Lanzone, una storia poco nota.

Premessa

Domenica 15 settembre 1867, alla presenza di re Vittorio Emanuele II, venne inaugurata la nuovissima Galleria a lui dedicata, non ancora del tutto ultimata. Il 7 marzo del 1865, lo stesso re aveva presenziato, sotto un’improvvisa tormenta, alla cerimonia della prima pietra di quella Galleria. Erano passati solo due anni e mezzo! Ed erano stati sufficienti per costruire quel gioiello!

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7 marzo 1865 - Posa della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuuele II (quadro di Gerolamo Induno)
7 marzo 1865 – Posa della prima pietra della Galleria Vittorio Emanuuele II (quadro di Gerolamo Induno)

Ad abbellire ulteriormente l’ottagono, ed i quattro ingressi, ben ventiquattro grandi statue in gesso, erano state collocate su altrettante mensole, in corrispondenza del punto di raccordo degli archi che adornano le vetrine dei negozi. Erano alte circa tre metri, realizzate da diciassette tra i più grandi scultori milanesi dell’epoca. Non è chiaro se la scelta del materiale usato, fosse stata dettata dalla fretta di completare il ‘Salotto di Milano‘ in tempo utile per l’inaugurazione, (riservandosi di realizzare le medesime statue in marmo successivamente), oppure dalla necessità di contenere i costi elevatissimi, cui si era già andati incontro per la costruzione dell’opera. Le statue raffiguravano personalità italiane distintesi nei secoli, nei campi delle arti, delle scienze, della storia e delle scoperte geografiche.

La Galleria tra il 1877 e il 1879
900 La Galleria tra il 1877 e il 1879 (foto di blog.urbanfile.org)

Il gesso, si sa, purtroppo si deteriora rapidamente, poiché, essendo fortemente igroscopico, assorbe facilmente l’umidità. Milano, non era certo il posto migliore, per l’esposizione di statue di quel tipo, specialmente d’inverno, in tempi di forti nebbie, con tutta la cerchia interna dei navigli, a quei tempi, ancora scoperta. Infatti, nonostante fossero in Galleria, protette dagli agenti atmosferici, si deteriorarono ugualmente in fretta, al punto da durare poco più di vent’anni. Per problemi di sicurezza, il Comune fu costretto a rimuoverle dai loro pedestalli, già prima del 1890. Sbriciolandosi, c’era infatti il rischio che grossi pezzi di gesso potessero cadere sugli ignari passanti. Di quelle statue non si seppe più nulla. Molto probabilmente, in attesa di affidarle a qualche museo per un restauro conservativo, furono temporaneamente ammassate in qualche umido magazzino comunale di periferia, decretando così la loro distruzione definitiva.

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Un vero peccato, perchè 24 statue di scultori come Magni, Manfredini, Rossi, Tantardini, Crippa, Tabacchi, Guarneri e altri, andarono perdute per sempre, molto probabilmente per problemi burocratici o per semplice incuria. Ogni statua riportava originariamente, alla sua base, il nome del personaggio rappresentato (Dante, Foscolo, Monti, Cattaneo, Beccaria, Volta, Galilei , Marco Polo e altri sedici). Col passare degli anni, l’incisione del nome divenne sempre meno leggibile, sino a sparire del tutto, man mano che il gesso si deteriorava. Incredibilmente, fra le foto fatte a quelle statue, prima della loro rimozione, una sola rimase leggibile, alla base; quella di un certo Lanzone da Corte. A quanto pare, sembra che questa oggi, sia pure l’unica immagine rimasta, di questo personaggio!

Statua di Lanzone da Corte Galleria Vittorio Emanuele
Statua di Lanzone da Corte Galleria Vittorio Emanuele (foto di blog.urbanfile.org)

Visto che Lanzone (nome a me sconosciuto), era accomunato fra i ‘grandi’, mi sono spinto oltre. cercando di capire chi fosse costui e come mai non ho mai avuto occasione di trovarlo su qualche testo del liceo.

