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Don Giuseppe Gervasini

Premessa

Mi scusi, dovrei scendere alla fermata “Gervasini” … Mi avvisa lei quando scendere? … Grazie”. Detta in italiano piuttosto che in milanese o dialetto brianzolo, questa era la richiesta più frequente, che si sentivano fare dai passeggeri, i tranvieri del 34, il tram, che portava a Baggio. Oltre che da milanesi, quel tram era spessissimo frequentato da gente che arrivava dal contado, ma c’erano anche tanti svizzeri. Raramente, allora come oggi, le fermate di tram venivano, in effetti, contraddistinte da un nome. Di norma, essendo sistemate in prossimità di incroci, erano i nomi stessi delle vie che s’intersecano nelle immediate vicinanze, ad identificarle, in maniera univoca. Diversamente, potevano assumere il nome di una piazza (fermata Duomo, ad esempio), di un Ospedale, di un impianto sportivo o di altro ente pubblico, ma “Gervasini”, era nulla di tutto questo! Come mai allora questo nome?

Nel 1923, erano stati annessi al Comune di Milano ben 11 comuni limitrofi: Affori, Baggio, Chiaravalle, Crescenzago, Gorla-Precotto, Greco, Lambrate, Musocco, Niguarda, Trenno e Vigentino. Essendo così improvvisamente cresciuta la città, era nata ovviamente l’esigenza di creare, laddove mancavano ancora, i collegamenti verso le nuove periferie. Pertanto, per favorire la mobilità dei lavoratori, vennero istituite delle nuove linee tramviarie, o comunque rafforzate quelle già esistenti, con tutte queste località.

Tornando al 34, ad esempio, i tram di questa linea facevano un percorso molto lungo, con tante fermate. Partendo dalla Stazione Centrale di Piazza Fiume (l’attuale Piazza Repubblica), attraversava tutto il centro città, per poi attraversare il sobborgo di San Pietro in Sala (attuale piazza Wagner), e la borgata della Maddalena (attuale piazza De Angeli), e, dopo un lungo tratto in aperta campagna, arrivare infine in località Baggio. Sollecitata dalle pressanti richieste dell’utenza, nel 1927, l’Azienda tranviaria di allora, aveva istituito, proprio su questa linea, sulla lunghissima via delle Forze Armate (che attraversava la zona di aperta campagna), una fermata speciale, la “Gervasini”, a circa 1km dall’abitato di Baggio. Di regola, a questa fermata, il tram, sempre stracolmo di gente, si svuotava, quasi quello fosse il capolinea. Perché mai? Perché lì, nei pressi di questa fermata, c’era la “casa dei miracoli”, mentre “Gervasini“, era il cognome del sacerdote “speciale” che l’abitava!

Aerodromo di Baggio

NOTA STORICA
Negli anni Venti del secolo scorso, nell’area di aperta campagna, fra Baggio e la borgata della Maddalena, a parte la presenza di vari cascinali, in prossimità delle aree abitate, era stato costruito un aerodromo dedicato al volo dei dirigibili.
La struttura era infatti parte di un progetto più ambizioso, nei cui dintorni, sorgevano le Officine Leonardo da Vinci, fondate da Enrico Forlanini, al quale, non a caso, è stato poi intitolato l’aeroporto di Linate. Nel 1913, per la prima volta, si alzò, da Baggio, il dirigibile Città di Milano, ideato da Forlanini e realizzato nelle Officine. Sorvolò la città, arrivando a sostare all’altezza del Duomo, dando il via ad una serie di missioni sempre più lunghe, sino a quando, nell’aprile del 1914, fu costretto ad un atterraggio di emergenza nella campagna di Cantù. Nonostante l’operazione si fosse svolta senza incidenti, in fase di svuotamento dell’idrogeno, qualcosa andò storto, innescando un enorme incendio con morti e feriti. Allo scoppio della Grande Guerra l’Italia, grazie anche a Enrico Forlanini e alle attività dell’aerodromo di Baggio, aveva la terza flotta di dirigibili più grande, dopo Germania e Francia. [rif. Milano Città Stato]

Il 13 aprile del 1928 da qui partì Umberto Nobile, col dirigibile Italia, per la famosa seconda spedizione polare, tutta italiana, missione che avrebbe portato per la prima volta l’uomo a calpestare il ghiaccio del Polo Nord. Purtroppo non fu così, e si risolse in modo disastroso, il 25 maggio 1928.

