L’Accademia dei Pugni

Bisogna indubbiamente riconoscere che per inventarsi un nome simile, “Accademia dei Pugni“, si deve essere dotati di una fertile fantasia! Dote questa, che ai fratelli Pietro ed Alessandro Verri, non mancava di certo.

Accademia dei Pugni

Il nome Accademia, già usato fin dal XV secolo, era un po’ il retaggio di un termine dal significato elitario, in netta contraddizione con i Pugni, termine questo che poteva essere interpretato da un lato come scontro generazionale col tipo di società che proprio loro stessi rappresentavano, dall’altro come vivace scambio d’idee su argomenti d’interesse comune. L’avevano inventato, per definire il luogo di ritrovo con i loro amici. Erano tutti figli di nobili o di aristocratici, la cosiddetta “buona società” : uno sparuto numero di giovani intellettuali, quasi tutti venticinquenni (eccezion fatta per il giovanissimo Alessandro che nel 1761, anno di fondazione dell’Accademia, ne aveva solo venti e il fratello Pietro, che ne aveva invece trentatre). Desiderosi tutti di vivere in un mondo migliore e più giusto, arrabbiati e scontenti della situazione attuale, irruenti un po’ come tutti i giovani della loro età, erano decisi a cambiare la società del loro tempo.

Il “ring”

Siamo nella seconda metà del XVIII secolo (1761 per la precisione). Il ‘ring della singolar tenzone‘ era l’elegante salotto di casa dei conti Verri, “la stanza dalla stufa bianca” in Contrada del Monte di Santa Teresa (la futura via Montenapoleone)! Tutti, di formazione culturale elevata, discutevano fra loro degli argomenti più vari. Trattandosi spesso di cose su cui non tutti necessariamente concordavano, poteva capitare che certe discussioni finissero con l’essere un po’ più accese di altre, dato che, comunque, ognuno era libero di esprimere il proprio punto di vista. Di qui il nome, ideato dai padroni di casa, per alludere scherzosamente all’animosità polemica e tempestosa con la quale, a volte, ci si scambiavano le idee. L’animosità era l’espressione di contrasti non solo di tipo politico ed ideologico, ma anche di tipo metodologico, religioso e sociologico. Il fine di queste chiacchierate, era quello di trovare un sistema pacifista, per sostituire quello del violento dispotismo.

L’Accademia dei Pugni (Casa Verri)

Chi erano i “pugili”

Sembra che facessero parte di questa Accademia o Società dei Pugni, una quindicina di amici in tutto! Non tutti vi aderirono subito: chi vi partecipò come “fondatore” sin dall’inizio, e chi vi subentrò successivamente. Trattandosi di una istituzione puramente culturale, frequentarono quel salotto i principali illuministi lombardi dell’epoca, quali Cesare Beccaria, Luigi Porro Lambertenghi, Gianbattista Biffi, Gian Rinaldo Carli, Sebastiano Franci, Antonio Menafoglio, Pietro Secchi, Giuseppe Visconti, Giuseppe Colpani, François Baillou, Ruggero Boscovich,  l’abate Alfonso Longo e il barnabita Paolo Frisi, oltre naturalmente i due padroni di casa Pietro ed Alessandro Verri. Cosa li univa? Il comune atteggiamento, per definizione polemico, antiretorico, antitradizionalista, ed i medesimi interessi verso tutti gli aspetti della cultura italiana ed europea in generale.

Gli illuministi dell’Accademia del Pugni – 1762 (opera di Antonio Perego) – Collezione Sormani Andreani

Il quadro, opera del pittore Antonio Perego, mostra gli otto del drappello d’avanguardia degli Illuministi lombardi, durante una delle loro solite sedute di lavoro e svago presso l’Accademia dei Pugni. E’  questa, la famosa “stanza dalla stufa bianca” della lussuosa dimora cittadina dei conti Verri. Partendo da sinistra, abbigliati con parrucca, secondo la moda del tempo, si notano l’abate Alfonso Longo che figura di spalle perchè il pittore non l’ha mai conosciuto, Alessandro Verri , intento a scrivere l’opera “Saggio sulla storia d’Italia” , e Cesare Beccaria mentre sta leggendo; alle spalle dei due, in piedi, è il cremonese Giambattista Biffi; al tavolino di destra, intenti a giocare a tric-trac, sono Luigi Lambertenghi e Pietro Verri, mentre alle loro spalle, Giuseppe Visconti di Saliceto, il “peripatetico”, sta leggendo un libro, passeggiando avanti e indietro.

