Ernest Hemingway a Milano

Chissà perché, ogni volta che mi capita di passare in centro dalle parti di via Armorari, e l’occhio si posa su quella targa, il pensiero va a quella dolcissima storia d’amore sbocciata in corsia … una storia davvero incredibile fra una crocerossina ed un premio Nobel! Ma andiamo con ordine partendo dall’inizio ….

I suoi primi anni

Ernie (diminutivo di Ernest) nacque il 21 luglio 1899 a Oak Park, un sobborgo di Chicago (Illinois). Suo padre, Clarence Edmonds Hemingway, era medico di famiglia benestante e la madre Grace Hall, era una ex aspirante cantante d’opera lirica. Aveva una sorellina Marcelline, di un solo anno più vecchia di lui. Fin da piccolissimo, fu portato in una casa estiva nel Michigan vicino a un lago (Walloon Lake), dove si abituò a vivere all’aria aperta, in mezzo alla natura. Ancora piccolo, amava sentir raccontare storie, soprattutto di animali. A quattro anni, venne inserito in un circolo naturalista, diretto dal padre, imparando a distinguere gli animali e i vari tipi di erbe. Il vivere in quell’ambiente rafforzò in seguito nel ragazzo l’amore per la natura, per la caccia, la pesca e l’avventura. Frequentò senza grande entusiasmo, la scuola elementare. Iscritto poi alla “Municipal High School”, ebbe la fortuna di incontrare due insegnanti che, avendo notato la sua attitudine per la letteratura, lo incoraggiarono a scrivere e pubblicare racconti e piccoli articoli di cronaca, sui giornalini scolastici.

Non fosse stato forse per quel fucile da caccia che gli fu regalato quando aveva solo dieci anni, probabilmente le cose sarebbero andate in modo totalmente diverso … Imparò presto ad usare quel fucile con grande maestria, suscitando naturalmente l’invidia dei compagni, tanto che un giorno, a causa di un bottino di quaglie che stava portando a casa, venne assalito e picchiato da un gruppetto di bulli. Fu probabilmente in quell’occasione che, per non essere sopraffatto nuovamente dagli amici, decise di lì a poco, di darsi al pugilato, in palestra. Ma anche qui, in un incontro di allenamento, prese un forte pugno ad un occhio, e decise di abbandonare quel tipo di sport.

Gli Stati Uniti in guerra

Il 6 aprile 1917, gli Stati Uniti d’America erano entrati in guerra, aprendo le ostilità contro la Germania, in seguito all’affondamento di diversi mercantili statunitensi, da parte degli U-boot tedeschi.

Il giovane Ernie, alla data ancora diciassettenne, manifestò fin da subito l’interesse per le recensioni sui giornali degli eventi bellici che stavano sconvolgendo l’Europa, desideroso di vedere con i propri occhi, qualche azione di guerra oltreoceano. Stava ancora seguendo l’ultimo anno di scuola superiore: quel giugno infatti, ottenne il diploma. Di carattere piuttosto difficile e cocciuto, una volta acquisito il diploma, rifiutò sia di iscriversi all’università, come avrebbe desiderato suo padre, sia di dedicarsi al violoncello,  come avrebbe voluto sua madre. 

Il suo primo lavoro

Per affermare la propria indipendenza, aiutato anche dal fratello del padre, trovò lavoro a Kansas City, collaborando come cronista del “Kansas City Star”, quotidiano locale. Questa fu un’importante opportunità per la sua successiva carriera di scrittore, poiché presso il giornale, apprese le regole di una scrittura oggettiva, caratterizzata da frasi chiare e concise, princìpi questi che diventeranno il suo stile di scrittura, negli anni a venire. Durò comunque davvero poco questa sua esperienza, a stento sei o sette mesi perché, nel frattempo, sempre più attirato dall’Europa, e con l’idea ossessiva di vedere di persona reali scene di guerra, decise di fare richiesta di arruolamento. Il biografo Kenneth S. Lynn, parlando di lui, sostiene che per il giovane Hemingway, la guerra era come una partita di football, un evento enorme, da non perdere. Il suo desiderio era tale che, all’atto della presentazione della domanda, falsificò addirittura il suo anno di nascita, pur di essere sicuro di essere accettato come volontario, per andare a combattere in Europa, con il Corpo di spedizione statunitense del generale John J. Pershing, come già stavano facendo molti altri suoi compagni iscritti all’università.

Alla visita medica però, venne escluso dai reparti combattenti, a causa di un difetto all’occhio sinistro (conseguenza del traumatico incidente di pugilato in palestra, occorsogli anni prima). Ernest venne comunque arruolato come volontario, prestando servizio come autista di ambulanze dell’ARC (American Red Cross), ovvero la Croce Rossa statunitense.

Il suo arrivo a Milano (7 giugno 1918)

Chiamato alle armi ai primi di maggio 1918, lasciato il suo lavoro di cronista del “Kansas City Star”, dopo due settimane di addestramento ed alcuni giorni a New York, in attesa dell’imbarco, il 23 maggio 1918, salpò, con una nave trasporto truppe, alla volta di Bordeaux, città nella quale sbarcò in data 29 maggio. Dopo un breve soggiorno a Parigi, dove arrivò il 31, prese poi il treno alla volta di Milano. Vi arrivò quel venerdì 7 giugno, giorno che avrebbe ricordato poi per il resto della sua vita.

Ernest Hemingway

Milano, nel 1918, contava poco meno di 800.000 abitanti. Tante fabbriche, fra le numerose industrie sorte negli ultimi trent’anni, da quando era iniziata la guerra, avevano riconvertito la loro produzione lavorando a pieno regime, per collaborare allo sforzo bellico.

Il fronte era, per fortuna, ancora lontano (sul Piave), e in città, specie dopo Caporetto, si respirava il clima delle retrovie: militari in licenza, ufficiali in uniforme, soldati alleati e giornalisti stranieri che rendevano diversa, particolare, la vita quotidiana.

La tragedia della Sutter & Thévenot

Ernest, sceso dal treno, non ebbe nemmeno tempo di rendersi conto di essere arrivato in città, che proprio quella stessa mattina, fu testimone oculare di una terribile tragedia avvenuta nelle campagne intorno a Milano, episodio questo che lo scosse al punto, che in vita sua, non avrebbe mai più dimenticato quelle scene.