Alla stragrande maggioranza di noi tutti oggi, il nome Gervasini dice davvero poco o nulla: i vecchi milanesi “doc” invece, lo conoscevano come “el medegon” (il guaritore), un prete senza lauree di medicina, farmacologia o chimica, ma semplicemente un sacerdote “particolare”, noto anche come “el pret de Ratanà” (o Retenà). Dall’affetto che i vecchi milanesi, ancora oggi gli dimostrano, doveva essere un soggetto decisamente molto amato, per non dire addirittura venerato in Lombardia, nonostante la Chiesa cattolica non lo abbia mai canonizzato. Ma vediamo di conoscerlo meglio.

I suoi primi anni 

Primogenito di cinque figli, (gli altri quattro suoi fratelli nati subito dopo di lui sarebbero tutti morti in tenera età) Giuseppe era nato a Robarello di Sant’Ambrogio Olona, il 1° marzo 1867, da una famiglia di umilissime origini. Suo padre, Antonio Gervasini, un “piccaprèi” (tagliapietre) di professione, e sua madre, Luigia Molinari, assistente in una filanda, fin dal giorno del loro matrimonio, erano andati a vivere a Robarello, un paesino di poche anime, in una casa tuttora esistente, sulla strada che conduce al Sacro Monte di Varese. Giuseppe fece le elementari a Varese, perché a Robarello non c’erano servizi di alcun genere. All’epoca, non c’erano mezzi e si andava a piedi a scuola, con qualunque tempo … ogni mattina 6 km (fra andata e ritorno) per cinque anni di fila! Finite le elementari, si trasferì, insieme ai genitori, a Milano, nell’allora malfamato quartiere Isola, della zona di Porta Garibaldi. Il fatto che fosse un ragazzino sveglio, convinse i suoi genitori a compiere ulteriori sacrifici per fargli fare le scuole medie. Conoscendo l’ambiente, preferirono iscriverlo a Varese, presso il collegio-convitto Cristoforo Colombo, dove poi avrebbe frequentato anche il Ginnasio.

Aveva da poco compiuto i 13 anni, nel 1880, quando venne improvvisamente a mancare suo padre. La madre Luigia, in ovvie difficoltà economiche, si arrabattò per tirare avanti la famiglia col suo solo stipendio. Fu fortunata perché la famiglia Bianchi, proprietaria di una fabbrica di campane e anche dello stabile dove i Gervasini abitavano, prese a cuore il suo caso e si accollò l’onere del prosieguo degli studi di Giuseppe. Questo, le permise di assecondare il desiderio del figlio, di intraprendere la via del sacerdozio. Lo iscrisse dapprima al collegio salesiano di Valdocco a Torino (collegio fondato da Don Bosco, a quell’epoca ancora vivente), e, successivamente, lo mandò a fare la terza liceo, a Monza. Dopo la morte di sua madre nel 1885, sempre con l’aiuto finanziario della famigli Bianchi, iniziò a frequentare il seminario teologico di Corso Venezia, a Milano.

Un dono probabilmente scoperto per caso

Fra il 1887 e il 1889, era ancora seminarista, Giuseppe Gervasini venne richiamato per il servizio di leva che fece a Caserta, come addetto all’Ufficio Sanità. Questa fu l’occasione, per lui, di acquisire una certa esperienza sui principali malanni dei suoi commilitoni e sui rimedi che i medici militari adottavano per curarli, soluzioni queste che lui avrebbe approfondito in seguito, leggendo (almeno così si crede) un vecchio trattato di medicina empirica (a base di erbe ed infusi vari), capitatogli casualmente tra le mani. Forse, già allora, scoprì di avere poteri di guarigione.

Il sacerdozio

Nel giugno 1892, l’arcivescovo Luigi Nazari di Calabiana (1867 – 1893) ordinò sacerdote Giuseppe, ormai venticinquenne, in Duomo, a Milano.
Dire che avesse, fin da allora, degli atteggiamenti piuttosto “originali”, è puro eufemismo. Per festeggiare la sua ordinazione, gli organizzarono un banchetto. Si presentò al pranzo, quando tutti erano già andati via, tornati a casa loro; gli dissero che gli avanzi del banchetto erano finiti nel pollaio: lui vi entrò, sottrasse la ciotola ai pennuti e ne trangugiò il contenuto!

