Gli Zappatori Pompieri di Milano

Premessa

Sembrerà strano, eppure è proprio vero: la prima denominazione ufficiale dei Vigili del Fuoco di Milano, all’atto della loro fondazione, fu proprio quella di Zappatori Pompieri!
Come mai questo strano nome? Perché chiamarli Zappatori, se avevano una scure o un’ascia e non una certo una zappa? Mistero!

Dire che il Corpo dei Vigili del Fuoco sia un’organizzazione votata alla tutela dell’incolumità e alla salvaguardia della vita umana contro la furia degli elementi (terra, acqua, aria e fuoco), e in seconda battuta a quello del patrimonio artistico, mi pare davvero un discorso scontato. E’ questo, una sorta di “codice genetico”, che. fondando le sue radici nella Roma antica, maestra anche in questo campo, andò arricchendosi nel corso dei secoli, fino a diventare oggi, patrimonio comune dei pompieri di tutto il mondo.

Esempi tangibili ne abbiamo avuti diversi, sotto i nostri occhi, negli ultimi anni, grazie alla televisione: tra i più eclatanti, sicuramente fanno impressione i 343 pompieri di New York, morti eroicamente nel tentativo di salvare la vita di alcune migliaia di civili intrappolati, nel rogo delle torri gemelle, quel 11 settembre 2001; oppure, il salvataggio a Parigi del patrimonio artistico nell’accidentale rogo dell’antica Cattedrale di Notre Dame il 15 aprile 2019; o ancora l’ eroico soccorso dei nostri vigili del fuoco nella rischiosissima opera di salvataggio dei sepolti vivi sotto le macerie delle case distrutte dai terremoti in centro Italia. La lista comunque sarebbe davvero lunga e il coraggio e l’abnegazione del Corpo in tutte le situazioni più critiche, fa loro davvero onore.

I Corpi antincendio nell’antica Roma

Come detto, fu proprio Roma imperiale fin dall’antichità, a dotarsi di un servizio antincendio organizzato. Si ha notizia che fu proprio Cesare Ottaviano Augusto (63 a.C. – 14 d.C.) ad organizzare una “Militia Vigilum”, formazione paramilitare, un vero e proprio corpo antincendio addestrato allo scopo, composto da duemila vigili effettivi (erano compagnie di schiavi) divisi in 7 Coorti, distribuiti alle porte e alle mura della città e comandati dai Triumviri. L’affidabilità dell’organizzazione antincendi era talmente seria che l’eventuale ritardo nell’intervento per lo spegnimento di un incendio, poteva essere punito con condanna a morte dei Triumviri.
Questa formazione poi cambiò nome in “Cohortes Vigilum“, il cui motto era:
“Ubi dolor, ibi vigiles” (Dove c’è il dolore, ci sono i vigili)

La cultura della prevenzione e del soccorso nel corso dei secoli, seguì di pari passo, gli eventi della storia. Con la decadenza dell’Impero Romano, anche dell’organizzazione operativa della “Militia Vigilum” non rimase più traccia. Non sembra comunque che, dopo le invasioni barbariche ed il lunghissimo periodo di oscurantismo che ne conseguì, le cose prendessero una piega diversa: non pare proprio che durante il Medioevo e il Rinascimento, nonostante le grandi scoperte e le nuove conquiste che accompagnarono il processo evolutivo dell’umanità in quel periodo, si sentisse la necessità di riprendere seriamente in considerazione il problema della prevenzione incendi. Fu solo in qualche singola realtà, in quanto probabilmente ‘toccata’ dalla funesta esperienza di qualche incendio devastante, che si ricominciò a tener conto del pericolo derivante dal fuoco, promuovendo e sviluppando delle attività di prevenzione incendio più o meno adeguate.

Parigi

Una di queste città fu proprio Parigi che, già nel 1716, si era dotata di un “Corp des gardes-pompes de la ville de Paris“, istituito come organo civile, proprio per risolvere emergenze dovute agli incendi.

