Domenico Barbaja

La barbajada: come da un nome, si scopre una storia e che storia!

Per fare qualunque attività, oggi, è richiesto un attestato che dimostri la formazione specifica: in quella dei baristi, purtroppo, manca la conoscenza di un minimo di storia dei dessert tipici della cucina milanese … Se oggi, infatti, si va in un caffè del centro di Milano e si chiede, ad esempio, una ‘barbajada’, con tutta probabilità ci si sente rispondere che non sanno cosa sia.

Non è più di moda, quindi non si conosce … e dire che, a Milano, è stata, nella ‘hit parade’ delle classifiche, tra le bevande più richieste, per più di 130 anni, a partire dal 1800! Persino la ricetta della ‘barbajada’, è oggi finita nel dimenticatoio. E dire che è forse il primo cappuccino della storia … anche perché il gusto, dati gli ingredienti, non può essere che quello! Più denso, meno denso, più schiumoso, meno schiumoso …  beh, personalizzando la ricetta secondo i propri gusti, le varianti che uno può farvi, sono davvero tante!

La gustosa barbajana

La ricetta della Barbajada

Non è difficile farla …  Abbiamo dedicato un articolo Leggi qui

Provare a degustarla oggi, secondo la ricetta di allora, è un po’ come tornare indietro nel tempo, l’assaporare l’atmosfera Bohémienne del famoso “Caffè dei Virtuosi”, di Corsia del Giardino (oggi via Manzoni), proprio di fianco al Teatro alla Scala.  Perché parlo di questo Caffè? Perché lì, dove si discuteva di affari, di cultura e di politica, si proponeva la degustazione di dolci accompagnandoli con questa golosa bevanda che non nè caffè né cioccolata. Una delizia, buona sia d’inverno che d’estate, che restò per molti anni in voga e si diffuse rapidamente in molti bar della zona. Non solo, ma, la cosa interessante, è che il creatore della ‘barbajada’, era stato proprio lui, il giovanissimo padrone di questo Caffè, un certo Domenico Barbaja. 

Domenico Barbaja

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Nato nel 1777, in quel di Rozzano, da famiglia di umili origini, non ancora diciottenne, semianalfabeta, giunse, come tanti, in città, in cerca di lavoro. Fu dapprima preso come sguattero nei fondaci di una bottiglieria, poi ebbe la fortuna di essere assunto, come garzone, presso un caffè di via Manzoni, non lontano dal Nuovo Regio Ducale Teatro, inaugurato da pochi anni (così si chiamava allora, l’attuale Teatro alla Scala).

Teatro alla Scala nell’Ottocento

Era il 1800, quando, il ragazzo, indubbiamente sveglio, avendo notato dalle ordinazioni che prendeva, cosa ingolosiva maggiormente i palati e i sensi della clientela, ebbe l’idea, forse per gioco, di creare questa bevanda-dessert.

Non l’avesse mai fatto! Quell’intuizione fece la sua fortuna …

La nuova scoperta, sparsasi la voce, nel giro di poco, fu la più richiesta da quasi tutti i clienti, orchestrali, cantanti e gli abituali frequentatori del Teatro (aristocratici ed alta borghesia). diventando ben presto la ‘specialità’ del locale.

All’epoca non c’era l’abitudine di prendere l’aperitivo con gli stuzzichini, come oggi:  al posto dell’aperitivo, le dame in cappellino e i giovani aristocratici in bombetta, s’incontravano nelle caffetterie per sorseggiare, tra un dolcetto e l’altro, una gustosissima “barbajada” (la bevanda naturalmente prese il nome del suo inventore), fresca o calda, a seconda delle stagioni. Il successo di questa sua “trovata” fu tale, che il garzone, nel giro di un paio d’anni, riuscì a mettersi in proprio, diventando il padrone del ‘Caffè dei Virtuosi’.