C’era stata, proprio quella mattina, un’esplosione fortissima a Castellazzo (frazione del comune di Bollate al confine comunale con Garbagnate Milanese) a circa una quindicina di chilometri da Milano, scoppio che si era sentito distintamente in città. Era saltata in aria la Sutter & Thévenot, una fabbrica francese di munizioni, ove lavoravano circa 1500 persone. Il reparto spedizioni era stato completamente sventrato dalla deflagrazione, provocando un’autentica strage: ben 59 vittime, tutte giovani operaie (fra i13 ed i 29 anni), e oltre 300 feriti, in massima parte donne, uno dei più gravi incidenti industriali della storia d’Italia.

La fabbrica Sutter & Thévenot dimenticata dalla storia

Ernest Hemingway fu immediatamente impiegato dall’“American Red Cross”, come autista, per l’opera di soccorso ai feriti. Lui, alla data, non aveva ancora compiuto i 19 anni! Destino volle, che questo fosse il suo primo incarico, un esperienza decisamente raccapricciante, …. altro che partita di football da non perdere …. un crudo incontro con la morte, che lo avrebbe segnato profondamente per il resto dei suoi giorni. Mai viste prima, scene così orribili, e così tanti morti tutti insieme …. il primo raccapricciante assaggio di una guerra sporca che, vista da oltre oceano, era apparsa a lui, giovane sbruffoncello americano, come un’eccitante avventura …. storia che invece stava, fin dall’inizio, rivelandosi in tutta la sua tragicità, ben più cruda ed orribile del previsto.

In tutta la sua successiva produzione letteraria, la sfida alla morte, sarà il tema ricorrente, evidente conseguenza degli orrori visti e vissuti personalmente in quell’occasione.

La vista dei corpi di donne dilaniati dall’esplosione, diventò per Hemingway un ricordo impossibile da dimenticare. Quattordici anni dopo, avrebbe dedicato a quell’incidente, il racconto “A Natural History of the Dead” (Una storia naturale dei defunti) inserito nel volume “The first 49 stories” (I primi 49 racconti), pubblicato, per la prima volta, a New York, nel 1938, e in Italia, solo nel 1947 (dopo la caduta del fascismo).

Come autista d’ambulanza, faceva la spola fra Bollate e l’ospedale militare di Sant’Ambrogio, lasciando i feriti nei chiostri del monastero attiguo alla Basilica (oggi sono i chiostri dell’Università Cattolica).

Scriveva, in proposito, il futuro Premio Nobel:

 Ricordo che dopo aver frugato molto attentamente dappertutto per trovare i corpi rimasti interi, ci mettemmo a raccogliere i brandelli

Quanto al sesso dei defunti, è un dato di fatto che ci si abitua talmente all’idea che tutti i morti siano uomini, che la vista di una donna morta risulta davvero sconvolgente.

Ernest Hemingway

Non fosse stato per la sua diretta testimonianza, questo tragico incidente sarebbe passato totalmente sotto silenzio: la propaganda governativa a favore della guerra, per cercare di creare consenso tra l’opinione pubblica, aveva deciso di censurare tutti gli eventi più drammatici come questo, e la stampa quindi, ne aveva minimizzato i fatti. In una parola, era stato rimosso dalla memoria collettiva. Fu una tragedia nella tragedia, che si abbatteva su una popolazione già provata da una guerra che l’aveva stravolta.

Assegnato a Schio

In seguito, Ernest fu inviato a Vicenza, assegnato alla Sezione IV della Croce Rossa Internazionale statunitense, presso il lanificio Cazzola a Schio, località ai piedi del Pasubio. Non contento dell’assegnazione, desideroso di vedere la guerra ancor più da vicino, anche per poterla meglio documentare, chiese ed ottenne di andare, per qualche giorno a Gorizia, sul fronte orientale, in una zona “più calda“. Il 24 giugno 1918, il giorno dopo la fine della cosiddetta Battaglia del Solstizio, raggiunse il Basso Piave, nelle vicinanze di Fossalta di Piave e Monastier di Treviso, in qualità di assistente di trincea, col compito di distribuire generi di conforto ai soldati, recandosi quotidianamente in bicicletta, in divisa da bersagliere, in prima linea.

Ferito in missione

Nella notte tra l’8 ed il 9 luglio, incurante del pericolo, decise di spingersi nel cuore della battaglia, dove gli era stato ripetutamente proibito l’accesso, in un’area nota come Busa del Buratto, là dove l’acqua del Piave raggiunge Fossalta seguendo una serie di anse disegnate a “elle”. Lui, cocciuto, si era fissato di voler comunque portare un minimo di ristoro a due militari italiani di un avamposto, un po’ di vino, sigarette e cioccolata, essendo il più giovane fra quei soldati in trincea, era diventato la mascotte di quella compagnia. Sfortunatamente, muovendosi al buio pesto, nel silenzio di una notte senza luna, rotto solo dallo sciabordio dell’acqua del Piave, le voci di richiamo dei soldati, attirarono l’attenzione del nemico che appostato sulla riva sinistra del fiume, sparò in quella direzione, un colpo con un mortaio a corta gittata, la micidiale bombarda pesante Minenwerfer. Ernie sentì un boato: poi, improvvisamente sangue, prima a zampilli e poi a fiume, centinaia di fitte alle gambe, come spilli dalla punta aguzza e spessa che si conficcavano nella pelle e poi ancora nella carne. Quelle sferzate lo lasciarono a terra, incapace di respirare, dilaniato dalla morsa di un dolore lancinante. Uno dei due soldati italiani, preso in pieno petto dal colpo di mortaio, era crollato davanti a lui, morto sul colpo, l’altro, che gli era a pochi metri di distanza, era rimasto seriamente ferito. Quanto ad Ernest, lui si salvò solo perché le schegge non gli arrivarono dirette, ma gli fece involontariamente scudo col suo corpo, il soldato italiano morto che era giusto davanti a lui. Ebbe comunque entrambe le gambe martoriate dalle schegge, essenzialmente chiodi (durante le successive operazioni, gliene avrebbero estratti addirittura 227!). Nonostante le lancinanti fitte alle gambe, con notevole spirito di altruismo, si caricò sulle spalle l’altro soldato ferito e partì barcollando verso la trincea vicina, alla ricerca di soccorsi. Dopo una ventina di metri però, una raffica di mitragliatrice gli dilaniò il piede e la rotula destri. Prima di svenire, riuscì a trascinarsi ancora per pochi passi con il ferito sulle spalle, riuscendo a salvare sia l’italiano che se stesso.

