L’orecchio di Casa Sola-Busca

Premessa

Fra le tante cose strane ed originali che si possono scoprire andando in giro per Milano, questa è sicuramente una delle più stravaganti. E’ un grande orecchio umano in bronzo, con tanto di padiglione auricolare disegnato fin nei minimi dettagli, timpano, staffa e martelletto, il tutto completato da ciocche di capelli ricciuti. Che ci sta a fare, lì? L’originalissima scultura in bronzo si può ammirare, incastonata in una nicchia accanto al portone secondario del palazzo Sola-Busca, (chiamato pure Casa Baslini), di via Gabrio Serbelloni 10. E’ incredibile che quest’opera sia stata motivo, per tantissimi anni, di animati scontri fra gli studiosi circa l’attribuzione ad uno scultore piuttosto che ad un altro. E la cosa, sembra tanto più assurda in quanto non si tratta di una scultura di secoli e secoli fa, ma di un’opera, tutto sommato, abbastanza recente, essendo databile fra il 1926 e il 1930, cioè meno di cento anni fa.

Incredibilmente la stravaganza dell’opera si sposa, abbastanza bene con la facciata dell’edificio, molto originale. Non si tratta di un’opera avente fine puramente estetico, ma pratico, essendo stata commissionata al costruttore da parte dei committenti, desiderosi di sperimentare, sicuramente fra i primissimi in Italia, l’ultimo ritrovato della tecnica: il citofono (dal latino citus = rapido e fono = telefono)! E’ questo, in assoluto, il primo impianto citofonico installato a Milano, in una casa signorile del centro, negli anni ’30 del secolo scorso. Proprio perché era il primo impianto, in quanto tale, bisognava creare qualcosa di assolutamente unico! Così, all’architetto che curava i lavori del palazzo, venne l’idea dell’orecchio: “l’orecchio rappresentava l’ascolto di Casa Baslini“. Diversi azzardano riferire che si trattasse addirittura del primo impianto di tal tipo, installato in Italia.

Ndr. – Il principio di funzionamento del citofono, è del tutto simile a quello del telefono, tranne per il fatto che non esiste un sistema di selezione. Nell’unità esterna è presente un microfono che trasduce le onde sonore della voce di chi parla in una corrispondente variazione di tensione (forza elettromotrice). La tensione raggiunge un altoparlante nell’unità interna, dove la variazione di tensione è riconvertita in suono. Un circuito identico permette la comunicazione in senso inverso.

Discordanze di attribuzione

Perché questa precisazione iniziale? Non tutte le ricerche fatte sull’argomento, concordano nell’attribuzione di questa magnifica scultura in bronzo, ad Adolfo Wildt, l’ultimo simbolista del Novecento, protagonista della scena artistica del capoluogo lombardo tra gli Anni Dieci e Venti del secolo scorso. Una forte prevalenza di siti, anche importanti, dà per assodata, senza ombra di dubbio, la paternità dell’opera allo scultore suaccennato, cosa questa che indurrebbe spontaneamente ad accettare di condividere tale tesi. Insistendo tuttavia, a ricercare informazioni presso nuove fonti, decisamente attendibili, ho trovato altri che smentivano quanto riportato dai primi siti visionati, asserendo che l’opera era viceversa di Aldo Andreani, lo stesso progettista e costruttore del palazzo Sola-Busca, uno dei più brillanti allievi del corso di scultura che, nel 1926, Wildt tenne all’Accademia di Brera. Il corso di scultura non fu fine a se stesso, ma data la sua naturale rpredisposizione, Andreani fece dell’arte scultorea, un’attività complementare o alternativa a quella architettonica. La curiosità, a questo punto, mi ha spinto a fare ulteriori approfondimenti sull’argomento, per capire quale delle due tesi sposare..

Perché era opinione comune che l’orecchio fosse attribuibile a Wildt?

La convinzione della gente, ed anche di tanti critici, che l’opera fosse di Wildt era giustificata dal fatto che notoriamente lo scultore, si era specializzato proprio nella riproduzione di parti anatomiche del corpo umano e, a quanto pare, lui stesso amava vantarsi parlando con gli amici, che, scolpendo tantissimi busti, “quanto ad orecchi, “in carriera ne avrò fatti più di mille“, soleva dire!. Naturale quindi che Wildt fosse soprannominato dai milanesi,  l’oregiàt (l’orecchiaio)!.