Il Teatro alla Scala

ll teatro alla Scala non era, all’epoca, soltanto un luogo di spettacolo, come lo è oggi: non si stava in religioso silenzio ad ascoltare … nei palchi di proprietà delle famiglie nobili milanesi, ognuno, durante lo spettacolo, faceva con discrezione, quello che voleva … , c’era chi cenava, chi s’intratteneva in lieto conversare con gli amici, chi giocava a carte ecc…. la musica faceva da sottofondo! La platea, senza poltrone, era spesso destinata a feste da ballo. Nel Ridotto e in un altro spazio in corrispondenza del quinto ordine di palchi, si giocava d’azzardo … il tutto al lume di candela o delle lampade a gas (la luce elettrica non esisteva ancora) …… clima irreale per noi oggi!

A dire il vero, non è che Domenico, lavorando come garzone, con le mance ricevute, si sarebbe potuto permettere l’acquisto di un Caffè tutto suo. Poiché, nel Ridotto della Scala, si usava giocare d’azzardo solo nelle giornate di spettacolo, lui, nelle ore libere dal lavoro come garzone, correva ai tavoli da gioco e si divertiva a rischiare i soldi delle mance della giornata. Evidentemente baciato dalla dea bendata, nel giro di pochissimo, riuscì a fare tanti soldi, sì da permettersi nel 1801, l’apertura del nuovo esercizio tutto suo, ancora più vicino al teatro, di quanto non fosse il precedente. Non solo, ma risulta anche che, nella sua foga imprenditoriale giovanile, per un breve periodo, come secondo lavoro, si sia pure occupato di forniture militari per l’esercito.

Fin dal 1788, sotto gli austriaci, era stata emanata una severa disposizione di Maria Teresa d’Austria, secondo la quale era assolutamente vietato il gioco d’azzardo in città, eccezion fatta per la Scala, nei soli giorni di spettacolo. Dal 1796, quando Milano era passata dalla dominazione austriaca a quella francese, quest’ultima mantenne valide le disposizioni austriache relativi al gioco d’azzardo.

Il caffè dei virtuosi

Nonostante questo, e in barba a tutti i divieti, nel Caffè dei Virtuosi, Domenico Barbaja, spregiudicatamente, continuò a far soldi offrendo ai clienti, oltre alle normali consumazioni, la possibilità di giocare d’azzardo nel suo locale, quando non c’erano gli spettacoli alla Scala. Sembra che i francesi, pur a conoscenza della cosa, tollerassero questo vizio, perché le tasse che il gioco generava, erano indispensabili per finanziare le campagne delle armate napoleoniche.

Nel 1804, affamato di danaro com’era, Domenico Barbaja chiuse il Caffè e si gettò a capofitto nel gioco d’azzardo, riuscendo a farsi dare delle concessioni esclusive alla Scala.  Indubbiamente, molto intelligente ed opportunista, si avvicinò alla musica lirica, la grande passione che aveva contagiato un pò tutti, in quegli anni. Si rese conto che il binomio musica lirica e gioco d’azzardo era sicuramente vincente, e avrebbe potuto garantirgli il massimo dei profitti. Poiché la locandina teatrale prevedeva spettacoli diversi nell’ambito della stessa giornata, uno al pomeriggio, l’altro alla sera, durante l’attesa fra un’opera e l’altra, i clienti amavano svagarsi, giocando d’azzardo. Fu lui che, nel 1805, introdusse per primo alla Scala, il gioco della roulette!

Il trasferimento a Napoli

Da Milano si trasferì alcuni anni dopo, a Napoli, città ricchissima e aperta, e fu lì che, lavorando al Teatro San Carlo come imprenditore teatrale, costruì la sua imponente fortuna. Divenne uno pei più grandi imprenditori teatrali italiani di tutti i tempi, creando uffici e agenzie in tutta Europa.

Nel 1815, fu lui che invitò a Napoli l’astro nascente, l’allora ventitreenne pesarese Gioacchino Rossini, affidandogli la direzione artistica del Teatro, a patto che rielaborasse vecchie opere e ne componesse due nuove all’anno, per un compenso da fame oltre ad una minima percentuale sugli introiti del gioco d’azzardo, di cui era riuscito ad averne la concessione al san Carlo.

