuttavia due anni che, nel tentativo di ripianare difficoltà finanziarie (grossi debiti lasciati da Gian Galeazzo),  di sedare tumulti di piazza, lotte interne e giochi di potere fra rami diversi della stessa famiglia Visconti, Caterina venne fatta arrestare a Milano  nell’agosto del 1404 da un lontano parente (Francesco Visconti di Giovannolo) e rinchiusa nel Castello di Monza, due mesi dopo, morì, non si sa bene se di peste pure lei, o di avvelenamento.

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Assassinato il fratello (Duca di Milano)

 Passò qualche anno ancora e, nel 1412, sorte analoga, ma più cruenta, mise fuori gioco per sempre anche il duca Giovanni Maria, all’età di soli ventiquattro anni. Venne pugnalato a morte, mentre entrava nella chiesa di san Gottardo in Corte, proprio a due passi dal palazzo Ducale, …. da esponenti di note famiglie milanesi che avevano da vendicare la morte violenta di almeno un loro parente per mano sua.
Morto il Duca, si impadronirono della citta,  Estorre e Giovanni (cuglni discendenti del ramo Bernabò Visconti), mentre il fratello dell’ucciso, Filippo Maria, essendo impreparato per intervenire, rimaneva chiuso nel suo castello di Pavia.

Quadro di Ludovico Pogliaghi «La morte di Giovanni Maria Visconti»
Quadro di Ludovico Pogliaghi «La morte di Giovanni Maria Visconti»

Era uno psicopatico violento

 Se l’era decisamente cercata Giovanni Maria, quella fine! … Diverse fonti riferiscono che, da quando al potere (1402), erano ormai dieci anni che terrorizzava la città. Secondo Pietro Verri, era «un mostro crudele, pazzo, debole, imbecille e ferocissimo». Carlo Cattaneo lo descrisse «libertino e crudele come Nerone».
Nel 1409, a 21 anni, represse nel sangue una manifestazione popolare che invocava pace, facendo passare per le armi 200 cittadini. Si dice che, in un delirio di onnipotenza, vietò l’uso stesso della parola «pace».
Giovanni Maria aveva l’abitudine di far sbranare i suoi rivali da feroci mastini …. vizietto di famiglia, ereditato da suo nonno Bernabò,  … era, quello che si può chiamare,  un pericoloso psicopatico

Primi segni di squilibrio mentale

Purtroppo però, con manifestazioni diverse, era anche il fratello Filippo Maria, evidenziò ben presto, fenomeni di squilibrio, il che fa seriamente pensare al problema degli effetti nefasti sui discendenti, del  matrimonio fra consanguinei.
Certo, furono anni molto tristi, quelli passati nella solitudine di Pavia, sotto la custodia pesante di Facino Cane (Signore di Abbiategrasso e condottiero al suo servizio, il vero dominatore della Lombardia). Le notizie dell’assassinio della madre e quella successiva del fratello, incisero pesantemente sul suo equilibrio psichico e sulla sua formazione morale. In quegli anni, cominciarono a manifestarsi le sue paure inconsce, la mania di persecuzione, la solitudine, l’auto-isolamento …  Per spirito di sopravvivenza, cominciò a diffidare di tutto e di tutti, a controllare persino le parole proprie e i gesti altrui.

Duca a soli vent’anni

Si trovò ad essere duca a  vent’anni, nel 1412, senza averlo voluto minimamente, con un enorme carico di responsabilità sulle spalle, cui non era assolutamente preparato. Consapevole di non essere in grado di fare da sé, avrebbe dovuto, ‘fidandosi di necessità’, appoggiarsi a gente di cui ‘non si fidava affatto. Tragedia nella tragedia!
Si trasferì da Pavia, al castello di Porta Giovia e qui cominciò la nuova esperienza.

Matrimonio con Beatrice Cane

A differenza del fratello Giovanni Maria, per indole, lui era tutt’altro che bellicoso … amava la tranquillità! Lasciava che i suoi capitani si dedicassero alle guerre, i suoi consiglieri, alle strategie, mentre lui doveva soltanto pensare alla vita coniugale, pure quella iniziata così male …  Aveva sposato Beatrice (fresca vedova di Facino Cane), unicamente per legittimare il suo rientro in campo, come nuovo Duca di Milano. Come mai? 

Facino Cane
Facino Cane

Facino Cane, condottiero al servizio di Filippo Maria, morì di gotta , nel maggio 1412, all’età di cinquantadue anni. Ormai conscio della sua imminente fine, raccomandò all’arcivescovo Bartolomeo della Capra, d’aver cura delle sue pratiche testamentarie. Il suo testamento prevedeva che l’ingente patrimonio, costituito da denaro, immobili e truppe, sarebbe dovuto andare alla moglie, se lei si fosse risposata con Filippo Maria Visconti, duca di Milano, per preservare le politiche della signoria. Una volta morto Facino, la vedova Beatrice Cane, rispettando la clausola testamentaria, si risposò con il duca di circa vent’anni più giovane di lei, ma il rapporto fra i due fu però burrascoso, sia per la differenza di età, sia per la mancanza di eredi, sia ancora per i tentativi di Beatrice, di immischiarsi in questioni politiche.

