5 monumenti di Milano ritenuti discutibili

Premessa

Che i milanesi siano piuttosto restii ad affezionarsi a certi monumenti o fontane che adornano le piazze della città, è un dato di fatto. In effetti, anch’io, da non milanese, ho difficoltà a volte, a “digerire” certe opere che mi capita d’incontrare girovagando per Milano. A parte l’aspetto puramente estetico spesso discutibile, ritengo, da profano, che diverse opere soprattutto moderne, forse perché troppo ermetiche, non vengano apprezzate a causa della difficoltà incontrata nel tentare di comprenderne il significato.

Se guardiamo l’arte come la materializzazione del pensiero, qualunque opera, sia essa una scultura, un dipinto, o un semplice libro, per essere accettata dal pubblico e apprezzata, deve poter trasmettere qualcosa. Il talento dell’artista, del pittore o dello scrittore sta proprio in questo: la materia modellata, le pennellate su una tela o il pensiero messo per iscritto, sono un po’ come lo specchio della loro anima.

Nel caso specifico delle sculture, l’artista interpreta il tema proposto, esprimendo il proprio pensiero attraverso il calco che sta modellando. La sua opera avrà tanto maggior consenso quanto sarà stata in grado di infondere, in chi la guarda, dei momenti di riflessione, gli stessi stati d’animo da lui provati nel realizzarla, le sue medesime sensazioni.

1. Il monumento a Sandro Pertini di Aldo Rossi – stazione MM di Monte Napoleone

Se mi è consentito fare una classifica delle opere più discusse (o discutibili), beh non ho dubbi che il monumento sicuramente “meno digerito” (per non dire odiato), fra quelli presenti in città, sia quello intitolato al settimo ex-presidente della Repubblica Sandro Pertini, un’opera di Aldo Rossi, architetto milanese, inaugurata a Milano nel 1990, in concomitanza con l’apertura della stazione MonteNapoleone della linea gialla della metropolitana.

Collocata all’estremità dell’area pedonale di via Croce Rossa, all’incrocio di due importanti strade milanesi, via MonteNapoleone e via Manzoni, al pari di altre opere, non è sicuramente stata capita, al punto che i numerosi detrattori dell’opera, hanno sollecitato una petizione per la sua rimozione.

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Queste le parole di Aldo Rossi a giustificazione dell’opera:
«Concepita come una tranquilla piccola piazza lombarda, un luogo per incontrarsi, mangiare un panino o scattare una foto di gruppo, è formata da un doppio filare di gelsi lombardi ormai scomparsi nel paesaggio, da panchine di pietra, lampioni e pavimentazione di blocchi di porfido o granito rosa. All’estremità della piazza vi è il cubo della scalinata […]»

Sarò ottuso, ma devo ammettere che anch’io, ho grosse difficolta a trovare in questo monumento, al di fuori della piccola targa a Pertini sul muro alla sinistra della scalinata, altri significativi addentellati con l’ex Presidente della Repubblica o con i valori della Resistenza!

Il monumento a Sandro Pertini

2. “L’ago, filo e nodo” di Claes Oldenburg e Coosje van Bruggen – in piazza Cadorna

Un’ altra opera molto criticata (ma, alla fine, accettata), è “l’ago, filo e nodo” di Piazza Cadorna, dello scultore svedese Claes Oldenburg e della moglie olandese Coosje van Bruggen, storica dell’arte.

La scultura vuole essere un richiamo alla laboriosità dei milanesi, in particolare con riferimento al settore della moda, nel quale, la città si distingue a livello mondiale: da qui, la scelta di un ago e di un filo che insieme al nodo più distante, sembrano pronti ad abbozzare la cucitura di un ipotetico abito.

"Ago, filo e nodo" dello scultore svedese Claes Oldenburg
“Ago, filo e nodo” dello scultore svedese Claes Oldenburg

3. “La fontana di Piazza san Babila” di Luigi Caccia Dominioni

Una terza opera, che non mi sembra sia particolarmente amata, forse perché occupando quasi mezza piazza, non è facile realizzare il significato dell’insieme, è la fontana di Piazza san Babila realizzata nel 1997 dall’architetto Luigi Caccia Dominioni.

L’opera intenderebbe simboleggiare il ‘ciclo dell’acqua‘ che scendendo dai monti, alimenta i laghi della Lombardia.  Un tronco di piramide di pietra rossa, richiamerebbe le montagne lombarde, mentre il pomolo sulla cima, simboleggerebbe una nuvola … L’acqua della sua pioggia che dalla cima del monte, scorre a valle, crea dapprima un ruscello, quindi un laghetto … poi, dopo il passaggio nella griglia sottoterra che simboleggia il percorso lungo rogge e fontanili vari di cui è disseminata la pianura, l’acqua giunge ad una grande vasca simile a un lago. Lo spruzzo infine starebbe ad indicare l’evaporazione e la chiusura del ciclo.

