La Colonna del Verziere

Fra i tanti nomi (cinque per la precisione), che sono stati attribuiti a questa colonna votiva, forse il più azzeccato è proprio questo, Colonna del Verziere (o del Verzée). Tale nome infatti, identifica il posto ove è stata collocata, a memoria dell’antico mercato ortofrutticolo che, per secoli, fino ai primi decenni del Novecento, si teneva regolarmente in quel luogo. Per la cronaca, le altre denominazioni sono Colonna di San Martiniano, Colonna del Redentore, Colonna della Vittoria o Colonna infinita

Siamo in Largo Augusto, alla confluenza di sei vie particolarmente trafficate: da nord via Durini e via Cavallotti, da sud corso di Porta Vittoria e via della Signora, a est via Cesare Battisti e ad ovest via Verziere.

E’ comunque inutile andare a cercarla adesso …. l’hanno sfrattata da qualche anno dal suo posto abituale, in seguito agli scavi eseguiti per i lavori della metropolitana “linea blu”. e attualmente ‘riposa’ in un deposito della M4. Tornerà comunque presto al suo posto, appena completati i lavori del Manufatto Augusto

Ndr. – Il Manufatto Augusto della linea M4, è un’opera posta a metà fra le stazioni di San Babila e Sforza Policlinico, destinata ad ospitare locali tecnici, uscite di sicurezza e accessi di pronto intervento per i Vigili del Fuoco lungo la linea.

La colonna si innalza a mo’ di obelisco, come monumento isolato, presente dal Rinascimento, fino a tutto il Novecento.

La colonna del Verziere in Largo Augusto

É un piccolo pezzo di storia, fra i tanti, che ricorda come ancora oggi, nel capoluogo lombardo, ci siano tracce tangibili di quell’infausto passato. Come tutto in città, anche questa colonna ne ha viste tante … anche lei ha la sua storia da raccontare, storia vissuta che sconfina poi nella leggenda popolare.

Il flagello della peste

In effetti la storia di questa colonna ebbe inizio proprio nel periodo della famigerata pestilenza, che funestò Milano a cavallo fra il 1576 e il 1577, provocando la morte di oltre 18.000 persone solo in città (1/10 della popolazione di allora).
La paura del contagio, in quell’occasione, fu così grande, da indurre Carlo Borromeo (in quel periodo arcivescovo di Milano), a sprangare le chiese e a far costruire nelle piazze, dei piccoli altari provvisori, dove celebrare le funzioni liturgiche che i milanesi, senza uscire da casa, avrebbero potuto seguire dalle finestre delle loro abitazioni.
La cosa fu talmente bene accolta dal popolo, che, passato il flagello, gli altari, anziché essere distrutti, vennero sostituiti, per volontà dell’arcivescovo, da colonne votive di ringraziamento per il pericolo scampato, dedicate ai vari santi e addirittura presidiate dalle cosiddette «Compagnie della croce».

Monumenti questi, tutti di epoca controriformistica, che restarono al loro posto fino a quando, nel 1786, l’imperatore Giuseppe II (figlio di Maria Teresa d’Austria) ordinò all’architetto austriaco Leopoldo Pollack, allievo del Piermarini, di trovare una soluzione per migliorare la viabilità in città. Questi, ritenendo le colonne come inutili ostacoli allo sviluppo urbanistico di Milano, ne decretò la loro quasi totale scomparsa. Sembra che ce ne fossero trentacinque solo in città, e di queste, attualmente, ne sono rimaste non più di una decina, fra cui questa del Verziere.

La colonna dedicata al Redentore

Finita la peste, in osservanza ai voleri dell’arcivescovo, la confraternita della Croce di Porta Tosa, dedicata a san Martiniano, esistente già nel 1579 nella parrocchia di Santo Stefano in Brolo, decise di realizzare una colonna votiva dedicata al Cristo Redentore, nello spiazzo del Verziere (l’attuale Largo Augusto), poco prima del ponte di Porta Tosa sulla Fossa interna del Naviglio.

La zona del Verziere a Milano, fino agli inizi del 1900 – Il cerchio rosso indica la posizione della colonna.

