Le due facce della Malavita Milanese

Dai Ligéra ai delinquenti che hanno fatto storia

Premessa

Oggi Milano è ormai da tempo una  città  dinamica e moderna che compete, a ragione , con le realtà di altre grandi città europee. Alle spalle di questo successo, tornando indietro nel tempo, ci fu un periodo, tra gli anni cinquanta e ottanta, caratterizzato da personaggi che avevano fatto della città il luogo preferito per svolgere un’intensa attività malavitosa che andava dalla semplice rapina ai più efferati atti criminali. Qui potete leggere solo una “breve rassegna” sulla delinquenza dell’epoca tenendo presente che ci sarebbe ancora molto da raccontare; come non ricordare la rapina di via Osoppo del 1958 avvenuta senza usare armi, o l’assalto al Banco di Napoli in del 1967 in piazza Zandonai, della banda Cavallero con feriti e morti ? Verso la fine degli anni 80 e l’inizio degli anni 90 Milano e la Lombardia conosceranno una nuova realtà: la “ndrangheta“, ma questa è un’altra storia.

Il tempo della  Ligéra

Milano, nel periodo del dopoguerra,  tra gli anni cinquanta e sessanta  del XX secolo, in pieno boom economico, ha visto fiorire nelle varie zone della città, (Giambellino, Quarto Oggiaro, Isola, Comasina, Lambrate, Ticinese, Navigli),  un sottobosco di microcriminalità ad opera di piccoli delinquenti  noti con il nome  “Ligéra”,  concentrati nei palazzoni periferici  costruiti per soddisfare la grande richiesta di abitazioni da parte dei lavoratori destinati alle fabbriche in piena attività e per far fronte al flusso continuo immigratorio proveniente dalle varie regioni d’Italia,  in particolare dal sud.

 Ligéra.  L’origine di questa  parola,  strettamente milanese e intraducibile in italiano, si presta a diverse teorie. La più accreditata è senza dubbio quella riferita al mondo della “malavita milanese”, la così-detta microcriminalità.  Il nome ligéra infatti veniva dato sia al  singolo malvivente abituale , sia alle bande i cui componenti agivano non armati,  quindi “ leggeri”. Rappresentava una forma di delinquenza tutta milanese  presente nei sotto-borghi di Milano nei primi anni del XX  secolo. Protagonisti erano i gruppi criminali  comuni  quali borseggiatori,  piccoli rapinatori,  protettori,  strozzini,  contrabbandieri  e ricettatori. Alcune “gesta” dei ligéra hanno ispirato celebri canzoni milanesi scritte o interpretate da famosi artisti come Enzo Jannacci, Ornella Vanoni, Giorgio Gaber, Nanni Svampa.

Questo tipo di criminalità veniva svolta nelle zone centrali della città dove banche, negozi, abitazioni di lusso e gente benestante assicuravano sicuri successi e guadagni. Gran parte della popolazione, che abitava nelle periferie, ” tifava” per la Ligéra per la quale, sotto sotto, provava simpatia e in certe situazioni proteggeva e difendeva. Resta il fatto che la Ligéra aveva un connotato quasi “umano”, agiva in un contesto sociale dove in molti cercavano di sopravvivere.

Verso la fine della Ligéra

Tra gli anni 60 e 80, Milano si trovò al centro di una serie di vicende ad opera di bande di criminali  che riuscivano a tenere sotto scacco la città e che  vide le forze dell’ordine impegnate a combattere una  delinquenza via via sempre più organizzata e agguerrita.

Furono  anche gli anni delle grandi manifestazioni di piazza  di carattere politico  e teatro delle contestazioni giovanili che sarebbero culminate nella storica rivoluzione culturale del 68. Una svolta drammatica   fu rappresentata dalla strage dell’attentato terroristico di Piazza Fontana (Venerdì 12 dicembre 1969 ore 16,37 alla Banca Nazionale dell’Agricoltura)  che diede inizio al cosiddetto  periodo degli anni di piombo’ durato  fino  alla fine degli anni  ottanta. In questo contesto il business criminale avrebbe trovato terreno fertile per le proprie attività sempre più delittuose.

