L’amor filiale del conte Francesco Brunon-Pietra

Premessa

Le storie che mi accingo a raccontare, sono due fatti di cronaca realmente accaduti che, nel Settecento, fecero davvero molto scalpore a Milano e non solo. Il primo dei due fatti, riportato il secolo successivo, dal giornalista e scrittore Giuseppe Rovani (1818 – 1874) nella sua opera più celebre “Cento Anni“, fu talmente “crudo ed ingiusto” che, pare qualcuno abbia addirittura fatto scomparire “per vergogna”, dall’Archivio di Stato, gli atti lì depositati, dell’assurdo processo che vollero istruire sul caso. Il secondo invece, accaduto negli anni immediatamente successivi, ebbe, ai tempi, tale portata e risonanza da essere conosciuto addirittura in mezza Europa. La cosa davvero incredibile è che in entrambi i fatti, fossero implicati in prima persona, parenti stretti di un aristocratico milanese, abbastanza noto in città; il conte Francesco Brunon-Pietra.

Il periodo storico

Come già detto, siamo nel Settecento: la dominazione spagnola in Italia era da poco, stata soppiantata da quella austriaca. All’inizio, a dire il vero, le cose cambiarono poco anche perché Carlo VI d’Asburgo (1685 – 1740), subentrato nel 1703 ai Re spagnoli nel dominio della Lombardia, non intese modificare la precedente gestione della cosa pubblica, ritenendo ancora valido il sistema spagnolo, fino ad allora in atto. Per i milanesi, quindi, prima dell’arrivo di Maria Teresa d’Austria, figlia di Carlo VI d’Asburgo, subentrata nel 1740, alla sua morte, la gestione dell’aspetto amministrativo si mantenne più o meno stabile in termini di vessazioni e soprusi, che avevano caratterizzato il lungo periodo di dominazione precedente. Solo dopo, sotto la reggenza di Maria Teresa, le cose iniziarono lentamente a cambiare in meglio.

La giustizia ordinaria a quei tempi, era una realtà di pura facciata, destinata a dirimere unicamente le controversie spicciole del popolino, mai quelle in cui poteva essere coinvolto qualche elemento dell’aristocrazia. In quel caso, la giustizia veniva automaticamente demandata al Senato: era quindi asservita esclusivamente alla volontà dei potenti. Tutto cioè dipendeva dal libero arbitrio dell’autorità costituita che si sostituiva alla giustizia ordinaria ufficiale, prevaricandola.

L’impero di Carlo VI fu contrassegnato in massima prevalenza da quella che oggi chiameremmo la casta, cioè dal ceto sociale più elevato. Chi non era nobile, era visto e considerato come un servitore, se non addirittura come una nullità assoluta. La sua presenza, indispensabile per i lavori più pesanti e meno ambiti, finiva addirittura col diventare intollerabile quando, sicuramente a ragione, accennava a ribellarsi. In tal caso, scrive il Rovani, “veniva tolto dal corpo sociale, come pericoloso e infesto”.

Il Senato ad esempio, nell’ultimo periodo di dominazione spagnola, proprio a causa della debolezza delle altre istituzioni dello Stato, era andato ad invadere un campo ben maggiore di quello che, inizialmente gli era stato conferito. Godeva pertanto di un’autorità smisurata, persino superiore a quella dello stesso Governatore: per cui la vita, la libertà e la fortuna di ogni cittadino, dipendevano dal potere illimitato di un gruppo di soggetti, appartenente naturalmente alla nobiltà. Questi, ritenendosi degli “Dei in terra”, agivano a proprio piacere, svincolati, nelle loro decisioni, da qualunque regola o principio razionale e morale. A rigore, su tutti avrebbe dovuto comandare il Governatore, che, essendo nominato dal Re, era ufficialmente la massima autorità del Ducato, ma evidentemente nessuno di coloro che si erano succeduti a Milano in questa carica, aveva avuto il polso tale da fare rientrare questa prevaricazione o, se vogliamo, la prepotenza sufficiente da respingere col proprio arbitrio, quello dei senatori.