Cauta apertura dei governanti austriaci a queste iniziative

L’attività degli illuministi milanesi fu favorita dall’atteggiamento di cauta apertura alle nuove idee assunto dalla monarchia austriaca (di cui la Lombardia faceva parte dal 1706) nella persona dell’imperatrice Maria Teresa e di suo figlio Giuseppe II. I due sovrani, pur senza mettere in discussione i princìpi del potere assoluto, appoggiarono una politica di riforme e di modernizzazione, intervenendo nel campo della giustizia fiscale, dell’economia, della giustizia e contrastando l’influenza clericale, soprattutto quella dei Gesuiti, sulla pubblica amministrazione.

Ma cos’è l’illuminismo?

Il termine “illuminismo” deriva da “lume”: il lume infatti, ha lo scopo di illuminare le menti e il mondo, attraverso la ragione, per allontanare le tenebre della superstizione e dell’ignoranza .

Quindi l’ illuminismo, cioè “l’età dei lumi”, è l’etichetta con cui questi pensatori, vollero identificare il loro tempo.

Sostenere il valore dell’intelligenza umana significava non obbedire più ad alcun dogma religioso, culturale o politico, ma mettere al primo posto l’affermazione di libertà della ragione umana.

Dove nacque l’illuminismo?

Il movimento illuminista, filosofico e non solo, si sviluppò nel corso del  XVIII secolo, inizialmente in Inghilterra, dilagando quindi in Francia. Da lì. poi, gli scritti e le opere dei vari pensatori, si diffusero in tutta Europa, e naturalmente anche da noi in Italia, alimentando, soprattutto fra i giovani aristocratici, il dibattito e la crescita del movimento.

Dopo secoli di oscurantismo e di “buio”, per usare la loro stessa terminologia, il “lume”, cioè la “ragione” aveva finalmente cominciato a trionfare, portando la luce dove prima c’era il buio assoluto. E ovviamente, la natura del movimento si “giocava” proprio sul significato che si intendeva attribuire alle parole “luce” e “tenebre”.

Che cosa si propose l’illuminismo?

Fin dagli inizi, la missione fondamentale degli illuministi fu quella di migliorare il mondo. Analizzando la situazione, sia a livello politico che intellettuale, c’erano tantissime cose che non andavano o che non funzionavano a dovere. Ci doveva essere sicuramente la soluzione per poter avere una maggior giustizia ed equilibrio nella società, essendo loro convinzione che le storture e le ingiustizie, fossero dovute allo scarso uso della ragione.

L’età dell’illuminismo segnò la fine della figura dell’intellettuale cortigiano, dipendente dalla nobiltà e al suo servizio. In antitesi col modo di pensare dei loro padri, alcuni intellettuali, elementi della classe aristocratica, seguendo le correnti di pensiero d’Oltralpe, divennero paladini delle esigenze della classe borghese emergente.
Volendo suggerire soluzioni più razionali rispetto al passato, si proposero il compito di porsi come legislatori della società, capaci di intervenire in qualunque campo, mirando a diffondere cultura, non ai soliti pochi eletti, ma alla gente comune, attraverso giornali e riviste culturali comprensibili, cioè alla portata di tutti, allo scopo di creare, anche fra i ceti meno acculturati, un’opinione pubblica informata.

“Il Caffè” strumento di comunicazione

L’illuminismo lombardo manifestò la sua “vocazione riformatrice” nell’attività del gruppo di intellettuali che, con l’intenzione di diffondere conoscenza, produssero la rivista letteraria “Il Caffè”.

Perché poi questo nome?

Notoriamente il caffè è una bevanda ….