E si stufò presto di lei ….

Secondo un cronista tedesco dell’epoca, estraneo agli ambienti milanesi, emergerebbe una propensione di Filippo Maria a rapporti contro natúra, per cui, non amò mai la moglie, che, data la differenza d’età, vide più come una madre …. Le truppe, che Beatrice gli mise a disposizione, sposandolo, servirono unicamente per scacciare dalla città i cugini Estorre e Giovanni che, alla morte di suo fratello, si erano accaparrati il potere ….

Il Ducato, travagliato da pericoli di dissoluzione, sotto la sua guida, riuscì a superare il momento di profonda crisi. A suo merito, indubbiamente, i colpi di mano, le doti di astuzia e di abilità ereditate dal padre, che gli permisero di riappropriarsi di Parma e Genova, precedentemente sfuggite al dominio Visconteo.

Quando si stufò della moglie (e fu abbastanza presto), Filippo Maria trovò modo di liberarsene, cogliendo, a pretesto, una non provata diceria, secondo la quale, la duchessa avesse una  tresca con un certo Michele Orombello. Fece imprigionare subito sia lei che il suo presunto amante; il 23 agosto 1418 fece portare entrambi al castello di Binasco e li fece decapitare il 13 settembre.  

Castello Visconteo di Binasco

Vane ‘trattative’ per risposarsi ….

Nel 1421, il duca fu in trattative con il Papa Martino V, per sposarne la nipote, Caterina Colonna, ma il discorso non ebbe alcun esito. Analoga sorte ebbe il progetto di sposare Maria d’Angiò, sorella del pretendente al trono di Napoli.

Diventò paranoico e misantropo

La riservatezza di Filippo Maria andò aumentando di anno in anno, così da diventare una vera fobia.  I suoi soggiorni a Milano, dopo il 1430, diventarono  sempre più rari, al punto che, per andare al Castello di Porta Giovia, utilizzava la porta che vi accedeva dalla campagna, evitando di entrare in città, e quindi di farsi vedere dalla gente. Si era progressivamente chiuso in sé stesso, rinunciando persino ai suoi più elementari doveri istituzionali.
Quando infatti Re Sigismondo, in viaggio verso Milano per l’incoronazione, annunciò il suo arrivo in città,  il duca, adducendo a pretesto i suoi disturbi intestinali, non si fece vedere, rimanendo chiuso nel castello di Abbiategrasso, per tutto il tempo del soggiorno, a Milano, dell’illustre ospite. Amava trascorrere le sue giornate tra i  castelli di Cusago, Vigevano,   Abbiategrasso e Pavia, uniti quasi tutti da una rete di canali navigabili e da strade private su cui nessuno doveva osare transitare. Vi era da parte di Filippo Maria una sorta di ripugnanza a mostrare ad altri che non fossero i suoi famigliari, le tracce dei suoi disturbi fisici, l’obesità progressiva e il male agli occhi che lo tormentava da anni.

Terrore del buio e dei fantasmi

Temeva venissero ordite, contro di lui, le medesime congiure che lui usava pianificare e far eseguire, nei confronti dei suoi nemici.
Quando scendeva la notte, cominciava per Filippo Maria un’altra vita, quella dei terrori. Il silenzio e il buio soprattutto nelle notti invernali di luna nuova, gli produceva uno spavento indicibile. Ancora giovane, collocava, tutto intorno al suo letto i giacigli dei suoi camerieri …  da ogni parte temeva i fantasmi. Ad ogni minimo scricchiolio o rumore sospetto, temendo agguati,  collocava nottetempo le guardie a vegliare sui sogni agitati e per timore di essere pure lui assassinato, cambiava spessissimo letto e camera.

La favorita Agnese del Maino

Qualche anno dopo, nel 1425, comparve a Castello, ad Abbiategrasso e a Cusago,  una favorita, tale  Agnese del Maino appartenente ad una famiglia patrizia milanese di parte ghibellina. Come Agnese sia diventata la favorita di Filippo Maria non è chiaro. Probabilmente era stata una damigella della duchessa Beatrice. Risulta che un suo parente, tal Bertolino del Maino, fu fatto sbranare dai mastini, qualche anno prima, durante la reggenza del fratello duca, mentre qualche altro della famiglia, fu decapitato per futili motivi. Successivamente, alcuni esponenti dei del Maino, fedeli al detto “chi la fa, l’aspetti”,  parteciparono al suo assassinio.

Agnese del Maino
Agnese del Maino

Segregata e succube dei capricci del Duca

Agnese del Maino diventò prigioniera dei capricci del duca rimanendo segregata nel castello di Abbiategrasso o in quello di Cusago senza poterne mai uscire o avere relazioni con estranei. Filippo Maria la controllava ferocemente. Quando era al castello di Abbiategrasso, da lontano il duca stabiliva le camere in cui lei avrebbe dovuto abitare, senza poter passare da altre e il castellano aveva l’ordine di vigilare sulle donne di servizio che lei aveva, e di sostituirle, al minimo sospetto. Se casualmente il duca arrivava al Castello, la dama doveva passare subito in altre stanze, rimanendo chiusa per tutto il tempo che lui trascorreva a Palazzo. Se il castellano avesse constatato che la dama non aveva compagnia sufficiente né idonea, dovevo andarci personalmente e stare con lei, mettendo altri al proprio posto.  Mai, in nessun caso. la dama dovevo uscire dal castello.