Iniziò il suo periodo di “gavetta”,  celebrando la sua prima messa, proprio a Sant’Ambrogio Olona, il suo paese natale: si fece conoscere subito fra i parrocchiani, non tanto come sacerdote, quanto per le sue particolari doti di guaritore, tanto che, ben presto, si fece la fama di essere un taumaturgo. Erano infatti numerosi coloro che, o per mancanza di mezzi o per sfiducia nella medicina “ufficiale”, si rivolgevano a lui per avere aiuto e consiglio. Aveva preso a curare i malanni dei suoi fedeli. Ben lungi dal giovargli questa fama, le esperienze maturate in campo medico durante il periodo della leva, suscitarono nelle gerarchie ecclesiastiche, motivo di fondati sospetti e di naturale invidia. La sua attività di sacerdote-guaritore non solo non venne ignorata, ma gli creò seri problemi finendo per diventare un caso, al punto che, ritenendolo un “prete scomodo”, fu oggetto di frequenti trasferimenti da una parrocchia all’altra, probabilmente per non dargli modo di nuocere più del dovuto. Fu così, nel giro di soli cinque anni, destinato prima a Pogliano Milanese, dopo a Cabiate (Como), quindi a San Vittore al Corpo a Milano, poi nel 1896 a Peregallo di Lesmo in Brianza, ed infine dal 1 giugno 1897, a Retenate, un paesino a est del capoluogo lombardo, a circa 15 chilometri dalla città, nella tenuta di Trenzanesio, presso la Cappellania dei conti Greppi, dove incredibilmente lo “lasciarono” lavorare in pace, per ben 4 anni dal 1897 al 1901! Fu proprio per essere stato così a lungo cappellano della chiesetta di san Giuseppe a Retenate, un tempo comune autonomo e (ora frazione di Vignate), che venne chiamato “el pret de Ratanà” (o Retenà).  

Non lo avessero mai fatto (a lasciarlo in quel posto per quattro anni di fila)!
Di caratterino non certo facile, l’alto clero locale non gradì molto, ad esempio, il suo sostegno dato alla folla in rivolta davanti ai cannoni di Bava Beccaris durante i moti milanesi del maggio 1898 (la rivolta del pane)
Era un soggetto molto buono e generoso, ma di carattere piuttosto rude e spigoloso: vi era chi esaltava il suo operato e chi lo guardava con diffidenza. A Retenate, contadini e fittavoli, troppo poveri per permettersi cure adeguate, si rivolgevano a lui sia per i malanni propri, che per quelli dei loro animali. Tutto ciò per la sua spiccata attitudine a fare il guaritore non solo di anime, ma soprattutto di corpi! Bastava, infatti, presentarsi a lui con qualche acciacco, per tornare a casa liberi da ogni malanno, o comunque con qualche preparato di erbe che garantisse la soluzione del problema nell’arco di pochi giorni, e lui non chiedeva nulla in cambio. Quindi deferenza, esaltazione, per non dire addirittura venerazione da parte dei suoi beneficiati da un lato, incredulità, sospetti e molta diffidenze dalla maggioranza della gente benpensante dall’altro, soprattutto per i sistemi “originali” che usava … insomma dette adito a chiacchiere non sempre lusinghiere sul suo conto.

I medici, molto scettici sul suo operato

Pure i medici, condotti e non, cominciarono a guardarlo male, non tanto perché stava portando via loro il lavoro, quanto perché non limitandosi solo a dare loro consigli, esercitava abusivamente la professione medica. Questa infatti era l’accusa principale nei suoi confronti, poiché a quanti gli chiedevano aiuto, lui dava dei decotti o altri intrugli di erbe giudicati rimedi molto discutibili. Ciò che dava maggiormente fastidio ai medici, era che gli infusi e le poltiglie varie che propinava alla gente, a dispetto della medicina tradizionale, funzionavano egregiamente!

Inviso al clero

Tutto questo, lo rese inviso anche al clero (che si rifiutava di accettare il concetto di prete-guaritore come fosse un mago o uno stregone) e pure al conte Greppi (sul cui conto le malelingue cominciavano a vociferare per la libertà da lui concessa al prete, per le attività discutibili che aveva preso a svolgere nei suoi possedimenti).