Come giustamente dicono alcuni esperti è un “museo vivente delle pietre di Lombardia e dei graniti delle chiese e dei palazzi di Milano”. Infatti l’architetto ha inteso, in quest’opera, utilizzare una varietà di materiali pregiati reperibili in Lombardia: dal porfido con sfumature variabili dal rosso al bruno per le pavimentazioni, al Serizzo di Val Masino, dal Granito di Montorfano, al Rosa di Baveno, dal Dubino Valtellina per la fontana al Sasso Rosso della Val Gerola per l’uovo posto alla sommità della fontana.

La fontana di Piazza San Babila
La fontana di Piazza San Babila

4. La “Danza” di Gianfranco Pardia – in piazzale Amendola

Altra opera di non semplicissima “lettura”, è quella che l’autore ha voluto intitolare come la “Danza”, scultura presente in Piazzale Amendola (quartiere ex-fiera, City Life). Realizzata dallo scultore milanese Gianfranco Pardia, viene comunemente interpretata dai milanesi come “l’incidente stradale”, il ché la dice lunga!

L’opera è stata donata dalla Farmafactoring, azienda privata attiva nel settore farmaceutico. Il monumento, composto da una serie di linee spezzate, intenderebbe simboleggiare l’idea del movimento, della dinamicità e del cambiamento. E’ una scultura che rappresenta la profonda trasformazione del quartiere, che ospita architetture avveniristiche come le tre torri il Dritto, lo Storto e il Curvo rispettivamente progettate dagli architetti Arata Isozaki, Zaha Hadid e Daniel Libeskind.

"La Danza" dello scultore Gianfranco Pardia
La “Danza” dello scultore Gianfranco Pardia in piazza Amendola

5. “L’uomo della luce” di Bernardì Roig in Largo 11 settembre 2001

Un monumento che, fra i tanti di recente realizzazione, mi è sembrata la classica voce “fuori dal coro”, è invece quello che si trova all’incrocio fra Corso Monforte e via Vivaio.

La freccia indica la posizione del monumento in ‘Largo 11 Settembre 2001’

Un’ opera molto originale, sicuramente meno nota delle altre, perché collocata in una posizione un po’ defilata rispetto alle vie dello shopping o ai percorsi turistici ‘classici’, è intitolata “l’uomo della luce” ed è visibile in Largo 11 Settembre 2001, davanti all’edificio che ospita gli uffici della Provincia di Milano, oggi meglio conosciuta come Città metropolitana.

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Realizzato dallo scultore spagnolo Bernardì Roig, questo monumento davvero particolare, un po’ fuori dai canoni classici, “aereo” nel vero senso della parola, ha riscosso finora meno credito di quanto onestamente meriterebbe, essendo una vera opera d’arte (probabilmente incompresa).

A mio modesto avviso, la sua collocazione non mi sembra fra le più felici, e così com’è. può anche non piacere, perché passa quasi inosservata. Forse la presenza di un’aiuola sistemata opportunamente tutt’intorno, le darebbe maggior risalto.

Lo scultore spagnolo Bernardì Roig
Lo scultore spagnolo Bernardì Roig

Chi è Bernardì Roig?

E’ uno dei più grandi scultori spagnoli degli ultimi venticinque anni.
Nato a Palma de Mallorca nel 1965, attualmente vive e lavora tra Madrid e Binissalem (Mallorca). Si sa poco di lui e del tipo di studi che ha fatto. Era appena trentenne, nel 1995, quando venne insignito del Premio Ufficiale della ‘XXI International Biennal of Grafic Art’ di Ljubljana (Slovenia). Successivamente poi, nel 1997, gli fu consegnato il Premio Especial Pilar Juncosa y Sotheby’s dalla ‘Fundaciò Pilar i Juan Mirò’ di Palma de Mallorca.


Le sue opere si esprimono attraverso un misto di varie tecniche (il disegno, la scultura, la pittura, la fotografia, il collage, il video, le fonti luminose), una multimaterialità, espressione di una corrente, che vuole essere un elemento di rottura con il concetto di arte, intesa come creazione chiusa in se stessa.

Mentre la luce simbolicamente rappresenta la conoscenza, Bernardi Roig usa nelle sue sculture, intensi, accecanti fasci di luce quasi per innescare una riflessione sugli effetti desensibilizzanti del bombardamento di immagini dei media nella società contemporanea. I personaggi di Roig sembrano attratti dai fasci di luce come falene, ma poi rimangono quasi accecati dalla luce stessa, se non addirittura soffocati.

I suoi lavori, in generale, s’ispirano ai temi contrapposti della vita e della morte, del dolore e del piacere, del sacro e del profano. I suoi soggetti sono sempre dei lavori introspettivi: i volti delle sue figure esprimono quasi sempre un’inquietudine esistenziale. dove il disagio interiore si manifesta attraverso le espressioni del viso e gli sguardi sofferenti. Il soggetto non è quello che si vede esteriormente, ma è nascosto all’interno della scultura.