Per questo gesto d’eroismo in riva al Piave, ad Hemingway verranno conferite la Croce di Guerra da parte del presidente Usa Thomas Wilson ed una medaglia d’argento al valore del Regno d’Italia, consegnatagli di persona, il 19 novembre 1921, a Chicago, da Armando Diaz, il generale che, dopo la disfatta di Caporetto in terra slovena, aveva sostituito Luigi Cadorna alla guida del Regio Esercito ed organizzato la resistenza lungo il Piave e sul monte Grappa.
Questa la motivazione:

Ufficiale della Croce Rossa Americana, incaricato di portare generi di conforto a truppe italiane impegnate in combattimento, dava prova di coraggio e abnegazione. Colpito gravemente da numerose schegge di bombarda nemica, con mirabile spirito di fratellanza, prima di farsi curare prestava generosa assistenza ai militari italiani più gravemente feriti dallo stesso scoppio e non si lasciava trasportare altrove se non dopo che questi erano stati sgombrati.

Il soccorso

Ma torniamo a quella tragica notte. Hemingway venne soccorso e portato in un posto di medicazione. Successivamente, lo lasciarono in una stalla scoperchiata, dove rimase per due ore. Lo storico Giovanni Cecchin racconta che da lì “verso l’alba un’ambulanza lo condusse allo smistamento situato nell’edificio scolastico di Fornaci, a Monastier di Treviso, dove gli estrassero le schegge più grosse – una trentina – e lo imbottirono di morfina”. Da Fornaci, Ernest fu poi ricoverato a Melma di Treviso, nell’ospedale da campo della Croce Rossa di San Marino. Il capitano medico di quel posto, Amedeo Kraus, storpiandone il nome, annoterà nella sua relazione:

Mi piace rammentare che è stato ricoverato nel nostro ospedale nel mese di luglio, (l’otto), il primo americano ferito al fronte: il volontario della C. R. Americana sottotenente Fraest Hemmeriguey, colpito da una scheggia di bombarda a Fossalta di Piave mentre distribuiva doni ai soldati del 69° reggimento. 

L’arrivo a Milano

Dopo una settimana di cure presso quell’ospedale da campo, il 17 luglio, arrivò , con un treno ospedale, a Milano (Stazione Garibaldi, all’epoca, scalo merci) ove venne preso in consegna dal personale dell’ ARC (American Red Cross) per essere subito trasferito all’Ospedale americano.

All’ospedale di via Armorari 4

L’Ospedale si trovava a un centinaio di metri da piazza del Duomo, all’angolo tra via Cantù e via Armorari (dove vi è oggi una targa in ricordo di Ernest Hemingway). Il terzo piano di quel palazzo, era riservato alle infermiere ed il quarto, alle sedici stanze dei degenti. Sulla terrazza/veranda sul tetto dell’edificio, vi erano delle sedie di vimini e un piccolo bar per bibite e caffè. Per gli ospiti in convalescenza, che naturalmente potevano usufruire di quella terrazza, lo spettacolo principale da quella posizione, era l’osservare i biplani che decollavano dall’aeroporto di Taliedo (sede della Caproni) e qualche più raro dirigibile.

Ndr. – L’aeroporto di Taliedo, all’epoca denominato Aerodromo d’Italia, fu uno dei primi aeroporti d’Italia, il primo ed unico aeroporto di Milano, fino ai primi anni Trenta. Era dalle parti di via Mecenate, non lontano dall’attuale aeroporto di Linate.

Gli interventi e la degenza

Il medico dell’ospedale da campo di San Marino credeva che Hemingway fosse il primo, ma in effetti era il secondo americano ferito al fronte italiano: il primo, era morto qualche giorno prima, proprio all’Ospedale ARC di Milano, dove ora i medici stavano decidendo il destino delle sue gambe.

Quella sera, l’arrivo di Hemingway a quel nosocomio era stato davvero drammatico: temendo di perdere la gamba destra, Ernie chiese ed ottenne di essere visitato ed operato dal miglior chirurgo di Milano. Così il paziente fu subito visitato dal chirurgo milanese Baldo Rossi (un luminare). L’olezzo della gamba destra del giovane era davvero sconvolgente, segno inequivocabile che l’arto stava andando in cancrena. Il medico pertanto, dopo una visita sommaria, aveva deciso per l’amputazione della stessa da effettuarsi il mattino successivo al Policlinico, dove lui usava operare. La crocerossina von Kurowsky presente alla visita, aveva il turno di notte in corsia. Intuendo che il giovane avrebbe preferito morire piuttosto che sottoporsi a quel tipo di intervento, presa da pietà per lui, decise di pulirgli le ferite ogni venti minuti per tutta quella notte. Il mattino seguente, con un’ambulanza, sempre lei, accompagnò il ferito nella sala operatoria del padiglione Litta del Policlinico. Parlando col primario Baldo Rossi (1868-1932) futuro senatore del Regno d’Italia, perorò la causa del giovane Hemingway, riuscendo a convincere il chirurgo che forse l’arto del giovane si sarebbe potuto salvare, essendo quasi del tutto scomparso l’acre odore della cancrena rilevato la sera precedente. Utilizzando uno dei primi nuovi apparecchi radiografici in dotazione all’spedale, si limitò pertanto ad estrarre chirurgicamente i chiodi conficcati nella gamba e a ripulire il piede dalle schegge, facendo così il miracolo. Un lavoro lungo e delicato che avrebbe richiesto ulteriori undici interventi. 