La denuncia e la ‘sospensione a divinis

Lamentandosi con l’allora arcivescovo di Milano (cardinale Andrea Carlo Ferrari) per la sgradevole situazione venutasi a creare, il conte Greppi gli chiese ed ottenne che “el pret de Ratanà” allora trentacinquenne, venisse sospeso a divinis.

La locuzione latina a divinis, tradotta letteralmente, significa dai ministeri divini.

Quindi sospensione a divinis è una sanzione disciplinare che può essere comminata ai membri dei tre gradi del sacerdozio  (diaconi,  presbiteri, e vescovi). Al sacerdote sospeso è vietato amministrare i sacramenti, il che include tra l’altro la celebrazione della messa e la confessione; tuttavia può derogare al divieto in caso di urgenza e necessità, ad esempio per confessare una persona in punto di morte.


Può essere impartita ai sacerdoti colpevoli di gravi mancanze disciplinari; inoltre viene normalmente disposta per i preti che contraggono matrimonio (con o senza la dispensa dell’autorità ecclesiastica, in quanto si ritiene inopportuno che essi continuino ad esercitare il ministero sacerdotale), o a quelli che accedono a cariche politiche (essendo vietato ad un sacerdote l’impegno politico). In questo caso, la sospensione a divinis, è un atto dovuto da parte dell’Ordinario. Alla cessazione dell’attività politica “istituzionale” la sospensione viene, di norma, revocata.

A seguito di queste vicende, essendosi raggelati i rapporti con i conti Greppi che mal sopportavano le pesanti dicerie sul suo conto, don Giuseppe, non potendo più dire nemmeno la messa, decise quello stesso anno (1902) di andarsene da Retenate, trovando alloggio a Milano in una vecchia casa di ringhiera in pieno centro, in via Pattari, a due passi dall’Arcivescovado. Lì sarebbe rimasto a lungo, ben 24 anni, fino al 1926.

La revoca della ‘sospensione a divinis

Dopo circa un anno di “sospensione a divinis”, grazie anche all’intercessione del cardinale Ildefonso Schuster che, avendo voluto provare i metodi di guarigione del prete per risolvere qualche suo acciacco personale, era uno dei suoi beneficiati, la sanzione disciplinare nei suoi confronti, venne revocata.

Ma, mentre la sospensione a divinis era stata subito reclamizzata ovunque, in modo che tutti fossero immediatamente messi al corrente che lui non poteva più esercitare il ministero sacerdotale, non altrettanto accadde per la sua revoca della sanzione disciplinare. Questo significava che nessuno era a conoscenza del suo reintegro nei ranghi! Quindi, quando don Giuseppe chiese, come suo diritto, di officiare messa, venne pure cacciato in malo modo, nonostante la legittimità della sua richiesta.

Il cardinale Ildefonso Schuster assieme al pret de Ratanà

La sua rivincita

Per i motivi sopra spiegati, quella “sospensione a divinis”, ritenuta ingiusta dal suo punto di vista, fu un’onta che continuò a bruciargli a lungo, anche ben dopo la revoca da parte dell’Arcivescovo. Arrivò comunque il giorno in cui “el Ratanà” si prese la rivalsa proprio sul Cardinale Ferrari, che lo aveva così duramente castigato.

Il torcicollo del Cardinale Ferrari

Don Giuseppe Gervasini

L’occasione si presentò in seguito ad una chiamata in Arcivescovado per vedere se effettivamente era capace di guarire il terribile torcicollo che da qualche giorno, stava assillando proprio il Cardinale Andrea Carlo Ferrari. Pare che in seguito all’intervento di pochi minuti di Don Gervasini, il torcicollo del Cardinale sparì di colpo, problema questo, che il medico personale dell’arcivescovo non era riuscito minimamente a risolvere nei giorni precedenti, usando i metodi tradizionali. In risposta al ringraziamento del cardinal Ferrari, el pret de Ratanà replicò, sorridendo: Eminenza, per adesso l’ho guarita, ma se mi punisce un’altra volta glielo farò ritornare! e si congedò.

Sia l’Arcivescovo che i suoi successori, dopo questa esperienza, si guardarono bene dal punirlo nuovamente!

L’aneddoto (miracolo) del tram

Una o più volte alla settimana, quando abitatava ancora a Retenate, don Giuseppe si recava a Milano. Faceva sempre lo stesso tratto a piedi, incamminandosi dalla sua canonica, lungo la strada sterrata, sino alla fermata del tram più vicina. Così leggendo il breviario arrivava alla borgata Cassina de’ Pecchi, dove c’era la fermata della linea tranviaria che, da Gorgonzola, portava a Milano. Pare che proprio lì, sia accaduto il famoso “miracolo del tram”.