Così finì la Ligéra

Negli anni immediatamente  successivi  alla fine della seconda guerra mondiale, la città di Milano  divenne un punto determinante per una  ripartenza urgente attraverso  piani  di investimento per  progetti e programmi  nei  vari settori:  rinnovamento urbanistico e architettonico,  grandi  infrastrutture,   trasporti, cultura,  arte,  tecnologia,  una città  in pieno fermento  culturale e produttivo, che  assunse un ruolo  trainante per l’Italia intera. Furono i mitici anni del boom economico .

 Ed è proprio in  pieno miracolo   economico degli anni cinquanta e sessanta  che,  a Milano, in piena espansione urbanistica e il fiorire di banche e fabbriche, esplose  l’attività delle bande  della malavita milanese, attirata dall’odore dei soldi con i suoi affari sporchi  tra rapine a mano armata,  sequestri di persone e omicidi.   In questo contesto la  ligéra perse man mano  la sua caratteristica , composta principalmente  da atti di microcriminalità ad opera di piccoli delinquenti,  per essere soppiantata dalle gesta  di personaggi  che non esitavano ad usare armi  ed ad uccidere, insomma  dei veri e propri criminali alcuni dei quali provenienti dalla stessa ligéra.

C’era di tutto: Il bello, il romantico, il balbuziente, il solista del mitra, il Robin Hood , un ex partigiano, un pentito di grosso calibro, e tanti altri. Delinquenti di epoche diverse e con destini diversi.

Alcuni  banditi che fecero storia

Renato Vallanzasca, il “Bel René”  (Milano 1950)

Nasce a Milano il 4 maggio 1950 nella zona di  Lambrate, fin da ragazzo  dimostra un temperamento banditesco  tanto che a soli otto anni,  conosce il carcere minorile  Cesare Beccaria di Milano. 

A metà degli  anni sessanta, nel quartiere  del Giambellino, furoreggia già  con una sua una banda  formata da piccoli delinquenti che gli permette di farsi conoscere negli ambienti della ligéra. Ben presto le regole della malavita milanese vecchio stampo gli stanno strette. Ambizioso, spaccone, scaltro, decide di agire in modo autonomo e crea la banda della Comasina, un gruppo criminale potente e feroce presente nella zona nord della città, mettendosi in concorrenza con l’altra banda famosa di Francis Turatello .

In breve tempo tra rapine,  furti  e sequestri di persona, Vallanzasca  fa un sacco di soldi tanto da permettersi un alto tenore di vita e una casa prestigiosa in pieno centro di Milano. Esuberante e di bell’aspetto, amante delle donne,  nelle cronache viene ribattezzato “Il bel René” e non manca di un nutrito seguito di ammiratrici,  tanto da sposare una di queste nel  carcere di Rebibbia nel 1979. Testimone alle nozze ” l’amico” Turatello.

Il primo arresto 1972

E’ il 29 febbraio 1972  quando, a seguito di due rapine  avvenute il 15 gennaio e il 14 febbraio ad un supermercato  di Viale Monterosa, Vallanzasca viene  arrestato  per la prima volta dagli uomini della squadra mobile di Milano. Condannato a 10 anni di reclusione e incarcerato  a San Vittore organizza rivolte e sommosse, risse , pestaggi  e non pensa ad altro che trovare un modo per evadere. Per il suo comportamento viene di volta in volta  trasferito ad altre carceri: in tutto ne cambia 36.

 La prima fuga 1976

Falliti i vari  tentativi di evasione, sia da San Vittore che dagli altri  istituti di pena , con il chiodo fisso di  conquistare la libertà , è disposto a tutto. Riesce a corrompere  un infermiere del carcere  affinchè  negli esami del sangue gli venga riscontrata una epatite  con l’intento di ottenere il trasferimento all’ospedale  degli infettivi  di Milano (l’ex Derganino)  e da lì tentare la fuga.  Ci riesce con l’ausilio compiacente di una guardia alla quale promette tre milioni di lire se lo avesse lasciato scappare.  E’ la prima evasione di una serie di fughe, piuttosto rocambolesche, dalle varie carceri italiane, a cui segue una lunga latitanza .  Ed è proprio durante il periodo di latitanza  che l’attività criminale  di Vallanzasca subisce una nuova evoluzione,  pronto ad uccidere ad ogni pericolo di arresto.