1 luglio 1810

Qualche mese prima (il 2 Aprile), era stato celebrato al Louvre – nella Salle Carré trasformata in cappella, per l’occasione – il matrimonio religioso fra Napoleone Bonaparte e Maria Luisa, figlia dell’imperatore Francesco II d’Asburgo – Lorena. Matrimonio questo, di alto lignaggio e di pura convenienza, dato che, la prima moglie, Giuseppina di Beauharnais, che lui aveva sposato nel 1796 e dalla quale aveva da poco divorziato (1809), in tredici anni, non gli aveva dato eredi diretti, da poter essere riconosciuti come aventi diritto alla successione al trono.

I preparativi per i festeggiamenti

Per quel giorno, l’ambasciatore austriaco a Parigi, il principe di Schwarzenberg, aveva pensato di organizzare un ballo in onore della coppia imperiale, festeggiando così, pure la ritrovata amicizia franco-austriaca, dopo anni di sanguinose guerre fra le due potenze. Nei giardini dell’ambasciata, in rue de Provence, fervevano i preparativi già da tempo. Era stato costruito allo scopo un grandioso salone delle feste per 1500 persone, e vennero diramati gli inviti a tutta la Parigi che contava, fra personalità delle varie ambasciate presenti in città e il fior fiore dell’aristocrazia locale.

Ballo alla presenza di Napoleone

La tragica serata danzante

Nel corso della serata di gala, nel bel mezzo delle danze fra fiumi di champagne, probabilmente a causa della mossa maldestra di qualcuno degli invitati, si rovesciò inavvertitamente un candelabro. Il tendaggio lì vicino prese immediatamente fuoco e da lì, le fiamme si propagarono furiose nel salone. L’ incendio ebbe facile esca nei tendaggi e nei lussuosi arredi della sala delle feste, diffondendosi molto rapidamente ovunque. Nel fuggi fuggi generale, tanti rimasero intossicati dal fumo, non riuscendo a raggiungere in tempo le uscite, a causa della calca. Per altri che, avvolti dal fumo denso e acre, persero l’orientamento, non riuscendo a trovare la via di fuga, quella sala rappresentò una trappola mortale.

L’imperatore, dopo aver portato in salvo la neo-sposa Maria Luisa (appena incinta di Napoleone Francesco Giuseppe Carlo), e ricondotta all’Eliseo, tornò immediatamente indietro per guidare le operazioni di soccorso.

l’imperatrice Maria-Luisa d’Asburgo-Lorena

Alla fine, si contarono diverse decine di vittime, tra cui pure la moglie dell’ambasciatore austriaco, Pauline de Schwarzenberg, morta carbonizzata, nel tentativo di trovare la figlia che, nella calca, aveva perso di vista.  L’evento, che causò numerose vittime tra i membri dell’aristocrazia europea, non potendo essere messo a tacere dalla censura date le personalità coinvolte, fu paragonato dalla stampa locale, al terribile infausto incidente accaduto quarant’anni prima, nel 1770. sempre a Parigi, durante le settimane di festeggiamenti per il matrimonio di Luigi XVI con Maria Antonietta d’Asburgo-Lorena, a causa dei fuochi d’artificio caduti per errore, fra la folla festante.

[Ndr. – Per la cronaca, Maria Antonietta, figlia quindicenne di Maria Teresa d’Austria, era stata sorella di Leopoldo, il nonno di Maria Luisa]

Vista la fine ingloriosa capitata a quella coppia reale (ghigliottinata nel 1793, per ordine di Robespierre, durante la rivoluzione), l’episodio accaduto all’Ambasciata austriaca, paragonato al precedente, venne visto da molti, come foriero di tristi presagi per gli anni venturi dell’imperatore.

