Il Cavallo di Leonardo

Il quadro nell’immagine di copertina è di Antonella Colombo. Ora imprenditrice digitale, ha studiato pittura all’accademia di Belle Arti di Brera. È direttore di questo progetto. Scopri tutto il team di Divina Milano

Un monumento “discusso”

E’ questo, uno dei monumenti di Milano più discussi degli ultimi anni. A differenza di altri, che ho già citato in un precedente articolo, la critica non riguarda il monumento in sé, davvero bellissimo, quanto la collocazione dello stesso in posizione tale che, persino fra gli stessi milanesi, sono ben pochi a conoscerlo! Si tratta di un generosissimo regalo che gli americani hanno voluto fare alla città, grati perché, avendo ospitato per quasi un ventennio il grande Leonardo da Vinci, gli ha dato la possibilità di esprimere a pieno il suo genio in tantissimi campi. Il monumento è discusso perché, trovandosi in una posizione assolutamente defilata, sembra quasi un dono non gradito, messo da parte. Si trova infatti all’interno di un piazzale (con cancellata spesso chiusa) antistante l’ippodromo del galoppo, poco lontano dal tempio del calcio, lo stadio Meazza.

Perché le critiche

A differenza di quanto si potrebbe pensare di primo acchito, la collocazione del Cavallo di Leonardo, all’ingresso dell’ippodromo del galoppo, non trova una giustificazione logica, e direi, date le premesse, pare addirittura quasi offensivo nei confronti di chi lo ha generosamente donato. Solo l’inconsapevolezza dei vent’anni di studi e di lavoro che stanno dietro questo monumento potrebbe giustificare la scarsa considerazione dimostrata nei confronti dell’opera, da aver indotto l’Amministrazione Comunale di Milano, a simile scelta incomprensibile. La decisione presa nel 1999, sotto la giunta Albertini, ha scontentato un pò tutti i milanesi. e a tutt’oggi, con le numerose giunte di diverso colore, che da allora si sono susseguite nella gestione della cosa pubblica, e l’alternarsi di diversi assessori alla cultura, non si è pensato ancora a trovare una destinazione più adeguata, per tacitare questa, ormai annosa controversia.

Il cavallo di Leonardo

Perché la collocazione fa discutere

Ci sono state diverse indignate polemiche in proposito, sui giornali sia italiani che esteri, stigmatizzando l’operato dell’Amministrazione, e Milano si è attirata, con questa scelta, il giusto risentimento di mezza America. Francamente devo riconoscere che le lamentele, riguardanti la sua collocazione, sono fondate. Infatti la sua attuale sistemazione è totalmente fuori luogo, sia perché è defilata, sia per il suo significato.

Posizione defilata

Già il fatto di una sistemazione in periferia, denota la scarsa considerazione per l’opera. Il fatto che poi si debba andare appositamente a cercarla, perchè non si vede, significa voler precludere la sua vista non solo ai turisti, ma pure a chi, milanese non necessariamente amante del galoppo, vuole andare a vederla. E dire che, messo in una piazza centrale, in un posto che lo valorizzi, sarebbe anche un polo di attrazione incredibile per il turismo. Probabilmente pochi sanno infatti che quest’opera colossale, insieme ad una gemella, attualmente nel Michigan, è la più grande statua equestre esistente al mondo!

Il significato

Presentare nel piazzale antistante l’ippodromo del galoppo, un cavallo da guerra, non mi sembra un’idea proprio felicissima! E’ un cavallo, è vero, ma c’è cavallo e cavallo! Non ha nulla a che vedere con i puledri che corrono in quell”ippodromo, snelli, veloci scattanti, come tutti i purosangue inglesi: questo è un cavallo da battaglia ben diverso, massiccio, robusto, non troppo veloce, con un fisico adatto a indossare pesanti protezioni e a portare cavalieri bardati di tutto punto con pesantissime armature. Insomma è il classico cavallo del Cinquecento! Dà adito a un ingiusto “rischio di falso”! E’ praticamente come collocare la statua di un mastino napoletano nel piazzale antistante un cinodromo per le corse dei levrierì!