La storia della costruzione di questa colonna, fu decisamente travagliata. Basti pensare che per un’opera che avrebbe potuto essere costruita nel giro di un anno o poco più, ci vollero ben trent’anni dalla data della sua progettazione, a quella dell’inaugurazione della sola colonna (basamento, fusto e capitello). Per veder poi l’opera completa, cioè con la statua alla sommità, ce ne vorranno altri sessanta! Proprio per questo, si prese anche l’appellativo di “Colonna infinita”. Non si può decisamente dire che nacque sotto una buona stella! Ma andiamo con ordine:

1580 – Raccolta fondi

Finita l’epidemia di peste, in ossequio ai desideri dell’arcivescovo, i frati della Confraternita della parrocchia di Santo Stefano iniziarono, nel 1580, a fare una raccolta fondi fra i fedeli, per la costruzione del nuovo monumento. Fra disegno, scelta dei materiali e realizzazione della colonna completa di tutti gli accessori, venne stilato un preventivo globale del costo dell’opera: la colonna in pietra di Baveno e il basamento in marmo dei colli di Verano, compresi gli ornamenti e l’inferriata intorno ad essa, avrebbero comportato una spesa complessiva di oltre 500 scudi d’oro.

1581 – Il disegno

Pare che il disegno del basamento e della colonna, fossero opera di Pellegrino Tibaldo de’ Pellegrini, l’artefice della chiesa dei Gesuiti di piazza San Fedele, l’architetto di fiducia di Carlo Borromeo, il principale interprete della riforma architettonica teorizzata dall’arcivescovo. Fu lui a fornire pure le istruzioni, a chi avrebbe poi realizzato fisicamente l’opera, su come realizzare le fondamenta per l’installazione del basamento della colonna.

CARATTERISTICHE E DIMENSIONI DEL MANUFATTO
> fusto in granito di Montorfano (altezza 11,00 mt)
> statua in arenaria, successivamente in bronzo (altezza 3,50 mt)
> piedistallo e trabeazione in pietra di Viggiù (altezza 3,40 mt)
> zoccolo in granito di Baveno e di Montorfano

> capitello in pietra d’Oira e pietra di Sarnico
> cancellata in ferro battuto

Mentre ai vari fornitori veniva ordinato il marmo ed il granito necessario per la realizzazione del manufatto, i lavori per le sue fondamenta, partirono subito e, a memoria per i posteri, venne inserita una tavoletta in marmo riportante proprio la data “1581“.

Quando nel 1581 la colonna. lungo il Naviglio, giunse faticosamente alla Darsena di Porta Ticinese, ci si accorse con raccapriccio che recava sul fusto un foro ovale. Fu subito tappato in qualche maniera […]. Ancora ai nostri giorni, è possibile vedere nel fusto della storica colonna, un tassello a forma ellittica […].

Pellegrino, 1986.

1583 – Problemi burocratici

I lavori erano già a buon punto, quando nel 1583, l’autorità municipale intervenne per bloccare il tutto. Sembra che durante un controllo, fra i documenti richiesti, mancasse l’autorizzazione ad occupare il suolo pubblico. Allora, non andavano molto per il sottile! Appurato che era stato “infranto il divieto di occupare piazze, strade e qualsivoglia spazio pubblico, senza regolare licenza del Giudice delle Strade”, il Gran Cancelliere di Milano, senatore Danese Figliodoni, ordinò ai soldati l’immediata demolizione di quanto esistente … il piedestallo, la cornice, l’architrave, la base, una parte di colonna già montata, e quant’altro ci fosse in giro nel cantiere. Non bastava questo accanimento …… anche i lavoranti senza né colpa né pena, furono arrestati ed incarcerati, con pesanti accuse. 

Praticamente, demolito tutto, non restava che abbandonare l’impresa o ricominciare daccapo. Naturalmente per prima cosa, la confraternita si premurò a richiedere le autorizzazioni mancanti, riordinando nuovamente, nel frattempo, il materiale andato distrutto dalle autorità.