L’inefficienza dei soccorsi

Oltre alla scarsità di mezzi impiegati per lo spegnimento del rogo, Napoleone, in quell’occasione, ebbe modo di constatare di persona la lentezza e l’assoluta inefficienza del personale dei “Corps des gardes-pompes de la ville de Paris“. Fu così che, in seguito a questo incidente, l’imperatore decise di sciogliere quel Corpo, ordinando l’anno successivo, l’istituzione di un “Battalion de Sapeurs-Pompiers de Paris“,  elevandolo al rango di unità militare, un battaglione di circa 600 unità suddivisi in quattro compagnie, alle dipendenze del prefetto della capitale.

Milano

Non sempre, tutti i mali vennero per nuocere … La notizia del gravissimo incidente di Parigi, che praticamente distrusse l’ambasciata austriaca, ebbe naturalmente immediata risonanza a Milano (grazie al telegrafo ottico da pochissimo inaugurato) e successivamente comunicata, tramite dispacci, alle altre capitali europee.

Napoleone, che qualche anno prima (nel 1805), proprio a MIlano, si era autoproclamato Re d’Italia, conoscendo la situazione italiana, ordinò al figliastro viceré Eugenio di Beauharnais, che pure Milano venisse, quanto prima, dotata di un Corpo di Sapeur-Pompiers analogo, fino ad allora inesistente, o quanto meno, non organizzato.
Dette in seguito disposizioni simili, ai reggenti delle altre capitali europee del suo impero.

Milano, sotto la precedente dominazione austriaca, non era stata risparmiata da frequenti incendi spesso devastanti …. uno degli ultimi in ordine di tempo era stato proprio il 26 febbraio 1776, quello del Teatro Regio Ducale nel cortile del Palazzo Reale, incendio, con tutta probabilità, di origine dolosa. Fu proprio in seguito all’incendio di questo teatro, che venne poi costruito a tempo di record dal Piermarini ed inaugurato, il 3 agosto 1778, il ‘Regio Ducale Teatro alla Scala’ (oggi ‘Teatro alla Scala’).

I pompieri milanesi

Dal Rinascimento a tutto il Settecento

A dire il vero, una lapide visibile al museo archeologico del Castello Sforzesco, accenna all’esistenza di Corporazioni di Fabbri e di Centonari, cioè di addetti allo spegnimento d’incendi. Si dirigevano sul posto con dei carri trainati da cavalli che trasportavano botti d’acqua, e vari strumenti, tra cui centones e hamae

Centones erano drappi di lana che, inzuppati di acqua e aceto, servivano a soffocare le fiamme.
Centonari erano coloro che tentavano di spegnere le fiamme con i centones.
Hamae erano invece dei recipienti per l’acqua, da passare in mano in mano.

Non pare tuttavia fosse un Corpo di effettivi, bensì di volontari, pronti ad intervenire in caso di necessità. Dagli antichi Statuti Milanesi del 1502, si deduce come l’organizzazione di queste “milizie”, ricalcasse proprio quelle romane. I Facchini Brentatori, a quanto pare, avevano l’obbligo di accorrere ovunque in città per lo spegnimento di un incendio.

Brentatori erano gli addetti al trasporto di vino con la “brenta”, che era una bigoncia di legno che si metteva sulle spalle,

Bigoncia – Recipiente (capacità di ca. 50 litri), fatto a doghe di legno, tenute insieme con cerchi di legno, di forma leggermente svasata dal fondo alla bocca a sezione ovale: si usa per raccogliere e pestare l’uva durante la vendemmia

Brentatore

Per avvisare dello scoppio di un incendio in città, si ricorreva alla campana della Torre Civica del Broletto, la quale suonando a ritmo incalzante, allertava i brentatori che, come nel caso degli schiavi di Roma, erano obbligati a sostare nei pressi delle porte della città.