Già conosciuto nei paesi arabi fin dal 1400, oltre che ad essere considerato medicina, era già ai tempi, occasione di incontri sociali. Era chiamato “la bevanda del diavolo” per il suo effetto eccitante sull’organismo e, fu proprio per questo motivo, che diversi governanti del tempo, cercarono di bloccarne l’uso. Nonostante questo, il caffè si diffuse sempre di più, sia in ambito privato che pubblico, fino a giungere in Occidente, tramite i turchi, nella seconda metà del 1600. Qui in Italia, la diffusione cominciò da Venezia alla fine del 1600 e, poiché il suo sapore era simile alla cicoria, era catalogato come medicinale e venduto esclusivamente in farmacia. Passarono anni prima che si creassero le note botteghe del caffè e che la cosa venisse ‘esportata’ all’estero, cioè a Milano.  Proprio grazie alle botteghe, il caffè assunse l’importanza sociale che oggi gli viene attribuita in Italia: una bevanda simbolo di chiacchiere tra amici e parenti, occasione di scambio di idee e di momenti di spensieratezza. 

Nota : Il caffè è diventato così importante qui in l’Italia che, nel 1999. venne istituita a Trieste la prima università del caffè, rendendo quindi il capoluogo giuliano, la “città del caffè”. Questo istituto aveva lo scopo di divulgare la tradizione e la qualità del prodotto.

“Ragionando” quindi, il nome non è del tutto casuale!

  • Il caffè inteso come bevanda, viene visto come motivo d’intervallo, qualche minuto di stacco dall’attività che si sta svolgendo.
  • Il Caffè inteso come luogo, favorisce nuove forme di socialità dovute all’incontro più o meno casuale fra gente di ceti diversi. E’ un luogo ove, essendo possibile sfogliare la rivista, ognuno è libero di esprimere la propria opinione sugli argomenti letti, senza necessariamente essere un letterato.
  • Il Caffè” inteso come rivista, propone, mediante i suoi articoli su temi diversi, nuovi argomenti di discussione, divenendo così un nuovo mezzo di comunicazione e diffusione della cultura.

In quest’ottica, risulta naturale chiamare metaforicamente “Il Caffè“, la rivista letteraria espressione dell’Accademia dei Pugni, voluta e finanziata dal conte Pietro Verri.

Pietro Verri (1728 – 1797)

L’idea, a dire il vero, non prese corpo immediatamente. ma solo alcuni anni dopo la fondazione dell’Accademia. Comunque non fu solo volontà sua, bensì condivisa dall’intero gruppo, animato da spirito ambizioso e moderno. Attorno a sé, la rivista riuscì quindi a raccogliere le firme più prestigiose del momento: da Alessandro Verri (fratello di Pietro), a Cesare Beccaria, Pietro Secchi e Paolo Frisi. Erano naturalmente affiatatissimi fra loro, sia per via delle amicizie consolidate nel corso degli anni, sia per la comune, quotidiana frequentazione del salotto culturale.

Era una rivista letteraria illuminista, che prevedeva l’uscita di un numero ogni dieci giorni, edito fra il 1 giugno 1764, e il 20 maggio 1766. Nacque a Milano, dalla penna di Pietro Verri che intese trasferire in quel periodico, lo spirito dell’illuminismo europeo e della nuova “Encyclopédie ou Dictionnaire raisonné des sciences, des arts et des métiers” , compendio universale del sapere, proprio allora in corso di pubblicazione. Lui intratteneva infatti rapporti epistolari con alcuni enciclopedisti francesi, tra i quali Diderot e d’Holbach, ed ebbe modo di conoscere il filosofo D’Alambert, venuto a Milano proprio per entrare in contatto con gli illuministi del circolo de “Il Caffè”. A fianco della carriera intellettuale, sviluppò anche quella politica fino ad entrare a far parte del Supremo Consiglio dell’Economia, a capo del quale c’era Gian Rinaldo Carli, altro collaboratore di spicco del periodico.

Essendo la rivista scritta da intellettuali di alto profilo, i suoi articoli erano spesso riflessioni teoriche e descrizioni di esperienze pratiche, maturate in ambiti diversi. Per sfuggire ai rigori della censura asburgica, ilCaffè” non veniva stampato a Milano, ma a Brescia, allora territorio sotto la giurisdizione della Serenissima Repubblica di Venezia (non sotto dominio austriaco). Tutti i 74 numeri della rivista dati alle stampe, furono poi rilegati in due volumi, corrispondenti alle due annate di pubblicazione, per un totale di 118 articoli. Di questi ultimi, ben 53 contributi furono a firma di Pietro Verri, 31 del fratello Alessandro e 7 dell’amico Cesare Beccaria.

