Enrico Molaschi, “El Barbapedana”

Premessa

Indubbiamente, al giorno d’oggi, il suo nome non dice assolutamente nulla, eppure, ai suoi tempi era una celebrità! Arrigo Boito (1842 – 1918), ad esempio, il celebre librettista de La Gioconda (di Amilcare Ponchielli), del Simon Boccanegra, dell’Otello e del Falstaff (di Giuseppe Verdi), si sofferma a lungo a parlare di lui. In una delle sue novelle infatti, La musica in piazza (scritta fra il 1870 e il 1871) fra i ritratti di giullari e menestrelli moderni , menziona Enrico Molaschi, come il più illustre e conosciuto di una lunga serie di Barbapedana che circolavano, ai suoi tempi, di locanda in locanda, nei vari paesi, fra Lombardia ed Emilia.

Pure Gaetano Crespi, illustre ed apprezzato poeta dialettale, autore del Canzoniere milanese, narrò ampiamente nella sua opera delle gesta qi questo singolare soggetto, che lui amava chiamare Barbapedanna (con la doppia “n”) .

Ndr. – Barbapedana (o Barbapedanna), è il soprannome di un bizzarro personaggio, un musicista di strada, tipico della tradizione popolare milanese di fine ottocento. Non si sa con precisione quanti artisti, nel corso dei secoli, siano stati identificati con questo nome.

Il termine Barbapedana, comunque, è di origine incerta e pare fosse già in uso nel Seicento. Compare infatti nel Barone di Birbanza (1697), seconda delle commedie di Carlo Maria Maggi (1630 – 1699) considerato il padre della letteratura milanese moderna. Il termine stava a rappresentare dei giovani spavaldi che, seguendo la moda dell’epoca, usavano portare la cappa per nascondere la spada.

Chi era Enrico Molaschi?

Era nato a Milano, in periodo di dominazione austriaca, il 1 gennaio del 1823. Sicuramente i suoi genitori erano di umilissime origini: pare che lui. a soli 9 anni, ancora quindi ragazzino, nel tentativo di portare a casa qualche kreuzer per aiutare la famiglia, fosse andato, probabilmente ospite di alcuni parenti, nel borgo di Paullo, una decina di chilometri ad Est del capoluogo lombardo, in cerca di lavoro. Cominciò ben presto il suo apprendistato, iniziando per pochi pfennig, a prestare servizio come garzone in un’osteria di quel posto. Fra i vari avventori che frequentavano il locale, capitava spesso, un suonatore ambulante che, nei suoi girovagare di bettola in bettola, fra le varie borgate della pianura lombarda, accompagnandosi sulla chitarra, portava un po’ di allegria fra i presenti, intonando canzoni popolari e filastrocche varie, spesso inventate al momento. In cambio delle sue esibizioni, scroccava gratis per il servizio prestato “un bicer de vin” dall’oste che lo ospitava, e qualche pfennig dai frequentatori della locanda, che gli tributavano sempre scroscianti applausi.

Inutile dire che il ragazzino Enrico Molaschi, lavorando lì, rimaneva ogni volta affascinato sia dal personaggio, decisamente eccentrico nel suo modo di fare e di vestire, che dalle canzoni popolari che intonava accompagnandosi alla chitarra. La sola presenza di questa singolare figura, metteva allegria fra gli avventori del locale. Essendo l’unico ragazzino fra tanti adulti, non gli fu certo difficile fare rapidamente amicizia con lui. Visto che il cantastorie veniva frequentemente in quel locale, desideroso di imitarlo, si fece da lui insegnare, i primi rudimenti della chitarra e qualche facile canzoncina. E fu così che il ragazzino, indubbiamente sveglio, nel giro di poco, imparò da autodidatta l’arte del cantastorie dal suo maestro emiliano (il cui nome, pare sia rimasto ignoto). Il ragazzo dopo un po’ di prove, si lanciò nella sua prima esperienza pubblica da cantastorie, esibendosi nello stesso locale in cui era stato assunto come garzone, divertendo enormemente il pubblico che usando frequentare l’osteria, già lo conosceva bene. Quella sua prima esibizione, ad imitazione del suo maestro, fu un autentico trionfo che lo convinse a continuare per quella strada.