Quella mattina, il tram arrivò casualmente in anticipo rispetto al previsto. Lui, ancora lontano dalla fermata, non fece nulla per affrettare il passo, per raggiungere il mezzo pubblico. A questo punto, “el manetta” (il manovratore) non ritenendo che il prete fosse interessato a salire sulla vettura, spazientito per l’inutile attesa, girò la manopola del reostato per fare ripartire il mezzo, a quell’ora già pieno di gente. Nonostante i diversi tentativi per riavviarla, la motrice non si mosse di un millimetro, facendo sospettare un probabile, improvviso guasto.

Raggiunta intanto la fermata, “Adess te podet moeuves!” (adesso puoi ripartire) si sentì dire il manovratore dal prete, che era salito con tutta calma sulla vettura. Quasi il tram avesse “udito” quella frase, si mosse senza l’intervento del manovratore, lasciando attoniti sia lui che ancora non aveva toccato i comandi per farlo ripartire, sia i passeggeri che avevano assistito alla scena. La notizia di questo episodio “soprannaturale” dilagata in città nel giro di qualche ora, fu l’occasione per far accorrere a Retenate, tanta gente da Milano e dintorni, ansiosa di conoscere quel prete che aveva il “potere magico” di fermare o far partire il tram!

Alla Cascina Linterno

Cascina Linterno

 Aveva già quasi 60 anni nel 1926, quando don Gervasini ricevette in dono, da un suo paziente benestante, una casetta con giardino in via Fratelli Zoia 182, quale segno di riconoscenza per le cure da lui prestate e la guarigione insperata. La casa (zona Baggio) era vicinissima alla famosa Cascina Linterno (via Fratelli Zoia 194) dove tradizione vuole avesse abitato per un certo periodo addirittura Francesco Petrarca durante il suo soggiorno milanese e per isolarsi dagli assordanti rumori della città e per godere “delle fresche e dolci acque” dei fontanili della zona (oggi il Parco delle Cave con i suoi laghetti).

Da quel momento, Don Gervasini si trasferì lì, continuando a svolgere gratuitamente la sua opera di guaritore. Casa poverissima la sua, come lui, povero, che amava stare fra i poveri. I suoi fedeli ribattezzarono la sua casa come “la casa dei miracoli”. Ognuno, grato per la guarigione ricevuta, cercava di ricambiare secondo le proprie possibilità, con elemosine, oppure con offerte in natura, che poi lui provvedeva a redistribuire ai poveri. Fu allora che, vista la folla di persone che, ogni giorno, veniva a farsi curare da lui, arrivando pure da fuori Milano e addirittura dalla Svizzera, venne istituita, lungo la linea tranviaria n. 34, all’altezza di via delle Forze Armate angolo via F.lli Zoia, la famosa fermata “Gervasini”, che si trovava nelle immediate vicinanze della sua casa!

A detta di quanti lo hanno conosciuto, era un uomo di altezza media, robusto, piuttosto scorbutico, molto trasandato. I maligni dicevano che la sua tonaca non fosse mai transitata dai lavatoi. [Ndr. – Sicuramente c’è un fondo di verità in tutto questo, viste le diverse testimonianze trovate].

Bisognava davvero aver coraggio e fidarsi ciecamente di lui per farsi curare secondo i suoi suggerimenti. Eppure non era solo il popolino credulone ed ignorante che si faceva curare da lui ma, anche gente benestante che non avendo avuto esiti soddisfacenti dalla medicina ufficiale, si affidava a lui come “ultima spiaggia”. Come già detto aveva avuto fra i suoi pazienti anche alti prelati come il cardinale Ildefonso Schuster e suo malgrado, pure l’arcivescovo Andrea Carlo Ferrari. La sua fama era tale che persino Mussolini gli spedì, con donna Rachele al seguito, la figlia minore Anna Maria, malata di poliomielite, e pare ottenne pure buoni risultati.