Il “Caffè” uscì col formato di un unico “foglio” piegato in quattro, con stampa fronte e retro, cioè 8 pagine in tutto, su due colonne. Il titolo del giornale serviva a presentare la rivista come una raccolta delle discussioni che si tenevano in un caffè, reale ed immaginario al tempo stesso, luogo ideale d’incontro per scambio di idee dibattendo di argomenti sociali. Si spaziava dall’economia all’agricoltura, dalla medicina alla politica.

Approccio nuovo col pubblico

Mentre la “Gazzetta Veneta” del conte Gasparo Gozzi, pubblicata a Venezia. si presentava come un qualsiasi notiziario di compravendite o come semplice elenco di notizie di cronaca nera in cui, per attirare il pubblico, acquistavano rilievo eccezionale, fatti assolutamente banali, il “Caffè” dei conti Verri, aveva un approccio nuovo con il lettore, direi quasi colloquiale. Sia il titolo, sia l’impostazione del periodico erano nuovi nella tradizione italiana e prendevano ad esempio i periodici inglesi di Addison e di Steele, come The Spectator (“Lo spettatore”) o The Tatler (“Il chiacchierone”) al fine di presentare la rivista come una raccolta di discussioni.  Fingeva di riportare i discorsi scambiati, fra un sorso e l’altro di una buona tazzina di “vero caffè”, dagli avventori di una ‘bottega di caffè’, aperta a Milano e gestita da tal Demetrio, saggio e affidabile padrone di casa di origine greca. 

[Ndr. – La rivista  nacque nel periodo in cui le ‘botteghe di caffè’ si stavano diffondendo rapidamente, particolarmente in Inghilterra, in seguito alla forte richiesta della bevanda. che. si diceva, avesse particolari proprietà e grandi virtù salutari.
Il Caffè era stato recentemente importato dal medio-oriente grazie ai mercanti arabi e veniva considerato una sorta di droga, capace di “risvegliare” le virtù dell’uomo]

. La grande novità della rivista, era che i suoi redattori aprivano le pagine de “Il Caffè” ad interessi e a temi, che mai prima si erano visti affiancati l’uno all’altro.

Partecipazione attiva e passiva

La caffetteria diventò quindi un luogo di incontro e di discussione fra ceti, esperienze e culture diverse, una specie di luogo reale o immaginario, dove la rivista forniva, tramite la pluralità degli argomenti trattati, gli spunti per intavolare un discorso. Si potevano creare condizioni di partecipazione passiva e attiva nello stesso tempo. Passiva era naturalmente la lettura degli articoli, attiva, lo scambio di opinioni che s’innescava di conseguenza. Non era necessario essere in possesso di un titolo accademico per intervenire nel discorso ed esprimere le proprie considerazioni.

Il Caffè” di Pietro Verri acquisì, in breve tempo, le sembianze di un foglio periodico all’avanguardia, volto a collocarsi in una posizione dominante nel momento riformistico italiano di allora. Gli argomenti proposti di volta in volta dai fondatori della rivista, interessavano la media borghesia. Da qui, naturalmente, il grande successo dell’iniziativa. Anche se i redattori della rivista provenivano dall’aristocrazia, le classi emergenti li ‘sentivano’ come portavoce delle loro istanze culturali, sociali e politiche, che puntavano allo svecchiamento delle istituzioni e alla razionalizzazione dell’apparato statale. La ‘cosa pubblica’ doveva interessare non solo all’aristocrazia, classe dirigente, ma pure al pubblico più modesto. Il ‘sapere’ e la ‘conoscenza’, fino ad allora considerati beni di lusso, stavano diventando beni comunitari, da condividere insieme.