Intanto, sotto il pontificato di Gregorio XIII, l’arcivescovo Carlo Borromeo, nel novembre del 1584, dopo un precedente tentativo di assassinio, indebolito nel fisico, di ritorno con febbre alta da una visita pastorale sul Lago Maggiore, era morto durante il viaggio di rientro a Milano. Morto anche il papa l’anno successivo, venne eletto al soglio pontificio, Sisto V

1589 – 1603

Raffreddamento rapporti fra Stato e Chiesa

Dopo che nel regno di Francia gli ugonotti ebbero preso il sopravvento sui cattolici, la Spagna intervenne militarmente: Filippo II dislocò sue truppe sul territorio francese poi occupò il Vermandois, parte della Piccardia, Calais ed alcune basi navali. Il pontefice Sisto V prese le parti della Spagna. La partita però si complicò quando il re di Spagna commise l’errore di far assassinare prima il capo della Lega cattolica, Enrico di Guisa (dicembre 1588), poi re Enrico III di Valois (2 agosto 1589). Il pontefice condannò pubblicamente i due assassini e considerò re Filippo II moralmente responsabile: egli dovette comparire, sotto pena di scomunica, davanti al suo tribunale. [rif. Wikipedia]

Il susseguirsi. dopo la morte di Sisto V nel 1590, di altri quattro papi Urbano VII, Gregorio XIV, Innocenzo IX, Clemente VIII fino al 1598, non modificò di molto la politica altalenante della Chiesa nei confronti di Filippo II, re di Spagna. I rapporti ripresero gradualmente quando, morto Filippo II nel 1598, subentrò al trono, il figlio Filippo III.

La situazione politica fra Stato e Chiesa si rifletteva naturalmente pure a Milano negli analoghi rapporti fra i governatori spagnoli e la Chiesa ambrosiana.

Nel 1603, disponendo nuovamente del materiale ordinato, ma non avendo ancora ricevuto l’autorizzazione all’uso del suolo pubblico, la ricostruzione della colonna restò congelata, in attesa di tempi migliori.
I confratelli pertanto “[…] la seppellirono nel luogo medesimo e accanto ad essa le varie parti del piedestallo, cornice, architrave, base e ogni altra pietra, e fecero sospendere a Varano i lavori intorno al capitello appena iniziati” [rif. Ghinzoni, 1887]
La Confraternita rinnovò un’ennesima volta la richiesta di autorizzazione alla edificazione della colonna, questa volta con una supplica al Senato.

1604 – 1610

Solo nel 1604, le autorità e la Confraternita appianarono le loro divergenze: tutti i permessi furono finalmente concessi. I lavori quindi ripresero immediatamente, per essere interrotti nuovamente poco dopo. Non è ben chiaro quali nuovi problemi burocratici si fossero inventati per non far innalzare la povera colonna, ma quando nemmeno il privilegio reale ottenuto nel 1607 fu sufficiente a far ripartire i lavori, allora fu assolutamente chiaro che la colpa di tutti questi divieti era imputabile unicamente al governatore Don Pedro Enríquez d’Azevedo y Toledo, conte di Fuentes, per il quale evidentemente quella colonna “non s’aveva da fare”! [ndr. – di lui, ne parla persino il Manzoni nel primo capitolo dei “Promessi Sposi”].

Quando, nel 1610, morto il conte de Fuentes, Juan Fernández de Velasco diventò il nuovo governatore del Ducato di Milano, non ci furono più intralci di alcun tipo, l’autorizzazione venne data subito e i lavori poterono finalmente ripartire.

1611 – Ripresa lavori e prima inaugurazione

I problemi però non erano ancora finiti! Questa volta non più burocratici ma tecnici. Infatti, all’atto della posa del fusto della colonna, nella delicata fase dell’incastro del perno presente nel basamento nel foro alla base del fusto, quest’ultimo cadde di colpo sul robusto perno della base, danneggiando abbastanza gravemente il piedestallo, cosa questa che comportò ulteriori mesi di lavoro per le riparazioni del caso. l’architetto Aurelio Trezzi fu incaricato della ricostruzione del piedistallo e dell’innalzamento della colonna del Verziere, insieme a Tolomeo Rinaldi  Finalmente, nell’ottobre di quell’anno, venne posato in cima, anche il capitello, fortunosamente ritrovato sotterrato, a quanto pare, nella vigna di un contadino di Carate Brianza.

1630 – Nuova epidemia di peste

C’erano voluti trent’anni per mettere in piedi una colonna! Mancava ancora, in cima, la statua del Cristo Redentore …. Arrivò nel frattempo, la seconda e molto più micidiale epidemia di peste, quella del 1630. così ben documentata dal Manzoni, nei suoi Promessi Sposi, e nel suo saggio la Colonna Infame, epidemia che fece, nella sola Milano, ben 150.000 morti, pari a 1/3 dell’intera popolazione. In quell’occasione, il basamento della colonna, venne utilizzato come altare, per celebrare la Messa.