Tra gli anni 70/80,  è protagonista  di una escalation di atti criminali, tra cui diversi omicidi che, alla fine, gli fanno collezionare 4 ergastoli e 295 anni di carcere.

L’ultima fuga 1987

Condannato al carcere  duro il 18 luglio 1987,  si  decide il suo trasferimento in Sardegna.  Viene imbarcato, con una nutrita scorta, sul traghetto di turisti in partenza da Genova per le vacanze sull’isola. Nonostante abbia già scontato dieci anni in varie carceri, continua a pensare come organizzare l’evasione: l’occasione si presenta proprio in questo viaggio, poco prima  di salpare. Gli viene assegnata una cabina dalla quale, attraverso l’oblò, riesce a fuggire lasciando increduli gli stessi uomini della scorta e riuscendo così a disperdersi tra la folla sul molo. Dopo qualche giorno di libertà lascia Genova,  percorre  38  km a piedi fino al Passo del Turchino e poi, con mezzi di fortuna, rientra nella sua Milano dove verrà catturato.

Vallanzasca oggi

Renato Vallanzasca in una foto recente

A  72 anni, condannato al carcere a vita  per i tanti delitti, l’ex Bel René, bandito della Comasina è ora detenuto nel carcere  di Bollate  alle porte di Milano. È uno  tra i criminali di allora, ancora in vita. Durante i tanti anni di reclusione ottiene alcuni permessi premio e anche un periodo in regime di semilibertà; benefici revocati  dalla sentenza del Tribunale di sorveglianza  di Milano (giugno 2020)  e quella più recente della Cassazione  (maggio 2021) a causa dei suoi comportamenti  ‘deviati’, dai quali non si intravede un ‘definitivo ripudio del passato’ .

 Luciano Lutring, il “solista del mitra”

Nasce a Milano nel dicembre 1937 e muore a Verbania nel 2013.
Dai suoi genitori riceve una buona educazione , studia il violino, di cui conserverà soprattutto la custodia che  utilizzerà come nascondiglio per armi, fra cui anche un fucile mitragliatore, che userà nelle oltre  500 rapine che metterà a segno tra Italia e Francia. Da qui il soprannome “solista del mitra” coniato dalla stampa anche se le armi le usava  per intimorire stando attento  a non mettere a repentaglio la vita degli altri. Infatti nelle sue azioni banditesche non ha mai ferito  nè ucciso nessuno. Lui stesso narra che la sua prima rapina nacque in maniera casuale:

«Un giorno mia zia mi chiese di andare a pagare una bolletta alle poste. Io andai ma l’impiegato era lento e detti un pugno sul bancone. Nel movimento si vide la finta pistola che portavo sotto la cintura. L’impiegato credette che fosse una rapina e mi consegnò i soldi. Io pensai: “È così facile?”. E me ne andai col bottino»

Amante delle belle donne e della bella vita, lo spingono di continuo  alla ricerca di denaro che si procura con rapine a banche, uffici postali  e negozi di lusso sia in Italia che all’estero. Per sua stessa ammissione,  grazie alla sua attività criminosa svolta negli anni cinquanta/sessanta, il suo ‘bottino’ viene stimato in circa 30 miliardi di lire dell’epoca. Inafferrabile, prosegue la sua attività criminale riuscendo sempre a farla franca  vivendo, nel contempo, una latitanza  dorata tra Italia e Francia. Nel  1965, all’età di 28 anni, durante un conflitto a fuoco con la gendarmerie,  rimane ferito molto gravemente.  Di conseguenza  viene arrestato,  processato  e condannato a 22 anni di carcere.  Ne sconta  solo 12, durante i quali, nella sua cella, segue un percorso di riabilitazione  dedicandosi, con un certo successo,  alla scrittura e alla pittura,  come riportò in una sua autobiografia:…

….nella mia cella, sebbene piccola, divenne una piccola galleria d’arte, un piccolo centro artistico-culturale, ogni spazio era occupato di tele e dipinti con libri, romanzi e bozzetti di carta pronti per essere venduti  o regalati a chi di dovere. Tramite i miei legali mi giunsero ogni giorno lettere di ammiratori e ammiratrici che contenevano piccoli omaggi, libri, dizionari, pennelli e colori, dediche d’amore e addirittura proposte matrimoniali. Si stava apprezzando quel mio strano modo di riabilitarmi e avevo conquistato la simpatia di molti. (da “Una storia da dimenticare”).