Ritorno a Milano

Nel 1862, a quanto riferisce il Boito, il trentanovenne Enrico Molaschi si ritrasferì a Milano con la moglie e ben sette pargoli. Di lavoro, a parte il cantastorie, pare facesse il calzolaio. Boito intatti scrive che si stabilì, in Vicolo Colonnetta, in quel di Porta Tosa, alternando la chitarra, con la lesina e il trincetto del ciabattino. A Paullo si era fatto le ossa ed aveva imparato, guardando il suo maestro, tutti i principali trucchi del mestiere del Barbapedana, tesi essenzialmente a fare colpo sull’uditorio.

Fu indubbiamente grande fu la popolarità che Enrico Molaschi, che tutti chiamavano El Barbapedana, seppe conquistarsi in pochi anni a Milano. Abbigliato com’era, piccoletto, occhi neri vispi, era la classica macchietta, che, solo a vederlo comparire, metteva allegria: annunciava il suo arrivo con una sorta di marcia molto poderosa, che si udiva da lontano, ed era notissima in tutta Milano.

Boito fornisce anche una testimonianza del fragoroso stile chitarristico del Molaschi:

«Pensai udendo un tal baccano a non so quali arpi sataniche. Un tuono così portentoso doveva annunziare certamente una portentosa apparizione […] ma il suonatore non era il diavolo, né l’istromento un’arpa […] L’onda sonora sotto le dita di Barbapedana subiva tutte le trasformazioni possibili d’una vera onda; da zampillo era diventata rigagnolo, da rigagnolo ruscello, da ruscello torrente, da torrente fiume, da fiume cateratta, e continuava ad aumentare»

Era molto caratteristico il portamento che assumeva durante le sue esibizioni, l’abbigliamento tipico che indossava a mo’ di divisa, simpatiche ed argute le filastrocche che creava al momento, secondo le circostanze e che. regolarmente, mandavano in visibilio tutti gli avventori. Girava fiero e spavaldo passando da un’osteria all’altra, immancabilmente armato della sua fedele chitarra ad armacollo. D’inverno pare indossasse una vecchia zimarra (una sorta di lungo pastrano) color marrone intenso, d’estate invece una giacchetta sdrucita a righe verdastre. Non poteva mancare ovviamente il cappello a cilindro calcato sulla testa. Una lunga penna di gallinaccio fissata sul nastro, adornava il suo copricapo. Se gli capitava di perderla, provvedeva a sostituirla con una vistosa coda di scoiattolo.

Era facile trovarlo all’Osteria del Rondò di Loreto (fra l’inizio di viale Monza e di via Padova) ove raccolse davvero tantissimi allori. Tutto il quartiere lo conosceva, e lì si era fatto tanti amici: quando eseguiva il suo repertorio, il successo era garantito e raccoglieva tanti memorabili applausi. Lui figura essere il primo nome che si ricordi, di cantautore meneghino. Fu infatti anche uno dei più famosi artisti dei cafés-chantants milanesi, insieme a Luciano Molinari, detto “Lucien”. La “mise” (oggi si direbbe “look“) dell’ultimo Barbapedana assomigliava a quella dei coevi chansonniers francesi (si pensi all’Aristide Bruant immortalato da Toulouse Lautrec)-

Intere generazioni di ragazzini lombardi sono cresciute il secolo scorso ascoltando le loro madri e nonne canticchiare questa e altre filastrocche simili che parlavano del Barbapedana.

Barbapedana el gh’aveva on gilèt
senza el denanz, con via el dedree;
cont i oggioeu longh ona spanna
l’era el gilèt del Barbapedana.

Traduzione in italiano:
Barbapedana aveva un gilè
senza il davanti, e mancante del dietro
con gli occhielli lunghi una spanna
era il gilè del Barbapedana.


Era talmente bravo e divertente che (è sempre il Boito a riferirlo) tanti lo invitavano a rallegrare, matrimoni, trattenimenti e feste nelle famiglie. Nel periodo estivo poi, la gente lo chiamava persino nelle ville dei sciuri in Brianza per rallegrare riunioni chiassose fra amici, festini che invariabilmente finivano con balli sotto le stelle, al ritmo di travolgenti polke, valzer, e mazurche, che lui (si dice addirittura, con tecnica inarrivabile) riusciva a suonare magistralmente sulla chitarra.