La crescita dell’alfabetizzazione, l’ampliarsi del pubblico e lo sviluppo dell’editoria consentirono agli intellettuali di occupare uno spazio nuovo e in parte autonomo rispetto al potere politico ed economico. L’intellettuale doveva essere capace di intervenire in campi diversi, dall’economia al diritto, dalla storia alla filosofia, con uno stile incisivo, rapido e brillante. Doveva diventare giornalista, cioè autore di brevi trattati, che indicando un problema specifico, doveva suggerire la soluzione più razionale.

Il modello della linea editoriale della testata, anche dal punto di vista stilistico, è intuibile sin dal primo numero della rivista, pubblicato il 1 giugno 1764. E’ una serie di domande e risposte;

«Cos’è questo “Il Caffè’? È un foglio di stampa che si pubblicherà ogni dieci giorni. Cosa conterrà questo foglio di stampa? Cose varie, cose disparatissime, cose inedite, cose fatte da diversi autori, cose tutte dirette alla pubblica utilità. Va bene: ma con quale stile saranno eglino scritti questi fogli? Con ogni stile, che non annoj.
[…]

Qual fine vi ha fatto nascere un tal progetto? Il fine d’una aggradevole occupazione per noi, il fine di far quel bene, che possiamo alla nostra patria, il fine di spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini, divertendoli, come già altrove fecero e Steele, e Swift, e Addison, e Pope, ed altri»

dal 1° numero del “Caffè”

La redazione della rivista era infatti interessata a cogliere ed interpellare nuovi interlocutori, favorendo lo scambio di idee, non più solo fra eruditi e letterati, bensì anche gente comune, piccoli professionisti, artigiani e donne, con cui rivolgersi, senza bisogno di filtri particolari.

Il periodico divenne così iÌ principale strumento di diffusione del pensiero illuminista in Italia. Altro obiettivo della rivista fu quello di portare l’attenzione sui punti nodali della società in vista di una razionalizzazione che, quando attuata, avrebbe significato trasformazione e riforma. Che questa fosse l’autentica vocazione del gruppo del “Caffè”, è dimostrato dal fatto che effettivamente, da lì a pochi anni, allo scioglimento del sodalizio, parecchi degli aderenti al gruppo, si impegnarono proprio nell’amministrazione della cosa pubblica, trovando impieghi di rilievo nell’apparato statale, avendo così modo di mettere le loro competenze al servizio del  riformismo illuminato del governo austriaco.

Dissensi nei confronti della rivista

“Una buffoneria” per Baretti

Il “Caffè”, essendo troppo diverso dagli altri giornali dell’epoca, sia per lo stile che per il suo contenuto, suscitò come prevedibile, vivaci opposizioni da parte degli ambienti più tradizionalisti. Non riuscendo a capire il perchè di tanto successo e invidioso per così tante attestazioni di stima, uno dei più tenaci oppositori dell’Accademia dei Pugni, fu Giuseppe Baretti, linguista, drammaturgo e giornalista di spicco il quale, sferrò violenti e sferzanti attacchi, sia contro i giovani illuministi, audaci innovatori ‘riformisti’, che contro il loro periodico che definì addirittura ‘una buffoneria’. Nonostante queste invettive, non riuscì a scalfire l’incondizionato plauso degli intellettuali d’Europa, nei confronti dell’Accademia dei Pugni e della sua rivista. L’interesse ed il favore nei confronti della pubblicazione furono tali, che all’estero vollero addirittura tradurre e pubblicare per il loro pubblico, diversi degli articoli della rivista di Pietro Verri e compagni.

Feroci le critiche dei puristi dell’Accademia della Crusca

La mancanza di ‘purismo linguistico’, ed i ‘francesismi’, frequentemente usati negli articoli della loro rivista, vennero aspramente criticati da parte dei puristi dell”Accademia della Crusca, troppo rigidamente ancorata agli schemi classici del passato, con l’uso di termini difficili, desueti, spesso incomprensibili ai più.

