Eva Duarte de Perón

Premessa

Sono certo che per i tanti che non ne conoscono la storia, suonerà sicuramente fuori luogo questo articolo su Eva Duarte de Perón, pubblicato su un sito che tratta esclusivamente temi riguardanti Milano e il suo passato. Penso che si ricrederanno, dopo averlo letto sino all’ultima riga! Milano c’entra eccome!

I giovani di oggi, probabilmente, non sanno nemmeno chi sia, o meglio, chi sia stata Eva Duarte de Perón. Quelli un po’ più “datati” come il sottoscritto, certamente ne hanno sentito parlare, e probabilmente anche a lungo. Come al solito, finché si trattano argomenti di casa nostra (intendo dire Italia) si seguono con una certa attenzione, quando invece si parla di fatti di Oltre Oceano, beh, l’interesse cala indubbiamente.

Qualcuno certamente rammenterà il bellissimo film “Evita” del 1996, che consacrò il ruolo della cantante Madonna (cioè Madonna Louise Veronica Ciccone) anche come attrice, recitando la parte di Evita Perón nel lungometraggio di Alan Parker.
Indimenticabile pure la bellissima colonna sonora che accompagnava quel film che riscosse enorme successo grazie alla sua magistrale interpretazione sia di You Must Love Me, (prima canzone della colonna sonora del film scritta da Tim Rice e Andrew Lloyd Webber, che vinse il premio Oscar 1997 come migliore canzone) che della struggente Don’t Cry for Me Argentina. (Entrambi i brani sono riproducibili qui sotto)

Chi era Evita

Eva Maria (questo il suo vero nome registrato all’anagrafe) nacque il 7 maggio 1919, a La Unión, una tenuta agricola di proprietà di Juan Duarte, situata ad una ventina di chilometri dalla cittadina di  Los Toldos, in provincia di Buenos Aires, in Argentina. Sua madre, Juana Ibarguren, lavorava in quella tenuta per conto di Duarte, in qualità di cuoca. Lui, già sposato per conto suo, aveva avuto un’importante posizione politica nella città di Chivilcoy, ma venne deposto per appropriazione indebita. La sua famiglia era rimasta in città, mentre lui aveva preferito allontanarsi prendendo la tenuta agricola di La Unión, dove aveva assunto alcuni lavoranti. Restando lì, si era invaghito della bella cuoca, tanto che da lei ebbe addirittura cinque figli Blanca, Elisa, Juan, Erminda ed Eva (l’ultima della nidiata). Naturalmente la cosa scatenò mormorii e pettegolezzi che, arrivando alle orecchie della famiglia, gli provocarono qualche fastidio. Un po’ per tacitare le voci, un po’ perché forse anche stanco dell’amante, poco dopo la nascita di Eva, lui decise di rientrare in famiglia dopo anni di assenza, mollando Juana e la sua prole, al loro destino.

Los Toldos

Superata la comprensibile disperazione del momento, Juana, con grande forza d’animo, si trasferì a Los Toldos con i bambini ancora in tenera età, per tentare di ricostruirsi una vita. Impresa tutt’altro che facile dovendo sperimentare fin da subito, la discriminazione degli abitanti del posto che additavano lei come una “mala mujer“, mentre ai bambini del paese era addirittura vietato giocare con i suoi “bastardos“. Riuscì a dedicarsi a piccoli lavori di sartoria, per raggranellare quel tanto che bastava a mettere insieme il pranzo con la cena per poter sfamare la numerosa famiglia. La piccola Eva, ebbe quindi un’infanzia tutt’altro che semplice. C’era ben poco da scialare. Furono probabilmente le ristrettezze vissute in quei suoi primi anni e la cattiveria del mondo che la circondava, a plasmare e temprare il suo carattere volitivo.

Umiliata a scuola

Anche a scuola, a los Toldos, subì un’umiliazione così profonda da giurare a sé stessa che se fosse riuscita a diventare qualcuno, l’avrebbe fatta pagare a tutti per il torto subito. Un giorno, rientrando in classe al suonare della campanella, vide, fra le sghignazzate dei compagni che la osservavano, scritto sulla lavagna a caratteri cubitali: «No eres Duarte, eres Ibarguren» non sei una Duarte, sei una Ibarguren (il cognome di sua madre). Era evidente il riferimento alla sua condizione di “figlia illegittima”! Naturalmente qualcuno dei suoi compagni doveva aver sentito in casa i commenti dei propri genitori, a proposito di sua madre; lei non reagì minimamente ma, col viso contratto e ferita profondamente nell’animo, andò a sedersi al suo banco. Quando poi uscì di scuola, corse a casa , sfogandosi in un pianto liberatorio. I bambini, a volte, nonostante la loro età, sanno essere di una cattiveria e di una crudeltà tale, che non può non essere consapevole!