La scommessa dell’accoglienza

A quanto sembra, l’educazione non era proprio il suo forte, o, se vogliamo, non era contemplata nel bagaglio di conoscenze del “pret de Ratanà”. Era terribilmente sboccato, gratuitamente offensivo. Parlava praticamente solo in dialetto milanese, con intercalari spesso anche molto “pesanti”. Era fatto cosi: bisognava accettarlo per com’era, anche se, onestamente non doveva essere molto facile trattare con lui. Diversamente non restava che rinunciare a farsi curare da lui!
Era quasi sempre burbero ed arrabbiato, per cui l’accoglienza nei confronti di chi gli si presentava davanti era di norma per nulla garbata e si veniva ricevuti con modi non propriamente urbani, per non dire rudi, e spesso resi maggiormente volgari dalla parlata dialettale. Probabilmente questa era la sua tecnica per “rompere il ghiaccio” con l’interlocutore mai visto prima, un modo davvero singolare per tentare di metterlo a proprio agio (soprattutto se non milanese).

Una volta, un fornaio malato d’asma per la troppa farina respirata nel suo panificio, si recò da lui, poco convinto che sarebbe riuscito a risolvere il suo caso. Arrivato da lui bussò alla sua porta, ma una voce forte gli gridò in milanese “vegn avanti e dà no a tra a sti troi” (vieni avanti e non guardare queste troie ….).

Se la paziente che gli capitava sotto tiro era una donna, non si faceva mancare frasi colorite del tipo:  Cossa te voeuret pioggiattona (pidocchiosa)… sciabalona (sbilenca)… sguerciona (orba)… puttana”

Quando poi era di buon umore (cosa questa che gli capitava molto di rado) l’espressione più cortese che una nonnetta paffutella e dal fisico un po’ rotondetto si sentì dire dal lui fu: fass inanz pigotta (vieni avanti bambola). Non potendosi aspettare simili frasi da uno che non si è mai visto prima, bisogna necessariamente convenire che I suoi modi di parlare erano molto spesso spiazzanti.

I suoi metodi di guarigione

Era indubbiamente un soggetto fuori dal comune, che otteneva guarigioni usando rimedi alternativi, cioè non scientifici. A parte la sua capacità di usare erbe medicinali per la confezione di decotti, unguenti e pozioni (preparate secondo le antiche tradizioni contadine) per curare le più svariate malattie, non era assolutamente il classico ciarlatano che approfittava della buona fede della gente. Usava spesso dei “metodi”, a dir poco, originali: la cosa incredibile è che, a giudicare dalla sua notorietà non solo a Milano ma addirittura Oltralpe, evidentemente i suoi metodi funzionavano!

I suoi erano unicamente rimedi naturali. Somministrava agli ammalati le erbe che coltivava nel suo orto: timo, rosmarino, maggiorana, menta, malva, gramigna, camomilla, biancospino, aglio e quello che raccoglieva nei boschetti o sulle rive dei fontanili. Prescriveva bicarbonato e lievito di birra, faceva attaccare sanguisughe dove c’era da togliere il sangue guasto, dava da mangiare scodelle di zuppa e spesso anche frutta e dolci ammuffiti.

Curava non solo usando unguenti, infusi e pomate varie, ma a volte, i rimedi erano veramente strani e solo una grande fiducia in lui, poteva farli accettare . Il principio curativo era molto semplice: contraria contrariis curantur.

Ndr. – La locuzione latina contraria contrariis curantur, tradotta letteralmente, significa «i contrari vengono curati con i contrari». È un principio risalente a Ippocrate e Galeno (IV secolo a.C.).

Si racconta ad esempio che, quando gli veniva presentato un soggetto molto introverso perchè lo guarisse della sua timidezza, la sua tecnica era di aggredirlo con parole così aspre e roventi che …l’ammalato, portato istintivamente a reagire, guariva!
Analogamente si dice che una giovane impazzita, sia stata da lui guarita, semplicemente con l’imposizione delle mani, la sua parola suadente e facendole infine ingerire una scodella di caffelatte!
La sua soluzione per guarire dall’artrosi, consisteva in lunghe passeggiate a piedi nudi nel Marcionino, il ruscelletto che scorreva davanti alla sua casa. Sembrerebbe un controsenso, eppure funzionava!
Altra cosa che fa davvero pensare a “doti particolari” sul suo conto, è che vi sono molte testimonianze pronte ad asserire che non gli serviva necessariamente la presenza del malato per poter sentenziare la sua diagnosi. Gli bastava gli portassero una maglia del parente o dell’amico infermo, per saper descrivere, dal solo indumento presentatogli, sia il soggetto che l’aveva indossato, la malattia che aveva, e naturalmente il rimedio per curarla.