Vediamo di comprendere meglio la storia che sta dietro questo monumento.

Premessa storica

L’antica tradizione di raffigurazione degli equini nell’arte, legata alla celebrazione dei grandi condottieri, viene ripresa proprio verso la metà del Quattrocento, con il Verrocchio, il Donatello e Leonardo da Vinci. Dal marmo si passa al bronzo, cambiano le tecniche; la scultura si evolve studiando la malleabilità e le proprietà dei materiali e le tecniche di fusione di certe leghe.

Il curriculum-vitae di Leonardo

Nell’ultimo dei dieci punti della sua lettera di presentazione al Duca di Milano Ludovico il Moro, Leonardo, sperando nell’assunzione, elenca le sue numerose competenze “in tempo di pace”

Dal Curriculum-vitae di Leonardo

10 – In tempo di pace, sono in grado di soddisfare ogni richiesta nel campo dell’architettura, nell’edilizia pubblica e privata e nel progettare opere di canalizzazione delle acque.

Posso realizzare opere scultoree in marmo, bronzo e argilla, e opere pittoriche di qualsiasi tipo. Potrò eseguire il monumento equestre in bronzo che in eterno celebrerà la memoria di Vostro padre [Francesco] e della nobile casata degli Sforza

Dopo aver iniziato, nei suoi primi mesi alle dipendenze di Ludovico, a fare il costumista e il coreografo delle stravaganti feste glamour della Corte sforzesca, il primo vero incarico, quasi un banco di prova delle capacità dichiarate in quella lettera di presentazione, fu proprio il monumento equestre cui Ludovico teneva tantissimo. Su questo progetto indubbiamente complesso, Leonardo lavorò a più riprese nel corso degli anni e gli agitò a lungo i “travagliati” sonni. A dire il vero, il cavallo rappresentava solo parte del suo monumento, poiché Il gigantesco cavaliere [Francesco Sforza] che lo avrebbe cavalcato, sarebbe stato studiato e realizzato in un secondo tempo.

Gli studi sui cavalli

Leonardo riempì fogli con disegni e schizzi vari, prendendo appunti e facendo studi anatomici approfonditi sull’elegante incedere dei cavalli di razza, nelle loro passeggiate quotidiane. Li seguiva dappertutto, andando a cercare gli esemplari più belli nelle scuderie ducali del Castello Sforzesco o in quelle del Castello di Vigevano, quando gli capitava di passare da quelle parti.

Leonardo da Vinci, studi sui cavalli

 L’idea iniziale di Ludovico il Moro, che voleva un cavallo in posizione rampante, nell’atto di abbattersi sul nemico, dopo studi approfonditi sulla stabilità del monumento, venne scartata da Leonardo. Il progetto si rivelò troppo difficile da realizzare essenzialmente per problemi di equilibrio. Nel 1491 pertanto, Leonardo approntò una seconda versione, un cavallo al passo, realizzato con un modello in creta.  Avuto l’ok a proseguire, di mise a costruire il modello in argilla gigantesco.

Progetto colossale

Uno degli ostacoli principali, al tempo di Leonardo, era la limitata tecnologia di allora. Non esistendo un processo di saldatura che consentisse l’unione di lembi di parti distinte, volendo realizzare un “pezzo” di grandi dimensioni, non restava che realizzarlo facendo un’unica, gigantesca colata.

Leonardo si propose pertanto di fondere in un unico pezzo un cavallo in bronzo di dimensioni davvero colossali,  una sfida davvero impossibile per le tecniche di fusione dell’epoca. Sviluppò diversi progetti, valutando il pro e il contro di varie soluzioni. Si era imposto di realizzare un monumento colossale, che avrebbe dovuto superare i 7 metri di altezza, per oscurare tutte le precedenti sculture equestri, sia del Verrocchio che del Donatello, dedicate rispettivamente ai condottieri Colleoni e Gattamelata. Ma superò se stesso con un’opera di virtuosismo davvero incredibile …. studiò infatti il bilanciamento dei pesi per mantenere in equilibro su due esili punti di appoggio, 10 tonnellate di peso e 7,3 metri di altezza, della statua equestre più grande del mondo.