Invitato a Corte

La sua fama raggiunse livelli tali, che persino la Casa Reale si interessò a lui. Infatti la regina Margherita desiderò conoscerlo personalmente invitandolo nella villa reale di Monza, per un’audizione. Decisamente divertita, lo ascoltò cantare e suonare il suo strumento gradendo moltissimo i suoi lazzi mimici (mentre suonava, saettava gli occhi in alto e in basso seguendo con lo sguardo il salto di ipotetiche pulci). Dopo essersi complimentata con lui, la regina volle regalargli una chitarra nuova.

Re del Carnevale

Un anno, poi, a Milano, fece una serie di concerti nella bella sala (oggi scomparsa) del Teatro della Cannobiana (così si chiamava sino al 1894, l’attuale Teatro Lirico) e lo elessero persino “Re del carnevale”: il Barbapedana godette, per una notte, di trionfo ed onori. In cambio, tutto bardato d’un manto d’ermellino e con la corona in testa, si esibì cantando ai presenti, le sue canzoni più belle.

Il teatro lirico di Milano, già teatro della Cannobiana (talvolta indicato anche come teatro della Cannobiana o La Cannobiana), è uno storico teatro di Milano
L’arciduca Ferdinando, figlio di Maria Teresa d’Austria, propose di dotare la città di Milano di un teatro “popolare” da costruire sull’area delle Scuole Cannobiane, fondate da Paolo da Cannobio (da cui il nome).
Il nuovo teatro, detto “la Cannobiana”, viene inaugurato la sera del 21 agosto 1779, con uno spettacolo e musiche di Salieri.
Come la Scala, anche il Lirico fu sapientemente progettato dal Piermarini, che diede così vita ad un vero e proprio duplice sistema teatrale

I suoi ultimi anni

Come per tutti, anche per Enrico Molaschi passarono gli anni e non tardò ad arrivare la triste ora del declino. Il giovanotto vivace e gagliardo di una volta, il piccoletto tutto muscoli, dal colorito acceso del contadinotto lombardo, lasciò man mano il posto ad un povero vecchio avvizzito, un po’ ricurvo, con baffetti e un pizzetto candido sotto il mento, gli occhi ancora vivaci ma il gesto ormai stanco. Anche i tempi, del resto, erano mutati (eravamo verso la fine dell’Ottocento, agli albori della nuova era industriale) e pure la stagione dei Barbapedana stava inesorabilmente tramontando anche a seguito del cambio delle abitudini della gente.

Verso il 1890, Enrico Molaschi, ormai quasi settantenne, muoveva le dita ancora con slancio sulle corde della a sua inseparabile chitarra, ma. essendo rimasto ormai senza più denti, e non potendo quindi più cantare, era costretto a fischiettare i temi più famosi del suo repertorio.

Il suo ingresso nelle osterie era, come una volta, sempre preceduto da una famosa marcetta che rappresentando la sua sigla. Ancora quella sua musica suscitava piacere e divertimento fra gli avventori più anziani. Tuttavia diverso era il comportamento dei più giovani che, quando lui suonava per la strada, preannunciando il suo arrivo in qualche locale della zona, lo accompagnavano sempre schiamazzando divertiti dalla macchietta che rappresentava quell’omino così buffo, testimonianza evocante, dal suono di quella chitarra e da quel suo fischiettio, un mondo ormai passato, commovente, giunto non si sa come, fino alle soglie del XX secolo.

Ricovero al Pio Albergo Trivulzio

Enrico Molaschi finì i suoi giorni, ospite di una casa di riposo per i poveri. Era il Pio Albergo Trivulzio, il palazzo del principe Antonio Tolomeo Gallio Trivulzio, che, morendo, aveva voluto fosse destinato come rifugio per “poveri vecchi”. Il palazzo si trovava in Contrada della Signora, nel quartiere del Verziere. Quando l’istituto fu trasferito nel Comune di Corpi Santi, sulla strada per Baggio, egli seguì i suoi compagni, nella nuova sede.