La risposta di Alessandro Verri alle dure critiche che la Crusca mosse alla rivista, non si fece attendere a lungo. Un suo articolo apparso su “Il Caffè”, dal titolo “Rinunzia avanti notaio al Vocabolario della Crusca”, già abbondantemente significativo, fece enorme scalpore. Fu un magistrale attacco frontale al classicismo e al purismo linguistico preteso dall’Accademia della Crusca: giustificava in 7 punti inoppugnabili, la libertà di ‘conio’ di nuovi termini ‘presi anche in prestito dall’estero’, per sopperire alle mancanze di un modello di lingua ormai del tutto superato e inutilizzabile in letteratura, perchè incapace di stare al passo con i tempi e con le altre lingue europee nella discussione filosofica. Una lingua, alla quale gli intellettuali de “Il Caffè”, con un ironico quanto formale atto notarile, decisero di rinunciare.

Secondo il principio illuministico dell’Accademia dei Pugni, “sono le parole che servono alle idee e non viceversa“. Le idee sono la cosa essenziale: il fatto che poi, per essere chiare e comprensibili a tutti, si esprimano con parole imperfette o senza radice classica, non ha alcuna importanza.

Il trattato Dei delitti e delle pene”

In casa dei conti Verri, sede della redazione de “Il Caffè”, fra le tante discussioni, era emerso, prendendo spunto dalla cronaca quotidiana, l’annoso problema dello stato deplorevole della giustizia penale. Il marchese Cesare Beccaria, che partecipava a queste discussioni, era di carattere piuttosto chiuso, difficile ed introverso. Scrisse lo stesso Pietro Verri, a proposito di lui: “Beccaria si annoiava e annoiava gli altri. Per disperazione mi chiese un tema, io gli suggerii questo, conoscendo che, per un uomo eloquente e di immagini vivacissime, era adatto appunto“.
Fu così, che prese corpo il “Dei delitti e delle pene”, opera di tema umanitario. che Cesare Beccaria scrisse, con l’aiuto di Pietro Verri. fra il marzo 1763 e il gennaio 1764 proprio lì, alla Accademia dei Pugni, durante le quotidiane riunioni serali con gli altri amici del gruppo. Questo, è indubbiamente il più importante degli scritti, usciti da quel salotto.

Appena pubblicato, il trattato, comunque, non ebbe vita facile. Il Sant’Uffizio, ad esempio, lo mise subito all’indice, additandolo come testo amorale. Il mondo non era ancora preparato ai cambiamenti traumatici suggeriti nel testo, in merito all’inutilità e alla crudeltà delle torture e della pena capitale per reati non gravissimi.

[Ndr. – Ai tempi dell’Accademia dei Pugni, la pena di morte veniva comminata a Milano per una trentina di reati, incluso il furto e l’ “azione venerea con un’ebrea”]. 

Per il risveglio totale dal lungo letargo in cui Milano era sprofondata, e l’accettazione dei suggerimenti del Beccaria in materia penale, bisognerà attendere l’unità d’Italia, quindi almeno altre due generazioni. Alessandro Manzoni, nipote di Cesare Beccaria, vedrà in tarda età, finalmente ascoltati i suggerimenti del nonno illuminista!

Lo straordinario successo dell’opera, mise l’autore in una situazione difficile, dato il suo carattere schivo e fondamentalmente debole. Gli furono di grande aiuto i fratelli Verri, che intervennero in suo favore, con uno scritto, contro le accuse di offesa alla religione e di mancanza del rispetto nei confronti dell’autorità, rivoltegli dal padre vallombrosano Ferdinando Facchinei, su istigazione del Consiglio dei Dieci a Venezia, naturalmente contrari all’abolizione della tortura e della pena di morte.

La risonanza delle idee espresse in questo testo fu davvero enorme fra gli illuministi, sia in Italia che all’estero. Esaltato a livello europeo dalle più alte personalità del tempo, per le sue teorie assolutamente innovative, Cesare Beccaria venne invitato in Francia, e il suo trattato, fu addirittura commentato da Voltaire.

Ndr. – Nessuna delle pubblicazioni originali di “Dei Delitti e delle Pene” , riporta il nome di Cesare Beccaria! La pubblicazione risulta assolutamente anonima!

