Malastalla – le due facce della medaglia

Premessa

Uno degli aspetti che mi ha sempre colpito nel leggere articoli di studiosi di storia medioevale, è la cattiveria umana, direi a volte bestiale, in particolare nei rapporti con i più deboli, per pura sete di predominio. In particolare, l’accanimento gratuito nei confronti di tutti coloro che finivano in disgrazia con la legge, non necessariamente per colpa propria. Non era tanto la severità delle pene, quanto la crudeltà spesso gratuita con cui venivano trattati i presunti colpevoli di qualunque tipo di reato, anche d’opinione. L’istituto dell’Inquisizione, promosso dai papi per tentare di frenare il dilagare dell’eresia, è tristemente noto per le atrocità comminate ai presunti catari o comunque a chi non era perfettamente allineato con i dettami della Chiesa di allora. Per non parlare poi dell’estensione della cosa a coloro che l’opinione pubblica aveva additato come streghe o come untori durante le varie epidemie di peste. Gian Giacomo Mora ne sa qualcosa …. Non era necessario scoprire chi fosse il reale colpevole di qualunque ‘reato’ o ‘presunto tale’ , bastava disporre di un capro espiatorio che tacitasse le ire dell’opinione pubblica. Che il soggetto catturato fosse colpevole o meno, poco importava, c’era sempre la tortura a permettere agli inquisitori di estorcere qualunque tipo di verità volessero sentirsi dire. Era solo questione di tempo e di sopportazione del dolore da parte dell’inquisito, che partendo dalla semplice fustigazione, arrivava via via, in un crescendo, a cose inenarrabili. Ma questo a parte, la cosa più scioccante, era l’aspetto della “custodia” e del “trattamento” cui andavano soggetti indistintamente tutti coloro che, colpevoli o innocenti, per un motivo o per l’altro, finivano fra le grinfie della giustizia.

La piaga, ad esempio, dei fallimenti e delle insolvenze non è un fenomeno solo di oggi, ma c’è sempre stata, fin dai tempi dell’età comunale.  E mentre oggi si discute quasi se sia opportuno o meno che per così poco, si finisca ai domiciliari, allora le pene comminate erano “un pochino più serie e severe“.

Piazza dei Tribunali

Nella Piazza dei Tribunali (l’attuale Piazza Mercanti),  dove oggi è visibile il pozzo, una volta c’era la cosiddetta “pietra dei falliti”. [ndr. – Il pozzo, allora, era sistemato, come si vede nella piantina, nell’attuale via Mercanti. vicino al Palazzo Pretorio (o della Ragione)]. Chi osava frodare il fisco, o faceva fallire la propria attività, era giusto che venisse processato per direttissima. In attesa venisse istruita la sua pratica, veniva lasciato meditare sui suoi problemi, sottoterra, in una cella del carcere di piazza dei Mercanti (attuale via Mercanti). sotto la casa del Podestà .

Secondo le usanze di allora, una volta accertato il fallimento, non c’era alcuna udienza per tentare di discolparsi davanti al giudice, confidando così in una riduzione della pena. La punizione comminata per la bancarotta, sarebbe rientrata solo nel caso in cui qualcuno avesse provveduto a pagare, per conto dell’imputato, tutti i debiti da lui contratti.

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La prassi prevedeva venisse emessa dal giudice, pubblicamente, la sentenza di condanna dell’imputato, secondo un certo rito. Pertanto il giorno in cui sarebbe stata pronunciata la sentenza, l’imputato, con qualunque tempo, sarebbe stato condotto in mezzo alla Piazza dei Tribunali per subire la pubblica umiliazione. Questa consisteva nel mostrarsi in pubblico, a natiche scoperte, uomo o donna che fosse. Doveva poi, obbligatoriamente, sedersi in quello stato, sulla “pietra dei falliti” che, essendo di roccia vulcanica, era taglientissima. Doveva rimanere seduto lì per ore, sotto il vigile occhio delle guardie, in attesa che il giudice, con tutto comodo, affacciandosi dalla finestra della casa del podestà, pronunciasse il suo verdetto inappellabile! Oltre alla automatica confisca di tutti i suoi beni, gli veniva quasi sempre comminata una pena detentiva a tempo indeterminato (cioè praticamente una condanna a morte). Il soggetto sarebbe rimasto in carcere fino a quando qualcun altro per lui, non avesse provveduto a pagare i suoi debiti. E naturalmente, era quasi impossibile trovare chi si dichiarasse disposto a farsi carico delle pendenze di un mercante fallito.