Ndr. – Infatti, nonostante simili dimensioni e peso, il cavallo si regge in equilibrio su due sole zampe!

L’opera avrebbe costituito al tempo stesso una sfida tecnologica estrema e il ritorno di un concetto estetico caro agli antichi, quello del “colosso”. A differenza di altre opere dove abbandonò il lavoro senza mai terminarlo, in quest’opera Leonardo si applicò moltissimo per portare a termine il progetto; fece disegni, modelli in scala, visioni dal vivo. Doveva essere maestoso, e dopo vari tentativi che durarono anni, finalmente riuscì nel 1493, a realizzare un modello in creta, che rimanesse in equilibrio, pronto per essere rivestito di cera per poi essere fuso. Aveva calcolato che sarebbero state necessarie 10 tonnellate di bronzo! Dopo anni ed anni di progettazione e lavoro, l’opera in argilla venne orgogliosamente esposta all’Arengo, nel grandioso cortile (l’attuale piazza antistante l’ingresso al Palazzo Reale). Le cronache riferiscono che fu un autentico bagno di folla e un trionfo della critica. Il modello in argilla era in altezza, quasi il doppio di quello di Donatello a Padova e ben più grande di quello del Verrocchio a Venezia.

La distruzione del modello

Completato lo studio sul cavallo, in attesa di reperire la quantità sufficiente di bronzo, cominciò a dedicarsi ai primi abbozzi del Cenacolo da dipingere sulla parete del refettorio del convento di Santa Maria delle Grazie.

Nel frattempo, con la morte nel 1498, di Carlo VIII di Francia, si stavano avvicinando venti di guerra per il possesso del Ducato di MIlano su cui Luigi XII di Valois-Orléans vantava diritti di successione. Nel 1499, la guerra con i francesi era alle porte della città e il bronzo, fino ad allora accantonato per la fusione del gigantesco cavallo, finì per essere dirottato, per forgiare armi e cannoni da usare in battaglia, per la difesa di Milano. L’esito della guerra volse al peggio per Ludovico il Moro che, costretto a fuggire da Milano per evitare la cattura, riparò a Innsbruck  alla corte di Massimiliano I d’Asburgo, nel tentativo di riorganizzare l’esercito arruolando nuovi mercenari. I francesi conquistarono Milano, prendendo possesso dei palazzi del potere. Il sontuoso castello, in mano alla soldataglia, venne vandalizzato e tutta la struttura ridotta ad una caserma per le forze di occupazione.

Il gigantesco modello in creta, che avevamo lasciato nel cortile dell’ Arengo, era stato trasferito in un cortile del Castello. Inutile dire che andò perduto, essendo diventato il bersaglio preferito per esercitazioni degli arcieri e dei balestrieri di Luigi XII che lo distrussero, compromettendo definitivamente la possibilità di fusione nel bronzo del famoso cavallo..
Storicamente, la data della distruzione del gigantesco cavallo d’argilla si fa risalire al 10 settembre 1499. Per fortuna si salvarono almeno alcuni dei disegni parziali dell’opera, schizzi, che ora sono conservati al Castello di Windsor. Visto lo scempio operato sul suo cavallo, dopo tanti anni di studi per nulla, un Leonardo giustamente sconsolato, scrisse nei suoi appunti “Del Cavallo non parlerò più”!.

Questa vicenda diede origine al mito del Gran Cavallo che continuò a fiorire per almeno tre generazioni prima di finire definitivamente nell’oblio per diversi secoli.

Il cavallo dimenticato … ritorna in vita

Nessuno può immaginare, ammirandolo oggi, quanto sia stato incredibile il “ritorno in vita” di questo Cavallo di Leonardo ormai dimenticato da quasi cinquecento anni. Se dicessi che è frutto del caso, penso, più di uno stenterebbe a credermi. Eppure è davvero così!