Fonti autorevoli affermano che la paternità dell’opera sia di Andreani

Dizionario Biografico dell’Enciclopedia Treccani

Un riferimento sufficientemente serio, reperibile sul Dizionario Biografico dell’Enciclopedia Treccani, facendo una ricerca su Aldo Andreani, riporta quanto segue:

Tra il 1926 e il 1928 l’Andreani. fu allievo di Adolfo Wildt al corso speciale di scultura all’Accademia di Brera; da allora in avanti la sua attività di scultore proseguirà parallelamente a quella di architetto, al punto che l’Andreani. si autodefinirà “architetto-scultore” (Somaré, 1937). Sue sculture – in terracotta e in bronzo -, oltre che presso la figlia Carla Menozzi, si trovano nella casa di via Serbelloni nn. 10-12 (L’orecchio del portiere, Le mani di Noè) e nella caserma dell’arma dei carabinieri di piazza S. Sepolcro a Milano

Roberto Dulio (scrittore)

Una Lettera al Corriere (rubrica quest’ultima diretta da Sergio Romano) di domenica 29 maggio 2016 dal titolo “L’orecchio e Wildt”, inviata da Roberto Dulio (scrittore) ed indirizzata al direttore Sergio Romano (giornalista, storico, saggista e accademico ), recita quanto segue:

Caro Romano, avendo letto una sua risposta riguardo lo scultore Adolfo Wildt, mi permetto di segnalarle una recente acquisizione della critica che riconduce senza dubbio ad Aldo Andreani, autore dell’edificio milanese e allievo dello stesso Wildt, la paternità dell’orecchio, già in passato al centro di una animata vicenda attributiva. Allego alcune fotografie della monografia da me curata, insieme a Mario Lupano, in occasione della recente mostra su Andreani a Palazzo Te (Mantova). Il saggio è della storica dell’arte Nicoletta Colombo, la scoperta della firma, si deve a una mia ispezione alla scultura.
Roberto Dulio

Monografia di Aldo Andreani curata da Roberto Dulio e Mario Lupano

Risposta di Sergio Romano
Grazie per le sue utili e interessanti notizie. D’ora in poi, quindi, diremo che l’orecchio di via Serbelloni non fu opera di Wildt, ma di un suo brillante allievo.

La figlia di Andreani

Un altro articolo sul Corriere delle Sera – ViviMilano, di Chiara Vanzetto dal titolo “Palazzo Fidia e l’orecchio citofono, lo stile tra regole e trasgressione dell’architetto Aldo Andreani” recita così:

su testimonianza della figlia (Carla Andreani Menozzi), il bronzo dell’orecchio in funzione di citofono è opera dello stesso Andreani e non del suo maestro, come di norma si crede”

Ca’ de l’Oreggia

Stando a queste testimonianze, Andreani, avendo avuto a Brera, come eccellente maestro di scultura proprio Adolfo Wildt, l’ultimo dei simbolisti del Novecento, volle dedicare a lui quest’opera, per la stima che nutriva nei suoi confronti, sapendo che sicuramente l’avrebbe apprezzata.

La lottizzazione dell’area

Fino all’inizio degli anni Venti, il vasto appezzamento di terreno sul retro di palazzo Serbelloni, il grande edificio sito all’angolo fra l’attuale Corso Venezia e via San Damiano, era un’oasi di verde rigoglioso, tutto orti e giardini. L’appezzamento era decisamente vasto arrivando fino all’attuale via Serbelloni. Si era subito al di fuori della fossa interna dei Navigli (L’acqua scorre ancora oggi nel canale, ricoperto nel 1929 – 1930, sotto via Senato, e San Damiano). Palazzo Serbelloni, quando fu costruito, inaugurò, alla fine del Settecento, l’espansione della città al di là della cerchia interna dei Navigli e le prime case costruite si affacciarono tutte sull’allora Corso di Porta Orientale, ora Corso Venezia. Essendo i terreni, dietro palazzo Serbelloni, di proprietà Sola-Busca, venne fatto un piano di lottizzazione, per permettere la costruzione di edifici di lusso in tutta quell’area compresa tra corso Venezia, via Serbelloni e Mozart.