Via Lanzone

A Milano esiste in effetti, una via dedicata a Lanzone. La targa di quella via, dice trattarsi di un ‘capitano milanese’ vissuto nell’XI sec.

Via Lanzone, per chi non è pratico della città, è una antica strada piuttosto stretta del centro storico di Milano, che si snoda fra via Circo e piazza Sant’Ambrogio. Non è una via molto appariscente a prima vista, tuttavia facendo due passi lungo quella strada, si scoprono diverse chiese antiche e palazzi di prestigio: dalla chiesa di San Bernardino alle Monache, a quella di Sant’Agostino, da Palazzo di Prospero Visconti, a Palazzo Volonteri o Casa Buttafava, per elencarne solo alcuni. Lì ci sono pure le Scuole delle Orsoline di san Carlo, la sede della Comunità di Sant’Egidio, oltre all’Università Cattolica. Lì, fino al 1943 c’era anche il Palazzo dei Panigarola, una delle più interessanti residenze nobiliari di questa zona (purtroppo andato distrutto dai bombardamenti). Sul muro esterno di un’altra casa che s’affaccia su Piazza Sant’Ambrogio, una lapide ricorda che lì, vi abitò persino il vate Francesco Petrarca, ospite illustre al servizio dell’allora Signore di Milano, l’arcivescovo Giovanni Visconti, durante il suo soggiorno milanese dal 1353 al 1358 …. insomma, tutto questo per dire che è una via piuttosto importante.

Come mai l’Amministrazione Comunale di Milano ha voluto dedicarla al ‘capitano’ Lanzone?

Chi era questo Lanzone?

Era in realtà un notaio e giudice, vissuto a Milano nel primo secolo dopo il 1000, probabilmente fra il 1000 ed il 1060. Non si hanno dati precisi in proposito. Si chiamava in effetti, Lanzone della Corte e fu il protagonista di un momento davvero significativo della storia della Milano di allora: La nascita del Comune!

La formazione e lo sviluppo del movimento comunale in quel periodo, non fu soltanto un fenomeno italiano, bensì si verificò anche oltralpe, soprattutto in certe parti della Francia, della Germania e dei Paesi Bassi. Comunque, in Italia si svolse prima che altrove, raggiungendo le forme più caratteristiche, più originali e più sviluppate. Il Comune si presenta come l’organizzazione degli abitanti di un centro (cittadino o rurale), in una associazione, regolata da proprie norme statutarie e diretta da capi elettivi. Il suo scopo è quello di assumere e svolgere le funzioni amministrative e di governo, precedentemente esercitate dal vescovo  o dal feudatario laico, in nome del sovrano.

L’antefatto

Fino ad allora, Milano era stata sempre governata dai nobili. Ma, intorno al 1040, il clima, in città, cominciò ad essere piuttosto teso: da un po’ di tempo, serpeggiava fra il popolo un forte malcontento, dovuto al fatto che si sentiva oppresso e per nulla gratificato per l’aiuto prestato ai capitanei (= nobili), nelle varie guerricciole, da loro stessi spesso innescate, per ampliare i loro domini e per rendere più potente e sicura la città dalle incursoni nemiche. In cambio dell’aiuto prestato alla nobiltà, il popolo aveva chiesto solo un po’ più di benessere e libertà. Ma naturalmente, erano state tutte promesse fatte al vento: dopo aver combattuto per i capitanei, al popolo non era stato riconosciuto, né concesso assolutamente nulla.

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E dal malcontento, alla sommossa di piazza, il passo è breve, si sa! Basta un nonnulla per innescare la rivolta. Visti disconosciuti i propri diritti, nel popolo cominciò pian piano, a farsi strada l’idea di liberarsi dallo strapotere della nobiltà.
La spinta decisiva venne dalla nuova classe borghese, i cosiddetti “cives” (cioè i piccoli proprietari, i notai, giudici) e dai piccoli commercianti ed artigiani che, accumulate ricchezze grazie al proprio lavoro, cominciava a rivendicare maggiori diritti e coinvolgimento nelle decisioni, a favore della collettività.

