Francesco Messina

Dire che le sue opere figurano nei più prestigiosi musei del mondo come Berna, Zurigo, Göteborg, Oslo, Parigi,  Barcellona,  Berlino, Monaco di Baviera, San Paolo del Brasile, Buenos Aires, Mosca, San Pietroburgo, Venezia, Vienna,  Washington,  Tokyo, mi sembra un biglietto da visita sufficiente per valutare la caratura di quest’artista. Ma chi era questo “mostro sacro”? Uno scultore, fra i maggiori artisti contemporanei, ingiustamente quasi dimenticato! Così poco incline alle mode, caparbiamente ancorato a un’arte capace di sfidare il tempo, appare oggi, in un momento in cui è forte il bisogno di valori più saldi e profondi, scultore di estrema attualità.

Francesco Messina nacque il 15 dicembre 1900 a Linguaglossa, un paesotto siciliano dell’interno, alle pendici dell’Etna, a nord di Catania. La notizia della gravidanza della moglie, sicuramente fece venire un coccolone a suo padre, data la condizione di estrema indigenza in cui si trovava la famiglia.

Il padre, era uno dei figli della famiglia dei “ticchi”, soprannome questo, tramandato in paese da generazioni, sicuramente a causa della eccentricità e della stizzosità di qualcuno degli avi della sua famiglia. Morta la mamma quando lui aveva solo sei anni, non volendo stare con suo padre, se ne andò da casa, analfabeta, mendicando di paese in paese e vivendo per anni di stenti, in tuguri finché, divenuto grandicello, non incontrò la futura moglie, pure lei nulla tenente. Francesco nacque quindi in condizioni di più assoluta indigenza dei suoi, nella casetta dello “storpio”, soprannome dato dalla gente al poveretto deforme, proprietario di quel cascinale, ove la famigliola aveva trovato alloggio, sulle rive del torrente Vallone.

Il sogno della “Merica”

Erano quelli, gli anni della rivoluzione industriale e del cosiddetto “American Dream” (il sogno americano), la speranza per tanti poveri, di poter migliorare il proprio tenore di vita e raggiungere la prosperità economica, se solo fossero emigrati nel Nuovo Mondo. Così nel 1901, al pari di moltissimi loro conterranei, i Messina, con Francesco di pochi mesi, si lasciarono convincere ad intraprendere il viaggio della speranza per la “Merica”: s’imbarcarono nel porto di Riposto, a nord di Catania, alla volta di Genova, per poi da lì, prendere il piroscafo per Ellis Island, l’isolotto di frontiera a due miglia da New York. Per non essere riusciti in tempo utile, prima che la “Liguria” mollasse gli ormeggi, a raggranellare tutto il denaro necessario per la traversata oceanica, il sogno della “Merica” dei Messina si spense tristemente fra i carruggi di Genova. Trovarono alloggio in un sottoscala in Vico Fosse del Colle 36, poco più che un tugurio, in un vicolo cieco e umido, proprio accanto alla casa natale di Niccolò Paganini.

I primi anni davvero difficili

I genitori, vivendo in condizioni di estrema povertà, erano tutto il giorno in giro alla ricerca di un lavoro anche saltuario. Pertanto i primi anni di Francesco furono davvero difficili, dalla mattina alla sera, a girovagare fra i vicoli, le strade, le banchine del porto, dietro casa, nel tentativo di recuperare qualche soldino per sfamarsi. Fece i primi tre anni delle elementari, frequentando la scuola solo quando pioveva: il suo maestro Morandi, conoscendo la sua situazione familiare, chiudeva un occhio e lo lasciava disegnare su un quaderno per tutta la durata delle sue lezioni. Era un modo come un altro, per tirarlo via dalla strada e dalle brutte compagnie.

Il padre, senza arte né parte, trovava ogni tanto lavoretti saltuari ma era spessissimo disoccupato. La madre contribuiva al ménage familiare avendo trovato impiego come donna delle pulizie e lavandaia, presso l’Ospedale. Almeno quello era un posto sicuro, appena sufficiente per sfamare la famiglia. Francesco, aveva otto anni, quando i suoi, nel tentativo di avviarlo precocemente al lavoro, gli fecero fare l’apprendistato dapprima nella bottega di Rigacci, poi in quella di Callegari, dove si lavorava il marmo. Dopo la giornata di lavoro in bottega, andava a frequentare un corso di disegno, dapprima presso le scuole serali della Confederazione operaia e poi presso l’ Accademia ligustica di Belle Arti di Genova. Fu proprio in quei cinque anni passati a formarsi presso di loro, che si manifestò la sua vocazione alla manualità e all’espressione artistica.