La storia ebbe origine oltre oceano, ad Allentown, una città della Pennsylvania, nell’ormai lontano 1977. Fu una felicissima e incredibile concatenazione di eventi che, presi singolarmente, sono assolutamente insignificanti …. Tutto nacque dalla penna di un giornalista che ebbe l’idea di scrivere un articolo su Leonardo da Vinci, apparso poi su un’autorevole rivista culturale americana!

“Horse That Never Was”

“Horse That Never Was” (il cavallo che non ci fu mai), questo era il titolo di quell’ articolo, comparso nel 1977, sul numero di settembre del National Geographic Magazine. Il giornalista di quel pezzo, scriveva del famoso cavallo commissionato, nel 1482, dal Duca di Milano Ludovico il Moro al grande Leonardo da Vinci, appena assunto al suo servizio e mai realmente realizzato dallo scultore. Avrebbe mai potuto, quel giornalista immaginare quale sarebbe stata la reazione di uno dei suoi lettori, dopo aver letto quel suo articolo? Impossibile, ovviamente!

Capitò infatti che, sfogliando proprio quel numero della rivista, tale Charles C. Dent, incuriosito da quel titolo accattivante, si soffermasse a leggere quel pezzo. Chi era costui?

La sua reazione a quell’articolo? Assolutamente inimmaginabile!

Charles C. Dent

Charles C. Dent (1917 – 1994), viveva ad Allentown in Pennsylvania, a 150 km da New York. In pensione da pochi mesi, non aveva problemi di come sbarcare il lunario. Sicuramente benestante di famiglia, era un sessantenne pieno d’interessi, un artista dilettante. Appassionato di volo sin dalla sua giovinezza, prima dell’inizio della Seconda Guerra Mondiale, era stato anche pilota  pioniere, ed in seguito, pilota di linea della United Airlines. Fra i suoi hobbies, quello del collezionismo d’arte.

Charles C. Dent (1917 – 1994),


Essendo appassionato dell’arte del Rinascimento, dopo aver letto l’articolo del National Geographic Magazine, si entusiasmò al punto, da accarezzare l’idea di tentare di realizzare lui, dopo quasi cinque secoli, il sogno che Leonardo, incolpevolmente, non era riuscito a portare a termine.

La materializzazione di un sogno

Con questo chiodo fisso in testa, si mise quindi subito al lavoro e, avendo necessità di trovare i fondi necessari per la realizzazione della sua idea, decise di fondare la Leonardo da Vinci’s Horse, Inc. (LDVHI), un’organizzazione ‘no profit’. I suoi sforzi per far crescere l’organizzazione e trovare nuovi finanziatori per il progetto, si rivelarono fin da subito un compito estremamente arduo, che richiese più di 15 anni.

ndr. – c’è sicuramente da crederci, perché il suo progetto destava, in tutti gli interpellati, delle comprensibilissime perplessità sotto diversi punti di vista.

Aveva previsto nel 1978, che, per la costruzione dell’opera, il costo sarebbe stato nell’ordine dei 2,5 milioni di dollari, una cifra decisamente ingente.  Cominciò a ricercare in diversi musei gli schizzi di Leonardo sul cavallo e creò un comitato scientifico di esperti leonardeschi, per completare le parti mancanti dei disegni in modo da poterli tradurre in realtà. Il suo obiettivo era quello di realizzare la statua e regalarla alla città di Milano, come segno di gratitudine per aver ospitato e fatto lavorare il genio del Rinascimento. Si fece costruire ad Allentown, uno studio / laboratorio a cupola, all’interno del quale, iniziò personalmente a studiare su come poter realizzare e modellare la parte iniziale della scultura (il suo modello di partenza era un cavallo a dimensione naturale di altezza pari a 8 piedi = 2,4 m). A partire dal 1988 poi, si avvalse della collaborazione di Garth Herrick un valido scultore / pittore che, lavorò part time per tre anni, sul progetto di Charles Dent. Il modello di argilla a grandezza naturale creato da Dent e dai suoi amici, fu chiamato “Charlie’s Horse”. Sfortunatamente però, vista con occhio più attento, quella scultura aveva qualcosa che non andava, probabilmente una muscolatura improbabile o problemi di proporzione anatomica e non arrivò mai al completamento.