E’ indubbio che in epoca passata, gli incendi erano molto più frequenti di oggi. Questo era dovuto a diversi fattori fra cui il basso tenore di vita della popolazione e la mancanza di un minimo di cultura della prevenzione. Quando la sopravvivenza della gente era essenzialmente legata ai prodotti della terra e all’allevamento del bestiame, raramente ci si poteva permettere di vivere in costose abitazioni di pietra, più difficilmente attaccabili dal fuoco. In città c’erano prevalentemente abitazioni fatte in legno, non solo come infissi e divisori ma pure come tetti, solai, scale, balconi. Quindi erano case maggiormente predisposte a diventare facile preda del fuoco, soprattutto d’inverno in presenza di stufe e pericolosissime canne fumarie fatte con materiali di basso costo e pessima qualità.

l’Ottocento

Il 10 dicembre 1811

Fu così che, su richiesta di Napoleone, il 10 dicembre 1811, il viceré Eugenio di Beauharnais decretò l’istituzione della Compagnia di Zappatori Pompieri di Milano.

Ndr. – Pare appurato che il significato attribuibile al termine di Zappatore, (simile al Sapeur francese). in ambito militare, fosse quello di “sfondatore”. In pratica gli zappatori, verosimilmente venivano impiegati per sfondare, cioè rimuovere ostacoli nell’avanzata delle truppe. Questo giustificherebbe l’ascia che hanno in dotazione. Generalmente venivano scelti elementi di corporatura robusta e possibilmente con esperienza di carpentieri, falegnami o taglialegna. I loro compiti erano diversi, tra questi, la disattivazione delle artiglierie nemiche mediante inchiodatura o demolizione degli affusti, usando le loro asce.

Divisa dei Zappatori Pompieri di Milano

L’organico degli Zappatori-Pompieri

I documenti riportano che il primo organico della Compagnia Zappatori Pompieri di Milano, all’atto della sua costituzione, era di 83 unità in tutto: 1 capitano, 4 sergenti, altri 15 fra caporali e vice, 62 pompieri e un magazziniere.

Zappatore-Pompiere del 1812

La sede della Compagnia

La loro prima sede in città fu l’ex convento di S. Eustorgio, il monastero domenicano che era stato soppresso nel 1797. I vasti locali del complesso conventuale inutilizzati, vennero adattati sia per permettere l’alloggio del personale e delle famiglie degli ammogliati, che per il funzionamento delle officine ed il deposito delle attrezzature. Fin dall’origine, la Compagnia manteneva tre servizi di guardia fissa distaccati in città, presso la Corte di Palazzo Reale, la Commenda a Porta Romana e al Passetto di Porta Comacina, oltre naturalmente un’attiva sorveglianza temporanea, in occasione degli spettacoli nei principali teatri cittadini (Regio Teatro alla Scala e Teatro della Canobbiana). La denominazione di Zappatori Pompieri, a dire il vero, non durò a lungo, al massimo alcuni anni. Sicuramente, col ritorno degli austriaci a Milano, la compagnia cambiò il nome in Civici Pompieri.

Anche la sede dell’ex convento di Sant’ Eustorgio, probabilmente ritenuta inadatta perché troppo decentrata, venne quasi subito abbandonata in favore dell’ex-convento domenicano di Santa Maria delle Grazie, da dove poi traslocarono nel 1872, in quello di San Gerolamo, sempre vicino a Porta Vercellina e finalmente, nel 1885 negli edifici di via Ansperto, già facenti parte del Monastero Maggiore, nei pressi di Corso Magenta. Lo stesso posto è ancora oggi utilizzato come sede dell’Ispettorato regionale dei Vigili del Fuoco della Lombardia e dell’Ispettorato per i porti e gli aeroporti dell’Italia Settentrionale. Allora, in una Milano con una popolazione di 387.000 abitanti, il Corpo del Civici Pompieri contava un organico di 120 uomini.

La situazione nel Novecento

In occasione della Esposizione Internazionale del Sempione del 1906, Milano poteva contare già su una buona organizzazione antincendi, ammirata e presa a modello anche dall’estero. Infatti oltre alla caserma centrale di via Ansperto, esistevano già due posti distaccati di vigilanza dotati di traino a cavalli: uno in via Benedetto Marcello e l’altro ai Bastioni di Porta Romana; inoltre nel recinto dell’esposizione vi erano due altri posti di vigilanza con traino a cavalli: uno alla sezione di P.zza D’Armi e l’altro alla sezione del Parco; non contando poi i due posti di vigilanza corredati con materiale trainato a braccia e dislocato sia a Palazzo Marino, che a Porta Genova.