Tredicenne, pagò carissimo il desiderio irrefrenabile di andare vedere al cinema, in orario di lavoro, un film che non voleva perdere. Gli costò il licenziamento in tronco presso il marmista da cui lavorava. Tra il 1913 e il 1914 , non ancora ragazzo, oltre a scolpire la pietra, fece pure il modello nello studio di un anziano scultore genovese, Giovanni Scanzi, uno dei più quotati marmisti di statue di quel museo a cielo aperto che è il cimitero di Staglieno. E mentre di giorno lavorava duro, di sera riprendeva gli studi elementari interrotti, seguendo pure un corso di nudo, evidenziando sempre maggiormente l’interesse per la scultura. Morto lo scultore Scanzi per cui lavorava, fece per qualche tempo, il marmista finitore di statue per poi trovare impiego presso altri scultori. Rimase particolarmente affascinato in quegli anni, dalla figura del poeta e drammaturgo Filippo Tommaso Marinetti, il fondatore del movimento futurista, la prima avanguardia storica italiana del Novecento.

Movimento futurista

Amante della velocità, nel 1908 Marinetti venne ripescato in un fossato fuori Milano in seguito ad un banale incidente: per evitare due ciclisti era uscito di strada con la sua automobile, un’Isotta Fraschini. L’episodio venne trasfigurato nel Manifesto del Futurismo, composto nello stesso anno:
Marinetti che viene estratto dal fossato e si sente un uomo nuovo, deciso a liberarsi degli orpelli decadentisti  e liberty, e che detta ai suoi compagni un programma fortemente rivoluzionario: occorre chiudere i ponti col passato, «distruggere i musei, le biblioteche, le accademie d’ogni specie» e cantare «le grandi folle agitate dal lavoro, dal piacere o dalla sommossa glorificare la guerra — sola igiene del mondo —, il militarismo, il patriottismo, il gesto distruttore del libertari, le belle idee per cui si muore e il disprezzo della donna» [rif. – Wikipedia]

Le sue prime opere

Già nel 1916, Genova si accorse di lui come artista, quando per la prima volta Francesco Messina, poco più che quindicenne, presentò la sua prima statua in gesso, alla mostra annuale della Società Promotrice delle Belle Arti, dove poi avrebbe continuato ad esporre quasi ininterrottamente fino al ’32. Purtroppo non ci è rimasto nulla di questi lavori giovanili, perchè a distanza di tempo, riguardandoli e non piacendogli più, li distrusse con le sue stesse mani.

Venne chiamato alle armi nel 1918, ma per sua fortuna, a guerra mondiale quasi conclusa, riuscì ad evitare il fronte. I mesi d’inattività e quindi il mancato guadagno, fecero ripiombare in miseria la sua famiglia.

Finita la guerra e rientrato a Genova, dovette affrontare nuovamente le gravi tribolazioni della famiglia, che lo costrinsero ad allontanare il padre violento e a divenire di fatto il capofamiglia. Ebbe modo di conoscere e stringere amicizia con poeti che ebbero ruolo importante nella sua formazione culturale, come Camillo Sbarbaro, Adriano Grande e in particolare Eugenio Montale. che gli fece scoprire il lirismo estetico e l’importanza della poesia. Nel 1920 perse il fratello minore Armando, colpito da febbre spagnola. Riprese quindi a lavorare per aiutare il menàge familiare, realizzando sculture di piccolo formato, che permettevano di trovare acquirenti con maggiore facilità. Fu in questo periodo che maturò una maggiore consapevolezza delle proprie capacità tecniche ed espressive, rivelandosi alla critica come artista promettente e dotato

Nel 1921, invitato alla I Biennale di Napoli, vi partecipò presentando “due Danzatrici“, e l’anno seguente (1922), a Venezia, riuscì, dopo una severissima selezione, ad essere uno degli otto artisti ammessi alla XII Biennale, esponendo in bronzo il “Cristo morto“. Sarà poi presente in tutte le successive edizioni, fino al 1942, anno in cui si aggiudicherà il Primo Premio, e infine nel 1956 con una sala personale.