La morte di suo padre

Non aveva ancora sette anni quando, nel gennaio 1926, in un incidente d’auto, morì suo padre Juan Duarte. Juana portò i figli al funerale del loro papà, ma i Grisolias (la famiglia legittima della moglie) vietarono loro di parteciparvi, perché il padre non li aveva riconosciuti. La madre, non potendo sperare in vitalizi o lasciti testamentari da parte dell’ex-amante, decise di trasferirsi con i figli a Junin, città più grande ad una sessantina di chilometri dalla vecchia fattoria, con l’obiettivo di ampliare maggiormente le sue possibilità di lavoro per una clientela di signore alto borghesi, ora che, fatta pratica, era diventata una sarta davvero apprezzata.

Il suo primo approccio col mondo del cinema

Dopo alcuni anni, ormai quindicenne, Eva, osservando l’eleganza delle clienti di sua madre, rimase estasiata dal lusso da loro sfoggiato: avendo visto qualcosa di simile nei rari film che si poteva concedere, cominciò, come tutte le ragazzine della sua età, a fantasticare di voler entrare a far parte del lussuoso e luccicoso mondo del Cinema, per diventare ricca, elegante e famosa come le star dello schermo. Al contrario delle sue sorelle che sognavano un futuro tranquillo e modesto, lei dimostrava di essere soggetto volitivo, di avere sì, un carattere romantico, ma nel contempo molto ambizioso, determinato e risoluto.

S’innamorò di un giovane sindacalista anarchico, Damiàn Gómez rimediando, così pare, una gravidanza e un successivo aborto non spontaneo da lei sempre negati. Che la cosa fosse vera o creata ad arte solo come pettegolezzo infamante inventato a bella posta dai suoi detrattori, non è certo; quello che è certo che il suo fidanzato Damiàn venne accusato di attività sovversive e tradotto in carcere dove morì giovanissimo, in circostanze non chiare.

Grazie ad un celebre cantante di tango Augustin Magaldi, che ebbe modo di conoscere a Junin e col quale ebbe molto probabilmente pure un’altra relazione, venne da lui introdotta, a Buenos Aires, nel mondo dello spettacolo, che tanto agognava. Nei primi periodi si arrangiò a fare un po’ di tutto, talvolta rimase senza lavoro e senza ingaggi, barcamenandosi in compagnie teatrali che le offrivano salari da fame. È in questi anni che a causa delle sue frequentazioni, su di lei nacquero: “pettegolezzi” e “maldicenze”. Per chi, più bacchettone, detestava le sue compagnie, Eva, in quel periodo, era, per i canoni dell’epoca, solo un’attrice mancata e una prostituta. Per chi la vedeva sotto un occhio più bonario, la sua carriera artistica sarebbe iniziata con l’incontro con due attori, all’epoca importanti: Joaquín de Vedia e José Franco che le assegnarono un piccolissimo ruolo di quattro parole (praticamente una comparsa) nello spettacolo ”La señora de Pérez “. Poco dopo, entrò a far parte della compagnia teatrale di Eva Franco (figlia di José), con due ruoli più seri nelle opere: “Ogni casa è un mondo” e “La signora, il gentiluomo e il ladro”, ove, a quanto pare, ottenne un buon successo. 

Attrice radiofonica

Avendo anche una voce calda e suadente, fu proprio in quel periodo che iniziò pure a fare dei programmi radiofonici (allora la televisione era appena stata inventata ma, quanto a diffusione, era ancora di là da venire). Per le sue indubbie capacità d’immedesimazione nel personaggio, e soprattutto per il pathos che metteva nelle sue interpretazioni, le trasmissioni che la vedevano protagonista, erano seguitissime e, in breve tempo, diventò una delle più apprezzate attrici radiofoniche del Paese.