Primo fatto di cronaca

L’antefatto: il “guardaportone” del senatore

Ndr. – Si chiama “guardaportone”, il portiere in livrea di palazzi principeschi, di teatri e alberghi di lusso, di edifici in cui hanno sede pubblici uffici (Camera dei deputati, Senato, ministeri e simili). [rif. Treccani]

Tutti siamo stati studenti e ancora oggi, a distanza di tanti anni da quando eravamo ragazzi, ricordiamo le cose che in gioventù ci hanno maggiormente colpito per la loro “diversità”. Sono immaginabili quindi lo stupore e i commenti degli studenti del ginnasio o del liceo che, usciti da scuola, avevano notato da qualche giorno un singolare cambio di guardia al portone di un palazzo signorile di Brera. quello che tutti dicevano essere la casa del marchese Goldoni, o “la casa del senatore”. Davanti all’ingresso del palazzo , una curiosa macchietta in livrea rossa bordata d’oro e copricapo con tesa che, per darsi maggiore contegno, passeggiava su e giù tutto impettito, con tanto di cipiglio, facendo roteare nervosamente in mano, una lunga mazza con pomo metallico. Era stato assunto dal senatore in sostituzione del precedente anziano portiere dello stabile, un soggetto bonario conosciuto da tutti nel quartiere.

Tornando agli studenti, chi non ricorda le ragazzate che pure tutti noi abbiamo fatto ai nostri tempi, alla loro età, ai danni di qualcuno, preso di mira per qualche futile motivo? Accanto agli scherzi innocenti, c’erano ovviamente anche quelli fatti con cattiveria. I teppistelli più esagitati, quelli pronti a menare le mani per un nonnulla, ci sono sempre stati ovunque. Non agivano mai da soli, ma erano sempre in gruppo, erano sulla strada buona per diventare i bulli del quartiere. Ogni scuola, allora, aveva i suoi. Gli studenti del ginnasio e del liceo di Sant’Alessandro erano nemici giurati di quelli, per esempio, del ginnasio di Santa Marta, o di quelli di Brera; e questi ultimi, non volendo subire insulti gratuiti, respingevano i nemici inseguendoli per le strade ed i vicoli della città, armati di righe, borse, cinghie in pelle, per non parlare poi di compassi o simili, quando volevano fare davvero male. Era un modo per sfogare all’aperto la loro vivacità forzatamente repressa durante le lunghe, tediosissime ore di lezione in classe. Con quelle battaglie, emulavano idealmente le gesta dei grandi, antichi Romani studiati sui libri di scuola, che usavano inseguire i nemici fino in casa loro.
Anche in casa, nel Settecento, il regime adottato dai genitori nei confronti dei figli, era molto più rigido e rigoroso di quello di oggi. La reazione a tutto quel rigore si ripercuoteva nei loro comportamenti “esuberanti” quando erano fuori dall’occhio vigile dei genitori.

Il fatto

Per tornare alla cronaca, quel giorno, il solito gruppetto di ragazzi scalmanati uscito da scuola, dopo essersi deliziato a fare dispetti vari ai passanti che incontravano per strada, a bottegai, alle vecchie portinaie, ai cocchieri in attesa dei clienti ecc., aveva deciso di andare a fare visita al nuovo guardaportone del palazzo del marchese Goldoni. Intendevano provare a stuzzicarlo, facendogli qualche dispettuccio per saggiare le sue reazioni. In realtà, in effetti, non si trattava di un portiere normale …. il marchese aveva pensato bene di assumere un omino di statura molto bassa, un nano. Costui, poverino, era davvero bruttino, testa grossa e un cipiglio poco rassicurante. Probabilmente per autodifesa, dato il suo stato, aveva un carattere tetro e un fare piuttosto ringhioso. Il senatore Goldoni lo aveva preferito ad altri, per un talento particolare: era un grado di roteare una lunga mazza con pomolo metallico con una perizia davvero incredibile.