Fu proprio in occasione della presentazione del “Cristo morto” nel ’22 , che, fra i tavolini del Florian, in piazza San Marco a Venezia, dove il gruppo “Novecento” usava ritrovarsi durante i giorni della Biennale, ebbe modo di vivere le sue prime esperienze dell’avanguardia entrando casualmente in contatto con Carlo Carrà e Adolfo Wildt, esponenti di quel gruppo, gente che mai avrebbe immaginato di conoscere personalmente. Si era intrufolato fra quel capannello di persone e ascoltava silenzioso le varie discussioni ed i commenti dei presenti. Essendo lui il più giovane di tutti, che nessuno di loro conosceva, la sua presenza fu evidentemente notata. Carrà avvicinandosi incuriosito, gli chiese: “Ma tu chi sei? Che ci fai qui?” E un altro .. “Sai mica di chi è il bronzo del Cristo Morto? “E’ mio” rispose Francesco. Lui rimase in silenzio … Poi, in un orecchio, gli disse solo: “Ci siamo”, e scomparve. Era Adolfo Wildt, quasi a dirgli con quel “ci siamo”, che la Milano dell’arte, lo avesse già ufficialmente adottato.

Vinse il concorso per il monumento ai caduti del quartiere di S. Vincenzo Alto a Genova (1922-1925 : piazza Goffredo Villa) e ottenne pure l’incarico di realizzare la statua in marmo del “Cristo risorto” per la cappella dei Suffragi nel cimitero di Staglieno. 

Fu sempre quell’anno (1922) che, complice la stretta amicizia con Eugenio Montale, che lo istruiva pure in campo musicale, Francesco ebbe modo di conoscere, al Politeama, una delle muse del suo amico, una certa Bianca Fochessati Clerici, fonte d’ispirazione di diverse delle sue poesie, in “Ossi di Seppia“. E fu amore a prima vista, un vero colpo di fulmine, e ne fu contraccambiato. Per lui, quella era la donna più bella del mondo. la donna della sua vita, la sua Bianca. E fu un amore che durò una vita intera. Anche se lui era molto più giovane di lei, Bianca era una piacente nobildonna, già sposata ad un uomo avanti negli anni e già pubblicamente separata da lui.

Busto di Bianca Fochessati Clerici – scultura di Francesco Messina

Bianca Fochessati Clerici era nata a Siena, da padre mantovano e madre torinese, ultima di tre fratelli. Al seguito del padre medico, si era trasferita a Bologna, dove era rimasta fino intorno ai quindici anni. Bianca aveva frequentato l’Accademia di Belle Arti ed era stata compagna di Giorgio Morandi. Finiti i corsi all’Accademia, la famiglia decise di sposarla ad un ricco commerciante di carboni, che risiedeva a Genova.

Genova non piaceva a Bianca, né per il dialetto, né per il carattere dei nativi, ma soprattutto lei non sopportava la sua vita coniugale: aveva sposato un uomo che non aveva avuto il tempo di conoscere prima del matrimonio, e che non amava. Dalla loro unione, nacque Paola, ma con la nascita della bambina, la convivenza, apparentemente pacifica, raggiunse livelli drammatici.

L’aver conosciuto Francesco Messina nel 1922, porterà poi Bianca a divorziare dal marito.

Tornando ai lavori di Francesco Messina, ecco cosa avrebbe scritto di lui, l’amico Eugenio Montale nel 1924:

“E’ un’armoniosa e ferace giovinezza la sua, che si esprime in opere di ritmo e leggiadria. E’ in lui una mirabile capacità di trasformarsi nelle versioni e nelle forme più disparate, un dono profondo e primordiale. Per vari segni, che non sono quelli dello Zodiaco, egli ci appare predestinato al più alto avvenire. Anche in lui l’uomo non è al di sotto dell’artista. Ci sono delle cose molto belle nella sua vita, dalle quali non toglierò il velo a nessun patto”

Nel 1925, partecipò alla III Biennale di Roma e all’Exposition des Arts Décoratifs et Industriels Modernes di Parigi.