Luciano Lutring in posa in occasione di una sua mostra

 Durante la sua prigionia in Francia, instaura  anche un rapporto epistolare con Sandro Pertini, allora Presidente della Camera. Per il suo pentimento e l’onesto comportamento in carcere, viene graziato dal primo ministro francese  Georges Pompidou e successivamente anche dal Presidente della Repubblica Italiana Giovanni Leone. Ritorna a Milano nel 1977 all’età di 40 anni. Intensifica la sua attività artistica di scrittore e pittore partecipando con successo a mostre ed eventi, ricevendo elogi e premi.

Locandina del film su Luciano Lutring di Carlo Lizzani del 1966

La sua vita avventurosa, densa di colpi  di scena, ispira fotoromanzi e fumetti, oltre al film del 1966 «Svegliati e uccidi»  di Carlo Lizzani,  protagonista  Gian Maria Volonté, anno in cui il “solista del mitra” è considerato il “pericolo pubblico numero uno”, di Italia e Francia. Per il suo pentimento, per i suoi modi educati  e per la notorietà acquisita  in campo artistico e letterario, viene anche ricordato come  “Un ladro gentiluomo “.

Ezio Barbieri, il “Robin Hood” dell’Isola

Nasce a Milano il 1° novembre del 1922 nel quartiere Isola chiamato così perché, a quei tempi, era una zona isolata dal resto della città attraversata da un  passaggio della ferrovia. Vi abitava gente molto povera, per lo più famiglie di operai,  e la situazione,  dopo la seconda guerra mondiale, rendeva la vita ancora più difficile favorendo il dilagare della delinquenza fatta di personaggi con nomi  curiosi, frequentatori dei bar della zona. I classici banditi della ligéra degli anni 50/60 considerati dalla gente povera, dei veri benefattori.

1949, Ezio Barbieri presente in gabbia durante il processo

Ingegnoso

Con il suo amico, Sandro Bezzi, si dedica a numerose rapine e furti ai danni di passanti, industriali,  commercianti e banche usando uno stratagemma utile a trarre in inganno i malcapitati.  I resoconti dell’epoca  descrivono l’utilizzo,  per le loro imprese,  di una  Lancia Aprilia nera targata con il  numero “777”,  simile a quella in uso alla polizia meneghina,  corrispondente anche  al numero di telefono per le chiamate  di emergenza da parte di tutti i cittadini in difficoltà.  Dopo le varie scorribande nelle diverse zone della città, Barbieri rientra sempre nel suo quartiere dell’Isola  per ridistribuire buona parte del  bottino alla gente che ne ha più bisogno, che la sua volta lo ricambia con la più assoluta ‘omertà’. Una specie di  Robin Hood della ligéra, anche se non proprio  un galantuomo.

In un momento difficile per le azioni malavitose, e il bisogno di soldi, lo spingono a trovare nuove idee. Ingaggia una spogliarellista: bionda, con le curve al posto giusto, la  mette fuori dalle vetrine delle banche, la ragazza comincia lo spogliarello molto lentamente fino a far vedere quello che a quei tempi  molti uomini  potevano solo immaginare o,  dietro pagamento, andando nei  luoghi preposti. Nel frattempo, Barbieri, fatta la rapina, aziona l’allarme, segnale questo per sparire sia lui, i soldi e pure la bella spogliarellista.

San Vittore: Pasqua rossa, la rivolta

Passa tra  numerosi arresti ed evasioni  fino a quando la sera del 26 febbraio 1946, nel corso di un’ operazione in grande stile della polizia  viene catturato nuovamente e finisce a San Vittore. Durante i giorni di  Pasqua del 1946  ha luogo la più grande rivolta dei detenuti mai accaduta nel carcere milanese,  chiamata Pasqua Rossa, nella quale Barbieri ha un ruolo da protagonista. Una vera battaglia tra le forze dell’ordine e i rivoltosi  durata quattro giorni, un evento tra i più drammatici dell’immediato dopoguerra.  