Eva Peron alla radio nel 1940

Lo spettacolo di beneficenza

Fu grazie ad uno spettacolo cui partecipava come attrice, in un festival allo stadio Luna Park organizzato dal Ministero del Lavoro e del Welfare, per raccogliere fondi a favore della cittadina di San Juan semidistrutta da un disastroso terremoto, che, il 22 gennaio 1944, fu notata dal segretario del Lavoro e degli Affari sociali, presente fra il pubblico. Lui era il colonnello Juan Domingo Perón (1895 – 1974), vedovo, uno degli uomini più influenti dell’Argentina. Sicuramente le avranno anche detto che lì, presente fra gli spettatori, c’era anche un pezzo grosso, certamente però non poteva immaginarsi che quella stessa sera, finito lo spettacolo, lui l’avrebbe presa a braccetto e sarebbero andati via insieme. Lei, piccolina, 24 anni, lui, alto e prestante, 48: fu un autentico colpo di fulmine per entrambi, uno scherzo di Cupido ….. e quello sarebbe diventato l’uomo della sua vita. Nella sua autobiografia La razon de mi vida, scriverà da innamorata «Nella vita di ogni donna c’è almeno un giorno meraviglioso e il mio è quello in cui ho incontrato Perón»

Eva l’attivista

L’Argentina stava vivendo un periodo di turbolenza politica. Perón, soggetto molto ambizioso, accumulando incarichi governativi sempre più prestigiosi, venne osteggiato dai suoi detrattori, invidiosi dei suoi successi. Durante la seconda guerra mondiale, il colonnello Perón, non nascose la sua simpatia per l’Italia di Mussolini e la Germania di Hitler. Quando poi, l’anno successivo (1945), oltre all’incarico di segretario del lavoro e vicepresidente, assunse anche quello di ministro della guerra, i suoi nemici all’interno delle stesse forze armate, tentarono un golpe imprigionandolo nel carcere nell’isola di Martin Garcia. Era quello un giorno d’inizio primavera, il 10 ottobre per la precisione (siamo nell’emisfero australe)! Come la notizia della sua prigionia corse tra gli operai, il sindacato dei lavoratori (CGT) dichiarò uno sciopero generale in tutto il paese. Seguirono spontanee le manifestazioni di piazza: Eva innamorata, che si trovava lì, in mezzo a loro, spontaneamente si mise ad incitare la gente intorno a lei, scoprendosi improvvisamente attivista. Il 15 ottobre contingenti di lavoratori fedeli a Perón, marciarono da tutti i punti della periferia, fino a “Plaza de Mayo“. Non avrebbero lasciato la “Plaza” fino a quando non fosse stato liberato l’unico argentino che (secondo loro) aveva stabilito le condizioni della giustizia sociale per tutti i lavoratori. Il mercoledì 17, dopo due giorni di gran caldo, i lavoratori in piazza ebbero finalmente la notizia della sua liberazione. Passeranno alla Storia come i descamisados (coloro che togliendosi la camicia (per il caldo), marciavano minacciosamente per le strade della città, scandendo libre, Perón libre. E così, Perón venne effettivamente liberato, nel giro di pochi giorni, a furor di popolo.

Il matrimonio

La settimana successiva (lunedì 22 ottobre 1945) Juan Domingo Perón sposò civilmente la sua compagna, nel municipio di Junin, in un tripudio di consenso popolare.

NOTA SUL COGNOME DI EVA
Essendo figlia illegittima non riconosciuta dal padre, il cognome di Eva non era Duarte.
Il certificato di nascita rilasciatole per il matrimonio fu un falso (oggetto di dubbie trattative) essendo stato emesso a nome di Maria Eva Duarte e non di María Eva Ibarguren, come avrebbe dovuto effettivamente essere.

Matrimonio civile fra Juan Domingo Peron ed Eva Duarte

Lei, da quel momento, gli starà al fianco, in tutte le battaglie che il marito dovrà sostenere per raggiungere il potere. Essendo Eva già conosciuta da tutti come bravissima attrice e speaker radiofonica, nei suoi comizi al popolo era molto seguita, apparendo sempre se stessa, semplice, sincera, appassionata, convincente. La gente la sentiva come una di loro, per il suo modo di battersi per gli argomenti che stavano più loro a cuore, al punto che, per gli argentini, diventò ben presto la Reina de los descamisados.

«Sono una di voi. So cos’è la fame», ripeteva spesso in pubblico e lottava con tenacia e passione per migliorare la condizione di vita dei poveri, per elargire danaro ai più indigenti, per difendere i diritti dei diseredati, per legittimare i figli nati fuori dal matrimonio (come lei), per dare maggior voce alle donne alle quali era ancora precluso il diritto di voto. Era vista come una trascinatrice di folle, perchè la gente percepiva la sua sincerità nel parlare al loro cuore.