Ndr. – Le immagini radiografiche, scoperte neppure venti anni prima dal tedesco Wilhelm Conrad Röntgen, consentirono al primario di valutare al meglio le ferite e di approntare per Hemingway la successiva riabilitazione al padiglione Ponti dell’ospedale Maggiore, in via Francesco Sforza, così da prevenire la zoppìa.

Ernest, perfettamente cosciente dell’enorme rischio che aveva corso, ovviamente le fu infinitamente grato. Il suo caso fu preso a cuore da tutte le giovani infermiere americane della struttura … ogni pretesto era buono per andare da lui a fargli una medicazione o a portargli qualche antidolorifico. Una di loro in particolare, la bella moretta di nome Agnes, quella che, per tutta la prima notte dopo il suo arrivo, si era presa cura di lui, e lo aveva riempito di attenzioni … che lui aveva interpretato subito come segno di particolare simpatia …. E la cosa era reciproca, naturalmente …. Anche se acciaccato da tutti quegli interventi, che lo costringevano a stare bloccato da un gesso davvero ingombrante, Ernest si sentiva stranamente vispo come non mai. Tutto merito di lei ovviamente, di quella bella crocerossina. Improvvisamente si rese conto di non riuscire a staccare il pensiero da lei, e di aspettare con ansia l’arrivo della sera, quando ad inizio turno, sarebbe venuta da lui per la sua visita di routine e si sarebbe intrattenuta un po’ in quella stanza raccontandogli gli orari dei suoi prossimi turni e tenendogli la mano con il pretesto di prendergli la temperatura … sensazione questa, davvero meravigliosa, che non aveva mai provato con nessun’altra ragazza, in vita sua. Quella non era una “cotta” passeggera, Ernie si era innamorato davvero di lei!

Chi era questa Agnes ?

Agnes veniva dalla Pennsylvania e, pure lei, era da pochi giorni arrivata a Milano. Era più vecchia di lui, aveva ventisei anni, contro i suoi diciannove. Non per nulla lo chiamava kid (bimbo). Era nata il 5 gennaio 1892 a Germantown, Filadelfia. Suo padre, Paul von Kurowsky (di origine russa) era stato un insegnante di lingue alla Berlitz School a Washington D.C.. Facendo lezione, si era innamorato di Agnes Holabird (sua madre), un’allieva che seguiva uno dei suoi corsi.

Anche se la sua famiglia si sarebbe trasferita molte volte durante la sua infanzia, Agnes volle considerare sempre Washington D.C., come la sua casa.

Morta sua madre anzitempo, lei rimase a casa ad accudire suo padre finché, nel 1910, ammalatosi gravemente, morì anche lui. Rimasta orfana di entrambi i genitori, lei ventiduenne, non trovando al momento nessun miglior lavoro da fare, accettò l’incarico di catalogatrice presso la Washington Public Library, attività questa che, per il suo carattere “frizzantino”, si rivelò decisamente noiosa, ripetitiva, e soprattutto di nessuna soddisfazione, ben lontana dalle sue, pur modeste, aspirazioni. A questo punto, si decise a fare domanda all’Ospedale, per diventare infermiera. La sua richiesta fu accettata al Bellevue Hospital di Washington D.C. Era decisamente un lavoro molto più vario e interessante del precedente, più affine al suo carattere abbastanza esuberante. Una volta assunta in quell’Ospedale, decise di frequentare il Bellevue Nurses Training Program a New York City, conseguendo la laurea nel 1917.

Entrati quell’aprile gli Stati Uniti in guerra, lei, nel corso dell’anno, fece domanda per prestare servizio con la American Red Cross. Così, dopo diversi mesi di attesa, venne richiamata e il 15 giugno 1918, insieme a tante altre crocerossine, salpò per l’Europa. Arrivata in Francia, mentre le sue colleghe, venivano smistate a prestare soccorso su vari fronti, a lei toccò la retrovia di Milano, città che, come tutte, colpita dalla guerra, stava provando a reagire.

Agnes von Kurowsky Stanfield

Ma torniamo ad Ernest, bloccato in quel letto d’ospedale: quella morettina dal sorriso così accattivante, che faceva i turni di notte, ufficialmente di nome Agnes, era sempre molto carina e disponibile con lui ,…. . non gli ci volle molto ad innamorarsi perdutamente di lei! Lui era l’unico ad avere il privilegio a chiamarla “Ag”, mentre era “Aggie” per tutti gli altri. Cominciò a farle una corte serrata e lei, piena di corteggiatori com’era, all’inizio con Ernie si dimostrò un po’ ritrosa, ma visto che lui non demordeva, ad un certo punto anche in lei scoppiò la scintilla …

Ernest Hemingway nel suo letto d’ospedale (1918)

La convalescenza

Fu un amore “molto terapeutico” soprattutto per il suo morale perché lo aiutò tantissimo a superare gli inevitabili momenti critici della degenza. Non si può negare che furono proprio le premurose e continue medicazioni di “Ag” ad evitare che la sua gamba, che rischiava di andare davvero in cancrena, venisse amputata. Così, nel giro di qualche mese riuscì a riprendersi: cominciò ad alzarsi, a fare i primi passi con un girello, e poi, via via sempre meglio. Passava le sue giornate sulla terrazza/veranda…. si era innamorato a prima vista anche della città. Scrivendo a sua madre, le aveva detto «è la città più moderna e vivace d’Europa. (…) Dalla veranda dell’ospedale riesco a vedere la sommità della cattedrale del Duomo. È molto bella. Come se contenesse una grande foresta».

Il giovane Ernest restò in convalescenza in quell’ospedale per i successivi tre mesi: lei con dolcezza, lo aiutava a riacquistare sensibilità alla gamba più martoriata, lui, era sempre più perso di lei. C’erano altri “mosconi” che le facevano avances che a lei tutto sommato non dispiacevano, ma era solo lui a riuscire a metterla davvero in imbarazzo con i suoi continui regali e bigliettini, che lei gradiva tantissimo. 

In settembre, circa due mesi dopo l’infortunio occorso ad Ernest, Agnes, probabilmente per testare i propri sentimenti nei suoi confronti, si offrì volontaria per andare ad aiutare per qualche settimana le colleghe di Firenze oberate di lavoro per un’epidemia d’influenza sviluppatasi in quel periodo in città. Lei e Hemingway mantennero una fitta corrispondenza in quelle lunghe settimane di lontananza. Nelle sue lettere, Agnes chiamava Hemingway “Kid”. Lui, a sua volta, “Mrs. Kid” o “missus” (signora).