L’organizzazione dei pompieri Milanesi, si basava sul principio di far giungere i soccorsi, il più sollecitamente possibile, sul luogo del sinistro. Partendo quindi dal presupposto che il tempo massimo fra il momento della chiamata e l’intervento sul posto non dovesse superare i 5 minuti, l’organizzazione operativa si adeguò di conseguenza in maniera funzionale. Dato che si doveva naturalmente garantire la copertura completa della città, Milano venne divisa in zone, una centrale ed cinque periferiche, con una disposizione di posti di vigilanza fissa in posizioni strategiche tali da poter garantire ognuna l’intervento entro un raggio medio di azione di due chilometri.

Le sedi erano:
⦁    caserma centrale di via Ansperto (1885).
⦁    posto di Via Benedetto Marcello (1905).
⦁    posto ai Bastioni di Porta Romana (1905).
⦁    posto di Via Sardegna (1910).
⦁    posto di Via Monviso (1912)
⦁    posto di Via Carlo Darwin (1915)

mappa delle aree di copertura (1912)

La dotazione dei singoli posti prevedeva:
⦁    Un carro autopompa di primo soccorso.
⦁    Una scala aerea girevole.
⦁    Una pompa a vapore.
⦁    Una lettiga a cavalli.

pompa a vapore
Lettiga a cavalli

Il Corpo di Milano, inoltre, fu il primo in Italia a sperimentare e dotarsi di mezzi di soccorso a trazione meccanica. Già a partire dal 1906 furono messi in servizio quattro mezzi con motore a scoppio, uno dei quali aveva pure in dotazione una pompa.

La necessità di una nuova caserma centrale

L’immigrazione a inizi 1900, dovuta alla forte richiesta di mano d’opera nelle industrie, portò alla graduale espansione della città e l’aumento della popolazione, creando l’esigenza, per i vigili del fuoco di Milano di reperire una sede centrale più ampia e meglio attrezzata di quella di via Ansperto. La ricerca della sede più adatta si trascinò per molti anni, vuoi per la difficoltà di reperire in centro un’area ampia adatta allo scopo, vuoi per l’accavallarsi degli eventi bellici. Finalmente nel 1952 venne prescelta un’area non propriamente centrale, di proprietà comunale, compresa fra le vie Messina-Procaccini-Tartaglia, per un totale di mq. 33.000, sede questa che, dotata di un castello di manovra di ben 12 piani, diventò operativa nel 1956.

La riorganizzazione in Italia

La situazione pre-unitaria

Il primo Corpo dei Pompieri, in Italia, fu istituito nel Regno di Napoli da Giuseppe Napoleone Bonaparte con uno specifico editto del 28 febbraio 1806 . Seguì Firenze nel 1809, che sotto l’impero napoleonico istituì una “Compagnia dei Pompieri di Firenze”. Dopo Milano nel 1811 con i suoi Zappatori Pompieri, a Torino, nel 1824 re Carlo Felice con le sue Regie Patenti, istituì la Compagnia Guardie a Fuoco per la Città di Torino

L’unità d’Italia trovò, in materia di servizio antincendio, una situazione quanto mai varia e certo non brillante: ai pochi Corpi pompieristici locali a carattere volontario, facevano riscontro intere regioni completamente prive di qualsiasi difesa organizzata contro il fuoco. I pompieri comunali erano ancora organizzati con concezioni ed ordinamenti quasi medioevali e tutto il complesso antincendio italiano appariva anacronistico, totalmente insufficiente e mal distribuito sul territorio.