Il trasferimento dei ricoverati da Contrada della Signora alla nuova sede, venne realizzato in pompa magna, alla presenza di tanti incuriositi spettatori, con un corteo di automobili messe a disposizione da ricchi borghesi ed aristocratici che, con cospicue donazioni, avevano concorso alla realizzazione della nuova struttura per i poveri.

Enrico Molaschi

Enrico Molaschi fu trasferito in automobile personalmente dal nobile politico Uberto Visconti di Modrone, allora consigliere comunale di Milano e noto per le sue numerose opere di mecenatismo. Sulla Torpedo dell’imprenditore , una Isotta Fraschini altissima e scoperta, che procedeva lentamente in testa al corteo, il Molaschi entusiasta per tanto onore riservato alla sua persona, cantava e suonava felice con la sua la chitarra.

La sua morte

Morì così alla Baggina il 26 ottobre 1911, all’età di anni 88. Dei suoi nove figli (sette nati a Paullo e due successivamente a Milano) non si sa nulla.

A parte i complimento della regina Margherita di Savoia, non ebbe particolari riconoscimenti in vita, ma sarebbe sicuramente stato felice di sapere che a pochi anni dalla sua morte, la sua preziosa chitarra sarebbe stata acquistata dal Maestro Natale Gallini (1891-1983), e successivamente (1958) dal Comune di Milano. Ora, si trova esposta al Civico Museo di strumenti musicali del Castello Sforzesco.

Sezione Museo Civico degli strumenti musicali

Lo strumento è descritto nel catalogo del Museo. al numero 54. All’interno della chitarra, vi è un curioso cartiglio che dice:

ANTONIO ROVETTA Fabbricatore di strumenti armonici
a prezzi discretíssimi
abita
alla Corsía del Duomo, di fianco alla
Contrada di S. Redegonda n. 982
in Milano
fece l’anno 1823

Scomparso Enrico Molaschi, qualche altro volonteroso suonatore ambulante cercò di risuscitare il personaggio del Barbapedana, ma il tentativo non ebbe fortuna. Pare che fino a pochi anni fa trascorresse le sue notti al dormitorio pubblico di via di Breme, un povero vecchio che, si diceva, essere l’ultimo Barbapedana, l’erede diretto del grande Molaschi. Andava in giro per Milano con la sua gabbana nera ed il cilindro, suonando il flauto, o cantando, accompagnato dal suono delle corde della sua chitarra con voce tremula ma chiara, la solita ben nota filastrocca:

De tant piscinín che l’era
el ballava volentera
el ballava in sú on quattrin
cont insèmma el fradellin
che ‘1 pareva on pigottin
de tant che l’era piscinin
de tant che l’era piscinin.

……..
………

La storia finita in cucina

I nuovi locali tipici (ristoranti, trattorie o locande), oggi, non disdegnano a riprendere l’uso del dialetto e il richiamo alla tradizione, alla lingua di Carlo Porta, il maggior poeta dialettale milanese. Un ritorno al passato? Forse. O più probabilmente un voler giocare simpaticamente sul nome, richiamandosi forse più al fascino che esso rappresenta e alla lunga storia che vi è dietro, che non alla bontà dei piatti tradizionali proposti.

Così, per un non milanese, il nome dialettale Barbapedana, fa venire in mente l’insegna di una rinomata trattoria sui Navigli, senza magari sapere che quel nome s’ispira proprio alla figura tipica del musicista di strada della tradizione popolare milanese.

El Barbapedana

Altrettanto vale ad esempio per altro nome di locale molto noto, Ratanà, ristorante alla moda, forse tra i migliori in città. Pochi non milanesi sanno che quel nome sta a ricordare ‘el pret de Ratanà’ al secolo don Giuseppe Gervasini, sacerdote con fama di guaritore-santone, una versione in sedicesimo di padre Pio negli anni prima della II Guerra Mondiale. Ratanà era la storpiatura in dialetto di Retenate, una frazione del comune di Vignate dove era nato. Legata al passato anche l’insegna del Garghet, termine questo che, in milanese, indica il gracidare delle rane delle risaie, quelle che caratterizzavano l’antica zona del Gratum Solium (ossia l’attuale Gratosoglio).

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