Man mano che passava il tempo, i progressi di Ernie erano sempre più evidenti. I percorsi che faceva con le stampelle erano sempre più lunghi, al punto da avere l’autorizzazione a fare due passi intorno all’ospedale, in strada, fra la gente. Sicuramente, nonostante la differenza d’età, anche lei si era invaghita di lui. Il “Kid” era sempre molto gentile e premuroso con lei, cosa che indubbiamente gradiva moltissimo. Cominciarono, ogni tanto, ad uscire insieme per fare qualche giretto nei dintorni. Se lui era solo, il suo posto preferito era la Galleria dove si fermava davanti alle edicole a leggere le ultime notizie dal fronte; se invece era con lei, si sedevano al Biffi sempre allo stesso tavolino del caffè a sorseggiare il solito Campari. Amavano poi passeggiare sotto i Portici, anche in piazza del Duomo, sempre piena di tram, all’ombra della grande mole della Cattedrale, che incredibilmente spariva alla vista nelle giornate di nebbia ……. Andavano anche verso l’Ospedale Maggiore (attuale Università Statale), altra meta obbligata a giorni alterni, per il cambio di certe medicazioni speciali.

Ernest Hemingway sulla terrazza dell’Ospedale in via Armorari 4, a Milano

Man mano i giri diventavano più lunghi: oggi zona Brera per un Campari in un bar, domani due passi al Parco del Castello per gustare un delizioso gelato seduti in panchina o per ascoltare la musica di qualche banda locale. Andarono qualche pomeriggio pure a San Siro, all’ippodromo del galoppo, (naturalmente prendendo una carrozza) dove lui conoscendo Frank Turner, un newyorkese che lavorava come fantino per la scuderia Tesio, non disdegnava provare a puntare su qualche puledro scommettendo qualche lira.

Andarono persino qualche volta all’opera, anche se nessuno dei due, ne aveva mai vista o sentita una in vita sua …. naturalmente, senza conoscerne la trama, era “dura” capire quanto avveniva in scena, ma era un modo per passare il tempo, stare seduti vicini, nella semi oscurità, la mano nella mano, facendosi qualche timida carezza, sentendo l’uno il calore dell’altro. Pur non capendo nulla, per non fare figuracce facendosi notare, quando la gente applaudiva, battevano le mani anche loro … era un modo come altri per strappare una risata e per passare il tempo insieme! Amore platonico comunque, e non sarebbe potuto essere diversamente, nello stato in cui era lui, con i suoi problemi!

Ndr. – Il cinema, così come lo intendiamo oggi, cento anni fa (cioè fino agli anni ’20) non esisteva proprio. Si era ancora ai tempi del cinema muto: le proiezioni avevano una durata limitatissima (meno di 5 minuti). Non esistevano quindi le sale cinematografiche con posti a sedere come oggi … non ce n’era bisogno!

Il 24 ottobre 1918, Ernest Hemingway, ottenuta una “licenza” dall’ospedale di Milano, volle tornare al fronte, per rivedere gli amici lasciati li. Pare che andò a Rosà (VI) dov’era dislocato il suo reparto, la Sezione 4 delle ambulanze ARC (American Red Cross). Comunque sia, il 28 ottobre, era già di ritorno sul treno per Milano, in preda a un violento attacco di itterizia, preso, evidentemente, al fronte. Per lui, quel rientro all’ospedale di via Armorari 4, fu davvero inglorioso, perché da “reporter” qual era, causa itterizia, non poté vivere quei momenti irripetibili e quindi documentare dal vivo, la gioia del popolo, le manifestazioni e le celebrazioni per la fine della guerra!

Il 23 novembre, in risposta alla sorella Marcelline, che gli aveva chiesto lumi sulla sua nuova ragazza, Ernest scrisse: “Sì, Ag è una infermiera della Croce Rossa. Di più non posso dire, sono come instupidito. Quando dico che sono innamorato di lei non significa che ho una cotta. Significa che la amo. (…) In effetti la amo più di ogni altra cosa o di chiunque altro al mondo o del mondo stesso”.
Totalmente pazzo di “Ag“, si scolava “più o meno 18 Martini al giorno” (al confronto, James Bond era astemio!).

Ai primi giorni di gennaio 1919, dimesso dall’ospedale perché ormai abbastanza ristabilito, Ernie confidò ad “Ag” la sua intenzione di tornare a casa a Oak Park nell’Illinois, dato che anche suo padre e sua madre lo stavano aspettando e, sapendo che era stato ferito, erano naturalmente molto preoccupati per lui. Avrebbe ovviamente preferito restare a Milano con lei piuttosto che tornare a casa. A giorni pure lei avrebbe dovuto lasciare Milano: l’avevano chiamata a Treviso, dove avrebbe dovuto dare una mano allo ARC del posto, in seguito di una epidemia di dissenteria, scoppiata tra le truppe americane appena arrivate. Ernest si decise a partire solo dopo averle estorto la promessa che, una volta tornata anche lei in America, si sarebbero sposati lì.

Il rientro in Patria

Terminato il servizio militare volontario, nel gennaio 1919, Ernie tornò quindi a casa dei suoi nell’Illinois, accolto ovviamente come un eroe. La corrispondenza fra i due fidanzatini si mantenne abbastanza fitta e regolare per i primi tempi. Tutto sembrava procedere per il meglio, finché un giorno, ad Oak Park, verso fine marzo, nella casella della posta di casa Hemingway, arrivò una lettera di “Ag” (riportata qui sotto). Colpo di scena: quella missiva, poneva fine alla loro relazione!

Ernie, dear boy,
I am writing this late at night after a long think by myself and I am afraid it is going to hurt you, but I’m sure it won’t harm you permanently…
[tradotto in italiano suona più o meno così:
Ernie, caro ragazzo…
Sto scrivendo questa mia a tarda notte, dopo una lunga riflessione sui miei reali sentimenti ed ho paura che ti farà male, ma sono sicura che non ti danneggerà in modo permanente …… sono e sarò sempre troppo vecchia, e questa è la verità, e non posso dimenticare il fatto che tu sei solo un ragazzo, un bambino. Tra l’altro, credo di stare per sposarmi”.