Arrivati davanti al palazzo del senatore, visto che il nano, tutto tronfio, pettoruto, con quel suo faccione protervo, provocatore e ghignoso li stava tenendo d’occhio con aria di sfida, i ragazzi, con la cattiveria tipica dei giovani della loro età, pensarono bene di attorniarlo e cominciarono subito a schernirlo e a provocarlo, mettendosi a cantare in coro delle strofe che parevano pensate apposta per lui. Ovviamente si trattava di burle che, data la sua menomazione congenita, tanti altri gli avranno fatto chissà quante volte e che lui ormai doveva essere abituato a incassare. La reazione del poveretto fu immediata e, per allontanare i ragazzi, iniziò a roteare la sua mazza. Ma essendo solo contro tanti, non fu difficile per loro saltargli addosso e disarmarlo e fra risate, urla, cori, schiaffi, pugni, calci e spintoni, lo trascinarono in giro per la città. Attratti da tanto clamore, intervennero pure gli sbirri accorsi in forze. Nel fuggi fuggi generale dei ragazzi, mentre alcuni sbirri riuscivano a fermare quattro dei più scalmanati, ammanettandoli come dei ladri, altri riconosciuto il nano come il guardaportone del senatore Goldoni, si presero cura di lui e, trattandolo con tutti i riguardi riservati alle personalità, lo riportarono a casa, tutto pesto. Il senatore che era a casa, a tavola con degli invitati. Informato dei fatti, abbandonò furibondo i suoi ospiti e, deciso a farla pagare a quella teppaglia, si fece portare immediatamente al Senato, di fianco al Duomo, per conferire col suo presidente. [ Ndr. – Il Senato che oggi conosciamo, allora era il Collegio Elvetico”]. Quest’ultimo, ascoltata la denuncia del senatore, fece convocare una riunione urgente del Senato, chiedendo pure la presenza del Capitano di Giustizia e del suo Vicario per avere da questi ultimi maggiori ragguagli sullo stato reale delle cose e sull’esito degli interrogatori dei fermati.

Come previsto, Il Senato riunito in sessione straordinaria il mattino successivo, ascoltò la relazione del Capitano di Giustizia, che nel frattempo, aveva già avuto modo di interrogare i quattro arrestati. Questi espose il fatto come “atto manifesto di pubblica sedizione”, e si sbilanciò suggerendo, onde evitare in futuro il ripetersi di eventi simili, venisse presa in considerazione per loro, la massima punizione prevista per questo tipo di reati. Sebbene, unicamente per motivi di casta, moltissimi Senatori fossero favorevoli al massimo rigore, una minoranza di loro si espresse in modo contrario. Letti pubblicamente i nomi degli imputati, si scoprì che uno di loro, tal Giovanni Pietra, era figlio del conte Francesco Brunon Pietra, personaggio conosciuto a Milano. Questo nome da solo, in virtù del casato cui apparteneva, valse il reinvio di ogni decisione al riguardo, al giorno successivo, dopo aver provveduto a sentire il conte. Quest’ultimo, naturalmente informato della cosa, non si presentò in Senato il mattino seguente, ma fece pervenire al Segretario una lettera firmata di suo pugno, che questi si premurò di leggere al consesso. Il conte Francesco Brunon-Pietra chiedeva che “non si avesse riguardo alcuno alla nobiltà del suo casato, quando fosse stato d’impaccio al corso della giustizia; perché”, così riferisce il Rovani, “l’obbedienza alle leggi e il rispetto all’autorità e, segnatamente, il culto dell’alta maestà del Senato, doveva andar innanzi a tutto.”
Le voci che il giorno prima si erano levate a difesa dei giovani cercarono di convincere gli altri che si dovesse considerare lo scritto del conte come mai pervenuto perchè quell’eccessiva devozione all’inflessibile autorità faceva tacere ogni senso di umanità. Alla fin dei conti si trattava solo di studenti e quanto avevano fatto era una ragazzata delle tante. Nulla da fare: la sentenza pronunciata fu irremovibile: condanna a morte per i quattro studenti. Prima dell’ esecuzione della pena capitale contro quei ragazzi davvero sventurati, si mosse naturalmente l’opinione pubblica a partire ovviamente dai parenti dei giovani nel vano tentativo di salvar loro la vita smuovendo l’autorità del Senato da tanta ingiustificata efferatezza. Non si ha tuttavia notizia di una coraggiosa sollevazione dell’intera città di fronte all’enormità di tanta ingiustizia. Così, alla fine, coloro che si erano mossi a difesa dei ragazzi, non ottennero alcun risultato. A giustificazione di tale severità addussero il fatto che quella sentenza doveva essere da esempio per tutti coloro che intendevano continuare a molestare la gente in maniera del tutto gratuita e ingiustificata.