 Perón Presidente, lei Primera Dama

Nominato Juan Domingo Perón presidente dell’Argentina il 24 febbraio 1946, col 54% dei voti, la sua figura risultò molto controversa e discussa, essendo idolatrato da molti e odiato da tanti altri. Lei, la bimba illegittima umiliata anni prima dai suoi compagni di classe a Los Toldos, era diventata la nuova Primera Dama che, con amore e passione, avrebbe continuato ad essere la abanderada de los umile (portavoce degli umili). Amore a parte, continuerà ad essere una delle maggior sostenitrici del marito e della sua politica, un’autentica paladina del perónismo. Elargirà aiuti economici ai meno fortunati non lesinando parole di conforto e visite ai poveri, agli ammalati e ai baraccati delle favele.

Grazie alla sua tenacia, vennero costruite nuove scuole, più di venti ospedali, diverse case di riposo, migliaia di alloggi per i diseredati (che costituirono la cosiddetta “Evita city“). Promosse nuove colonie estive per i bambini e ricordando come sua madre, grazie ad una macchina da cucire, era riuscita a sfamare lei, suo fratello e le sue sorelle, ne fece distribuire a migliaia, alle famiglie più povere.

NOTA SU EVITA CITY
Ciudad Evita fondata nel 1947 da Perón per la classe operaia, è forse il matrimonio più strano e probabilmente unico al mondo, fra pianificazione urbana e culto della personalità. Evita City è non solo un sobborgo che prende il nome da sua moglie Eva (‘Evita‘) Perón, ma è stato anche modellato, per assomigliare al suo profilo. Guardando bene la foto satellitare, il disegno della piantina e la foto del profilo di Evita si può notare, in effetti, la sorprendente somiglianza.

Sempre grazie a lei e alle sue lotte, il 9 settembre 1947, il Parlamento argentino approvò il disegno di legge che consentiva il diritto di voto alle donne che, da quel momento, le sarebbero state sempre grate e sarebbero diventate, anche per questo, le sue più ferventi sostenitrici.

NOTA SUL VOTO ALLE DONNE IN ITALIA
Il diritto di voto alle donne in Italia risale al 30 gennaio 1945, quando il Nord Italia era ancora occupato dai tedeschi e l’Europa, impegnata nella Seconda Guerra Mondiale.

Quel giorno, durante una riunione del Consiglio dei ministri si discusse del tema su proposta di Palmiro Togliatti (Partito Comunista) e Alcide De Gasperi (Democrazia Cristiana). Non tutti erano favorevoli, come alcuni membri del Partito liberale, del Partito d’Azione e del Partito Repubblicano. La questione venne, però, trattata (e votata) come qualcosa di ormai «inevitabile», visti i tempi.
 Il 1 febbraio 1945 venne così emanato il decreto legislativo luogotenenziale n. 23 che conferiva il diritto di voto alle italiane con più di 21 anni, tranne le prostitute schedate che esercitavano “il meretricio fuori dei locali autorizzati”. 
L’eleggibilità delle donne — quindi non solo la possibilità di andare a votare — venne stabilita, invece, con un decreto successivo, il numero 74 del 10 marzo del 1946.
[rif. – Corriere della Sera]

Juan Domingo Perón con sua moglie Eva Duarte – ritratto di Numa Ayrinhac

Mal vista dall’aristocrazia

L’invidia per la sua posizione di Primera Dama (date le sue basse origini) e il suo spiccato orientamento in difesa dei poveri e dei derelitti, essendo totalmente contrario al loro modo di vedere, indussero le dame dell’aristocrazia e delle classi sociali più elevate, a prenderla in forte antipatia. Le diedero dell’arrivista, dell’attricetta da strapazzo, non perdendo occasioni per infangarla. Per loro, lei era sempre e solo Eva Ibarguren, pronte a rispolverare il suo non limpidissimo passato, a definirla scaltra, a darle della poco di buono per la sua spregiudicatezza nel fare breccia nel cuore dell’uomo più potente d’Argentina. E pare che proprio per questa antipatia nei suoi confronti, la prestigiosa e snob Sociedad de beneficencia le rifiutò il ruolo di presidentessa che, di prassi, veniva da sempre riservata alla moglie del Presidente in carica. Lei, decisa, per tutta risposta, con apposito atto governativo, fece chiudere quella Sociedad, istituendo al suo posto la Fundacion Maria Eva Duarte de Perón.