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Isabel Colbran

Gioacchino Rossini rivendica i torti subiti

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Rossini subì in silenzio le numerose angherie del Barbaja, ma se la legò al dito e promise a sé stesso di fargliele pagare alla prima occorrenza. Invaghitosi del soprano Isabel Colbran, la bella amante spagnola, che conviveva con Domenico da oltre dieci anni, si vendicò, soffiandogliela e sposandola nel 1822, nonostante lei avesse otto anni più di lui.  Ad onor del vero, il Barbaja, in quell’occasione, non se la prese più di tanto: evidentemente, aveva trovato da consolarsi immediatamente con qualcun’altra! Infatti le cronache rosa dell’epoca raccontano delle passioni del Barbaja oltre che con la Colbran, con molte delle dive dell’epoca, la Malibran, Giuditta Pasta, la Boccabadati, desiderate da tutti.

Continuò comunque a mantenere buone relazioni con Rossini tanto è vero che, diversi anni dopo, quando il compositore ammalato, ebbe bisogno di cure, si prodigò ad ospitarlo nella sua villa di Posillipo.

Nel suo fervore imprenditoriale, assunse pure l’appalto per la ricostruzione del Teatro San Carlo distrutto da un incendio il 13 marzo del 1816, garantendo al re Ferdinando I, la riconsegna del teatro entro i nove mesi da inizio lavori e rispettando fedelmente tale termine.

Il Barbaja direttore artistico

Dal 1821 al 1828, il Barbaja organizzò a Vienna grandi stagioni teatrali presso il Theater an der Wien ed il Kartnerthortheater ove conobbe grandi compositori e cantanti.

Il dinamico impresario assunse pure la direzione dei teatri milanesi, la Cannobiana (il Lirico) e la Scala (1826-1832)

Altro celebre nome che riuscì ad attirare alla sua corte, nel 1822 (in coincidenza con la fuga di Rossini con la Colbran), fu il bergamasco Gaetano Donizetti che, assunto come direttore artistico, rimase a Napoli fino al 1838. A Napoli, Donizetti compose alcune delle sue opere più belle come la famosa ‘Lucia di Lammermoor’ che presentò nel 1835 al Real Teatro di San Carlo. Il contratto venne stipulato nel 1827 con l’obbligo perentorio di scrivere quattro opere all’anno per il massimo teatro cittadino.

Altro talento che scoprì il Barbaja in quegli anni, fu un giovane appena uscito dal Conservatorio. Dopo averlo sentito, cosa davvero unica per lui, gli offrì spontaneamente un contratto: si chiamava Vincenzo Bellini, che lui fece esordire, nel 1826, al San Carlo di Napoli con l’opera giovanile ‘Bianca e Fernando’ (titolo ritoccato in ‘Bianca e Gernando’ per non mancare di rispetto al principe Ferdinando di Borbone). A Milano esordirà poi alla Scala con ‘Il pirata’ (1827), ‘La straniera’ (1829), la ‘Norma’ (1831) e al Teatro Carcano con ‘La sonnambula’ (1831)

Dopo una carriera brillante, si costruì un imponente palazzo ad Ischia, (palazzo Barbaja, a Casamicciola Terme) dove raccolse tutte le sue opere d’arte e dove morì, nel 1841.

La sua tomba andò purtroppo perduta e la sua favolosa collezione di oggetti antichi e di quadri (possedeva anche un Tiziano), fu dispersa dagli eredi.

Definito, nell’opera “Cento Anni” di Giuseppe Rovani, come uno ‘strozzino di cantanti, ballerini e maestri di musica’, seppe fare indubbiamente bene i suoi conti. Non sapeva fare due più due, ”ma due lire più due lire, fanno sempre quattro lire!”. Era molto rozzo ma, a modo suo, anche generoso.

Di lui rimane ancora oggi il ricordo della sua ‘barbajada’ e di un genio, che pur restando quasi analfabeta, ha saputo essere uno dei più grandi impresari teatrali di tutti i tempi e, a ragione, ‘il padrino del Belcanto’.


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