1673 – Seconda inaugurazione

Per vedere davvero finita l’opera, bisognerà aspettare ancora qualche anno … il 27 agosto 1673, quando il cardinale Alfonso Litta la inaugurò in pompa magna, alla presenza del clero milanese e di tutte le Confraternite della Croce, al cospetto delle autorità civili e di un folto pubblico festante, che aveva addobbato i balconi e le finestre delle case del Verziere con drappi, fiori e candele.

In cima era finalmente stata collocata la statua del Redentore – scultura in arenaria di Giovanni Battista Vismara, eseguita su disegno di Francesco Maria Richini, l’architetto molto noto a Milano per alcune opere significative, come Palazzo Litta in Corso Magenta o il Collegio dei Gesuiti, oggi Pinacoteca di Brera.

Il Redentore misericordioso, aggrappato alla sua croce di ferro, guardava in basso, verso il Verziere, quasi a proteggere quel luogo malfamato, all’epoca così vivace centro di traffici e di mercati, ma pure notoriamente frequentato da streghe, perditempo e piccoli criminali.

1727 – Restauro

Caduto ben presto in degrado, il basamento della colonna venne già restaurato nel 1727, e con l’occasione venne pure eliminata la cancellata in ferro, dando al tutto quel carattere baroccheggiante, che conserva tuttora.

1786 – Rischio abbattimento

La colonna rischiò di fare una pessima ed ingloriosa fine, poco più di un secolo dopo, nel 1786, riuscendo a schivare per miracolo, la selezione delle ‘n’ colonne votive che, per ordine di Giuseppe II imperatore d’Austria, Leopoldo Pollack aveva deciso di far abbattere perché, intralciando la viabilità, erano ritenute assolutamente inutili.

Il Verziere e la colonna con la statua del Redentore in una stampa dell’ Ottocento (Civico Archivio Fotografico, Milano).

1860 – Monumento ai Caduti

Rimasta indenne dalle cannonate degli austriaci durante i moti del 1848, venne restaurata ai primi del 1860 in tempo per essere consacrata, quel 18 marzo, dodicesimo anniversario delle Cinque Giornate, come Colonna della Vittoria. L’anno successivo invece, sempre in occasione dell’anniversario, dei moti del 1848, divenne “monumento ai Caduti delle Cinque Giornate“. Vennero incisi trecentocinquantadue nomi di Caduti sulle tre lapidi in bronzo, poste sul basamento della colonna. Le lapidi in bronzo sono visibili ancora oggi nonostante poi, nel 1895, venisse inaugurato il monumento dedicato proprio alle Cinque Giornate di Giuseppe Grandi, sistemato al centro dell’omonima piazza, alla fine di Corso di Porta Vittoria!

1910 – Il mercato del Verziere, ripreso dalla colonna

1927 – Statua di bronzo

E’ invece del dicembre del 1927 la sostituzione della statua del Cristo Redentore in arenaria in cima alla colonna, con una analoga in bronzo, ottenuta da un calco dell’originale e realizzata dallo Stabilimento Johnson di Milano.

Il mercato del Verziere a fine 800

2017 – Suggestivo e clamoroso ritrovamento

Per permettere la costruzione del cosiddetto Manufatto Augusto della linea M4, recentemente sono stati eseguiti i lavori di rimozione temporanea della Colonna del Verziere. Per eseguire lo smontaggio della colonna senza rovinarla, si è fatto lo studio di come a suo tempo doveva essere stata montata. Procedendo al rovescio, si è quindi cominciato con lo smontare la statua del Redentore, quindi la trabeazione, il capitello, il fusto della colonna e alla fine il basamento. Ed è proprio togliendo il basamento che si è fatta una scoperta assolutamente inattesa: il basamento ingloba una colonna più antica di cui si era persa completamente traccia. Qualche archeologo azzarda l’ipotesi possa trattarsi della “ruvida colonna” ricordata dallo storico Serviliano Latuada.

La colonna più antica di cui non si aveva conoscenza

Potrebbe quindi darsi benissimo che, durante la peste del 1576 e 1577, non esistendo alcuna colonna votiva, fosse proprio questa “ruvida colonna” l’altare provvisorio, dove venivano celebrate le funzioni liturgiche che i milanesi abitanti in quello slargo, seguivano, affacciati alle finestre delle loro case!