Unico diversivo … la nascita di Bianca Maria

La squallida vita della povera Agnese, fu rallegrata dalla nascita, il 31 maggio 1425, della figlia Bianca Maria e l’anno successivo anche da un’altra femminuccia, Lucia che morì a pochi giorni dalla nascita. Con atto d’inconsueta generosità, Filippo Maria la riconobbe dandole il cognome Visconti. Fu lei, la bimba che, all’età di sei anni, il padre promise in sposa al capitano di ventura  Francesco Attendolo Sforza, ventiquattro anni più vecchio di lei.

A questo proposito, c’è una frase attribuita al duca, che lascia pensare che, nemmeno allora, fosse così normale la promessa in sposa di una bimba così piccola … e pure il suo modo di esprimersi, la dice lunga… “Che c’è d’illegittimo a dare una ‘bastarda’ in moglie ad un ‘bastardo’?”
(In effetti anche Francesco Sforza era figlio illegittimo, nato nel 1401 da una relazione tra Muzio Attendolo Sforza con l’amante Lucia Terzani!)

La sventurata Bianca Maria, visse con la madre in quella clausura dorata per diciassette anni, fino alla data delle sue nozze, nel 1442. Il padre provvide alla sua istruzione a corte, ma non si sa esattamente cosa fece

Bianca Maria Visconti
Bianca Maria Visconti

Bianca Maria diventò moglie di Francesco Sforza, duchessa di Milano dal 1450 al 1466, e madre dei duchi Galeazzo Maria Sforza e Ludovico il Moro.

Matrimonio con Maria di Savoia

Quando esigenze della politica, costrinsero il duca a sposare Maria di Savoia la figlia del duca Di Savoia Amedeo VIII, Filippo Maria non abbandonò la sua favorita, anzi … Dal 1428, fino alla morte del duca nel 1447, la duchessa di Savoia, fu costretto ad una assurda vita di solitudine.
E’ dubbio persino che Filippo Maria abbia mai consumato il matrimonio: Maria di Savoia rimase come abbandonata nel suo appartamento del palazzo dell’Arengo, con poche donne a servizio mentre al governo della sua casa, attendeva una persona fidata del duca. Il cappellano e confessore della duchessa, aveva l’ordine preciso di spiare i suoi comportamenti e riferire al duca, gli stessi sentimenti della donna.

Maria di Savoia
Maria di Savoia

Amedeo VIII di Savoia, in soccorso della figlia

Nel 1434, negli accordi di alleanza col duca di Savoia, Filippo Maria dovette rassegnarsi ad una richiesta non scritta ma ugualmente imperiosa del duca di Savoia, di concedere alla consorte una situazione più degna e consona al suo rango di duchessa. Acconsentì quindi di disporre che venisse solennemente  ad abitare al castello di Porta Giovia (ovviamente in appartamenti separati).
La duchessa Maria potè, in seguito, per ducale concessione, ricevere ambasciatori da parte della famiglia Savoia, vedere ,di tanto in tanto, anche qualche personaggio dell’ambiente milanese e. muoversi persino … andando al castello di Pavia e fino a Lodi e Cremona … vietato andare altrove!. Amedeo VIII dovette insistere nei confronti di Filippo Maria persino per il cambio del maggiordomo troppo osservante delle rigide regole imposte dal duca, affinchè la figlia, abbandonata totalmente dal consorte, potesse avere almeno un minimo di compagnia, cosa questa che il maggiordomo fedele a Filippo, le negava … Si era arrivati al punto che a Filippo Maria ripugnava qualsiasi donna, che non fosse Agnese del Maino, almeno per qualche anno ancora …..

L’ultimo anno e la morte del duca

Nella tarda primavera del 1446, a fronte dell’aggravarsi delle sue condizioni di salute, Filippo Maria si preoccupò della salvezza della sua anima incaricando un gruppo di teologi di dirimere il dubbio se un “signore temporale si possa salvare appresso Iddio”.
Avuto rassicurazioni che s’attendeva, gli stessi teologi lo implorarono affinchè, per la tranquillità dello Stato, suggerisse un nome per la sua successione. Poiché aveva perduto ogni interesse per il governo del Ducato, alle ansiose domande su questo tema, rispondeva chedopo di lui tutto avesse a rovinare, anticipando, di trecento anni, la celeberrima frase di Luigi XV: “Après nous, le déluge”.
Nella notte fra il 12 e il 13 agosto del 1447 essendosi drasticamente aggravate le sue condizioni fisiche per aver rinunciato alle cure, chiese di essere voltato con il viso rivolto al muro e poco dopo morì, isolato e sdegnato così come era vissuto.
Al suo funerale, a parte il clero e le guardie, pochi altri. Pubblico latitante? No. Semplicemente nessuno lo conosceva, nè l’aveva mai visto!

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