L’anno successivo (1926), Francesco Messina venne invitato da Wildt a Milano a partecipare alla “Prima Mostra del Novecento Italiano”, ove. nel Palazzo della Permanente (o Palazzo della Società per le Belle Arti – via F. Turati 34) , presentò l’opera “Autoritratto“.

Autoritratto

Lì, ebbe modo di stringere amicizia con Arturo Martini, scultore, pittore, incisore e docente, undici anni più anziano di lui. Sarà un’amicizia sincera, non senza rivalità e spirito di competizione. Fu per Francesco, il classico amico delle scorribande, il matto, il genio irrefrenabile. I due amici si contesero a lungo, la cattedra di scultura a Brera.

L’anno successivo, lasciata la casa paterna, cominciò a fare diversi viaggi all’estero, in compagnia del coetaneo scultore toscano Marino Marini, in giro per i musei europei, con lo scopo di placare l’ansia di continua ricerca e conoscenza.

Nel ’29, facendo riferimento a lui, Carlo Carrà scriveva …. Messina iniziò ad esporre le proprie opere fin da giovanissimo nelle più prestigiose manifestazioni internazionali dove si fece notare per “un fare semplice e grandioso e per procedimento idealistico e classico, in grado di dar vita a forme che restano come immagini ideali

1932 – Trasferimento a Milano

Era già uno scultore affermato e pure accademico di merito dell’Accademia Ligustica di Belle Arti di Genova, quando nel ’32, dopo una profonda crisi esistenziale che lo portò a distruggere molte sue opere, si trasferì definitivamente a Milano, città che già frequentava da qualche anno, sia per varie iniziative culturali, che per i contatti con le fonderie. Andò ad abitare in via Cesariano, dalle parti dell’Arena Civica. Strinse o rinsaldò amicizie con numerosi artisti e scrittori, fra cui Salvatore Quasimodo (suo conterraneo), Alfonso Gatto, Sergio Solmi, Carlo Carrà, Piero Marussig. L’interesse per le sue opere. si tradusse ben presto in acquisto dei suoi “pezzi” da parte di alcune Gallerie italiane come quella d’Arte Moderna di Roma, quella di Torino e pure estere, come il Kunsthistorische Museum di Vienna. .

La Grecia antica fu un’altra delle sue mete preferite in questo periodo di viaggi in giro per l’Europa, sempre a caccia dei musei dove poter finalmente “toccar con mano” le statue classiche, che fino ad allora, aveva solo avuto modo di ammirare in fotografia e di disegnare all’Accademia delle Belle Arti di Genova.

1934 – Cattedra di scultura a Brera

Vincendo un concorso nazionale, Messina si aggiudicò nel 1934, la cattedra di Scultura dell’Accademia di Brera, già di Wildt. Due anni dopo era già direttore dell’istituzione braidense, carica questa, che manterrà fino al 1944.

Sua, la “statua di Sant’Edoardo“, in porfido rosso e una Via Crucis in bronzo dorato, eseguite nel ’36, su richiesta di Giovanni Agnelli (1866 – 1945), per la Chiesa di Sant’Edoardo, a Colle Sestriere, fatta da lui edificare, in memoria del figlio Edoardo (1892 – 1935) morto a 43 anni in un incidente aereo.

Ndr. – Giovanni ed Edoardo Agnelli erano rispettivamente il nonno e il padre dell’Avvocato Gianni Agnelli (1921 – 2003), principale azionista e amministratore al vertice della FIAT.
Il padre Edoardo, sposato a Virginia Bourbon del Monte, morì lasciando sette figli. Gianni, che era il secondo dei sette, aveva all’epoca, solo 14 anni.

1937 –

Una delle sculture più famose di Messina, “il Regisole“, una statua bronzea alta 6 metri e posta su una base di travertino, fu eseguita nel ’37 per la città di Pavia, a ricordo di un altro monumento di origine incerta, forse dedicato al re ostrogoto Teodorico il Grande. La statua venne distrutta nel 1796 dai giacobini pavesi, solo perché raffigurava un monarca. Collocata davanti alla cattedrale, fu, da allora, uno dei simboli della città, raffigurato ad esempio sul sigillo d’argento del Comune.