La leggenda popolare

Alla Colonna del Verziere è legata una storia che sta tra il miracolo e la leggenda popolare.
Quando il monumento venne inaugurato nel 1673, il Cristo che stava sulla sua sommità, era abbracciato alla croce di ferro e teneva la testa rivolta a sinistra, verso il Verziere e più precisamente verso il vicolo di San Bernardino dei morti. Dopo tre mesi, il colpo di scena: Il Cristo guardava dalla parte opposta, verso via Durini! E qui la ridda di ipotesi … Il popolo cominciò a fantasticare sui motivi della misteriosa inversione. Fu così che, nel tentativo di dare una spiegazione all’improvviso cambio di direzione del volto del Cristo Redentore in cima alla colonna in largo Augusto, nacque la leggenda di Barbarinetta.

Così si chiamava infatti, quella splendida ragazza, sicuramente la più bella di tutto il rione del Verziere, già da tempo, promessa in sposa a una stimata guardia cittadina. Lei abitava con i suoi genitori, in una casa di via Durini, proprio all’angolo con la piazza del Verziere.

Pochi giorni dopo l’inaugurazione della Colonna con la statua del Cristo Redentore, Barbarinetta si era recata a festeggiare il matrimonio di una sua cugina. La sera, rientrando a casa in compagnia del padre, fu rapita da un gruppo di delinquenti della zona, che invaghiti dalla sua bellezza le avevano teso un agguato, per abusare di lei. Ferito e derubato il padre, l’avevano tramortita e trascinata in un cascinale fuori città. Quando la situazione stava per precipitare, un giovane cavaliere si trovò a passare da quelle parti, attirato sia dalle urla della ragazza, che dall’insolito trambusto notturno in quella zona sempre stata tranquilla. Resosi conto di quanto stava per accadere alla fanciulla terrorizzata, fece irruzione nel covo prendendo in contropiede i delinquenti intenti a litigare fra loro su chi doveva appartarsi per primo con la giovane, riuscendo così a farla fuggire. Dire che lei gli fu enormemente grata per il pericolo scampato, è ben poca cosa: visto che il suo salvatore era anche un giovane piacente, dai modi gentili, lei non ebbe alcuna difficoltà ad invaghirsi perdutamente di quel tenebroso cavaliere. Lui era il figlio di una nobile famiglia milanese costretto però a vivere in clandestinità, in quanto ricercato per un grave reato (sembra gli stessi genitori lo avesserodenunciato alle autorità per l’omicidio del fratello, per diverbio su presunte questioni di eredità). Anche lui contraccambiò la simpatia della giovane nei suoi confronti e, abbagliato dalla sua bellezza, si innamorò di lei.

Parlandole della propria situazione, per il timore di perdere il suo amore, pur accennandole al fatto che viveva in clandestinità perché ricercato per un presunto reato, si guardò bene dal dichiararsi colpevole di alcunché. Anzi le promise che presto, tutto si sarebbe risolto, e che lui, appianata ogni cosa, l’avrebbe certamente sposata. Così Barbarinetta, innamorata di lui, abbandonò la sua famiglia e lo seguì nei boschi. La cosa durò poco perché il loro nascondiglio venne ben presto scoperto e i due amanti fuggiaschi furono arrestati. Al processo che ne seguì, il giovane, riconosciuto colpevole del reato ascrittogli, venne condannato a morte (con esecuzione da eseguire entro qualche giorno). La ragazza invece, riconosciuta innocente per non aver fatto assolutamente nulla, venne rimandata a casa sua.

Qualche giorno dopo quella sentenza, come previsto, proprio al Verziere, venne montato il patibolo per eseguire la condanna a morte del giovane.  Dal balcone della casa della ragazza, si potevano vedere benissimo i preparativi e tutta la scena. E lei da casa, ovviamente affranta, vedeva tutto. Quando fu il momento dell’esecuzione, e il boia stava per calare la scure sul collo del giovane, lei non resse al dolore. e si buttò dal balcone, suicidandosi. Fu proprio allora che il Cristo girò la testa, triste perché impietosito dalla incredibile storia d’amore fra quella giovane e il suo misterioso cavaliere … così tragicamente finita.

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