Ritratto ufficiale di Eva Perón

Dopo un lungo viaggio di rappresentanza in Spagna, Italia, Francia e Svizzera in segno di buona volontà e di amicizia tra Argentina ed Europa, ove la 28enne Primera Dama venne accolta come una regina, tornata in patria, dopo qualche tempo, cominciò ad accusare forti dolori allo stomaco.

La malattia devastante

Verso la fine del 1950, al culmine della sua popolarità e potenza, in seguito a visita medica per forti dolori che denunciava, le venne diagnosticato un cancro cervicale (tumore all’utero). Non volle farsi operare anteponendo i propri ideali e i doveri verso il suo popolo, alla cura della propria salute. Dato che il marito sarebbe stato nuovamente in corsa nel febbraio dell’anno successivo (il 1951) per le elezioni che si sarebbero tenute a novembre, in quel periodo voleva essere vicina a lui e continuare a sostenerlo.

Nel 1951 lei infatti presenziò, intervenendo con i suoi discorsi, in molti comizi del marito anche se percepiva che il suo male stava progredendo inesorabilmente. Era dimagrita molto, e già in tarda estate aveva difficoltà a stare in piedi vicino al marito: era sofferente ma cercava di non darlo a vedere. Sempre elegante, non si risparmiava nemmeno questa volta: infaticabile, prodiga, combattiva, sostenne il marito in tutti i suoi comizi. Quell’anno, fu da un letto d’ospedale che infilò la scheda elettorale nell’urna: era emaciata, ma ancora combattiva.

Fu felice quando, l’11 novembre 1951 il marito vinse le elezioni con una maggioranza schiacciante. Era un po’ anche merito suo se lui aveva vinto. Lo sforzo che aveva fatto per dargli una mano, non era stato vano. Ancora luminosa, anche se sofferente, non voleva rinunciare ad essere con lui, il giorno del trionfo. Grazie ad un tutore metallico che la sorreggeva, a stento riusciva a stare al suo fianco in piedi durante la parata militare, e poi sulla limousine presidenziale scoperta, a salutare il pubblico festante, per le vie di Buenos Aires.

Ottobre 1951 – Eva Peron sorretta dal marito mentre saluta dal palco

L’ultima sua apparizione in pubblico, fu il 4 giugno 1952. Parlava a fatica, la voce rotta dalla commozione: era diventata una larva umana, 33 kg soltanto! Solo grazie al busto metallico, riusciva a malapena a reggersi in piedi. Il marito la sorreggeva da dietro (come già da parecchio tempo). Poi, il crollo: aveva pure iniziato a soffrire di allucinazioni. Teoricamente, per tentare di lenirle il dolore, ai primi di luglio le fu praticata top-secret, a sua totale insaputa, addirittura una devastante lobotomia frontale. Il risultato? Nullo, anzi, deturpazioni estetiche a parte, sofferenze ulteriori, rifiuto totale di assumere il cibo che prima riusciva ad ingerire, accanimento terapeutico gratuito per prolungarle di qualche ora la vita in uno stato puramente vegetativo, praticamente di totale incoscienza.

La morte di Eva

Sospese le trasmissioni su tutti i canali radio dell’Argentina, quel 26 luglio 1952 alle ore 20.25, veniva dato l’annuncio alla Nazione e al resto del mondo, della morte della Reina de los descamisados con queste parole: «Eva Perón, capo spirituale della nazione, è entrata nell’immortalità.»

Per lei fu indubbiamente una liberazione, ma la nazione intera rimase sgomenta a questa notizia. Evita era morta all’età di trentatré anni, come nostro Signore Gesù, sottolinearono tutti. Un lugubre pianto si levò allora dall’intero Paese.

Ma la storia che normalmente per tutti, finisce con la morte, nel suo caso era destinata a continuare ancora a lungo! Un caso davvero incredibile, per certi versi affascinante, una storia di depistaggi e d’intrighi internazionali, dai contorni di un thriller!

Il corpo di Evita venne deposto in una bara coperta da un vetro trasparente ed esposta al pubblico. La folla in coda per porgere un ultimo saluto alla amata Eva, fu davvero oceanica, milioni di persone, in buona parte poveri, operai e bambini, al punto che questo incessante pellegrinaggio durò addirittura ben tredici giorni. La gente ammutolita dal dolore sfilava davanti al suo feretro: gli uomini con il capo chino, le donne soffocando i loro singhiozzi nei fazzoletti.