Naturalmente, oltre all’assurda sentenza, fece enorme scalpore anche quella incredibile lettera fatta pervenire al Senato dal conte Brunon-Pietra. Se solo avesse voluto, proprio in virtù del suo rango di nobile, avrebbe tranquillamente potuto impedire quella folle carneficina, salvando sia il proprio figlio che gli altri tre suoi amici. Cosa poteva avere spinto un padre come lui ad agire in quel modo, mandando a morte certa il sangue del suo sangue?

Chi era Francesco Brunon-Pietra

Il nome di questo conte era già conosciuto in città per una serie di scandali di cui si era macchiato in passato. Noto per la sua ostentata galanteria verso le donne, era stato a lungo chiacchierato, soprattutto per la sua vita disordinata e da elemento ribelle. Già in gioventù aveva dato fondo all’intero patrimonio dei suoi (ammontante, a quanto pare, a qualche milione di lire milanesi, davvero una enormità per quei tempi) senza contare poi ad altre quattro eredità collaterali, capitategli, beato lui, fra capo e collo. Fu allora che, ridotto quasi al verde, seppe così bene brigare e comportarsi in casa dei marchesi Incisa, che riuscì ad abbindolare e circuire una graziosa e virtuosissima fanciulla (naturalmente ricchissima di suo per una eredità legatale da un suo padrino) da farla invaghire perdutamente di lui, e a darsi a lui come sposa. Da questo matrimonio nacquero, ne’ primi due anni, un figlio maschio, Giovanni, e una femmina, Paola. Queste creature non conobbero praticamente mai la loro madre, che vittima delle furibonde liti, soprattutto a causa dell’infedeltà del marito, morì tre mesi dopo il secondo parto.