La morte di Charles C. Dent

Colpito nel 1990 da sclerosi laterale amiotrofica (SLA), Charles C. Dent non vide mai il completamento della sua opera. Morì il 25 dicembre 1994, lasciando in eredità all’organizzazione no-profit che aveva fondato, la sua collezione d’arte privata, la cui vendita, fruttò al fondo più di 1 milione di dollari. Il Consiglio di amministrazione della LDVHI tentò di tutto per mantenere la promessa fatta a Dent di cercare di continuare il lavoro, secondo il suo progetto e le sue volontà, ma il grosso problema erano i finanziamenti insufficienti.

Il salvataggio di Frederik Meijer

Il progetto stava per essere abbandonato, quando, insperatamente, arrivò l’aiuto preziosissimo di Frederik Gerhard Hendrik Meijer (1919 – 2011), proprietario di una catena di supermercati nel Michigan.

Frederik Gerhard Hendrik Meijer (1919 – 2011)

Questi si offrì di finanziare il progetto, con ulteriori 3,5 milioni di dollari, a patto venissero fuse due copie identiche del cavallo: una per la città di Milano, destinazione finale del progetto fin dall’origine, e una seconda per il giardino botanico e di sculture che lui stesso aveva fatto costruire a Grand Rapids, nel Michigan. Erano i Frederik Meijer Gardens, dove esistevano già raccolte, all’aperto, copie diverse statue moderne, tra le più celebri.

Il progetto proseguì fra numerose difficoltà e alla fine, su suggerimento della fonderia d’arte ove poi si sarebbe realizzata la fusione dei manufatti, la direzione dei lavori venne assegnata alla scultrice newyorkese Nina Akamu di origine giapponese, particolarmente esperta in sculture di animali, che riuscì, alla fine, a portare a termine l’impresa.

Dopo ben quattro mesi di tentativi per salvare il salvabile del modello originale di Dent, Nina Akamu decise che quel modello non era recuperabile e che sarebbe stato sicuramente meno costoso, eseguire una scultura completamente nuova.

Dai disegni arrivati fino a noi, risulta che Leonardo aveva realizzato numerosi piccoli schizzi di cavalli per aiutare a illustrare le sue note sulle complesse procedure per modellare e creare la scultura. Ma le sue note erano tutt’altro che sistematiche, e nessuno degli schizzi mostrava la posizione finale che, nei suoi intendimenti, avrebbe dovuto assumere il cavallo. Nina Akamu fece ricerche attingendo notizie da diverse fonti, al fine di ottenere informazioni sulle originali intenzioni dello scultore. Studiò a fondo le note di Leonardo. i disegni del cavallo e quelli di altri progetti a cui stava lavorando. Riguardò i suoi appunti su anatomia, pittura, scultura. Allargò la sua ricerca addirittura al Verrocchio e a quanti avrebbero potuto influenzare le sue scelte. Studiò pure le razze equine iberiche, ad esempio la razza andalusa, i cui esemplari, sembra, fossero particolarmente presenti nelle scuderie degli Sforza alla fine del XV secolo.

la scultrice Nina Akamu

 Nina Akamu, nella primavera del 1997, insieme a un team di altri scultori, artigiani e studiosi, scolpì un nuovo cavallo di 8 piedi in gesso (dimensione naturale), che divenne il modello base, per poi sviluppare il progetto nella dimensione voluta. Fu un lavoro impegnativo fatto direttamente in fonderia col prezioso aiuto degli specialisti della Polich Tallix di Beacon, N.Y.. che poi provvidero a fare la fusione delle varie sezioni del monumento. .