Perché quest’opera?

L’individualismo dilagante, la mancanza di dialogo, il tramonto degli ideali, la perdita dei valori, ci pongono sempre più spesso l’interrogativo sul futuro del genere umano che sembra aver del tutto smarrito il lume della ragione. Ed ecco il dilagare degli episodi di terrorismo irrazionale, che seminano paure, dolore e lutti a macchia di leopardo. Gli ultimi decenni del secolo scorso sono costellati di simili esempi, culminati poi nel 2001 con la terribile strage delle Torri gemelle di New York.

Su proposta della Triennale, in collaborazione con la Provincia di Milano, l’opera venne realizzata da Bernardì Roig, come omaggio alla città di Milano per ricordare tutte le vittime delle stragi del terrorismo. 

Cosa rappresenta?

Da sempre l’artista affida alle sue statue monocrome il compito di comunicare le sue riflessioni:  sulla cecità, l’eccesso di luce, l’impossibilità di sostenere lo sguardo, il dissenso, la memoria, la sofferenza, il tutto anche in chiave metaforica…. La scultura de “l’uomo della luce”, disegnata sulla falsariga di una analoga presente alla Claire Oliver Gallery di New York, spicca per la sua immediatezza espressiva: è realizzata in bronzo patinato ad acido bianco (molte delle sue opere sono così).
Raffigura un uomo a dimensione naturale, non più giovane, a torso nudo in pantaloni da lavoro, in precario equilibrio su una putrella d’acciaio, inclinata in salita, sulla quale lui arranca faticosamente passo dopo passo, appoggiandosi con entrambe le mani su un bastone, e recando sulle spalle il fardello di un fascio di diciassette tubi di luce al neon. Proprio perché sistemato sulla sua schiena, la luce emessa dal fascio di tubi illumina la strada percorsa ma non riesce ad illuminare il cammino davanti a lui, e quindi l’uomo brancola al buio, nell’incertezza del dubbio. E questo senso di preoccupazione trapela dall’espressione del suo viso vissuto, affaticato, i cui lineamenti appaiono  contratti, e gli occhi strizzati.

Cosa intende significare?

L’opera intende esprimere la vulnerabilità del genere umano; il senso di marcata solitudine, di isolamento. Il volto contratto in una smorfia e gli occhi fortemente serrati stanno ad indicare l’esperienza vissuta, la lucida cecità, il disagio interiore e la sofferenza fisica di colui che non vuole vedere l’orrore intorno a sé, nè tanto meno prendere coscienza di ciò che lo circonda. Rappresenta in pratica, l’estenuante fatica dell’esistenza umana, sotto il peso, le brutture ed il ritmo dei tempi moderni.

Le luci al neon, elemento distintivo e caratterizzante di molte delle sue opere, rimangono sempre accese (illuminando la strada appena percorsa, quale espressione della conoscenza). Si spengono unicamente il 9 maggio di ogni anno (in concomitanza della ricorrenza dell’uccisione di Aldo Moro), giornata nazionale dedicata alle vittime del terrorismo, ad indicare il senso di paura e di smarrimento totale. In quella notte sulla facciata del Palazzo viene proiettato in continuazione un filmato che raffigura il modello della statua che avanza faticosamente con le luci sulle spalle, quasi quell’uomo prendesse vita!

L’uomo della luce

Il monumento inaugurato il 27 luglio 2008, in occasione del quindicesimo anniversario dell’esplosione dell’autobomba di via Palestro, fu sistemato provvisoriamente nel cortile di Palazzo Isimbardi in Corso Monforte. Il 9 Maggio dell’anno successivo, in occasione del trentunesimo anniversario dell’uccisione di Aldo Moro, fu collocato a dimora definitiva nello slargo, all’incrocio fra via Vivaio e Corso Monforte, davanti alla sede della Amministrazione Provinciale,  nel corso di una cerimonia inaugurale, alla presenza dell’artista.

“Largo 11 settembre 2001“ è l’attuale denominazione ufficiale della parte finale di via Vivaio, a partire dal punto ove esiste uno slargo in prossimità dell’incrocio tra la via stessa e corso Monforte, davanti a Palazzo Isimbardi.
Il cambio di denominazione da via Vivaio a Largo 11 settembre 2001 avvenne sotto la Giunta Pisapia, in occasione dell’undicesimo anniversario della strage delle torri gemelle di New York che provocò quasi 3000 vittime. In tale contesto la presenza della scultura di Bernardì Roig assume significato ancora più simbolico.

Come spesso accade, anche in questo caso non c’è un pannello esplicativo che riporti gli estremi dell’opera, indicando il titolo e il nome dello scultore che l’ha realizzata.

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