Pare che causa di tutte le liti, fosse la scandalosa tresca del marito con una giovane vedova, una tal contessa Ferri, nata Alfieri. Non era ancora per lui trascorso il tempo canonico del lutto vedovile, che i due si sposarono subito e da quell’unione ebbero un figlio. Mentre il primogenito e la fanciulla di primo letto, eredi della ricchezza materna, erano ancora presso i nonni, accuditi dalle nutrici, il figlio di secondo letto cresceva in casa con i genitori. La nuova moglie del conte, di carattere decisamente più forte del suo, aveva preso il sopravvento sul marito, facendo di lui, il suo zimbello. Comportandosi da autentica “matrigna” nei confronti dei figli di primo letto del marito, riuscì a fare in modo che lui pian piano, non solo si allontanasse da loro, ma finisse col sentire addirittura avversione nei loro confronti, per le “quotidiane seccature” che, quelle due innocenti creature, gli arrecavano. Naturalmente lei giostrò le cose in modo da fargli amare,unicamente l’unico figlio avuto con lei. Come i due maggiori arrivarono all’adolescenza, ci doveva pur essere un modo per liberarsi di loro, in maniera lecita ovviamente, recuperando anche l’eredità materna spettante ai ragazzi. Giovanni, inconsciamente, aveva dato loro una mano davvero insperata, con quella bravata al nano del senatore Goldoni. Cosa di meglio per il padre se non approfittare dell’occasione per fare eliminare lecitamente dal boia quel figlio scomodo, sulla base di quella provvidenziale sentenza del Senato? Morto lui, i due terzi delle sostanze che gli aveva lasciato la marchesa Incisa, sarebbero finiti al padre Francesco e quindi a lei. Ma quei due terzi non bastavano alla sua seconda moglie. La sua avidità mascherata da un affetto smodato per il proprio figlio, l’aveva indotta a ritenere che anche quella rimanente terza parte, attualmente di Paola, dovesse essere sua, o meglio spettasse a suo figlio, quasi gli fosse stata rubata dalla sorella. Ma il recupero anche di quel terzo di eredità spettante alla secondogenita, ora sarebbe stato semplice. Bastava riuscisse a convincere il marito conte Francesco che era ora di collocarla in clausura in quel convento di Santa Radegonda. Naturalmente non importava minimamente che la ragazza avesse mai dato segno di vocazione alla vita claustrale. L’importante era che sparisse pure lei come il fratello infelice, e che, una volta in convento, dopo il noviziato, prendendo i voti, vi rimanesse professa per sempre. Solo allora Paola sarebbe stata costretta a rinunciare all’eredità di sua madre e finalmente la matrigna avrebbe avuto pace.

Secondo fatto di cronaca

Non doveva avere più di tredici anni la ricca e bella contessina Paola Pietra, quando, accompagnata dal padre, finì riluttante col varcare, la soglia di quel convento per iniziare il suo tristissimo educandato. Per sua fortuna, non era l’unica, senza la minima vocazione, costretta, per compiacere ad altri, a vivere chiusa lì dentro. Tante altre sventurate come lei, avevano trovato ospitalità fra quelle mura. Era questa la prassi corrente all’epoca per liberarsi delle figlie ingombranti. “Per proteggerle dalle insidie del mondo”, si diceva a mo’ di giustificazione per lavarsi la coscienza da sensi di colpa. In realtà, diversamente, per liberarsi della figlia femmina facendola sposare, c’era il rischio di dilapidare il proprio patrimonio essendo normalmente i genitori costretti a pagare per lei, una cospicua dote.

La regola di clausura (dal latino claudere, “chiudere”) è la regola che disciplina l’ingresso e l’uscita per alcuni ordini religiosi. Per gli uomini la clausura è passiva, ossia non consente l’ingresso delle donne. Per le donne, invece, è attiva e passiva, vale a dire che è proibito sia l’ingresso in monastero degli esterni, sia l’uscita delle monache. Tuttavia il vescovo diocesano può, in caso di necessità, permettere che le monache escano dalla clausura per il tempo strettamente necessario. [rif. Wikipedia][

Come immaginabile, fu durissimo il suo periodo di educandato. Di temperamento rancoroso, chiusa in se stessa, si era creata la più che giustificabile convinzione che il mondo le fosse assolutamente contrario, fantasticando ritorsioni e covando oscure vendette contro i suoi, che, a questo punto, non poteva che odiare. Un senso di spontanea ribellione che aveva difficoltà a reprimere. Per sopravvivere in quell’ambiente, e trovare qualcosa da fare, che non fosse unicamente la preghiera, su suggerimento della sua maestra professa suor Rosalba Guenzani, scoprì dapprima nel coro, e quindi nel canto da solista, non solo un’occupazione che contribuiva a distoglierla dai brutti pensieri, ma soprattutto un talento da contralto che non sapeva proprio di avere. Si esercitava nel canto di vari madrigali sotto la guida di suor Rosalba che l’accompagnava al violoncello.Per la cronaca, il monastero di Santa Radegonda (che allora si trovava esattamente sul terreno ove oggi ci sono la Rinascente e il cinema multisala Odeon), era conosciuto in tutta Milano proprio per il coro delle monache e per la bellissima voce da soprano di suor Rosalba Guenzani che accompagnava, suonando pure l’organo, tutte le funzioni solenni officiate dal preposto, nella chiesetta del convento. In quelle occasioni, la chiesa era sempre stracolma, non tanto di fedeli quanto di estimatori, che venivano ad ascoltare lì, a due passi dal Duomo, la buona musica. (Ndr. – Teniamo presente che allora, la Scala non esisteva ancora).