Ndr. – Per la cronaca, la fonderia d’arte Polich Tallix è la stessa, che fornisce ad Hollywood, il febbraio di ogni anno, le famose 60 statuette, che vengono consegnate durante la serata degli Oscar, come premio agli attori e registi internazionali del cinema che si sono maggiormente distinti, per il miglior film, la migliore interpretazione, la miglior regia, gli effetti speciali ecc.

Seguirono mesi di attento lavoro d’ingrandimento del modello base utilizzando una tecnica di scansione laser a pantografi a tre assi portando la scultura alla colossale altezza di 24 piedi, pari a 7.3 m, il tutto in argilla. È dal cavallo di argilla che furono ricavati i sette calchi in cui fu colato il bronzo fuso

fonderia d’arte Polich Tallix a Beacon, New York.
The Grand Horse

Due copie identiche furono realizzate nella fonderia d’arte Polich Tallix di Beacon, N.Y.

Una delle due copie de “Il Cavallo”, venne donata, per volontà del committente, dal popolo americano alla città di Milano come “Omaggio al Rinascimento e a Leonardo da Vinci”.
Sezionato in sette parti, il cavallo arrivò a Milano. Qui furono saldate e da allora il cavallo si trova nel piazzale del Galoppo. Il monumento fu inaugurato il 10 settembre 1999 dal Sindaco Albertini. Era un venerdì! La data dell’inaugurazione fu fatta coincidere esattamente col cinquecentesimo anniversario della distruzione del famoso gigantesco cavallo di creta da parte degli arcieri francesi di Luigi XII .

Esattamente un mese dopo, il 10 ottobre 1999, l’altra copia identica, venne installata al Frederik Meijer Sculpture Garden a Grand Rapids.

the Grand Horse” – Meijer Sculpture Garden a Grand Rapids (Michigan).


Vi sono altre tre copie dello stesso cavallo, tutte comunque in scala ridotta rispetto alle due grandi.: una nella piazza della Libertà di Vinci, terra natale di Leonardo, la seconda ad Allentown (Pennsylvania) e la terza a Sheridan (Wyoming).

Le dimensioni davvero impressionanti del cavallo, intendono testimoniare la grandezza della colossale creazione del genio italiano.. Questo dono all’Italia può essere visto come una metafora dell’immenso genio di quell’uomo, un esempio della sua creatività, e dell’epoca in cui visse, il Rinascimento.

Conclusione

In definitiva, la costruzione di questo bellissimo cavallo ha richiesto quasi tre anni di lavoro col coinvolgimento di una sessantina di artigiani e un impegno economico di oltre 6 milioni di dollari. Francamente, solo per il lavoro fatto, meritava un apprezzamento diverso da parte di chi ci rappresenta.

Questa scultura in bronzo finita così come possiamo vederla oggi, rimase esposta al pubblico sul terreno della fonderia d’arte Polich Tallix per il fine settimana, prima di essere spedito in Italia. Vennero a vederla più di 60.000 persone creando ingorghi paurosi di diverse miglia nel piccolo centro di Beacon.

Una curiosità: Le statistiche riportano che il gemello americano del Cavallo di Leonardo, che nel Michigan, chiamano “the Grand Horse”, ha attratto nel Parco delle sculture di Grand Rapids. solo nel 2010, più di mezzo milione di visitatori. 
E allora viene amaramente spontaneo chiedersi: quanto ha guadagnato la città di Milano, in termini di richiamo turistico ed evocazione della tradizione leonardesca, in questi 20 anni, a voler insistere col nascondere ingiustificatamente tanta bellezza?

Per chi non l’avesse mai visto, consiglio una visita, è davvero magnifico!

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Come Arrivare

Il Cavallo di Leonardo è situato all’ingresso dell’ippodromo Snai San Siro, nel Piazzale dello Sport 16,

Metro : M5 (linea lilla) fermata “San Siro Ippodromo”
Tram : 16 fermata Piazzale Axum


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