Sul finire dell’Ottocento e l’inizio del Novecento diverse città italiane fra quelle maggiormente industrializzate, iniziarono a dotarsi di presidi fissi di Corpi di Civici Pompieri ben organizzati, addestrati ed attrezzati, dipendenti dai singoli comuni, oltre poi a Corpi di Volontari dislocati nelle comunità montane. Ogni Corpo, essendo indipendente, aveva regole proprie, attrezzature e livelli di professionalità differenti.

Questo tipo di organizzazione, se poteva andare bene in situazioni normali, evidenziava tutti i suoi limiti e la sua fragilità, in occasione delle grandi calamità naturali, dove sarebbe stato fondamentale avere un coordinamento unico di tutte le forze in campo. E purtroppo in Italia essendo il Paese, frequentemente soggetto a grosse calamità naturali, questo tipo di modello, non poteva funzionare.

Già in seguito al disastroso terremoto del 1908, che rase al suolo sia Messina che Reggio Calabria, e a quello di Avezzano del 1915, incominciò ad essere avvertita la necessità di disporre di un servizio d’emergenza nazionale o comunque di un coordinamento fra i Civici Pompieri delle aree interessate. Di qui si cominciò a pensare più seriamente alla necessità di riorganizzare il Corpo a livello nazionale, ponendo le singole realtà sotto un unico comando.

Dopo l’inizio della Prima guerra mondiale, il Genio militare costituì dei reparti di pompieri-zappatori sotto un comando unico, ponendo così le basi per la successiva costituzione del Corpo Nazionale dei Vigili del Fuoco. I pompieri-zappatori” avevano il compito di garantire il funzionamento delle strutture e degli impianti militari sia in prossimità del fronte che nelle retrovie, assicurando il soccorso tecnico urgente.

Non furono comunque sufficienti le 120.000 vittime dello Stretto di Messina per convincere il Parlamento ad andare al di là delle semplici dichiarazioni di intenti. Il punto di svolta nella coscienza di ognuno, lo determinò il disastroso terremoto del 1930 nel Vulture. La censura colpì la diffusione di notizie sul sisma, le cui conseguenze furono minimizzate dalla stampa nazionale. Sembra che all’aumento delle vittime abbiano contribuito sia il ritardo nell’intervento che l’inadeguatezza dell’organizzazione dei soccorsi. Finalmente nel 1935, il Parlamento si decise a emanare una legge che istituiva i servizi antincendi provinciali, coordinati a livello nazionale, decretando la nascita del Corpo dei pompieri per la prevenzione e l’estinzione degli incendi e per i soccorsi tecnici in genere”. Due anni dopo, il termine “pompiere” fu sostituito con “vigile del fuoco” per uniformarsi al concetto di autarchia (=autonomia) che si rifaceva ai “Vigiles” di Cesare Ottaviano Augusto.

Con le leggi che furono emanate poi fra il 1939 ed il 1941, venne istituito il Corpo Nazionale dei Vigili del FuocoC.N.VV.F. – , con una struttura costituita, a livello territoriale, dai Comandi provinciali che sostituirono i precedenti Corpi provinciali, e a livello centrale, dalla Direzione Generale della Protezione Civile e dei Servizi Antincendi – D.G.P.C. e S.A. – presso il Ministero dell’Interno.

Vennero istituzionalizzati in questa sede, pure i ruoli sia del personale permanente che di quello volontario, quest’ultimo prevalentemente reclutato nei comuni (in prevalenza montani) che, per scarso numero d’interventi non giustificavano l’esposizione economica necessaria, per un posto di vigilanza con personale fisso.

Mestiere di tutto rispetto

Mestiere, davvero non da tutti, questo, dei vigili del fuoco! Per assolvere i compiti istituzionali loro affidati, non sono infatti sufficienti, attrezzature a parte, il continuo studio delle più valide tecniche di prevenzione e di soccorso, la professionalità e le continue esercitazioni pratiche, ma, a differenza di quasi tutte le altre attività, ogni loro intervento sul campo rappresenta una storia a sé, diversa dalle altre. Poiché le situazioni in cui i vigili del fuoco vengono coinvolti, sono quasi sempre critiche, e spesso rischiose per la loro stessa vita per salvare quella degli altri, ognuno di loro deve avere sicuramente delle qualità speciali, non proprio comuni a tutti: la cosiddetta loro “marcia in più”, è il grande spirito di altruismo, tanta passione, tanta abnegazione, prontezza di decisione e coraggio da vendere.