La rivolta

Come quasi sempre accade, la scintilla della rivolta popolare venne offerta, nel 1041, dall’aggressione perpetrata da un “miles” (soldato della milizia dei nobili), ai danni di un “plebeo” (uomo del popolo).

capitanei Termine che designa i vassalli che hanno ottenuto benefici feudali dai titolari dei poteri pubblici (imperatori, conti, marchesi) o dai vescovi, un tempo chiamati anche vassalli maggiori, per distinguerli dai loro vassalli, tecnicamente chiamati valvassori [Rif. “Dizionario di Storia” – Treccani]

Vassallo Nella società feudale, uomo libero che si assoggettava a un signore promettendogli fedeltà in cambio di protezione.
valvassori. [Rif. Enciclopedia Treccani]

valvassore Nel linguaggio giuridico feudale, in particolare nei milanesi Libri feudorum (12° sec.), era il vassallo del capitaneus, che era a sua volta il vassallo del vassallo del re, vassallo dominico o conte. Più tardi furono chiamati capitani, e poi conti (e allora il vassallo del re prese il titolo di duca.
[Rif. “Dizionario di Storia” – Treccani]

Il tam-tam su quanto accaduto ad uno di loro, dilagò a macchia d’olio in città. Naturalmente fu presa di mira la nobiltà, rea di aver impartito ai soldati della loro milizia, l’ordine di soffocare sul nascere qualunque accenno di ribellione da parte del popolo. Le strade cominciarono improvvisamente ad affollarsi di gente furibonda, armata di qualsiasi corpo contundente capitasse a tiro, forconi, pietre, bastoni, tutti a caccia dei nobili e dei soldati alle loro dipendenze. La battaglia, in particolare contro i brutali “milites”, scoppiò spontanea e si svolse ovunque in città, strada per strada, sulle mura, sulle torri, con ovvio spargimento di sangue. Essendo stati colti di sorpresa, i nobili, e quanti della loro milizia erano riusciti a schivare il peggio, vista la mala parata, pensarono bene di fuggire dalla città abbandonando le case, e rifugiandosi nelle loro rispettive residenze di campagna, nel contado. Da lì avrebbero potuto riorganizzare le fila per un contrattacco mirato contro il popolo dei facinorosi. Anche l’arcivescovo Ariberto da Intimiano, che era schierato con la nobiltà, abbandonò dopo alcuni giorni, la sua diocesi. I milites che erano riusciti a scappare, una volta riorganizzati, bloccarono dall’esterno, tutte le sei strade di accesso a Milano. Così, la città venne praticamente messa sotto scacco, impedendo l’arrivo dei rifornimenti di viveri per la popolazione assediata. Avrebbero dovuto tutti arrendersi o morire per fame!

Gli assediati

La lotta del popolo degli assediati, era guidata da Lanzone. Egli non era affatto un plebeo, anzi apparteneva alla classe dei nobili e dei “capitanei“, ciò nonostante, i popolari e i borghesi, insorti contro la nobiltà e l’Arcivescovo, lo avevano scelto come loro capo. Lanzone della Corte, condividendo le aspirazioni del popolo, e ritenendo giusta la rivolta dei borghesi contro lo strapotere dei capitanei, aveva deciso, tradendo i suoi stessi pari, di farsi paladino degli interessi di una classe sociale che non era la sua.

Guerra civile

E la sollevazione di popolo si tramutò in autentica guerra civile! Sebbene i morti fossero tanti, da entrambe le parti, a causa delle frequenti incursioni delle due fazioni in campo avverso, gli assediati resistevano e la situazione rimase stazionaria per tre lunghi anni, senza né vinti né vincitori. All’interno delle mura cittadine, gli orti e i pochi campi, anche se coltivati in maniera intensiva, non riuscivano a sfamare la popolazione che era ormai ridotta quasi allo stremo.