La folla al pellegrinaggio per l’ultimo saluto alla salma di Evita

La decisione di mummificare Evita, fu presa da Perón in accordo con altri personaggi del suo entourage fra cui, José Lopez Rega (1916-1989), persona fidata molto influente, uomo politico e suo stretto collaboratore. Rega aveva intuito che il potere di Perón era legato all’icona di Eva, viva o morta e sapeva che il mantenimento e la conservazione di quell’icona, era necessaria per continuare a gestire il potere.

Così, le spoglie di Eva vennero consegnate a Pedro Ara Sarria, medico anatomista spagnolo incaricato della imbalsamazione del suo corpo.

Ndr. – Pedro Ara Sarria (1891 – 1973) era un luminare in questo campo, avendo partecipato nel marzo 1924, assieme al  biochimico Boris Zbarskij  e all’ anatomista Vladimir Vorobjov, anche al lunghissimo iter d’imbalsamazione del corpo di Vladimir Lenin,  fondatore dell’Urss).

Venne proclamato il lutto nazionale per un mese intero e poi, giornalmente, per tre anni, fino alla caduta del regime (il 16 settembre 1955) le informazioni della sera venivano interrotte alle “20 e 25”, per rammentare a tutti, l’ora della sua morte.

Dopo un anno di lavoro (un procedimento d’imbalsamazione del tutto particolare), la salma di Evita fu messa sotto una teca di vetro e, verso fine del 1953, fu posta nell’edificio della Confederazione generale del lavoro (CGT), in via Azopardo a Buenos Aires, dove poteva essere visitata solo dai familiari e da pochi altri selezionatissimi visitatori.

Colpo di Stato militare

Ma il peronismo aveva davvero i giorni contati e, nel settembre del ’55, in seguito ad un colpo di stato militare, Perón venne destituito e costretto a rifugiarsi in Paraguay per sfuggire alla cattura. Lui tuttavia, dall’esilio non si interessò minimamente di accertare che fine avesse fatto la salma di Eva. Se ne preoccupò invece Pedro Ara, il dottore imbalsamatore che pensò bene d’informare i nuovi capi della giunta militare: dapprima Lonardi, che restò al governo per meno di due mesi, poi Pedro Eugenio Aramburu, che gli subentrò. Quest’ultimo, sapendo benissimo quanto era idolatrata la Primera Dama, per questioni di ordine pubblico decise, di concerto con il colonnello Moori Koenig (capo dei servizi segreti) di mettere a punto la cosiddetta “Operazione Evasione”, intesa a far scomparire il corpo di Eva Perón allo scopo di evitare che la popolazione così devota a lei, potesse creare una sorta di culto della salma della donna. Appena trapelata, questa notizia procurò immediato allarme fra i filo-peronisti, i quali si mobilitarono subito per evitare che la salma di Eva, andasse perduta. Troppo tardi! La mummia era già sparita dal luogo in cui era stata collocata. Era stata sequestrata poche ore prima (il 24 novembre 1955) dai servizi segreti, nel corso dell’Operazione Evasione, già evidentemente avviata! Dove era finito il corpo? Di qui, l’avvio delle indagini forsennate dei filo-peronisti alla ricerca del cadavere; dall’altra parte, la certezza dei servizi segreti di essere inseguiti costantemente. Un’autentica caccia alle streghe … un gioco a nascondino assurdo …, una mummia contesa fra militari da un lato, e peronisti dall’altro. Davvero difficile, per non dire impossibile, riuscire a seguire passo passo le peripezie di quella povera salma nascosta, ora di qua, ora di là, scarrozzata da una caserma all’altra nei sobborghi della megalopoli, onde evitare che potesse finire nelle mani sbagliate. I servizi segreti la spostavano di continuo, preferibilmente nottetempo, per non dare troppo nell’occhio: da un edificio all’altro nell’ambito del medesimo quartiere o da un ufficio all’altro nell’ambito dello stesso palazzo (pare addirittura nascondessero la salma dentro armadi o cassapanche). Lo stesso colonnello Moori Koenig decise un giorno di portarla nel suo ufficio, sede centrale del servizio informazioni, depositandola in una cassa di legno (usata per il trasporto di cavi, antenne e altro materiale radiofonico) con la scritta “la voce de Cordoba”, in attesa venisse presa una decisione definitiva su dove sistemarla. Ancora nel 1957, a ben cinque anni di distanza dalla sua morte, il corpo di Evita stava ancora vagando da un posto all’altro, senza una meta precisa. Il dittatore Aramburu, tenuto al corrente dei continui spostamenti del cadavere, nonostante lui avesse deciso di farla seppellire e avesse dato disposizioni in tal senso, pensò di farla trasferire all’estero. Si pensò all’Europa. Dopo accordi segreti presi col Vaticano, due preti, un religioso della compagnia di San Paolo, Padre Francisco “Paco” Rotgers, e l’altro italiano, consigliarono la traslazione della salma in Italia, sotto falso nome. Fonti storiche riferiscono addirittura che, per confondere ulteriormente le acque, vennero inviate in Europa tre bare uguali una delle quali conteneva il cadavere di Eva Perón: una destinata all’Italia, una al Belgio e la terza alla Germania. Il 23 aprile 1957 si diede inizio all’“Operazione trasferimento” e a bordo del transatlantico “Conte Biancamano”, la salma partì da Buenos Aires per Genova, in una bara a nome di una defunta italiana.