Ndr. – Da ricerche da me effettuate, gli anni di riferimento di questa vicenda, dovrebbero essere il 1726 – 1727, perché tracce di questo fatto singolare si trovano, per rilevanza, anche nella cronologia della Storia di Milano. Non lo faccio per inutile pignoleria, ma solo per collocare la vicenda nel contesto storico del momento. A parte il Rovani che parla anche di questo fatto, nel suo romanzo “Cento anni”, diversi altri si sono interessati a questa storia che ha fatto scalpore. Recentemente, nel 2010, anche Marta Morazzoni, nel suo bellissimo libro “la nota segreta”, ripropone il medesimo argomento. Per esigenze del suo romanzo, lei pone questi fatti dieci anni più tardi (1736 – 1737), citando la morte appena avvenuta, del giovanissimo Giovanni Battista Pergolesi (26 anni appena) autore dello Stabat Mater, cui fa successivamente riferimento, preghiera liturgica questa, che la tradizione vuole sia stata completata proprio il 17 marzo di quell’anno, lo stesso giorno della sua prematura dipartita. Comunque sia, indipendentemente dalla presentazione più o meno romanzata nei vari testi, il minimo comune denominatore di questa vicenda, è rigorosamente uguale per tutti.

Finiti gli anni di educandato, pare che Paola per pochi giorni tornò a casa. Dimostrandole chiaramente che non sarebbe stata gradita la sua presenza in famiglia, il padre cercò in ogni modo di convincerla che la cosa migliore per lei sarebbe stata quella di prendere i voti. Tanto brigò che alla fine, con le buone o con le cattive, ci riuscì. E fu così che, temendo violenza, obbligata a ritornare in convento, dopo un anno di noviziato, donna Paola Pietra, si sentì obbligata a professarsi monaca in Santa Radegonda. Ma, riferisce nella sua succinta relazione il frate di S. Ambrogio ad Nemus, che aveva officiato la cerimonia di monacazione: “In quello stesso momento in cui la fanciulla non da un solo timore riverenziale, ma da una manifesta violenza, fu costretta fare nel suddetto monastero la solenne professione de’ voti, protestò nell’interno del suo animo a Dio di non concorrere colla volontà ad un atto, a cui era trascinata dall’altrui volere. … paga d’aver di ciò chiamato Dio stesso in testimonio, si persuase di poter conservare intera quella libertà che Dio stesso le avea data”.

grata di clausura

Pur essendo in clausura, le suore benedettine avevano, di tanto in tanto, qualche minimo rapporto col mondo esterno. Il maestro Prediani, bolognese, per esempio, insegnando musica ai rampolli delle famiglie nobili della città, ed essendo informato in anteprima delle pubblicazione delle partiture di vari salmi, preghiere e madrigali, forniva spesso copia delle stesse a suor Rosalba e suor Teresa (“al secolo” Paola Pietra), quando riteneva potessero essere di loro interesse. Era così che era capitata loro fra le mani l’Ave Maris Stella di Leo per soprano e contralto, di recentissima uscita, partitura che ebbero modo e tempo di studiare e preparare adeguatamente. Fecero una prima esibizione nel novembre di quell’anno, ripetendo in via straordinaria, l’Ave Maris Stella durante la messa solenne per la festività dell’Immacolata (8 dicembre) riscuotendo, in entrambi le occasioni, enorme successo.