La Ferrata

In corrispondenza dell’attuale Passaggio degli Osii, che da Piazza Mercanti, immette oggi direttamente in via Orefici, una volta, c’era la “Ferrata”. Si chiamava così perché era uno spazio  chiuso da alte inferriate, dove si tenevano le aste pubbliche dei beni dei mercanti che avevano dichiarato fallimento. Era un modo per iniziare a ripagare, almeno parzialmente, i creditori.

La Malastalla

Carcere

Una volta che il giudice aveva emesso la sua sentenza, il carcerato veniva poi condotto, sotto scorta, incatenato, nel vicinissimo carcere Malastalla in Corsia degli Orefici, a due passi da lì. Era un piccolo  carcere, tristemente noto fin dalla seconda metà del XII secolo e demolito appena negli anni venti del secolo scorso. Si trattava delle antiche prigioni milanesi, soprattutto destinate agli insolventi e commercianti falliti, confinanti con la bellissima quattrocentesca Casa Missaglia e l’officina annessa.

[ndr – In via Spadari. ai num.ri 10 e 12, si trovava, fin dal Quattrocento, la casa della celebre famiglia dei Missaglia, tra i più grandi armaioli del XV secolo. La facciata di questa casa era incastonata in un complesso unico di edifici (un intero isolato a porticato) tra via Torino e via Cesare Cantù. Con la mania tipicamente milanese di demolire le migliori testimonianze del passato e di non voler conservare la sua storia, Casa Missaglia, stupendo esempio del quattrocento lombardo, tardo-gotico, fu demolita nel 1902 per far posto alla via Victor Hugo].

Casa dei Missaglia
Casa dei Missaglia

Come si è detto, quindi, la Malastalla era ubicata nell’attuale isolato moderno compreso fra le vie Victor Hugo, Spadari, Cesare Cantù ed Orefici. A dire il vero, e lo scopriremo più avanti, nemmeno tutto l’isolato era adibito a carcere. Sembra inoltre che, persino parte del pianterreno fosse addirittura a porticato, come il resto dell’isolato. Era quindi molto piccolo e i carcerati stavano ammassati in condizioni davvero drammatiche.

Piantina del centro di Milano nel 1700

Lo Stato, a differenza di quanto accade oggi, non si preoccupava minimamente dell’assistenza ai reclusi o della loro rieducazione. Non provvedeva nemmeno a dar loro da mangiare; tutto era lasciato al buon cuore della gente comune, che sopperiva come poteva, senza regola alcuna.

Pare infatti che Galdino della Sala, vescovo di Milano proprio nel periodo delle feroci distruzioni operate dal Barbarossa, nella seconda metà del XII secolo, preso atto della situazione di malnutrizione dei reclusi, avesse stabilito, nel quadro di un piano di soccorso ai poveri, delle rendite minime per garantire almeno del pane per i carcerati per fallimento. Probabilmente in memoria di ciò, a Milano, il pane per i poveri, si chiama ancora oggi “pane di san Galdino”

San Galdino della Sala è compatrono della città di Milano, insieme con San Carlo Borromeo ed il Patrono Sant’Ambrogio.

La carità cristiana della Chiesa non era comunque sufficiente alle necessità: i passanti caritatevoli, mossi a pietà per il loro stato, sentendo dalla strada le loro implorazioni d’aiuto, passavano loro attraverso le inferriate qualche tozzo di pane. Comunque, se non assistiti dai propri parenti, o dai lasciti testamentari di defunti o ancora, dalla generosa beneficienza di qualche nobile che sicuramente aveva qualcosa da farsi perdonare, il più delle volte quei poveracci morivano di stenti, dopo sofferenze inaudite.

presa da web – condizioni disumane delle prigioni medioevali

Mai nessun governo locale, nemmeno sotto le varie dominazioni straniere, affrontò il tema del loro sostentamento: per lo Stato erano soggetti inesistenti. I carcerati erano mantenuti, quando capitava, direttamente e solo dai cittadini di buon cuore. Coloro che davano maggiormente fastidio, a giudizio dei carcerieri, molto spesso venivano venduti alla Repubblica di Venezia, come schiavi da impiegare nelle galee. Autentici soprusi!

Nel 1359, Bernabò Visconti, nonostante notoriamente fosse uno dei peggiori tiranni che la storia milanese ricordi, andando a visitare il carcere della Malastalla, prese coscienza della drammatica situazione in cui versavano i detenuti per fallimento, e preso da incredibile senso di pietà, decise per le condizioni disumane di quella prigione, di assegnare una cifra annua ai reclusii di quella struttura, affinchè si provvedesse a dar loro del pane. Il dramma di questo stato di cose è che spesso venivano incarcerati non solo i delinquenti veri, cioè gente che vivendo di sotterfugi, intenzionalmente “fregava” il prossimo, ma pure i commercianti onesti, che , non baciati dalla fortuna, si trovavano nella condizione di dover dichiarare improvvisamente fallimento. Vivevano di pane e acqua nel vero senso della parola!