Ogni Caserma centrale del Corpo dei Vigili del Fuoco in Italia, ha il suo motto, preso in prestito dal latino, quasi uno sprone per avere quella “marcia in più”. Non per nulla, quello del 52° Corpo dei Vigili del Fuoco di Milano è: “In adversis securi” – Coraggiosi nelle avversità!

Il loro motto: "In adversis securi" - Coraggiosi nelle avversità
Il loro motto: “In adversis securi” – Coraggiosi nelle avversità

Il Museo storico

Sistemato in un’ampia area all’interno del Comando provinciale dei Vigili del Fuoco di Milano, il museo storico rappresenta un percorso assolutamente unico, per conoscere l’evoluzione del 52° Corpo, istituito in città nel 1811 e operativo dal 1 febbraio 1812, con il nome di “Zappatori Pompieri”.

Questo museo, ideato per sensibilizzare il pubblico sulla necessità di misure di prevenzione, venne inaugurato in una sala del Castello Sforzesco, nel 1912,  in occasione del centenario della Fondazione del Corpo.
Si trattava allora, unicamente di una documentazione fotografica dei più gravi incendi accaduti in città nell’arco del secolo di attività e della raccolta di alcuni oggetti recuperati.

  In seguito, il museo trovò più consona sistemazione nella scuola della caserma di via Ansperto, sede principale del Comando, dove venne arricchito con l’esposizione di alcune vecchie macchine e attrezzature storiche, tra cui le pompe a vapore, un tempo trainate da carri a cavalli. Tra l’altro, queste stesse pompe in esposizione, vennero riportate in servizio durante i bombardamenti del 1943, per integrare le pochissime autopompe a motore disponibili.

E’ del 1960, l’attuale collocazione del museo nel seminterrato della nuova più ampia sede di via Messina, appena costruita. Grazie alla attiva e appassionata collaborazione di pompieri non più in servizio, il museo si è arricchito nel corso degli anni di cimeli, recuperando attrezzature ormai dismesse. Oggi conserva una delle più grandi collezioni di questo tipo, presenti in Italia.

La visita permette di ripercorrere la storia, partendo dalle attrezzature di una volta, fino alle dotazioni dei mezzi di oggi.  Si va dalle antiche brente riempite di acqua e sabbia, alle prime pompe a mano,  dalle pompe a vapore agli estrattori di fumo azionati a mano, dalle auto pompe Isotta Fraschini dei primi del 900, ai mezzi di soccorso del primo dopoguerra. E’ possibile trovare persino le biciclette provviste di idranti con cui pompieri ciclisti anticipavano l’arrivo delle pompe a vapore e dei carri soccorso.  Non possono mancare ovviamente le divise, gli elmi, le asce,  gli idranti, gli estintori  e persino le attrezzature del nucleo sommozzatori, dall’antico scafandro da palombaro,  alle moderne mute da immersione. Interessantissima pure la ricostruzione del centralino, originariamente installato nella sede di via Benedetto Marcello.

bicicletta da pompiere con idrante

Compito del centralinista di allora, era quello di ricevere le chiamate di soccorso inviate tramite avvisatori di incendio sparsi in giro in città, ed attivare prontamente la squadra per l’intervento.

Come arrivare al museo

Presso : Comando Provinciale VV.F. di Milano, via Messina 35/37
email : info@milanovvf.it

Metro : MM5 (viola) Monumentale
Tram : 12, 14 Piazzale Cimitero Monumentale

Aperto l’8 dicembre festa di Santa Barbara, protettrice dei Vigili del Fuoco
Prenotazione visite: tel. 02 3190376 oppure scrivere a milano@anvvf.it

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