Tra il 1924 e il 1930, nell’ambito del “Piano generale di edificazione in terra Sola-Busca“, l’architetto Aldo Andreani, fu incaricato della progettazione di un’intero quartiere in quello spazio. Si trattava della progettazione di palazzi signorili in una delle zone che era diventata molto ambita da nobili, industriali e politici perché una delle più eleganti della città. L’architetto Andreani riuscirà a costruire a Milano tre degli edifici progettati. Un dissesto finanziario e lo scandalo per la stravaganza delle sue realizzazioni, porteranno al blocco del proseguimento dei lavori previsti. I suoi progetti visionari fra razionalismo, futurismo ed eclettismo, comportarono il suo isolamento e l’estromissione da ulteriori realizzazioni in città. Il primo edificio che costruì, fu Villa Rasini in via Melegari 5, seguito a ruota da Casa Baslini, meglio noto come Casa Sola-Busca in via Serbelloni 10-12, e infine per ultimo, da palazzo Fidia, in via Melegari 2 angolo via Mozart, che verrà ultimato nel 1930: il tutto, in un crescendo di spunti architettonici dall’originalità incredibile, di una eccentricità esasperata e un pizzico di follia. Palazzo Fidia, in particolare, nelle intenzioni dell’allora quarantenne architetto, avrebbe dovuto essere un palazzo con uno stile a metà tra  l’art déco e l’eclettismo. Non sono ovviamente il più titolato per giudicare se Andreani sia riuscito o meno nell’impresa, certo è che i più teneri commenti della critica furono piuttosto impietosi con lui. Il suo palazzo venne definito: “sarabanda sfrenata”, ”jazz architettonico”, “sonoro ceffone a tutti i bigotti della tradizione”!  Se la critica lo ridicolizzò, la gente non fu meno clemente, tanto che i tradizionalisti meneghini, scandalizzati, si rifiutarono di andarci ad abitare perché nonostante la monumentalità dei nove piani, l’impressione visiva è spiazzante: appare instabile, irregolare, in apparenza squilibrata. “Il folle palazzo Fidia … ai piedi del quale si formavano capannelli di milanesi inorriditi …” (questo fu il commento di Dino Buzzati in Che strano altro ieri, in Corriere della sera, 1º maggio 1971).
Solo il regista Michelangelo Antonioni comprese il potenziale espressivo di questo palazzo, scegliendolo nel 1950, evidentemente per la sua originalità, come set per il suo primo film «Cronaca di un amore»: indimenticabile, elegantissima, da quel portone del numero 2 di via Melegari, una splendida Lucia Bosè dà l’addio a Massimo Girotti, il suo bene perduto.

Casa Sola-Busca

Casa Baslini, questo era il suo nome iniziale e rimase tale fino al 1943: il suo proprietario era originariamente un antiquario, che la vendette quasi subito ad un noto primario del reparto oculistico presso l’Ospedale Maggiore di Milano, commendatore dell’Ordine della Corona d’Italia, avente per combinazione il medesimo cognome dell’antiquario: Baslini, . Successivamente la Casa divenne proprietà di Andrea Sola Cabiati e Antonietta Busca, (entrambi le famiglie nobili), assumendo quindi il nome di Palazzo Sola-Busca. Si trova più o meno, a metà strada tra la fermata Palestro della metropolitana Linea 1 (rossa) e Villa Necchi-Campiglio, in via Mozart. Bisogna dare atto all’ Andreani della validità della sua soluzione, per essere riuscito a realizzare un’architettura decisamente imponente, considerato il lotto esiguo, quanto superficie a disposizione. Il palazzo in stile liberty, propone un’interessante pianta poligonale, tendente al triangolare. Il palazzo signorile ha due distinti ingressi in via Serbelloni (al 10, ingresso secondario, al 12, quello principale). Presenta otto piani variamente arretrati rispetto alla sede stradale ed una copertura sia a tetto sia a terrazza. L’angolo convesso e concavo sulla verticale è definito da alte mensole, plastiche cornici, timpani triangolari e da un rivestimento lapideo lasciato parzialmente grezzo.

“Gli alti prospetti dell’edificio sono alquanto articolati nella parte di base, monumentale per il continuo ricorso ad elementi decorativi di coronamento alle finestre, siano esse cornici, mensole, cartigli e timpani, sia anche per l’impiego di materiale lapideo sbozzato ed incastonato ai lati dell’ingresso principale.”, scrive D’Ancona P. sull’Enciclopedia Italiana, Milano Monumenti ed Arte, ” Superiormente è l’arretramento dei piani rispetto al perimetro del lotto a connotare le facciate, molto semplificate in una successione scalare dal secondo piano su via Serbelloni al quarto in corrispondenza dell’angolo e al quinto su via Maffei. A questa porzione del fabbricato corrisponde la finitura ad intonaco in colore rosa, mentre la restante superficie delle facciate è finita col rivestimento in lastre di marmo travertino. Compaiono qua e là appena accennati alcuni dei “virtuosismi” architettonici che caratterizzano praticamente senza pause l’immagine di palazzo Fidia, edificato poco dopo e appena più in là, tra via Mozart e via Melegari”.