transatlantico Conte Biancamano (Soc, Nav, Italia)

Milano – Cimitero Maggiore

Dopo una breve sosta a Roma, probabilmente per depistaggio, il 13 maggio del 1957, il corpo di Evita arrivò “clandestinamente” e venne inumato nella tomba 41 del campo 86 del Cimitero Maggiore di Milano. La sua lapide portava il nome di Maria Maggi de Magistris.

Non era ancora finita, naturalmente! Dopo un relativo periodo di tranquillità, l’interesse per le sorti della salma di Eva Perón si risvegliò quattordici anni dopo. Come mai? Qualcuno si ricordava ancora della Primera Dama scomparsa! I guerriglieri peronisti, i Montoneros, decisero che bisognava ritrovare la salma di Evita. Chi poteva sapere dov’era finito il suo corpo? Naturalmente Aramburu, presidente ai tempi in cui la salma era scomparsa da Buenos Aires.

Il 29 maggio 1970, l’ex presidente Aramburu venne rapito da un gruppo di giovani peronisti. Interrogato, gli venne chiesto d’indicare il luogo ove fosse stata sepolta la salma della loro Reina. Dopo una iniziale scena muta, messo alle strette, fece riferimento all’Italia restando comunque molto evasivo, cercando di depistare le possibili ricerche, e indicò Roma come il luogo ove fosse realmente sepolta. Infine si venne a scoprire che i dettagli richiesti, che Aramburu giurava di essersi sempre rifiutato di voler conoscere, erano contenuti in una busta affidata a mo’ di testamento, ad un notaio.

Condannato a morte e fucilato, ai suoi cari che richiedevano la restituzione del corpo, venne promesso che la cosa sarebbe avvenuta solo dopo l’individuazione della mummia di Evita. E fu così che tramite l’apertura di quella lettera-testamento, si venne a conoscenza del luogo, e del nome del Cimitero ove era stato inumato il suo cadavere. Il falso nome che figurava sulla lapide era un segreto noto unicamente al prete italiano che aveva fatto seppellire il feretro.

La mattina del 1 settembre 1971 alcuni uomini dei servizi segreti argentini, si aggiravano intorno alla tomba di una certa Maria Maggi de Magistris al Cimitero Maggiore di Milano (Musocco). Come erano arrivati a scoprire quel nome? Sulla lettera del notaio, non era riportato il nome di Maria Maggi.

Non fu proprio semplicissimo anche perché scoprirono che il prete in questione era già morto da un paio d’anni, senza aver rivelato ad alcuno il nome scritto sulla lapide. Quindi non restò che fare una ricerca minuziosa nei registri del Cimitero, scoprendo chi, deceduto in Argentina, era stato sepolto a Musocco, nel periodo interessato. Parlavano tutti spagnolo e uno di loro sosteneva di essere il fratello della donna sepolta lì, una italiana che aveva vissuto a lungo in Argentina.

In effetti Maria Maggi era una italiana sposata a un argentino, De Magistris, morta nel 1952 a Buenos Aires, e inumata a Musocco nel 1957!

L’uomo aveva chiesto agli uffici cimiteriali il permesso di esumazione della bara essendo sua intenzione portare in Spagna la salma della sorella. Il permesso venne accordato. I resti riesumati non erano però quelli di Maria Maggi e loro lo sapevano benissimo. Quella tomba trascurata, nascondeva il corpo di Evita (quello della vera signora Maggi non è mai stato cercato).