Pasqua rossa. È il 21 aprile 1946, il giorno di Pasqua. Nel carcere milanese di San Vittore, scoppia la rivolta preparata e guidata  da Ezio Barbieri malavitoso dell’epoca, a lungo latitante e incarcerato solo due mesi prima. Dalle celle spuntano armi ed esplosivi; alcune guardie sono catturate e prese in ostaggio. Nel carcere sovraffollato ci sono prigionieri per delitti comuni, ma anche molti detenuti politici, sia di parte fascista sia del fronte partigiano. Si chiede amnistia per tutti e la  sostituzione dei magistrati che devono giudicare i reati comuni. Tra le forze di polizia e dei  Carabinieri,  schierati contro i detenuti in rivolta, scoppia una vera battaglia. Autoblindo  e mitragliatrici circondano il carcere , i rivoltosi rispondono con mitra, pistole e bombe. Dopo quattro giorni d’assedio, le truppe speciali dell’esercito riescono a debellare l’ insurrezione, lasciando sul campo vittime e feriti da ambo le parti.

Sicilia: la sua nuova  “Isola”

Catturato e incarcerato  tenta, inutilmente,  altre evasioni fino al processo del 1949  che lo  condanna a 30 anni di carcere duro che sconta per due terzi della tra i vari penitenziari. Nel 1968  sposa in carcere una ragazza milanese con la quale era entrato in corrispondenza. Nel 1971 Barbieri viene scarcerato; da uomo libero l’ex bandito inizia una nuova vita, si stabilisce in Sicilia, con la moglie, precisamente a Barcellona Pozzo di Gotto, provincia di Messina, diventa un rispettabile commerciante di vini e di abbigliamento fino alla sua scomparsa nel maggio del 2017,  alla veneranda età di 95 anni.

Francis Turatello, “ Faccia d’Angelo”

Francis Turatello, all’anagrafe Francesco,  nasce  il  4 aprile  1944 ad Asiago, provincia di Vicenza. Dopo la fine della seconda guerra mondiale, intorno agli anni 50,  con la madre , si trasferisce a Milano nel quartiere di Lambrate vivendo in condizioni di povertà. Da giovane si dà al pugilato dilettantistico  che abbandona al più presto per immergersi nell’ambiente criminale milanese.

Francis Turatello,

Il soprannome di “Faccia d’angelo” gli viene affibbiato per la forte somiglianza col gangster statunitense “Baby Face Nelson”, ovvero Lester Joseph Gillis, noto anche come George Nelson, (Chicago, 1908 – Barrington, 1934), rapinatore di banche componente della banda di John Dillinger.

Percorso  criminale

 Inizia come ladro di auto e di altre azioni malavitose  che  però non lo soddisfano. Passa  man mano ad un’attività  ben più criminosa imponendo la sua personalità che lo porta a capo di una banda in forte  rivalità con Renato Vallanzasca , con la conseguenza di cruente faide. Successivamente, dopo le rispettive condanne,  trovandosi reclusi nello stesso carcere di Rebibbia, fra i due nemici nasce un’amicizia tanto che Turatello farà da  testimone alle nozze di Vallanzasca con la fidanzata Giulia Brusa avvenute nel 1979 nello stesso carcere.

Circondato da individui, provenienti anche dalla Sicilia, riesce a impossessarsi del controllo delle bische clandestine e allo sfruttamento della prostituzione, settori che gli consentono introiti favolosi.

Turatello è ormai il boss incontrastato della malavita degli anni settanta; nel periodo di massimo successo  è a capo di un impero all’ombra della  Madonnina che fa invidia a molti. Tiene contatti e fa affari con mafiosi, politici, personaggi di spicco, partecipa a rapine e sequestri di persona. Nel corso della sua carriera criminale, pur non facendo parte di Cosa Nostra (frequenta esponenti dei clan camorristici napoletani e delle famiglie mafiose siciliane) viene coinvolto in alcuni episodi oscuri della storia d’Italia  degli anni settanta, fra cui il tentativo di liberare di Aldo Moro, rapito dalle Brigate Rosse (16 marzo 1978). Il suo potere, alle soglie degli anni ottanta, comincia ad incrinarsi; ricercato in tutta Italia per diversi reati,  è arrestato il 2 aprile 1977 in Piazza  Cordusio a Milano.