La nicchia con l’orecchio si trova alla destra del portone del secondo accesso dell’edificio, (via Serbelloni 10). Poiché l’edificio si trova nel cosiddetto “Quadrilatero del Silenzio”, zona assolutamente tranquilla, lontana dai rumori del traffico di Corso Venezia, la scultura-orecchio sembra disporsi all’ascolto della città, quasi a suggerire “Taci, il nemico ti ascolta!“.
Proprio per questo dettaglio , a dispetto del “tono serioso” dell’edificio, ha indotto i milanesi a ribattezzare prosaicamente quel palazzo, “Ca’ de l’ureggia“, (in italiano, “casa dell’orecchio”.)

Palazzo Sola-Busca via Serbelloni 10-12

Come già detto, si tratta di un citofono sotto “mentite spoglie”. Trattandosi, di uno dei primi esemplari di questo nuovo apparecchio tecnologico, esistenti in Italia, il fantasioso architetto Andreani pensò bene di rendere ancora più originale il tutto, sottolineando con un’opera d’arte, la sua funzione pratica, in quel prestigioso contesto, creando così un qualcosa che va al di là, dagli schemi consueti.

 Oggi naturalmente quel citofono non è più funzionante ed è semplicemente diventato un “pezzo d’antiquariato”. Allora, negli anni ’30, i visitatori lo utilizzavano regolarmente per mettersi in contatto con il custode, che, dalla portineria interna del palazzo, annunciava poi la visita, alla famiglia interessata.

La leggenda

Ma oltre che rappresentare una originalità stilistica, su questo particolare citofono aleggia una sorta di leggenda, una piccola fonte di mistero.

Infatti, si narra che se si sussurrano a questo orecchio, quelli che possono essere i propri sogni o desideri, questi, un giorno, potrebbero realizzarsi. In conclusione, “Ca’ de l’ureggia”, ovvero il Palazzo Sola-Busca, è uno degli infiniti motivi per visitare Milano.

Album di Eugenio Finardi

Il famoso orecchio di Andreani, venne eternato nel 1993, come immagine di copertina dell’album , “Acustica”, del cantautore italiano Eugenio Finardi.

Adolfo Wildt

 Adolfo nacque nel 1868 a Milano, primogenito dei sei figli di Adamo Wildt, portinaio a Palazzo Marino. A dispetto del cognome di lontana origine svizzera, la famiglia Wildt era diventata milanese ormai da diverse generazioni. Lo stato di povertà della sua famiglia ebbe riflessi pesanti già nella sua infanzia: riuscì a fare la terza elementare serale. Non si può certo dire che ebbe un’infanzia felice: a nove anni, per cominciare a guadagnare qualche soldino, fece dapprima il garzone da un barbiere, poi da un orafo e in seguito da un artigiano marmista. A undici anni, entrò nella bottega dello scultore Giuseppe Grandi, dove svolse mansioni di fatica e di lucidatura di marmi. Probabilmente la mancanza di una gioventù spensierata influì sul suo carattere non certo gioioso, cosa questa che trasparì evidente da quasi tutte le sue opere. Seguì a Brera la Scuola Superiore d’Arte Applicata, preparando e studiando da solo l’esame di Anatomia, che superò facilmente. Milano era all’epoca una città in fermento per la nascente industrializzazione, terreno fertile della Scapigliatura, ma anche della scultura impressionista di Medardo Rosso, poi del movimento futurista. Grazie all’insegnamento pratico di Villa, Wildt acquisì capacità tecniche eccezionali.

Da pochi osannato, da tanti contestato, le sue opere vennero accolte abbastanza freddamente dai critici, Wildt mise in discussione la sua arte e faticò non poco a trovare uno stile e a trasferire nel marmo la sua spiritualità e le sue idee. Il suo è uno stile tormentato: fine conoscitore dell’anatomia, ,amava  deformare e trasformare i corpi alla ricerca di un effetto psicologico spasmodico. Questa espressività, spesso tragica si traduce nelle ossessive insistenze sui dettagli anatomici e nella predilezione per le linee deformate. Secondo l’idea dello scultore, ogni parte del corpo umano poteva esprimere un sentimento.