Tra la folla presente alla funzione, c’era tanta gente sicuramente più attirata dall’arte, che non dalla devozione. Fra questi, c’era un diplomatico londinese, tale John Durant Breval, (lord Crall per il Rovani) in missione a Milano, pare, presso l’Arciduca d’Austria. Costui discendeva da una famiglia protestante di rifugiati francesi. Poco più che quarantenne, sveglio, brillante, sposato, padre di due figli, essendo anglicano, non aveva alcun motivo per andare nella chiesa cattolica di Santa Radegonda, se non quello suggeritogli da qualcuno, di ascoltare della buona musica e quel coro che tutti dicevano essere davvero speciale.

Ndr. – l’anglicanesimo è una confessione che si pone a metà strada tra il cristianesimo cattolico e quello protestante, e che ebbe origine nel XVI secolo con la separazione della Chiesa d’Inghilterra dalla Chiesa cattolica durante il regno di Enrico VIII.

Lui, sentiti i vari brani, si entusiasmò restando in particolare affascinato dalla voce della contralto. Chiese in giro chi fosse la monaca che cantava con voce così soave, dietro la grata. Gli raccontarono dapprima la terribile storia che aveva coinvolto il fratello di lei, quindi di come suor Teresa fosse stata costretta dal padre, a prendere i voti senza avere la minima vocazione. Tanto si interessò a lei che, preso da un sentimento di pietà per tanta sventura, pur non conoscendola minimamente, si offrì di liberarla da quella assurda prigione e di farla sua sposa. Lo fece in perfetta buona fede: essendo lui già sposato, non intendeva diventare bigamo, ma tornato in patria, avrebbe avviato le pratiche per il divorzio da sua moglie. All’epoca, Paola ormai diciannovenne, venuta a conoscenza che qualcuno aveva chiesto di lei ed era rimasto colpito dalla sua splendida voce, non ne rimase insensibile, ma soprattutto risvegliò in lei quella assoluta mancanza di vocazione per la vita che le aveva obbligatoriamente imposto suo padre.

La fuga dal monastero

Con la sottile complicità di suor Rosalba all’interno, e naturalmente con l’aiuto del diplomatico inglese all’esterno del convento, suor Teresa riuscì a fuggire dal monastero pochi giorni dopo le celebrazioni per la festività dell’Assunzione di Maria. La data riportata dalle cronache indica nel 22 agosto 1727, il giorno della fuga della monaca da Santa Radegonda. Era un venerdì! All’ora convenuta, John Breval si trovò, con altri, ben armato alla porta del monastero, ed una carrozza preparata in attesa vicino alla chiesa di S. Paolo; prima di uscire dal monastero, Paola abbandonò in fretta e furia, l’abito religioso, facendo comparire sotto la tonaca, un abito da uomo che furtivamente aveva indossato nella sua cella. Dopo aver fatto al suo salvatore, alla presenza di testimoni, giuramento di fedeltà e di matrimonio, dichiarazione scritta che lui le aveva già fatto pervenire qualche ora prima, lasciarono rapidamente la città.

Questo è quanto riportato sull’argomento nella cronologia della “Storia di Milano”:

172722 agostoSuor Teresa, al secolo Paola Pietra, fugge vestita da uomo dal monastero di S. Radegonda. Si rifugia in Inghilterra assieme al suo futuro marito John Durant Breval. E’ uno scandalo che ha risonanza europea. Molte pubblicazioni chiamano il marito inglese “lord Crall”, seguendo la tradizione creata dal Rovani nel suo romanzo. E’ un caso curioso in cui la letteratura è riuscita a riscrivere la storia.

Nonostante il tentativo di tenere il più possibile nascosta la cosa, la notizia della fuga della monaca dal monastero fece ovviamente scalpore a Milano, anche perché fra gli intenditori, era stata notata la sua assenza visto che suor Teresa era molto conosciuta ed apprezzata per la sua splendida voce da contralto. Nonostante le ricerche a largo raggio, per sua fortuna, non riuscirono più a trovarla.