Ernie, poco più di un mese dopo la coltellata dello “stare per sposarmi“, scrivendo ad un amico, diceva: “Lei non mi ama, Bill… ho lasciato perdere religione e tutto il resto, perché avevo “Ag” da adorare… Volevo solo “Ag” e la felicità… La mia Piccola! Spero che lui sia l’uomo migliore del mondo. Oh Bill non riesco a scriverlo. Perché la amo maledettamente troppo”.

Diversi anni dopo, Jack, il primo figlio di Ernest Hemingway, avrebbe definito la conclusione della relazione voluta da Agnes, “the big tragedy(la grande tragedia) della giovinezza di suo padre!

Lei, pare si fosse fidanzata con un maggiore italiano (in seguito si seppe pure il suo nome: Domenico Caracciolo). Era un ufficiale degli Arditi, di nobile stirpe napoletana.
Ernie ed Ag non si videro, né si sentirono mai più. Nemmeno quando, tornata in America pochi mesi dopo di lui, lei restò, per un anno intero a New York, prima di essere inviata, dalla ARC, in missione in Romania, per un biennio. Né quando, tornata dalla Romania, si fermò nuovamente per altri due anni a New York, prima di essere mandata ad Haiti, ove lavorò come direttore infermieristico per il servizio sanitario pubblico dell’isola. E dire che in tutti questi anni, non si era mai sposata!

Anche la storia con l’ufficiale italiano, per il quale aveva (con quella lettera) rotto il suo fidanzamento con Ernie, fu un mero fuoco di paglia (per colpa della futura suocera, a cui non era simpatica). Si sposò invece appena nel novembre 1928 (a 35 anni), quando si trovava ad Haiti per conto della Croce Rossa, con Howard Preston (“Pete”) Garner, soggetto dal quale divorziò rapidamente appena finito il suo incarico haitiano. Si risposò nuovamente, una seconda volta, nel 1934, con William Stanfield, un direttore d’albergo, vedovo con tre figli (un maschio e due femmine).

Durante la seconda guerra mondiale, marito e figlio prestarono servizio nella Marina degli Stati Uniti. mentre Agnes e le altre due figlie si trasferirono a New York City, dove lei continuò a lavorare presso la Banca del Sangue della ARC sulla Quinta Strada. Finita la guerra, andò a vivere col marito a Gulfport in Florida ove morì il, il 25 novembre 1984, all’età di 92 anni. Fu sepolta nel cimitero nazionale degli Stati Uniti a Washington D.C. e onorata per “i suoi servizi galanti e lodevoli” con la Croce Rossa americana durante la prima guerra mondiale.

Hemingway, dopo la parentesi italiana

Questa storia d’amore, come visto, finì male, ma proprio perché “il primo amore non si scorda mai”, alimentò per tutta la vita il suo grande affetto per l’Italia che gli aveva fatto conoscere la sua “Ag” e gli aveva fornito l’ispirazione per “Farewell to arms” (Addio alle armi), uno dei romanzi più famosi,  che lui avrebbe scritto nell’arco di un decennio.

Nonostante fosse stato accolto in Patria come un eroe, la sua natura irrequieta e perennemente insoddisfatta, non lo fece sentire comunque a suo agio. Per cominciare a guadagnare qualche dollaro, cominciò a dedicarsi alla stesura di alcuni racconti sull’esperienza vissuta, storie che furono però del tutto ignorate dagli editori e dall’ambiente culturale di allora. Rimase profondamente amareggiato e deluso dalla società americana, che non aveva compreso la tragedia che lui aveva appena vissuto in prima persona e che aveva devastato l’Europa. Persino sua madre gli si rivoltò contro, vedendo che non era capace di rendersi autonomo finanziariamente. Vietando al marito di continuare a dare soldi al figlio, scacciò Ernie da casa , accusandolo di essere uno scapestrato, un buono a nulla. Lui si trasferì quindi a Chicago dove riuscì a raggranellare qualche soldino come reporter, collaborando con alcuni giornali come il “Toronto Star” e lo “Star Weekly”.

Conosciuta ad una festa Elizabeth Hadley Richardson (1891 – 1979), otto anni più anziana di lui, alta e graziosa, i due s’innamorarono e, nel 1921, si sposarono. Ottenuto l’incarico di corrispondente ed inviato speciale in Europa, e contando pure sulla rendita annua di 3000 dollari della moglie (rimasta orfana dei genitori), si trasferirono nella capitale francese.

In Francia, a Parigi (1921)

A Parigi, capitale culturale di allora, ebbe modo di conoscere e frequentare i più grandi artisti ed intellettuali dell’epoca. Allora era appena ventiduenne, testa calda e decisamente attaccabrighe: dove scoppiava una rissa fra intellettuali, era sempre lui, il protagonista principale!

Nuovamente a Milano (1922)

Nel 1922, Ernie, che naturalmente non aveva dimenticato la sua Ag , volle tornare a Milano per far vedere alla moglie il luogo dove era stato felice. In quei giorni, per conto del “Toronto Star”, intervistò Benito Mussolini, non ancora capo del governo. In quell’occasione, il futuro duce gli fece una buona impressione. In seguito, avrebbe totalmente rovesciato la sua opinione su di lui.

In Canada (1923)

Era a Toronto quando gli nacque il suo primo figlio, John Hadley Nicanor Hemingway (1923-2000), per tutti Jack. Lo stesso anno (1923), pubblicò il suo primo libro, “Three Stories and Ten Poems” (Tre racconti e dieci poesie), seguito l’anno successivo (1924) da “In our time” (Nel nostro tempo), entrambi elogiati dalla critica.