Ndr. – Il nome Regisole deriva forse da “Rege[m] Solis”, poiché ricoperto anticamente di dorature che riflettevano i raggi solari, oppure dalla posizione del braccio alzato che sembrava “reggere” il sole, o ancora dalla parola “regisolio”, cioè trono regale. [rif. Wikipedia]

Il Regisole (1937) a Paviascultura di Francesco Messina

1938 –

Il ’38, fu l’anno delle sue mostre personali: quella di Roma, presentata da Giorgio de Chirico, quella di Torino, da Salvatore Quasimodo.

Nel corso dello stesso anno, la famosa competizione scultorea con l’amico Arturo Martini: entrambi furono chiamati per abbellire l’ingresso principale dell’ospedale di Niguarda a Milano. Due gruppi scultorei, alti quasi 3 metri, in marmo di Carrara, furono il frutto di questa gara fra i due, su un tema comune, la carità: spirituale per Messina e materiale per Martini.

Francesco realizzò, dietro suggerimento del cardinale Schuster, arcivescovo di Milano, il gruppo marmoreo monumentale “San Carlo reca il perdono ai deputati ospitalieri“. Si dice che lo scultore volle documentarsi presso la quadreria del Duomo, per copiare gli abiti, i bottoni e le gorgiere dell’epoca. Di particolare importanza, secondo l’autore, è il dito ammonitore di San Carlo Borromeo (elemento intorno al quale ruota tutto il gruppo scultoreo), mentre il Santo sta consegnando la bolla papale, che concede l’indulgenza plenaria ai rappresentanti ecclesiastici del tempo.

Il suo gruppo dialogava silenzioso con quello scolpito poco prima dal Martini, “Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti donano a Papa Pio II il bozzetto della Ca’ Granda”, l’uno a destra,l’altro a sinistra, dell’ingresso dell’Ospedale.
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San Carlo reca il perdono ai deputati ospitalieriscultura di Francesco Messina (Ospedale Ca’ Granda Niguarda)
“Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti donano a Papa Pio II il bozzetto della Ca’ Granda”scultura di Arturo Martini (Ospedale Ca’ Granda Niguarda)

E’ del ’39, la sua “statua di Santa Rosa” patrona di Viterbo. L’incontro sul luogo, con la “sacra spoglia“, come la definì nella sua autobiografia, fu per lui assolutamente sconvolgente. C’è chi dice che da quel momento, cambiò radicalmente la sua vita. Immaginò nella sua mente, la giovane Rosa raffigurata nel bianco marmo. Tornato a Milano, trovò una piccola modella nella figlia di un amico, e iniziò a farne il bozzetto. Recatosi successivamente a Carrara, riuscì fra i tanti blocchi di marmo, a trovarne uno color avorio, estratto da una falda cristallina. Terminata l’opera, decise di donarla al Santuario trovando però la resistenza del vescovo, perché all’epoca, lo scultore conviveva con Bianca. Il cardinale Schuster, amico di Francesco, intercedette per lui convincendo il vescovo di Viterbo ad accettare ugualmente il dono. E mentre il cardinale posava per lo scultore per ripagarlo del dono alla Chiesa, gli predisse che entro breve lo avrebbe confessato, cosa di cui Francesco non aveva mai sentito la necessità. Poco tempo dopo, avvenne il miracolo: il Messina , per prepararsi al matrimonio, avendo deciso di sposare Bianca, verrà confessato proprio da Schuster!

La statua di Santa Rosa da Viterbo

Poco prima della caduta del fascismo, nel ’43, Francesco Messina venne nominato Accademico d’Italia.

Gli anni bui (1944 – 1946)

Crollata la dittatura, l’immediato dopoguerra fu, per lui. molto amaro e l’accusa di collaborazionismo gli riazzerò la vita al punto da rischiare pure il plotone di esecuzione. Perse tutto, gli amici, il lavoro. Venne allontanato dall’Accademia, per il solo fatto di esserne stato direttore durante il regime. Venne tacciato per fascista perché, come molti suoi colleghi in quegli anni, fu costretto ad iscriversi al partito di fretta e furia, a tempo scaduto, pur di non perdere la cattedra di scultura, appena vinta al concorso e mantenere quel minimo di tranquillità economica. Per aver realizzato, suo malgrado, in quel periodo, alcuni monumenti alla gloria del regime, fu epurato, disprezzato, e perse per qualche anno pure la cattedra di scultura faticosamente conquistata. Era rimasto senza più niente, eccetto l’amore di Bianca, che sposò durante i bombardamenti.