La bara venne trasportata, su un carro funebre, fino a Madrid in Spagna.

Madrid – villa Puerta de Hierro

Era lì, che si trovava nel 1971, l’ex presidente Perón, in esilio in Spagna, con la terza moglie Isabelita Martinez, sotto la protezione del Generalissimo Francisco Franco (1892 -1975). Ignaro di tutto, la restituzione del corpo della sua seconda moglie voleva essere, nelle intenzioni di chi aveva progettato la cosa, un omaggio all’anziano ex-presidente da parte dei suoi vecchi sostenitori politici. Naturalmente un carro funebre non sarebbe mai potuto arrivare alla villa senza essere notato. Per non dare nell’occhio, la salma di Eva riuscì ad eludere i controlli della polizia davanti la villa ove risiedeva Perón, nascosta in un furgone da pasticcere per eludere la sorveglianza delle guardie all’ingresso della villa.

Quando l’anziano generale aprì la bara, pare che fra le lacrime e il dolore, la sua prima esclamazione fosse “Mascalzoni”! Non era certo rivolta e coloro che gli avevano recapitato la salma, ma contro quanti avevano fatto scempio delle sue spoglie … trovò infatti, ben visibili, dei segni di taglio sul viso della sua ex, sul suo collo e sul torace oltre a fratture varie sul corpo e il dito di una mano, mancante del tutto. Pare che l’ordine di tagliarlo fosse stato previsto nell'”Operazione Evasione“, per aver modo di accertare con sicurezza distanza di tempo, l’identità del cadavere, tramite le impronte digitali.
Perón conserverà i resti della moglie, nella soffitta del villa Puerta de Hierro a Madrid.

Buenos Aires

Rientrato in Argentina nel 1973, dopo quasi vent’anni di esilio, Perón venne rieletto presidente con oltre il 60% dei voti. Fu la stessa Isabelita Martinez ad insistere col marito affinchè le spoglie di Evita fossero rimpatriate, forse per far rivivere nuovamente il suo mito, a distanza di così tanti anni dalla sua morte.

Il 1 luglio 1974 moriva improvvisamente Juan Domingo Perón (sembra d’infarto) lasciando la guida del paese alla moglie, Isabelita Martinez de Perón (allora vicepresidente).

Il corpo di Eva rientrò nella capitale argentina solo il 17 novembre 1974. La mummia venne naturalmente restaurata e poi sistemata nella Quinta de Olivos (la residenza ufficiale del presidente dell’Argentina) dove rimase fino al 24 Marzo 1976, data in cui, con un colpo di Stato, il generale golpista Jorge Rafael Videla dette il via alla dittatura militare, gli anni più sanguinosi per l’Argentina, con migliaia e migliaia di desaparesidos. Evita Duarte de Perón venne finalmente sepolta in via definitiva al Cementerio de la Recoleta, il 22 ottobre 1976, dopo ben ventiquattro anni di peregrinazioni in giro per il mondo.

La cappella della Famiglia Duarte ove è sepolta Evita Duarte de Perón al Cimitero de la Recoleta di Buenos Aires

Cosa resta di Evita Perón? Oggi a Milano, è visibile lì, dove le spoglie della “portavoce degli umili” rimasero nascoste per 14 anni, una lapide in suo ricordo con dedica del Comune e della Associazione Argentina per la pace e l’unità tra i popoli inaugurata il 26 luglio 2005, nel giorno del 53esimo anniversario della morte di Evita.

Lapide in ricordo di Eva Peron al Cimitero Maggiore di Milano

UNA CURIOSITA’
Nel 1996, l’Amministrazione Comunale di Milano (sotto la Giunta di Marco Formentini), informò l’allora presidente argentino Carlos Saúl Menem, di essere in possesso di una statua raffigurante Eva Perón in abito da sposa, con in mano un bouquet di rose. Palazzo Marino, contava con questo gesto, donare quella statua all’Argentina, in segno di amicizia fra i popoli. Menem, ricevuto il messaggio, ringraziò e la cosa ebbe naturalmente vasta risonanza su tutti i giornali sia nazionali che argentini.
Fu così che, una signora di Milano, riconoscendo dalle foto sui giornali, il busto di sua sorella, chiese al Comune di riaverlo indietro. Alla gaffe, seguirono ovviamente le scuse.
[rif. – liberamente tratto da Milano Segreta – Francesca Belotti – Gian Luca Margheriti]

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