Processato come organizzatore di clamorosi rapimenti  a danno di alcuni  industriali,  si prende una condanna a dodici anni  in regime di carcere duro, da dove,  per un certo periodo, riesce a guidare la sua banda e a gestire i propri affari criminali.

Il declino di Turatello, l’ascesa di Angelo Epaminonda

L’impero di Turatello, destinato comunque a un declino, fa gola a molti, in particolare al suo ex braccio destro Angelo Epaminonda, detto “il Tebano” (Catania 1945 – ? 2016), soprannome all’omonimia con quell’Epaminonda che guidò Tebe contro gli Spartani.  Francis TuratelloFaccia d’Angelo”,  Renato Vallanzasca il “Bel René “, Epaminondail Tebano” , formano un trio protagonista di una stagione storica per la criminalità meneghina. Resta un passaggio significativo di ruolo tra banditi di una ligéra, ormai al tramonto, a quello di boss mafiosi sempre più dediti a gesta criminose, cruente e sanguinose, con faide reciproche che lasciano sul campo numerosi morti.

Epaminonda, continua la sua criminosa attività fino a quando, nel 1984, in seguito al tradimento da parte di uno della sua banda , viene arrestato nel suo nascondiglio milanese. Vista la mal parata decide di confessare omicidi e rivelare i nomi dei complici , colletti bianchi, politici e giudici. Scattano gli interrogatori ed arresti con la conseguente apertura del noto maxi-processo del 23 febbraio 1987 che si svolge nell’aula-bunker di San Vittore adatta a contenere l’alto numero di imputati (122) , processo che si conclude l’8 febbraio 1988 con condanne, ergastoli e anche alcune assoluzioni. Anche a Epaminonda vengono inflitti 29 anni che sconta per la maggior parte fuori dal carcere, in località segrete, cambiando i dati anagrafici, grazie alle disposizioni previste per i pentiti. Muore in solitudine nell’aprile del 2016 ma lo si saprà solo 8 mesi dopo quando, dovendo presenziare come testimone in un processo, nessuno lo vede.

L’assassinio in carcere

Il 17 agosto 1981 Francis Turatello, detenuto nel carcere di massima sicurezza Badu’ e Carros di Nuoro, esce dalla cella, come tutti i giorni, per l’ora d’aria. In un attimo viene assalito, immobilizzato da Pasquale Barra (detto ‘o Animale) e Vincenzo Andraous, mentre nello stesso tempo Antonino Faro e Salvatore Maltese lo finiscono con 42 coltellate. Di fronte ad una morte così violenta e spietata il movente non è stato ancora del tutto chiarito.

Le versioni, sui mandanti del delitto, rese dalle varie persone coinvolte, risultano diverse e contrastanti: secondo i due assassini, reo confessi e diventati collaboratori di giustizia, indicano come mandanti Angelo Epaminonda (diventato a sua volta collaborazione di giustizia) e Renato Vallanzasca ambedue interessati ad impossessarsi degli affari illeciti su Milano gestiti da Turatello. Ambedue smentiscono con sdegno l’accusa risultata poi falsa.

Tommaso Buscetta (mafioso e successivamente collaboratore di giustizia), per un certo periodo compagno di cella di Turatello nel carcere di Cuneo, rivela invece che l’omicidio venne commissionato dal boss Luciano Liggio (potente boss mafioso legato a Cosa Nostra di Corleone, uno dei maggiori imputati nel maxiprocesso di Palermo durato dal 10 febbraio 1986 al 30 gennaio 1992) per vendicarsi di uno sgarro subito da Turatello nei confronti di un mafioso siciliano. Secondo Raffaele Cutolo (fondatore e capo indiscusso della NCA, Nuova Camorra Organizzata) l’omicidio fu eseguito durante le trattative, a sfondo politico tra Stato e camorra, per la liberazione dell’Assessore della Regione Campania Ciro Cirillo sequestrato dalle Brigate Rosse il 27 aprile 1981. Sempre a detta di Cutolo (personaggio violento che intreccia rapporti anche con la Malavita Milanese di Vallanzasca e di Turatello) oltre al riscatto, le Brigate pretendono un ‘azione punitiva nei confronti di Turatello che, in carcere a Nuoro, appoggia i terroristi neri mentre usa un metodo vessatorio nei confronti dei brigatisti. È ancora Cutolo che intreccia che spiega come la vendetta, prevista in ‘botte’ e in qualche ‘leggera coltellata’, in effetti degenera nella cruenta uccisione del boss milanese.