Adoldo Wildt

Altri suoi lavori fra i più rilevanti

Autore di vari busti marmorei, il più celebre è quello di Benito Mussolini, di cui fece diverse riproduzioni. Una di queste queste, situata presso la Casa del Fascio, venne demolita a colpi di piccone nel 1945, con la caduta del Fascismo. Il suo stile, influenzato dall’Art Nouveau, è riscontrabile in altre opere a Milano, come il Puro folle a Villa Necchi Campiglio (1930), La concezione, collezione Rossi (1921) o La Madre adottiva al cimitero monumentale (1918) o infine il Ritratto di Mussolini alla Galleria d’arte moderna (1924).

Adolfo Wildt si spense il 12 marzo 1931 nella sua casa di via Pasquale Sottocorno a Milano in seguito a una broncopolmonite che lo aveva colpito durante una sua permanenza a Pavia.

Riposa al Cimitero Monumentale in un semplice monumento disegnato da Giovanni Muzio nel 1931 e composto da due corte stele a forma di T; sulla stele di sinistra è una copia in bronzo dell’Autoritratto (Maschera del dolore) del 1909; la stele di destra, reca una maschera in bronzo della moglie Dina Borghi, a lui premorta, alla base della quale è riportata l’incisione “Fedele, io qui lo attesi“. Entrambe le maschere, opera del Wildt stesso, furono replicate tramite fusione, dal figlio Francesco. [rif. – Wikipedia]

Aldo Andreani

Figlio di Carlo, ingegnere capo del comune di Mantova, e di Felicita Risi, nacque a Mantova il 1º agosto 1887. Data la professione del padre, fin da giovanissimo, ebbe modo di fare esperienza diretta di cantiere. Compiuti gli studi classici a Mantova e ottenuto, nel 1912, si iscrisse all politecnico di Milano, dove, allievo di G. Moretti, si laureò in architettura nel 1914. Dopo qualche lavoro fatto a Mantova, si trasferì stabilmente a Milano nel 1921. I suoi progetti e le sue realizzazioni, si collocano prevalentemente negli anni compresi tra le due guerre. Andreani fu una figura particolare nel panorama dell’eclettismo italiano della prima metà del Novecento.

Pur restando entro i canoni di una sfaccettata cultura disciplinare, mescolando armonicamente l’architettura con le altre arti plastiche e decorative, fu capace di produrre accelerazioni fantastiche totalmente fuori dagli schemi usualmente accettati. Questo suo originalissimo metodo compositivo gli valse la qualifica di “architetto fantastico e bizzarro”. Nonostante le stroncature della critica per il “folle palazzo Fidia” a Milano, anche nei successivi restauri di famosi monumenti a Mantova, continuò ad interpretare, a modo suo, la ricostruzione di improbabili forme antiche per il ripristino degli elementi scomparsi. Abbastanza atipica la sua architettura, quasi scultura, in cui la plasticità dei volumi sovrapposti e degli aggetti (= sporgenze), viene modellata dalle variazioni di “grana” del rivestimento in cotto.

Venuta meno la sua fortuna professionale, divenne delegato della Soprintendenza ai Monumenti di Verona per la città di Mantova e provincia. Si occupò, nella sua città natale, del restauro di alcuni dei suoi più importanti edifici storici come il Palazzo del Podestà o Broletto (1939-1944), il Palazzo della Ragione e la Torre dell’Orologio (1940-1942) e infine il convento di San Francesco (1943-1944).

Altri suoi lavori

Fra i suoi lavori di maggiore rilevanza, oltre a quelli già accennati, Villa Zanoletti a Volta Mantovana (MN) (1909), Casa Schirolli e Casa Nuvolari a Mantova (1910), Villa Risi a Pietole (MN) (1912), il restauro del Palazzo Comunale di Mantova (1922), il giardino Sola-Busca retrostante corso Venezia (1931) e, il sopralzo in via Montebello (1939) a Milano, oltre alla costruzione della Sede della Banca Commerciale Italiana di Mantova (1949 – 1952)

Morì a Milano il 18 ottobre 1971, all’età di 84 anni! 

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