Naturalmente il padre di Paola, venuto a conoscenza della cosa, non ne fu entusiasta, anche perché dall’ultima volta che aveva affidato la figlia alla badessa del convento per farle prendere i voti, su di lei, pensava di aver messo definitivamente la parola “fine”, parola che non avrebbe più dovuto conoscere “ritorno”. Da quel momento, con suo grande sollievo, per lui era morta, come se le avesse fatto una sorta di funerale in contumacia. Ora, con la notizia di quella incredibile fuga, il fantasma della figlia “defunta” era riapparso all’improvviso a turbare i suoi pensieri e le sue notti!

Oltre confine, per mare fino a Londra

Erano scappati entrambi, oltre confine, a Venezia, lei travestita sempre da uomo: rimasero lì, nascosti, per qualche tempo. Ma le spie ci sono ovunque, le voci corrono … l’eco della notizia della fuga dal monastero di Santa Radegonda di Milano di quella suora dall’ugola d’oro, era giunto fino in laguna. Anche Venezia stava cominciando a diventare pericolosa per Paola. Lui, temendo che le autorità ecclesiastiche locali potessero arrivare a loro e quindi arrestarla, brigò per imbarcarla subito su un vascello inglese alla fonda in laguna, in partenza l’indomani per l’Inghilterra. Lui, per evitare di dare adito a chiacchiere, facendo la traversata con lei, avrebbe preso un vascello successivo o sarebbe arrivato in Francia via terra, per poi attraversare la Manica con il primo mezzo disponibile.

Dopo varie peripezie di viaggio, dove rischiò di essere scoperta, Paola, sempre nascosta a bordo e travestita da mozzo, riuscì fortunosamente ad arrivare a Londra, dove era attesa dalle sorelle che John Durant Breval aveva provveduto ad informare, con lettera, del suo arrivo. Lui, come promesso, arrivò qualche giorno dopo, da solo, con un altro vascello.

La difficile strada per rispettare il giuramento

Finalmente ritrovatisi a Londra, fra i due sbocciò effettivamente l’amore. Come da giuramento fatto davanti alla porta del monastero di Santa Radegonda, iniziarono subito ad avviare le pratiche per potersi sposare. Ovviamente gli impedimenti furono numerosi per entrambi: lei, perchè cattolica ed ancora suora; lui, perchè anglicano e già sposato per conto suo.

La potenza dell’amore

Per quanto riguarda la religione, Paola rifiutò decisamente la richiesta di abbracciare la fede anglicana, richiesta fattale dapprima dall’arcivescovo di Canterbury e poi addirittura dallo stesso re Giorgio II (in qualità di capo della Chiesa Anglicana). L’altro grosso problema da risolvere per lei, era quello del ritorno allo stato laicale, annullando quindi il voto della sua monacazione. Per poter tornare allo stato laicale e quindi effettivamente sposare quell’uomo, avrebbe dovuto chiedere la dispensa al Papa Benedetto XIII. Fece richiesta al Sant’Uffizio di annullare i suoi voti religiosi perché presi sotto minaccia e coercizione, ma dopo lunga attesa, non ebbe alcuna risposta. Quella dispensa per lei era fondamentale per poter essere libera di muoversi senza la perenne paura di essere catturata e riportata d’autorità nuovamente in convento a fare penitenza per il resto della sua vita. Fu costretta qualche anno dopo, ad andare personalmente a Roma per chiedere la dispensa al nuovo Papa Clemente XII, affrontando il relativo processo e rischiando di essere presa. Vinse la sua battaglia e il Papa la liberò da ogni vincolo precedentemente assunto. John Breval, nel frattempo, riuscì ad ottenere dal canto suo, il divorzio dalla moglie e si convertì al cattolicesimo. Così finalmente i due poterono coronare il loro sogno d’amore.

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