Bruno Brancher, “il ladro balbuziente”

Bruno Brancher, ladro e poeta

Nasce a Milano nel 1931 nel quartiere ticinese, da ragazza madre. Già da ragazzino, si arrangia come può, entrando e uscendo dai riformatori. Al Beccaria, si distingue subito come  fomentatore di rivolte. Nel primo dopoguerra, tenta il reinserimento sociale cercando lavoro e mettendosi a fare il manovale. Ma questa non è la strada che fa per lui: Bruno Brancher vuole i soldi che non ha mai avuto.  Cerca di emulare quei rapinatori pieni di  donne e di macchine veloci, che coraggiosamente assaltano  banche e negozi  con le armi  in pugno. Ce la potrebbe anche fare se non avesse quel piccolo difetto: la balbuzie, che lo rende immediatamente individuabile.  Tenta ugualmente qualche colpo, ma la fatidica frase “Fe-fe-fermi-tutti!  Que-ques..” ,   “Ma-ma-mani in..”  gli viene a stento e naturalmente il tutto finisce nel nulla. Si rende conto che sarebbe meglio delinquere in altro modo, dove non è necessario parlare, e si dedica agli svaligiamenti e alle spaccate ai danni di diverse gioiellerie, razziando tutto quello che può. Entra ed esce dalle prigioni.  Tenta fughe rocambolesche e, prima che lo riprendano, mette a segno altre rapine, diventando un personaggio della malavita milanese: la Ligéra appunto.

Perennemente in fuga, decide di emigrare in Belgio a fare il minatore; sospettato di furto di diamanti, viene portato in carcere, da cui riesce ad evadere. Raggiunge Parigi compiendo, pure lì, diversi furti ma, con la consueta abilità, riesce a sottrarsi alla cattura della gendarmeria.

 Dopo la parentesi parigina, nel 1957, Brancher rientra a Milano, e ritrovando i suoi vecchi amici, prosegue nella sua attività criminosa, fino all’arresto definitivo. In prigione, mal sopporta la ferrea disciplina carceraria. Viene a conoscenza di una associazione, la Soccorso Rosso,  che,  tramite gli avvocati aderenti, aiuta i detenuti a sostenere in modo più efficace le richieste sempre maggiori di sostegno economico e legale dei carcerati  politici. L’aiuto si estende pure anche ai detenuti “comuni” che lottano, nel tentativo di rendere più dignitose le condizioni di vita in carcere.  Diventa paladino dei diritti dei reclusi, aderendo a numerose sommosse e proteste, che gli costano l’aumento degli anni di detenzione.

Il riscatto sociale

Da ladro, diventa scrittore ed anche poeta. Desideroso di una vita normale, in carcere, scopre il piacere e l’amore per la letteratura alla quale si dedica con passione. Da analfabeta segue un percorso che lo porta a diventare scrittore ottenendo un discreto successo. Quando può, si presenta a convegni letterari e nelle Università con i ciclostili delle sue poesie. imposta a grandi linee la propria  biografia, usando una scrittura ricca di spunti interessanti, tanto da ricevere i complimenti da Umberto Eco.  Quando la salute lo abbandona viene trasferito in una casa di riposo a Vercelli dove muore il 27 novembre 2009.

Conclusione

Scomparsa la Ligéra , scomparse le bande più o meno sanguinarie, ecco che a Milano e Provincia , e in seguito in tutta la Lombardia, prende piede una nuova forma di malaffare e di potere. Cosche calabresi e mafiose, gestite da personaggi senza scrupoli, svolgono affari illegali arricchendosi nel traffico di droga, in particolare di cocaina, usura, riciclaggio e altro. Molto attive nel settore dell’edilizia, sono vere organizzazioni criminose che riescono ad aggiudicarsi appalti e commesse milionari, favoriti da intrecci politici e da infiltrazioni nelle amministrazioni pubbliche, il tutto sarà poi oggetto di processi e condanne. Insomma tutt’altra cosa rispetto alla “vecchia malavita milanese”.

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