Alcuni studiosi ritengono che l’opera sia stata scritta da Pietro Verri e pubblicata anonima a Livorno (per paura di attirare sull’autore i fulmini del governo austriaco), a nome di Beccaria. In una lettera ad amici milanesi, Verri asserisce di aver effettuato la stesura definitiva dell’opera, operando alcune correzioni significative. Si potrebbe quindi ritenere che l’opera sia a quattro mani. [rif. Wikipedia]

 Il trattato “Dei delitti e delle pene” (1764) è considerato l’espressione più originale dell’illuminismo italiano: sviluppa una violenta polemica contro un sistema giudiziario irrazionale; condanna la pena di morte e la tortura, considerati strumenti di uno Stato barbaro, e propone pene meno crudeli; soprattutto teorizza una forma di Stato razionale e laico in cui sia salvaguardata la dignità dell’uomo: “Non vi è libertà ogni qual volta le leggi permettono che in alcuni eventi, l’uomo cessi di essere persona, e diventi cosa”.

Beccaria ricerca, nella pena, il risarcimento che la società richiede a chi le ha provocato un danno attraverso il proprio comportamento.
Di qui scaturì la sua critica radicale e rivoluzionaria  alle crudeli istituzioni dell’epoca, asservite al criterio emotivo di provocare spavento e, dunque, incapaci di far proprio il principio scientifico che insegna a proporzionare la pena al crimine.
L’opposizione alla tortura e alla pena capitale non era dettata da alcun sentimento umanitario, ma da puro calcolo economico di natura utilitaristica.
[ rif. Treccani]

Il viaggio a Parigi

<Cesare Beccaria e Alessandro Verri andarono a Parigi invitati dai colleghi francesi. Il loro viaggio in Francia, fu la consacrazione ufficiale dalla fama acquistata dai redattori de “Il Caffè” e dall’autore di “Dei Delitti e delle Pene”. Al tempo stesso però, quel medesimo viaggio, si risolse in un mezzo disastro a causa del carattere schivo, introverso, scontroso del Beccaria, talvolta pure pauroso delle novità, ma soprattutto roso dalla gelosia nei confronti della giovane moglie Teresa sposata cinque anni prima (vedi nota (*)), con la quale, da un po’ di tempo i rapporti si erano andati raffreddando per il carattere alquanto allegro e leggero della donna, che cominciò a frequentare i salotti milanesi e, forse, anche a tradire l’amore per Cesare.

Il suo improvviso, precipitoso ritorno in Italia, coincise con un raffreddamento dei suoi rapporti anche con l’amico Pietro Verri, a torto o a ragione, da lui accusato di insidiare sua moglie Teresa de Blasio, tenendo fede alle maldicenze ed ai pettegolezzi dell’epoca. Nel frattempo Alessandro, aveva lasciato Parigi, per andare a conoscere gli illuministi londinesi. Fu quindi una donna, la causa dello scioglimento del sodalizio dell’Accademia dei Pugni, che dopo soli cinque anni di esistenza, chiuse definitivamente i battenti, cessando conseguentemente pure la pubblicazione del periodico milanese “Il Caffè”, dopo soli 74 numeri (maggio 1766).  

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Note e curiosità

(*) A proposito della presenza a Parigi di Cesare Beccaria, così aveva scritto nelle sue memorie il letterato francese André Morellet, che avendo tradotto in francese la sua opera, aveva avuto modo di conoscerlo personalmente:

Il Beccaria fu ricevuto con ogni sollecitudine immaginabile in tutte le nostre compagnie… Tosto però avemmo una triste esperienza delle debolezze umane. Il Beccaria erasi strappato dal fianco di una giovane sposa di cui era geloso, sentimento che lo avrebbe condotto a ricalcare le orme ancor fresche tornando da Lione a Milano, se l’amico (Alessandro Verri) non l’avesse con sé strascinato. Finalmente arriva (a Parigi) e non se ne può cavare quattro parole. L’amico suo per contrario, di figura avvenente, d’indole facile e gaia, che pigliava piacere a tutto, in breve raccolse le cure e le finezze di tutti. Questo finì per far girare il capo al povero Beccaria, il quale, dopo aver passato tre settimane o un mese in Parigi, se ne andò soletto. Verso la fine della sua dimora nella nostra città la testa e l’umore erano in lui così alterati, ch’egli restava tutto il giorno confinato in albergo, dove mio fratello ed io ci recavamo per tenergli compagnia e cercare di calmarlo.
[rif. Cesare Beccaria, Biografia – truecheck.it]

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