La richiesta d’aiuto

 Lanzone, visto che la situazione non accennava a sbloccarsi e anzi stava volgendo al peggio per lui ed i suoi, approfittò  dell’Editto  di  Treviri,  con  il  quale  l’Imperatore  del  Sacro  Romano  Impero, Enrico  III,  bandiva  la  guerra  dal  suo  regno,  per  escludere  definitivamente  dalla  città  meneghina,  i  nobili  a  lui  avversi. Decise quindi coraggiosamente, accompagnato da Alberio, valvassore, di andare a chiedere aiuto all’imperatore. riuscendo ad uscire furtivamente nottetempo, dalla città assediata, per raggiungere la Germania.
Enrico III non aspettava altro per poter offrire il proprio aiuto agli assediati, pretendendo in cambio, naturalmente, il giuramento di fedeltà al sovrano da parte dei milanesi e di tutta la nobiltà. L’imperatore avrebbe garantito il ristabilimento dell’ordine, a patto che i Milanesi accogliessero in città un presidio di 4000 cavalieri tedeschi.

Il ripensamento

Rientrato pertanto a Milano, Lanzone, forte dell’appoggio verbale di Enrico III, ottenne dall’assemblea dei “cives” il consenso alla proposta imperiale ma, riflettendovi attentamente, ben  presto  si  rese  conto  che,  in  tal  modo,  la  città  di  Milano  si  sarebbe  ritrovata  solo formalmente  libera,  in  quanto  sottoposta,  di  fatto,  al  dominio  imperiale.  

Trattative di pace

Essendo un soggetto con spiccate doti diplomatiche, decise di convocare in segreto alcuni rappresentanti del fronte nobiliare, ai quali propose che i fuorusciti rientrassero in Milano e trattassero con i “cives ” una pace duratura. Fosse arrivato l’imperatore col suo esercito, quest’ultimo avrebbe sicuramente spostato l’ago della bilancia in favore della fazione assediata, e quindi sarebbero stati guai seri per i nobili.

Pace fatta

Era il 1044 e le due anime di Milano, quella popolare e borghese, e quella nobiliare, si riconciliarono effettivamente, stipulando  un  patto    incentrato  sull’uguaglianza  dei  diritti e  sulla  partecipazione  attiva  di  tutti  cittadini,  al  governo  della  città.

Così, con molta diffidenza e reticenza iniziale da parte della nobiltà, i borghesi riuscirono, pian piano, a far valere sempre di più, i loro diritti: sarebbero comunque dovute passare almeno due o tre generazioni di milanesi (1097) prima che, realmente fossero ammessi a far parte del consiglio, accanto ai nobili, ed ulteriori vent’anni (1117), prima che fosse loro concesso di partecipare direttamente all’ elezione dei Consoli, che avevano il compito di governare la città. Era nato cosi il Comune, uno dei primi e più importanti comuni della cosiddetta “Età Comunale”!

La morte di Lanzone

E Lanzone, quale fine aveva fatto? Non è del tutto chiaro. In realtà ci sono ipotesi discordanti. Dando retta al Galvano Fiamma, antico cronista dell’epoca, questi riferisce che l’uomo che tanto si era dato da fare per placare gli animi e mettere d’accordo le due parti, fu fatto prigioniero da alcuni nobili suoi pari, che non avevano mai perdonato il suo volta faccia. Arrestato e rinchiuso dentro la torre dei Moriggi (nell’attuale via Moriggi), il povero Lanzone fu lasciato morire in seguito alle feroci torture inflittegli.

Altri, smentiscono questa tesi dicendo che è priva di fondamento e asseriscono invece che Lanzone morì di morte naturale. Aveva fatto quel che poteva per rappacificare gli animi, ma naturalmente in città, nella sua posizione, si era creato tante inimicizie. Per questo motivo, preferì lasciare Milano, per trasferirsi dapprima con la famiglia, nel Bresciano e poi, sembra, unitamente ad altre famiglie nobiliari lombarde, definitivamente in Campania.

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