Stando a quanto Messina stesso scrisse nella sua autobiografia, Poveri giorni, l’allontanamento dalla cattedra e dalla direzione di Brera, avvenuto nel 1944, fu causato da vecchi rancori ed invidie che sfociarono nell’accusa di aperto sostegno al fascismo: «Divenni preda di calunnie e rappresaglie […]. Era lo scatenarsi di vecchie invidie, di rancori che per miracolo non mi condussero al plotone di esecuzione. Sembrava che il fascismo lo avessi inventato io […]» (MESSINA 1974, p. 164].

Nel 1946, dopo gli anni bui della guerra, trascorsi a Dolo nella Valle del Brenta , rientrò a Milano e da questo momento in poi il successo di Messina non farà che crescere. Dopo un periodo di isolamento e ostracismo dovuto alle sue posizioni politiche, ottenne nuovamente, nel 1947, la cattedra di scultura all’Accademia di Brera. Lo stesso anno partecipò all’esposizione di scultura e grafica a Buenos Aires, nella Galleria Muller, riscuotendo notevole successo. Nel 1949 espose alla 3rd Sculpture International di Filadelfia assieme a Marino Marini e Picasso.

Gli anni d’oro (1950 – 1970)

Il ventennio fra gli anni ’50 e ’60, fu molto proficuo per l’autore che, oltre a numerose mostre personali, realizzò opere e gruppi scultorei per il Cimitero Monumentale di Milano, la chiesa romana di Sant’Eugenio e la Cittadella di Assisi, senza contare poi svariate opere importanti. Fra queste, il monumento marmoreo a “Santa Caterina da Siena“, collocato su uno degli spalti di Castel Sant’Angelo, in Roma (1961 – 1962)

Santa Caterina da Siena – Castel Sant’Angelo Roma

Poi, nel 1963, il “Monumento a Pio XII” nella Basilica di San Pietro, Città del Vaticano.
Altro grande lavoro, il “Cavallo morente“, da lui realizzato su commissione nel 1966 per la RAI, e collocato all’ingresso del nuovo Palazzo della RAI di Roma. Come simbolo, rappresenta le antiche comunicazioni umane che soccombono di fronte alle nuove tecnologie. Non c’era più solo la radio, da una decina d’anni, aveva fatto capolino la TV: lo scenario complessivo dei mezzi di comunicazione stava mutando anche per effetto delle nuove tecnologie che si affacciavano prepotentemente all’orizzonte. Era cominciata una nuova fase della storia della televisione italiana.

Cavallo morente (palazzo RAI Roma) – scultore Francesco Messina

Tra le altre sue opere più significative,: i busti di Giacomo Puccini (1958) e di Pietro Mascagni (1963) per il Teatro alla Scala di Milano, il Monumento a Pio XI nel Duomo di Milano (1968). la Via Crucis e la grande Madonna con bambino entrambi in marmo di Carrara per San Giovanni Rotondo

Busto di Giacomo Puccini

Il suo museo-studio

E’ del 1974 la realizzazione di uno dei suoi sogni: il suo ultimo studio, un vero museo d’arte, monumentale, una sorta di mausoleo che Francesco volle da vivo, donare a Milano, sua città di adozione, unitamente a centosei delle sue opere. E’ il civico museo-studio Francesco Messina, all’interno di una chiesa sconsacrata.