Uno dei cortili interni della Malastalla
Uno dei cortili interni della Malastalla

Opera pia

Un secolo dopo, nel 1466, Bianca Maria Visconti, duchessa di Milano. moglie di Francesco Sforza, visto lo stato di abbandono in cui i reclusi si trovavano, fondò qui la Compagnia dei Protettori dei carcerati, con il compito di sorvegliare il buon andamento di tutte le carceri milanesi e di proteggere in particolare i detenuti da abusi sia fisici, che giuridici. I Protettori, quindici in tutto, erano scelti dal vicario di provvisione [ndr. –  il funzionario di Milano incaricato di provvedere al vettovagliamento della città], e da un medico. Erano composti da cinque giureconsulti, cinque procuratori e cinque nobili.

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I confratelli si occupavano in modo particolare, di soccorrere i detenuti per debiti, che costituivano la maggioranza dei prigionieri di quel penitenziario, impegnandosi anche a riscattare quelli reclusi per somme di scarsa entità e a fornire loro assistenza legale e spirituale. Questa Compagnia faceva opere a difesa dei reclusi, difendeva coloro che ricevevano soprusi dai carcerieri e teneva la contabilità dei fondi e dei lasciti a favore dei carcerati,  per consentire ai più fortunati di loro, di tornare in libertà.

Scuola

Per la prima volta nel 1471, si trovò traccia, in un documento a firma di Galeazzo Maria Sforza. del riferimento ad una scuola “carceratorum Mediolani” ove il duca, nell’approvare le regole dell’istituzione, autorizzava coloro che avrebbero frequentato la scuola, a riunirsi stabilmente in un luogo deputato a questo scopo. Qualche anno dopo, nel 1474, la notizia trovò conferma quando, il famoso banchiere usuraio e benefattore Tommaso Grassi donò una casa, proprio adiacente al carcere, in via Cantù, per uso scuola dei figli dei carcerati della Malastalla.

Nel 1477. il piccolo carcere venne distrutto da un incendio probabilmente appiccato dagli stessi reclusi, dato le condizioni disumane in cui venivano trattati dai carcerieri. Venne subito ricostruito nel medesimo posto, ma un po’ più grande di prima.

Progetto di spostamento del carcere

Sin dal 1569 cominciò a farsi largo il progetto di spostare le carceri in un luogo più consono e in condizioni di vita carceraria più umane: in una seduta dell’ufficio di provvisione di quell’anno, si propose di “comprare l’isola del postribolo pubblico (zona di Piazza Beccaria), et ivi fabricare le prigioni in loco et scontro di detta Malastalla”. L’acquisto sarebbe
stato fatto dai deputati del Luogo Pio della Malastalla vendendo il vecchio fabbricato, con l’aiuto del Comune e di altri benefattori. Ma il discorso finì nel vuoto.

Durante la dominazione spagnola prima, ed austriaca poi, centinaia di poveracci finirono i loro giorni dentro le mura di quella prigione.  I detenuti furono mantenuti direttamente dai cittadini e spesso a Natale o a Pasqua accadeva che dei benefattori intervenissero a ripagare i debiti di alcuni reclusi per consentire loro di tornare in libertà.

La chiusura della Malastalla

Era un carcere talmente in pessime condizioni che, sulla base della volutazione  di un’indagine fatta dagli stessi austriaci, durante il periodo della loro dominazione, l’imperatore Giuseppe II d’ Asburgo, fece chiudere nel 1787, perché assolutamente fatiscente.

La demolizione dell’edificio

La struttura, abbandonata, fu lasciata andare in rovina per altri 150 anni, finché negli anni venti del 1900, si decise finalmente, per il decoro di quella zona centrale, di demolire quei ruderi, in favore di attività commerciali maggiormente redditizie.

Luca Beltrami, che presiedette ai lavori di demolizione, volle preservare il più possibile del patrimonio storico della città, facendo portare al Castello i frammenti architettonici meglio conservati. A memoria di quel carcere, parte degli elementi architettonici della facciata furono riassemblati, ricostruiti e adagiati, sulla cortina nell’angolo a sud-est della Piazza d’Armi del Castello, e sono oggi visibili accanto all’ingresso della Biblioteca d’Arte.

Cortile piazza d’Armi del Castello
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