Era una persona rude e usava parole dure, spesso anche parolacce. Visse in completa povertà e non chiedeva mai compensi. Era un guaritore di anima e corpo e curò tantissime persone, soprattutto povera gente. Tante erano le persone che tutti i giorni si recavano da lui provenienti anche da lontano. Probabilmente conosceva molto bene le proprietà delle erbe, ma la cosa particolare era che lui sapeva quale fosse il problema ancor prima che le persone parlassero. 

Detta così, sembrerebbe davvero di aver a che fare, non con un sacerdote guaritore ma con uno stregone!

E infatti, Stregone di città”, è proprio questo il titolo, forse un po’ dissacrante, ma perfettamente realistico, del film di genere drammatico che, nel 1973, il regista Gianfranco Bettetini dedicò a don Giuseppe Gervasini, sacerdote con fama di guaritore, psicologo, uomo semplice e burbero ma dolcissimo con i bambini, ironico e generoso. Vi si racconta la storia di due donne: l’una, Velia, ex prostituta, che si è avvicinata al guaritore quasi senza entrarne in contatto; l’altra, Rita, che in gioventù è stata guarita da don Giuseppe con un esorcismo. 

Dato il soggetto decisamente “sui generis”, potevano i milanesi non coniare un ritornello su misura per lui? Certo che no … Infatti, eccolo: El pret de Ratanà tutt i mài i e fa scappà!. E lui, s’arrabbiava a sentirsi chiamare “el pret de Ratanà” forse perchè quel nome gli faceva ritornare alla memoria gli anni passati a Retenate, quel periodo che avrebbe voluto dimenticare per tutti quei sospetti su di lui, per le accuse nei suoi confronti da parte dei medici ed infine anche per l’ingiusta punizione dell’arcivescovo. E tutto questo solo per aver operato per gli altri a fin di bene, e soprattutto senza scopo di lucro!

Il cardinale Ildefonso Schuster (1880 – 1954) Arcivescovo di Milano dal 1929 al 1954, era in buoni rapporti con don Gervasini. Fu lui che, nel 1938, gli concesse la facoltà di officiare Messa in casa, su di un altarino da lui stesso allestito. Tutte le mattine “el Ratanà” celebrava la Messa, assistito nei fine settimana dal suo amico Pierino Rigoldi, in funzione di chierichetto. Così senza nemmeno muoversi da casa, detta messa, alle otto del mattino già cominciava a ricevere i primi pazienti, a mezzogiorno un pasto veloce, per poi tornare dai suoi assistiti, nuovamente fino a sera. 

La sua morte

Don Gervasini morì il 22 novembre 1941 all’età di 74 anni, pare a causa di un’infezione renale o forse di un tumore che lo fece soffrire parecchio. Era un sabato e quel giorno le saracinesche di tutta Baggio, furono abbassate in segno di lutto. Per il suo funerale vi fu un corteo di oltre 3000 persone. I suoi “fedeli” fecero una colletta per poterlo seppellire al cimitero Monumentale. Sempre con i fondi raccolti, commissionarono pure un busto di bronzo per il suo monumento. Dopo 14 anni, la salma fu riesumata e trasferita in un settore un po’ più più ampio (Riparto XX, in fondo, sulla sinistra, vicino al muro di cinta) perché le tombe vicine venivano ricoperte dai fiori dei numerosi fedeli venuti a rendere omaggio al “Pret de Ratanà“. Oggi, la sepoltura è tenuta in perfetto ordine da un gruppo di volontari, e nonostante siano passati oltre 80 anni dalla sua morte, sono ancora diversi coloro che si recano alla sua tomba, con fiori e lumini a chiedergli una grazia.  

Il busto di Don Giuseppe Gervasini al Cimitero Monumentale di Milano

La commemorazione nel cinquantenario della morte

Il 22 novembre 1991, per ricordare il cinquantesimo della morte di don Giuseppe, si tenne una cerimonia commemorativa a S. Ambrogio Olona, allora frazione di Varese, nello stabile di proprietà paterna in via Baraggia al n. 6, I devoti milanesi posero erroneamente, nel cortile di quella casa, una lapide in sua memoria. In effetti “el Ratanà” non abitò mai lì, ma a Robarello. Nella casa dove ora c’è la lapide, vi abitava suo padre, quando era ancora scapolo!

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