Civico museo-studio Francesco Messina (ex chiesa di San Sisto)

Trovò i ruderi della chiesa di San Sisto, in via San Sisto 4/A al Carrobbio, quel quadrivium romano, luogo di passaggio di carri e di mercato, verso porta Ticinese. I bombardamenti del ’43, avevano infierito drammaticamente su quell’area e la ricostruzione del quartiere, allora in atto, stava per cancellare definitivamente ogni traccia del passato vicino e lontano. Ma le pietre di quella chiesa, a differenza del resto lì intorno, potevano raccontare oltre mille anni di storia e stavano seriamente rischiando di sparire per sempre …. La chiesa di San Sisto infatti, era stata fondata addirittura dai longobardi prima del 1000; lì, c’era pure stato per secoli, un monastero benedettino, chiuso d’autorità da Carlo Borromeo durante il suo episcopato, a causa della dissolutezza dei costumi dei monaci. Il cugino di Carlo, il Federico Borromeo citato nei Promessi Sposi, sulle stesse fondamenta longobarde, fece ricostruire la chiesa dal Richini, che ne progettò la facciata, all’inizio del secolo XVII. Sotto i Francesi fu poi sconsacrata, e trasformata, come tante altre, in magazzino militare. Per ultimo, distrutta dai bombardamenti, era ormai destinata alla demolizione.

Nel 1970, Francesco Messina inviò al Comune di Milano la richiesta di concessione dell’edificio in comodato d’uso a vita per l’utilizzo come studio, in cambio del restauro completo della chiesa, dell’annessa canonica e del successivo lascito testamentario del museo-studio al Comune stesso. Ottenuta l’autorizzazione, i lavori di restauro durarono circa tre anni e vennero completati nel ’74, anno in cui venne inaugurato ufficialmente il Civico museo-studio Francesco Messina. Luogo davvero incredibile, a ripensarci …. è il simbolo dell’arte che nasce, muore, risorge, in un susseguirsi senza fine, di colpi di scena della Storia, come in un romanzo!

Interno Civico museo-studio Francesco Messina
Interno Civico museo-studio Francesco Messina

Il museo-studio che possiamo vedere oggi, si sviluppa su due piani ed espone l’intera collezione donata al Comune di Milano composta da 80 sculture e 26 opere grafiche su carta. Le 80 sculture esposte sono prevalentemente opere in bronzo, alcune in terracotta policroma, gesso, marmo e cera e raffigurano cavalli in corsa, danzatrici, busti femminili e teste di personaggi del XX secolo.

Gli ultimi anni

Il tema dei cavalli e quello delle danzatrici, caratterizzerà molta parte della sua produzione degli anni Settanta e Ottanta.

Nel 1973, nella Galleria di Arte Sacra Moderna nei Musei Vaticani gli venne dedicata la Sala Borgia.
Nell’estate del 1978 quaranta sue opere vennero esposte al Museo Puskin di Mosca e all’Ermitage di San Pietroburgo. Nel 1982 lo scultore modellò la “Resurrezione di Cristo“, ultima tappa della monumentale “Via Crucis” di San Giovanni Rotondo.

Il 10 agosto 1983 gli venne a mancare l’amore della sua vita, l’adorata moglie Bianca.
Gli anni Ottanta videro le mostre delle opere del Messina al Theseus Tempel di Vienna, allo Hirshhorn Museum di Washington ed alla Gallery Universe di Tokyo.
Nel 1989 al Museo Nazionale del Bargello di Firenze. si inaugurò la mostra della sua donazione.

Francesco Messina si spense il 13 settembre 1995 nella sua casa di Milano. Lavorò fino all’ultimo, come scultore e pittore, completando pure, assistito dalla figlia Paola, le numerose biografie a lui dedicate e pubblicate in tutto il mondo. Compare fra le sepolture illustri, iscritto al Famedio del Cimitero Monumentale. di Milano.

Premi e riconoscimenti

  • Premio scultura nel 1942 alla Biennale Internazionale d’Arte di Venezia
  • Cittadino onorario della città di Milano dal 1975 
  • Nel 1979 la Pinacoteca di Stato di Monaco di Baviera organizzò in suo onore una grande esposizione di scultura e grafica.
  • Accademico honoris causa dell’Accademia delle Belle Arti dell’Unione Sovietica dal 1988 e accademico onorario dal 1990
  • La Presidenza del Consiglio dei Ministri gli conferì nel 1994 il premio allo scultore

Onorificenze

Medaglia d’oro ai benemeriti della cultura e dell’arte— Roma, 5 settembre 1995 (pochi giorni prima della sua morte)

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