Nuovamente a Parigi (1926)

Nel 1926, uscirono i primi libri importanti come “The Torrents of Spring” (Torrenti di primavera) e “The sun also rises” pubblicato anche come “Fiesta“, tutti grandi successi di pubblico e di critica. A Pamplona dove gli Hemingway andavano usualmente in vacanza, Elisabeth avendo scoperto una relazione di suo marito con la bella Pauline Pfeiffer (1895-1951), ex redattrice di moda di “Vogue” (conosciuta lì), dopo una comprensibile scenata di gelosia, decise di chiedere il divorzio da lui, appena tornati a Parigi. L’anno successivo Ernie, dopo il divorzio dalla moglie (gennaio 1927), pubblicò il volume di racconti “Men Without Women” (Uomini senza donne).

La famiglia di Pauline, ricca e cattolica osservante, ci teneva che la figlia facesse un matrimonio cattolico. Desiderando pertanto unirsi con lei, prima delle nozze, Ernest si convertì al cattolicesimo, sposandola poi a Parigi, nel maggio 1927.

In Florida (1928-1932)

Tornati in America, andarono ad abitare a Key West, in Florida ove, l’anno successivo, nacque Patrick, il secondo figlio di Ernest. Altro motivo di soddisfazione per lui, nel 1929, la pubblicazione dell’ormai mitico “Farewell to arms” (Addio alle armi), uscito proprio il giorno del crollo di Wall Street, successo funestato anche da una tragedia familiare: suo padre (medico) Clarence Edmonds Hemingway, fiaccato da un male incurabile, si era suicidato, sparandosi alla testa.

Nel 1931, Pauline dette alla luce Gregory, il terzo figlio di Ernest, chiamato da tutti Gloria, per evidenti problemi di genere (un vero dramma per la famiglia, per l’emarginazione che all’epoca, la società nutriva nei confronti di soggetti simili).

Appassionato di pesca d’altura, amante dei cavalli, delle corride e dell’avventura, fece in questo periodo diversi viaggi, incorrendo anche in frequenti incidenti. Personaggio decisamente sui generis, belloccio, soggetto scontroso, muscoloso, attaccabrighe, amante degli eccessi, nonostante fosse solo poco più che trentenne, era già considerato un patriarca della letteratura, tanto che gli dettero il soprannome di “Papa”.

In Africa (1934)

Andò anche in Africa, a fare un safari, desideroso di saggiare la propria forza e il proprio coraggio. Nel viaggio di ritorno, conobbe sulla nave Marlene Dietrich, “la crucca” come la chiamava lui e da allora restarono amici per tutta la vita.

Appena tornato da quel safari in Africa, Hemingway acquistò  dalla newyorkese Wheeler Yacht Company, nel suo cantiere di Coney Island per 7.495 dollari la sua favolosa “Pilar“. Volle personalizzarla sulla base del già esistente dodici metri Playmate (un nome tutto un programma, “compagna di giochi”). Volle una grande vasca per il pescato, una doppia motorizzazione  (oltre ad un Chrysler da 75 HP venne aggiunto “trolling engine” Lycoming) e lo specchio di poppa venne ridisegnato per facilitare il recupero delle prede: fu abbassato di 12 cm e venne installato un rullo sulla falchetta.

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Hemingway a bordo della sua Pilar

 

Questa è l’amatissima Pilar. la barca da pesca di Ernest Hemingway (Cuba, Hemingway’s Museum)

Nel 1935, pubblicò “Green Hills of Africa” (Verdi colline d’Africa), romanzo senza trama, con personaggi reali e lo scrittore protagonista. Più tardi scrisse i racconti pure “The Short Happy Life of Francis Macomber” (La breve vita felice di Francis Macomber) e “The Snows of Kilimanjaro” (Le nevi del Kilimangiaro), ispirati al safari africano, testi che entreranno a far parte della raccolta “The first 49 stories”, pubblicata nel 1938.

in Spagna (1937-1939)

Corrispondente di guerra a Madrid nel 1937, nelle file dell’esercito popolare repubblicano, durante la guerra civile spagnola, conobbe la giornalista e scrittrice Martha Gellhorn (1908-1998), considerata una delle più grandi corrispondenti di guerra del XX secolo. Una volta tornato in America, dopo il divorzio da Pauline, cui lasciò la casa di Key West, decise di convolare a nozze nel 1940 con Martha la sua ultima fiamma.

A Cuba (1940)

Con la nuova moglie, andò ad abitare a Cuba, a “Finca Vigía” (Fattoria della Guardia), una proprietà a 15 miglia dall’Avana. Alla fine dell’anno uscì il suo romanzo “For Whom the Bell Tolls” (Per chi suona la campana) sulla guerra civile spagnola e pure questo libro fu un successo travolgente.

In Estremo Oriente (1941)

Nel 1941, marito e moglie andarono in Estremo Oriente come corrispondenti della guerra cino-giapponese. Dopo l’attacco di Pearl Harbor, e l’ingresso degli Stati Uniti in guerra, Hemingway mise a disposizione la sua “Pilar” come nave-civetta in servizio di pattugliamento anti-sommergibili nazisti nelle acque dei Caraibi. Lo scrittore avrebbe utilizzato la sua “Pilar” successivamente, anche come strumento al servizio della scienza.

Ndr. – Il nome, Pilar, deriva dal soprannome di Pauline, la seconda moglie di Hemingway ed era anche il nome della donna a capo delle bande partigiane spagnole di cui lo scrittore parla nel suo “Per chi suona la campana”, del 1940.

In Inghilterra (1944)

Nel 1944, Ernie si trovò in Inghilterra, a partecipare alla guerra, grazie alla moglie, inviata speciale in Europa della rivista Collier’s: doveva descrivere, per conto della RAF (l’aeronautica militare inglese), le gesta dei piloti inglesi, partecipando personalmente a qualche loro incursione aerea.

In Francia (1944)

Il 6 giugno, il famoso D-day, il giorno del grande sbarco alleato in Normandia, lui era lì a partecipare al grande evento. Costituì una sua unità partigiana con la quale partecipò alla liberazione di Parigi (entrando fra l’altro in città, prima delle truppe americane). Finito nei guai per aver violato la condizione di non combattente, venne alla fine premiato dall’USAF (United States Armed Forces), con una BSM ‘Bronze Star Medal‘ per servizi meritori in zona di combattimento.

Nel 1945, divorziò anche da Martha e nel 1946 sposò Mary Welsh (1908-1986) del Minnesota, conosciuta a Londra, come giornalista del “Daily Express”. Sarà questa, la sua quarta ed ultima moglie. 

A Venezia e Milano (1948)

Hemingway e sua moglie si recarono in Europa nel 1948, soggiornando per diversi mesi a Venezia e facendo anche puntate a Milano oltre che a Stresa e ad altre località del Lago Maggiore, per incontrare i suoi editori Einaudi e Mondadori.

Ndr. – Pare che in seguito ad uno sgarbo subito durante una conferenza stampa quando era a capo del governo, Benito Mussolini, abbia fatto mettere all’indice tutte le pubblicazioni italiane di Hemingway, per essere stato da lui platealmente ridicolizzato. Chi voleva leggere i suoi scritti sotto il fascismo, pare potesse acquistarli all’estero solo in lingua francese o inglese. Ecco perché nel 1948 Hemingway si vide con i due editori, che, finito il fascismo, potevano riprendere le pubblicazioni in italiano di tutti i suoi libri.


A Venezia, Ernie, incredibile dongiovanni, quasi cinquantenne, si innamorò dell’allora 19enne contessina Adriana Ivancich, discendente da una famiglia di armatori di origine dalmata, conosciuta vicino a Caorle durante una battuta di caccia. Questa fu una storia d’amore platonica, che gli ispirò il romanzo “Across the River and Into the Trees” (Dall’altra parte del fiume e tra gli alberi) scritto a Cuba, durante un periodo di rapporti tesi con la moglie Mary, e pubblicato poi nel 1950.

*** Premi Pulitzer e Bancarella (1953) ***

Con “The Old Man and the Sea” (Il vecchio e il mare), un romanzo breve, vinse, nel 1953, il Premio Pulitzer. Pubblicato in anteprima su un numero unico della rivista Life, vendette in solo 48 ore, qualcosa come cinque milioni di copie!
Fu pure vincitore assoluto, sempre con lo stesso romanzo, anche del Premio Bancarella, premio letterario istituito per la prima volta, proprio quell’anno, a Mulazzo, all’ombra della Torre di Dante Alighieri in Toscana. 

Seconda volta in Africa (1953)

Tornato nuovamente in Africa nel 1953, questa volta con Mary, ebbe sfortunatamente un incidente aereo mentre si recavano nel Congo. Ernie ne uscì con una spalla contusa, mentre Mary e il pilota rimasero illesi. Dopo un’intera notte rimasti isolati (al punto che si era diffusa la voce che Heminway fosse morto) ritrovatisi il mattino seguente, decisero di mettersi in viaggio per Entebbe (in Uganda) su un altro piccolo aereo. Per il colmo della sventura, in fase di decollo, il loro velivolo cadde e s’incendiò. Mary riuscì a cavarsela, mentre lui venne ricoverato a Nairobi in gravi condizioni per ustioni diffuse e traumi ovunque nel corpo, oltre a seri danni al fegato, alla milza e ai reni.

*** Premio Nobel (1954) ***

Assai provato per le ferite riportate nei due incidenti aerei in Africa, rinunciò ad andare a Stoccolma nel 1954, per ricevere di persona il Premio Nobel, che gli venne conferito  per la letteratura, premio che venne ritirato dall’ambasciatore americano John Cabot.

Dal 1957, iniziò a soffrire di una forte depressione; cominciò a viaggiare in modo frenetico da un continente all’altro, senza un motivo preciso. Questo crollo fisico e nervoso, lo afflisse per diversi anni. Hemingway era convinto di essere sotto sorveglianza da parte dell’FBI di J Edgar Hoover, In effetti era vero, confermato dall’FBI, era sorvegliato da 20 anni (anche se si era accorto dei pedinamenti solo di recente), perché sospettava che lo scrittore avesse legami con Cuba.
Nel 1960 lavorò ad uno studio sulla corrida, parte del quale uscì su Life. Non riuscì più a scrivere. Debole, invecchiato, malato si fece ricoverare in una clinica del Minnesota.  

A causa di una vita sentimentalmente affollata e di una marcata predisposizione all’alcolismo, i suoi ultimi anni furono un susseguirsi di crisi maniaco-depressive ed allucinazioni con conseguenti ricoveri ed elettroshock. Questo contribuì a convincere i suoi amici che Hemingway soffrisse di quello che oggi gli psicologi chiamano delirio di riferimento, o delirio di persecuzione.

Non sentendosi più tranquillo nel continuare a vivere a Cuba, dopo che Il 19 aprile di quell’anno, era fallita l’invasione degli Usa sull’isola controllata da Castro, data che segnava anche l’inizio di una escalation fino alla crisi missilistica con l’Urss e il rischio della guerra atomica, si trasferì nella villa di Ketchum, Idaho, che aveva acquistato qualche anno prima.

La morte (1961)

Era ormai da tempo che si sentiva perseguitato dall’FBI, controllato in ogni sua mossa, profondamente depresso anche per la convinzione di non essere più in grado di continuare a scrivere.
Quella domenica mattina 2 luglio 1961, si era alzato di buon’ora, probabilmente per cercare delle chiavi che, da giorni, non riusciva a trovare. Erano quelle dell’armadietto ove teneva riposti i suoi fucili in bella vista. Sua moglie, per prevenire qualche suo gesto inconsulto, aveva provveduto ad occultarle nel sottofondo di qualche cassetto in cucina. Quella mattina, ritrovate casualmente le chiavi, Ernie si avviò a prendere il suo fucile preferito, quello a canna doppia, a pallettoni. Dopo qualche minuto, improvvisamente un colpo secco d’arma da fuoco riecheggiò in casa: la moglie, ancora a letto, svegliatasi di soprassalto, temendo il peggio, corse di sotto ….. trovò Ernie in un bagno di sangue, riverso sul pavimento dell’anticamera, vicino all’ingresso. Aveva trovato quelle maledette chiavi, che lei aveva invano tentato di nascondere ….. e in un momento di lucida follia, aveva deciso di farla finita, sparandosi in bocca. Tragico epilogo di una vita intensamente vissuta. Mancavano pochi giorni al suo sessantaduesimo compleanno!

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